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lavoro pubblicato martedì 3 novembre 2015
ultima lettura sabato 17 ottobre 2020

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Ritorno a Branson - 16

di Legend. Letto 617 volte. Dallo scaffale Fantascienza

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Rirorno A Branson - 16

16) Una storia Italiana [1]

(Copia)

Lucca, 23 Dicembre 1950

Carissimo direttore,

sapere che le mie storie hanno su­scitato in lei tanto interesse mi ha piacevolmente sorpreso e pensare che quelle pagine, scritte molti anni fa con l'unico scopo di divertire i ragazzi delle mie classi, hanno rischiato più volte di andare per­dute.

E non me ne voglia se ora le procurerò una piccola delusione; ma ricorda quando la invitai in campagna promettendole di farle incontrare uomini dalle anti­che memo­rie? Ebbene gran parte di quei racconti sono brani di vita vissuta da gente semplice e meravi­gliosa, uomini e donne che hanno vissuto la loro vita con l’unico conforto di emozioni e sentimenti veri. Il mio merito, semmai ve ne sia stato, è quello di aver ag­giunto a quelle memorie un pizzico della mia immaginazione.

Come avevo promesso oggi stesso ho provveduto ad inviarle l'ultima e per me la più cara di quelle sto­rie e se nel leggerla le sembrerà ancor più fanta­stica delle altre, beh, non lo creda, poiché in quelle pagine (Tranne che nelle ultime, in cui il sentimento ha preteso di rendere omaggio al ricordo di una donna che ho avuto il privilegio di conoscere ed amare) non vi è un solo pensiero che non sia stato formulato o un atto che non sia stato compiuto.

La scrissi tre anni dopo la fine della guerra, in un momento in cui gli avvenimenti storici avevano reso gli uomini meno pronti a comprendere i senti­menti umani e temendo che certi pregiudizi, allora correnti, potessero macchiarla di un colore che non meritava, scelsi di chiuderla in un cassetto.

Ora è sua, ma se posso permettermi un suggerimento non la pubblichi, attenda che certe riserve abbiano perduto la loro incapacità di comprendere.

Tutto ebbe inizio la mattina di Natale del 1946, il secondo che trascorrevo in ospedale.

Quella mattina vennero a farmi visita alcuni dei compagni con i quali avevo vis­suto gli anni della lotta partigiana. Ormai ci si vedeva raramente, ma quel mattino vennero in molti e tra le tante storie di gente libera che portarono con loro, ve ne fu una, quella del Nanni, che ci lasciò tutti sgomenti.

Il suo racconto seppe accendere nella nostra memo­ria il ricordo di un corpo mi­nuto di ragazza di se­dici o diciassette anni. Un fuscello tutt'ossa che sembrava l'es­sere più timido e indifeso della Terra.

Sicuramente per lei sarà una sorpresa, ma negli anni tra il 42 e il 44 ebbi il privi­legio di guidare una formazione di partigiani un po' pazzi e male equipaggiati e se dopo circa un anno di attività to­talmente autonoma fummo inquadrati in una forma­zione regolare del Fronte Nazionale di Liberazione, lo do­vemmo unicamente a quanto quel fuscello seppe fare per noi

È incredibile, ma quel piccolo capolavoro che dio ci aveva inviato, seppe compiere il lavoro più peri­coloso e più anonimo che quella guerra abbia cono­sciuto; la staf­fetta e coloro che hanno vissuto la lotta partigiana sanno bene quanto quell'incarico fosse importante e talmente pericoloso da non poter essere svolto che per brevi pe­riodi dalla stessa per­sona.

Lei invece si accollò di quel dovere per oltre un anno, compiendo a volte tragitti di decine di chilo­metri attraverso le linee nemiche.

Povera piccina era sempre pronta, mai un rifiuto, mai un lamento, anche quando si sentiva mortalmente stanca nascondendo a tutti noi la sua malattia, – «Sissignore, vado!» – rispondeva sgra­nando i suoi grandi occhi e tirando su con il naso come fanno i bambini.

Oggi di lei mi restano tre ricordi vivissimi; la sua folta chioma fulva, (Che amava tenere liberamente sciolta sulle spalle) un volto pallido sul quale spiccavano due grandi occhi perennemente velati di un’infinita tristezza e quello del suo amatis­simo orsacchiotto di stoffa.

Dio quanta dolcezza c'era in quel rapporto! Sem­brava che in quella peluche dalle forme irriconosci­bili avesse riposto quanto le era rimasto. Era il suo unico e gelosis­simo compagno con il quale dialogava come se si fosse trattato di una persona. Lo chiamava babbo ed era sempre con lei, riposto in una tasca in­terna del suo giaccone logoro e malandato.

Quella bambina era un essere eccezionale che viveva in un candore al di la di ogni immaginazione. Pensi che non fummo mai capaci di farle toccare un'arma e inoltre, dopo ogni scaramuccia con i tedeschi, non c'era verso di trattenerla dall'andare sul campo a controllare se vi fossero rimasti soldati feriti.

Eravamo così conquistati dal suo buon cuore che una volta per lei facemmo la cosa più insensata che un partigiano potesse pensare; ci fermammo in una ca­panna per curare due soldati tedeschi creduti morti. Lei ci pregò di allontanarci assicuran­doci che ci avrebbe raggiunti al più presto, ma nessuno di noi se la sentì di lasciarla sola.

Per la verità, quella bimba cresciuta troppo in fretta, parlava poco e sorrideva po­chissimo, ma quando piegava le labbra al sorriso, dio solo sa quanta devozione sa­peva suscitare. Era uno di quegli esseri che il sorriso illumina come sa fare soltanto un’esplosione stellare.

Ci cadde addosso in un limpido mattino di prima­vera e per oltre un anno fu il no­stro angelo cu­stode.

Ricordo che sin dalle prime ore del giorno la os­servammo salire lungo i valloni già tinti di verde. Sembrava fosse alla ricerca di qualcosa e quando fummo certi che cer­cava noi tentammo di evitare l'ag­gancio.

Per qualche ora riuscimmo nell'intento, ma poi, per qualche misteriosa ragione, ce la trovammo davanti con quel suo visetto magro e spaurito.

Quando ci vide bardati con tutte le nostre armi ne restò terrorizzata e dovemmo farle sparire perché, recuperata la parola, ci avvisasse di un rastrella­mento che i te­deschi avrebbero effettuato in quella zona.

Tranne il Nanni nessuno di noi la conosceva e seb­bene lui preferì mantenere il si­lenzio, sui motivi per i quali cercò, in tutti i modi, d’indurmi a non prenderla con noi, io credetti a quel musino.

Non so dirle cosa mi spinse a prendere quella deci­sione, forse mi parve di leggere in quei suoi occhi profondi una richiesta di aiuto, o forse, più sempli­cemente, qual­cuno aveva deciso che le cose andassero a quel modo, ma sta di fatto che fu la scelta giusta, poiché soltanto grazie al suo sacrificio molti di noi sono tornati alle loro case.

Da quel momento divenne una di noi sbalordendoci per le notizie di prima mano che riusciva a procu­rarsi. (Soltanto alcuni mesi più tardi ebbi modo di scoprire che l'inconsapevole fonte di quelle informa­zioni era suo padre, (Professore di lingua te­desca) interprete presso il quartiere generale della Wehrmacht)

In quanto al suo carattere scontroso e timido, nes­suno di noi riuscì mai a com­prendere cosa nascon­desse, lo capimmo quella mattina di Natale, quando il Nanni ci raccontò della piccola Cinzia.

Lui, il Nanni, al termine della guerra era tornato alla sua professione di medico in un paesino della media valle del Serchio, lo stesso dove Cinzia viveva con la nonna e quando quella mattina di Natale quel figlio d'un cane terminò la sua storia, rimanemmo tutti in silenzio, chi a guardare il pavimento, chi il soffitto e chi fuori della finestra per non mo­strare gli occhi lucidi.

Quella storia suscitò in me un così profondo senti­mento di colpa, che non appena fui dimesso mi recai a far visita alla nonna di Cinzia.

Fui accolto da un'adorabile anziana signora alla quale confessai, non senza un certo timore, d'essere il responsabile delle ultime vicende della vita di sua nipote.

I suoi occhi chiari mi scrutarono a lungo prima di pronunciare una sola parola e quando raggiunto il suo giudizio si appoggiò al mio braccio, invitandomi all'ombra di un pergolo d'uva fragola, seppi che mi aveva compreso.

– L'avete salvata. – Disse annuendo – Se non l'ave­ste ricondotta a Lucca probabil­mente sarebbe volata in cielo con un grande dolore nel cuore

Volle che accettassi del pane e formaggio annaf­fiati da un buon bicchiere di vino rosso, poi, per tutto il tempo che le parlai di Cinzia, non pronunciò una sola pa­rola.

Trascorremmo l'intera giornata all'ombra di quella pergola, dove quella dolcissima signora mi raccontò molto della vita di quel fuscello tutt'ossa e quando il cielo as­sunse i morbidi colori pastello d'un fan­tastico tramonto, ed io mi accingevo a pren­dere com­miato, estrasse da una delle tasche del suo grembiu­leone un voluminoso quaderno dalla fodera nera.

– È il suo diario, – Mormorò guardandomi diritto negli occhi – l'unico amico che abbia mai avuto e al quale aprì totalmente il suo cuore. Lo prenda, vi troverà ciò che non sono stata capace di dire

– No, – Risposi tentando un rifiuto – appartiene a lei

– A me non serve più, ormai ognuna di queste parole è scolpita nel mio cuore

– Un diario è qualcosa di troppo personale per darlo ad un estraneo – Replicai ten­tando ancora di rifiutare

– Sono vecchia e non creda che non lo sappia, ma sono ancora capace di riconoscere l'amore e lei amava mia nipote

– Eravamo in molti a volerle bene

– Lo so, era facile amarla, ma dopo suo padre lei è stato l'unico uomo al quale ha donato il cuore... e se ne sarà capace, in queste pagine riconoscerà il rimpianto per quelle parole che non è riuscita a dirle

In treno, durante il viaggio di ritorno verso Lucca, seduto sui sedili di legno di uno scomparti­mento vuoto di terza classe, mi calai in quelle pa­gine dove incontrai una bambina sola. Un angelo che con coraggio aveva descritto minuziosamente tutta la disperazione di un essere che giorno dopo giorno sco­pre la sua difficile diversità. Di come non riuscì mai a sentirsi donna, di come non volle mai arren­dersi al de­stino e di come combatté una battaglia che non la vide sconfitta.

Nel racconto non ho voluto cambiare né il nome e né la sua figura, giungendo per­fino a trascrivere quelle che furono le sue emozioni. Inoltre ho tentato di dare di­mensioni umane a due dei suoi sentimenti; l'amore per suo padre e quello che ri­versò su di una figura femminile che l'aiutò a vincere la sua batta­glia.

Di quella singolare figura di donna ho preferito non pormi domande e sebbene tutto lasci pensare ad una di quelle amorevoli allucinazioni, nelle quali la nostra mente si rifu­gia quando il dolore diviene in­sopportabile, una cosa è certa, ha davvero avuto una concreta rilevanza in questa vicenda.

Mi auguro soltanto di essere riuscito a trasferire sulla carta tutte le emozioni che mi soffocarono quando lessi quelle pagine, scritte da una bambina che adorava suo padre e che per lui volle essere donna.

Il posto dove nasce l'arcobaleno


Somiglia a luce in crescita,

od al colmo, l'amore.

(G. Ugaretti)


La giornata era scivolata via lenta in un'atmosfera mite e fresca. Seduta nell'erba alta della collina, con un libro sulle ginocchia, da un po' Cinzia era intenta ad osservare il disco rosso del sole che, ab­bandonando lentamente il cielo, lasciava al crepuscolo e all'inquieto volo delle nottole tra i cipressi, il compito di chiudere il giorno.

Quell'ultimo barlume scarlatto, che incendiando le basse nubi all'oriz­zonte rendeva il suo volto an­cor più pallido e scavato, richiamò alla mente, in forma godibile, la buona fusione di linguaggio e d'ispirazione di quanto aveva appena terminato di leggere.

Ma in luogo della malinconica quiete di Combray e delle sue case di pie­tra scura, le tornò il ricordo d'un uomo dipinto di una complicata filosofia che ne condizionava l'immagine; il barbuto professor Bacchelli, vecchio rudere e colonna del ginnasio, il quale, passeggiando su e giù per la classe, ram­mentava loro il giusto modo per giudicare una lettura;

«Tra la fine della lettura e l'inizio della riflessione, Amava ripetere c'è un momento, che coincide sem­pre con l'abbandono dello sguardo dal­l'ul­tima pagina e il gesto conclusivo della mano che riconsegna alla carta la quieta sovranità, in cui affiora quel tanto che occorre a suggerire, al no­stro sentimento, se quanto è stato appena letto ha l'impronta dell'indele­bile, op­pure il suo piacere è soltanto epidermico, superficiale e tra­spa­rente»

Cinzia si abbracciò le gambe fremendo per quelle emozioni che credeva d'aver perdute e mentre dal piano saliva l'aroma forte del grano appena rac­colto, lasciò che lo sguardo scivolasse fin dove i campi erano già falciati.

Avidamente assaporò quell'aria antica e satura di memorie e benché la sera si annunciasse come una di quelle rarissime, in cui all'animo è con­cesso riunirsi all'infinito, ella sentì aleggiare in se un senso di vuoto cre­scente.

Poggiò la fronte alle ginocchia e sospingendo la mente lungo il sentiero colmo di entità ormai sbiadite del breve solco della sua gioventù, rivisse, a tanti anni di distanza, periodi remoti della sua infanzia.

«Le infinite e calde giornate d'estate, la scanzonata allegria, gli intermi­nabili meriggi silenti tra i campi do­rati, interrotti soltanto da lontani richiami senza risposte, i bagni nel Serchio rubati all'attenzione della nonna, le corse a perdifiato all'inseguimento di poveri e spaventati anatroccoli, le me­rende veloci con pane e risate, il profumo soave delle pesche nella fruttiera sulla tavola di una stanza in penombra, l'immensa stanchezza se­rale e le fresche carezze di lenzuola di ruvido cotone...trampolino obbligato dei suoi sogni infantili»

Il latrato lontano di un cane richiamò al vero l'animo suo.

Si alzò di controvoglia, raccolse il libro, le scarpe e scalciando l’erba alta discese al piano.

Lentamente percorse il viottolo che copiava la curva del fiume, sorpren­dendosi di come la stessa brezza che poco prima stormiva fresca tra i ci­pressi, li, al piano, sembrava essersi chetata.

Quel silenzio, rotto soltanto dall’indistinto rumore d'una lontana steccaia, pian piano placò l'ango­scia che le opprimeva il cuore.

– Dio non prendermi ancora, concedi a mio figlio la vita! – Gridò al cielo stellato – Lui non ti ho fatto nulla

Affievolita dalla distanza giunse improvvisa una voce di donna...un ri­chiamo seccato.

– Toniooo! Ora lo sentirai il tu babbo!

Cinzia si fermò in attesa che l'eco di quella voce si spegnesse.

«Non risponderai, vero ragazzo?» – Pensò tra se immaginando il suo volto tinto di quel sorriso che distingue tutti i Tonio del mondo. Tutti con mille idee per la testa e tanta voglia di vivere.

«E non fare il bischero, tornatene a casa. – Borbottò a bassa voce – Tanto quel che vuoi fare ora potrai sempre farlo domani»

Quando il silenzio tornò a riempir la notte e il saltar dell'acqua riprese verso il mare, anche lei, tra­scinando i piedi, s'avviò dove l'aperta campagna scendeva verso il fosso.

Superò la forra badando di non bagnarsi i piedi nudi, risalì l'erta dell'ar­gine e scivolando poi senza fiato lungo il dolce declivio opposto, finì sotto il muro che cingeva il cimitero.

Aveva percorso appena quattrocento metri ed era già in debito d'ossi­geno. Una tosse stizzosa la co­strinse ad appoggiarsi alla recinzione che di­videva il loro podere da quello del vecchio «Anzi [2]»e quando tentò di saltarla finì bocconi sull'erba.

Sedette massaggiandosi il piede dolorante – Sei diventata un vero disa­stro – Mormorò mentre al chiarore della luna s'incantò ad osservare la sua casa immersa tra i pioppi.

Infilandosi le scarpe le venne di pensare alle lenzuola fragranti di lavanda che la nonna le avrebbe messo nel letto.

– Dio ti benedica, – Mormorò – hai mantenuto intatta la mia infanzia

In casa la nonna l'attendeva alla tavola apparecchiata e quando lei entrò si guardarono per un lungo istante sorridendosi, poi, prima di avviarsi in cu­cina per lavarsi le mani, le inviò un bacio.

Quando rientrò nella sala se ne restò ritta ad assistere la nonna nell’orazione. Per un istante si rivide attorno a quella stessa tavola con tutta la famiglia, quando piccina assisteva alla preghiera e le veniva sempre di grattarsi il naso e lei, la nonna, guardandola al di sopra degli occhiali, con un cenno del capo le dava ogni volta il permesso di grattarsi.

Anche allora le venne il prurito e guardò la nonna, che annuendo le sor­rise… e lei si grattò.

Iniziarono a mangiare in silenzio.

La minestra brodosa era ancora calda.

– È buona? – Domandò la nonna

Cinzia sollevò gli occhi dal piatto – Si – Rispose annuendo

Per un istante si guardarono, poi Cinzia chinò il capo sul piatto per ma­scherare la commozione.

In quell'attimo la mente si colmò dei ricordi di Lucca e come vividi affre­schi rivide gli ultimi anni della sua vita.

«I sogni rimasti chiusi nel cassetto, la sua frenesia, le incomprensioni, i primi dissidi in casa, il tormento per la sua diversità e l'atroce certezza di non essere una donna, il terrore che gli altri lo scoprissero e le meschine bugie per nasconderlo, gli studi interrotti, la prima sigaretta, il Capitale e la Rivoluzione d’Ottobre. Gli stimoli sempre più esigenti che la distruggevano nel morale, i tedeschi, i partigiani, le ricerche senza sapere cosa cercare. Saffo...e la scoperta di non sapere più ne piangere e ne pregare. La paura delle notti in montagna con l'orsacchiotto stretto al seno, due dita di latte con poche briciole di buccellato. La tosse che le spezzava il petto, la soli­tudine sconfinata nelle valli dove l'eco era l'unico compagno con cui par­lare...e tanto freddo nel cuore»

– Nonna! – Sussurrò tentando un sorriso difficile – Ricordi che monellac­cio ero?

– Eri il mio scannagrilli [3]... Dio, ma quanto tempo è passato?

– Ero la tua disperazione

– Ti sbagli! Non mi disperavo per quello che combinavi, ero disperata quando mi mancavi...come oggi, al tocco… Ti aspettavo per desinare

– Oh nonna… lo vedi? Non sono poi tanto cambiata se ancora ti faccio di­sperare

– Cosa ti ha tenuta lontana da me?

– Ero sul monte… Ricordi quante volte mi hai rincorsa fin lassù?

– Era il tuo rifugio preferito – Sussurrò la nonna sorridendole

– Si… e lassù ho ritrovato tutti i miei più cari amici; Proust, i cipressi… e quella bimba che ti faceva di­sperare

– Li hai rivisti volentieri?

Cinzia annuì – Con loro ho rivissuto i momenti felici della mia infanzia

– Li avevi dimenticati?

– No, li ho sempre avuti qui, nel cuore, ma mi mancava l’aria di casa mia per renderli vivi. Ed ora sono felice di morire tra le cose che mi hanno con­cesso amore

– Ssst… Non parlare così. Il mio scannagrilli non morrà, ora potrai curarti

– Non esiste cura al mio male

– Ma dov’è finita la mia coraggiosa bambina?

– Non lo so nonna, non lo so. L’ha uccisa questo male che fa paura

– A me non ne fa

– Oh nonna, sapessi. Il mondo non mi vuole

– Ssst, non parlare, finisci di mangiare

– Anche i compagni con i quali avevo scelto di combattere n'ebbero paura

– Chi erano? Li conosco?

– Soltanto il Nanni, gli altri erano tutti bravi ragazzi che amavano questa nostra terra

– Hai vissuto con loro?

– Per un po’, ma poi il mio male li obbligò a fare una scelta – Devi tornare in città – mi disse – Hai bisogno di cure che noi non possiamo darti

– Chi lo disse?

– Lo chiamavano Berto, ma non so se fosse il suo vero nome. Tutti ave­vano un nome di battaglia

– Ne avevi uno anche tu?

– Si…mi chiamavano piccola

– Com'era questo Berto?

– Buono, gentile. Con lui era facile essere sincera. A volte si privava della sua razione per darla a me

– Perché lo faceva?

– Diceva che dovevo crescere e che per diventare grandi si deve man­giare molto. Anche con gli altri avevo un buon rapporto, ma con lui era di­verso. Uno dei ragazzi mi confidò che prima di salire sulle montagne era stato un insegnate

– Hai saputo più nulla di loro?

– No. Li ho cercati, ma di quel gruppo nessuno ha saputo darmi notizie

– Hai chiesto al Nanni?

– Non sono più andata in paese

– Domani andremo da lui. Ora ha uno studio medico… Dio non può averlo dimenticati

– Volevo bene a quei ragazzi. Erano la mia famiglia

– Anche loro te ne volevano?

Cinzia annuì sorridendo.

– E lui? Berto, te ne voleva?

Cinzia tornò a sorridere guardando la nonna – A volte, quando eravamo soli, diceva che a guerra finita avremmo dovuto parlare di cose importanti

– Sono stati bravi con te?

– Oh nonna! Non scherzare, per loro sono stata una sorella

– Anche per lui?

– Non lo so, – Sussurrò dopo un attimo di esitazione – si preoccupava per me, mi aiutava e quando c'era pericolo pretendeva che restassi indietro. La volta che rientrai da una missione con molto ritardo mi prese tra le braccia e piangendo mi chiese scusa per quello che mi costringeva a fare

– Cosa ti costringeva a fare?

– Non pensare al male, lui si preoccupava per i pericoli che correvo in montagna

– Scusami, sono una vecchia pazza e poi?

– Mi tenne stretta a se dicendo che se non fosse stato per la guerra sa­rebbe stato capace di ren­dermi una donna felice… perché scuoti la testa?

– Perché posso comprendere quanto deve essergli costato separarsi da te

– Forse è stato meglio così

– E tu cosa provavi per lui? Ne eri innamorata?

Cinzia si strinse nelle spalle – Mi piaceva il suor sorriso. Di lui amavo la cortesia e soprattutto la sua intelligenza. Avevamo molte cose in comune

– E il tuo cuore? Cosa diceva il tuo cuore?

– Allora il mio cuore non sapeva riconoscere l'amore per un uomo. Il babbo era stato l'unico uomo di cui fossi mai stata innamorata e suppongo non debba trattarsi dello stesso sentimento

– Quel ragazzo ti amava e avere scelto di riportarti in città è stato un atto d'amore – Proseguì la nonna

– Si, ma lo compresi un attimo troppo tardi. Sapessi quante volte ho cre­duto d'essere stata tradita

– È sempre molto difficile comprendere i sentimenti degli altri

– La mia mente seppe trovarne mille di giustificazioni, ma il mio cuore nemmeno una… lui soffrì come quello di un animale abbandonato

– Al suo posto avresti preso la medesima decisione

– Oh no, non lo avrei mai fatto e se fosse morto lo avrei tenuto tra le mie braccia pregando dio di ricongiungermi a lui

– Ecco, lo hai appena detto, questo è amore. Si, tu lo amavi

– Oh dio! Ed io che non ho saputo dirglielo – Singhiozzo Cinzia scop­piando in lacrime

– Non devi fartene un cruccio, non è facile per nessuna donna mettere a nudo la propria anima. Però esistono alcuni uomini capaci di leggere nei no­stri occhi e se lui era uno di loro, allora ha com­preso ciò che avevi nel cuore

– Perché non mi ha tenuto con se?

– Perché ti amava e desiderava che tu vivessi. Lassù saresti potuta mo­rire

– E tu credi che a me sarebbe dispiaciuto? La vita era l'unica cosa che potevo offrirgli in cambio del suo amore

– Non bestemmiare, la vita che ci è stata donata non ci appartiene, a noi spetta soltanto viverla

– Quei ragazzi non mi hanno mai fatto sentita diversa, non dovevo vergo­gnarmi come invece acca­deva in città

– Tesoro perché dici queste cose? Sai che non è vero

– È vero nonna. Io non sono mai stata nulla per nessuno. Quello che in­vece facevo per loro mi ren­deva felice. Avessi visto quanto entusiasmo c'era nei loro occhi. Non avevano paura di nulla, ed io ero una di loro. Magari dio avesse voluto me al posto di tanti compagni che avrebbero avuto il diritto alla vita

– Tu hai lo stesso diritto alla vita di chiunque altro

– Oh nonna! Quella che ho vissuto non è stata vita. Tu l'hai vissuta, i tuoi figli... non io. Tu mi conosci, sai come sono fatta, in me c'è troppo orgoglio per accettare il sacrificio di altri

– Il tuo non è stato orgoglio, ma qualcosa di più grande… è stata com­prensione… amore

– Trascorsi un’intera notte pregando dio di riprendersi la mia vita, ma neppure lui mi volle. E quando la notte successiva mi lasciarono alle porte di Lucca con il denaro e il nome di un medico che avrebbe avuto cura di me, mi sentii persa

– Posso immaginarlo piccola cara

– Non puoi nonna, non puoi neppure immaginare il senso di quella parola. Io la compresi quando le SS mi presero sulle mura

– Cosa ti hanno fatto?

Cinzia si strinse nelle spalle – Nulla che valga la pena d'essere raccon­tato

– Conosco i loro metodi. Ti hanno fatto del male?

– Non mi hanno ucciso, si sono presi soltanto la mia anima

– Dove ti hanno tenuta?

– Nel mio vecchio ginnasio assieme ad altre donne

– Come riuscisti a fuggire?

– È una storia bellissima ma tremendamente triste… Mi aiutò un ragazzo della Wehrmacht… Era bravo… gentile… e mi confidò di essere innamorato di una ragazza di Ripafratta… e per questo ha pagato con la vita il suo gesto di umanità

– Lo hanno ucciso?

– Si… fu fucilato al posto mio… ma io lo seppi quand’era troppo tardi… Se non fossi fuggita lui e la mamma avrebbero potuto salvarsi

– Non metterti strane idee per la testa, chiunque avesse osato sfidare quelle bestie metteva coscientemente in gioco la propria vita… Quando tuo padre uscì dal carcere venne da me per qualche tempo, ma di te disse di non avere notizie

– Scommetto che le lenzuola che hai messo nel mio letto profumano di lavanda – Chiese Cinzia per evitare di dare una risposta difficile

– Quando riuscisti a fuggire tornasti in montagna? – Insisté la nonna scuotendo il capo

– No, restai per un po' in casa di Bettina, ti ricordi di lei?

– Si certo, ma tuo padre non ti cercò?

– Sai, non si ha l’animo sereno quando si esce dalle mani di quella gente

– Ma ti cercò?

– No… – Mormorò lei scuotendo il capo – andai io da lui

– Perché non restasti con lui?

– Non era prudente, avrebbe corso troppi pericoli

– È la verità? – Chiese la nonna guardandola negli occhi

– Si – Mormoro lei abbassandoli sul piatto

– È la verità? Ripeté la nonna

Cinzia tornò a sollevare lo sguardo su di lei e scosse il capo – No… – Sus­surrò dopo qualche attimo di silenzio – La verità è che non volli rimanere

– Tu non volesti restare con tuo padre? Tesoro ma cosa dici? Lui è sem­pre stato il centro del tuo mondo… Perché?… Voglio la verità

Cinzia si morse un labbro prima di mormorare con un filo di voce

– Non potevo restare… ormai era tutto cambiato

– Cosa era cambiato?

– Non lo so nonna… non lo so – Singhiozzò lei

– Oh no! Non è possibile, non può averti lasciato andare… non tuo padre

– Non essere severa con lui, era colpa mia se eravamo cambiati. Io lo avevo tradito, gli avevo strappato il suo amore. E questo non potrò mai per­donarmelo

– Bisticciaste?

– No, sapevo di avergli fatto un torto gravissimo, però trovai il coraggio di chiedergli di perdo­narmi… – Cinzia soffocò a stento un singhiozzo – Ma lui mi chiamò donnaccia, disse che ero l'errore della sua vita e che la mamma sa­rebbe morta a causa mia… E questo non riuscii a sopportarlo

– Ma non è vero! Tua madre era ebrea e se tu fossi rimasta in quel car­cere avresti fatto la sua stessa fine… fu lui a scacciarti?

– No… dovetti lasciarlo quando mi chiese di fare i nomi dei miei compagni

– Ma era impazzito… no! Non aveva il diritto di farti questo

– Mi disse che se avessi rivelato i loro nomi avrebbe potuto salvare la mamma

– Maledetto! Maledetto sia il giorno che lo concepii. Oh amore mio… potrai mai perdonarci

Cinzia le prese le mani tra le sue e le portò alle labbra – Ti prego nonna no… io amo il babbo…

– Tu lo ami… ma non lui… Con quella richiesta ti ha rovinato l’esistenza

– Lui non ha fatto che mettermi di fronte alle mie responsabilità… io avevo combinato quel guaio, lui non ha nessuna colpa… e mi sono maledetta per non aver rivelato quei nomi

– Ssst… e ti sei chiesta cosa sarebbe accaduto a quei ragazzi e alle loro famiglie? No, se lo avessi fatto avresti tradito loro e te stessa… E comunque non avresti potuto salvare tua madre. Quelle belve non lasciavano ebrei vivi alle loro spalle

– Il babbo aveva accettato di collaborare con loro per salvare la mamma... ma ti giuro che non lo sa­pevo, non volevo fare loro del male

– Ma cosa dici, tu hai dato ascolto alla tua coscienza…

– Di quale coscienza parli? Io ho ucciso mia madre e l’amore di mio pa­dre… Ho pensato soltanto a me e al mio stupido orgoglio

– Ma cosa è accaduto a questo mondo? Come può averti fatto questo, tuo padre ti adorava.

– Si, ma è stato tanto tempo fa… Quando rifiutai di fare quei nomi mi scac­ciò dicendo di non avere più una figlia… Da allora per lui sono divenuta qual­cosa da disprezzare. Io gli volevo bene, ma non sapevo più come dirglielo. La notte so­gnavo un suo sorriso, un abbraccio, una carezza… ma quando lo incontravo per via nei suoi occhi c'era soltanto indifferenza

– Chi si prese cura di te?

– Oh nonna! Chi vuoi mi tenesse con se, ero ricercata dai tedeschi ed ero malata

– Dove andasti?

– L’unica a restarmi amica fu Bettina, ma dovetti lasciarla per non mettere a rischio la sua famiglia. Non sapevo dove andare, non avevo più famiglia, non avevo più nulla. I compagni di un tempo erano lontani. Oh nonna scu­sami, ti sto annoiando con i miei problemi

– Tu non mi hai mai annoiata. Continua ti prego

– Un'altra volta, ora mi è difficile parlarne

– Una volta mi confidavi i tuoi pensieri

– Non tutti nonna, non tutti

– Non avevo bisogno che parlassi per capire i tormenti del tuo cuore

– Oh nooo! Tu avevi compreso, ma come potevi tenermi tra le braccia, tu mi amavi

– E ti amo ancora. Il mio cuore è colmo di te

– Dio mio! Ed io che non l'avevo capito

– Ti ho visto combattere la tua battaglia da sola e sapessi quante volte avrei voluto donarti la mia anima

– Vedi di quanti errori è costellata la mia vita? Sono una buona a nulla

– Tu sei un angelo caduto sulla Terra

– Oh nonna! Sei sempre riuscita a farmi sorridere

– Cosa hai fatto tutto questo tempo? Dove sei stata?

– Non è una storia da raccontare

– Ti prego

Cinzia scosse il capo – Ti ferirei

– Nulla di te può ferirmi

– Ti prego nonna, non permettermi di parlare

– Soltanto dividendo il tuo dolore con chi ti ama riuscirai a sopportarlo

– Ti prego, no

– Coraggio, io ti amo

– Dio mio aiutami – Sussurrò Cinzia serrando gli occhi per trattenere le lacrime – Quando il babbo mi scacciò mi nascosi in campagna

– Avevamo molti amici

– Si, ne avevamo, ma finsero tutti di non conoscermi. Sai cosa facevano a chi aiutava i partigiani

– Lo so... Avanti, continua

– Ti prego nonna, per favore

– Tesoro voglio dividere con te il tuo dolore

– Per te sarà il più difficile da accettare

– Nulla in confronto a ciò che ti hanno fatto. Avanti amore mio, lava il tuo cuore

– Ho paura che tutta l'acqua della Terra non potrà mai togliermi di dosso la sporcizia in cui ho vis­suto

– So chi sei, nulla può sporcarti

– Nonna smettila! Non sono un angelo, ho ceduto il mio corpo! – Urlò Cin­zia

La nonna la guardò sorridendole

– È stato questo il prezzo della tua vita?

Cinzia chiuse gli occhi scuotendo il capo

– Fu per salvare tuo padre?

– E per non tradire i miei compagni

– Dunque in quella scuola...

– Non riuscirono con le torture e per punirmi mi obbligarono ad intratte­nere i soldati che tornavano nelle retrovie

– Bestie schifose, ma non ci sono riusciti, non ti hanno sporcata – Sus­surrò la nonna con voce fredda serrando i pugni

– L'hanno fatto nonna, mi hanno insozzata quando condussero il babbo in quell'orribile camerata. Oh nonna perdonami!

– Tu non hai nulla di cui chiedere perdono

– Ora capisci perché il babbo non poteva tenermi con se, ormai tutti sa­pevano cosa avevo fatto alla mia famiglia

– Che vigliacchi, ma tu dio, dov'eri? – Urlò la nonna

– Ti prego nonna calmati. Ora sono qui con te

– E dopo dove andasti?

– Non sapevo dove andare, non avevo nessuno a cui chiedere aiuto, ed io non sono mai stata ca­pace di chiedere, mi conosci. Dio quanta vergogna ho provato. Ti prego nonna non piangere

– A tuo padre non sarà sufficiente l'intera vita per chiederti perdono

– Ssst, non dire così, che colpa ne ha il babbo? È mia la colpa, sono io che ho sbagliato. Come sa­rebbe stato più semplice se invece di spingermi fra le onde dei miei guai dio avesse voluto ripren­dermi. Ho speso tutti i miei anni mentendo e sorridendo pur avendo l'inferno nel cuore. Sono stata io a tradito, lui voleva una figlia da amare e invece ha avuto me

– Povero amore mio, cosa ti abbiamo fatto

– Se fossi stata come le altre ragazze sono sicura che avrei saputo con­quistarlo

– Ssst, tu sei una figlia adorabile

– Io sono quella che dio ha voluto fossi, ma ti giuro che per amore del babbo ho soffocato la mia natura, sono morta pur di non tradirlo e non ho cessato un solo attimo di volergli bene…

Cinzia s'interruppe singhiozzando.

– Non mi hai detto tutto, vero? – Chiese la nonna

Cinzia scosse il capo – Poi vennero gli americani con il pane bianco e i loro dollari con i quali com­peravano tutto e io non ebbi il coraggio di tornare da lui. Non volevo credesse che tornavo per pren­dermi delle rivincite, ma soprattutto perché non ero più degna del suo amore

– Non hai pensato a me?

– Oh si! Mille volte ho pensato a te. Tu eri il ricordo pulito che poneva la mia mente al di la delle cose brutte in cui vivevo

– Perché hai deciso così tardi? Dovevi venire subito

– E non rivedere più il babbo? Non potevo. Lui era il ricordo di un mondo che non volevo perdere. Sapevo di condurre una vita miserabile, ma almeno potevo accarezzarlo con gli occhi ogni volta che usciva di casa. Dio solo sa quanto ho cercato il coraggio per andargli incontro, ma me n'è sempre man­cata l'anima. Su quella piazza sono morta centinaia di volte senza che lui se ne sia mai accorto. Poi un giorno accadde qualcosa di straordinario

– Un miracolo?

– Non lo so… ma tu non credermi pazza… è accaduto veramente

– Oh lo so, lo so… a volte dio si ricorda di noi… Vai avanti

– Vivevo a San Rossore assieme ad altre donne. Ragazze splendide alle quali non facevo paura. Mi adottarono, aiutandomi a sopportare la malattia che in certi giorni non mi permetteva neppure ad al­zarmi dal letto. Ero dispe­rata, capivo che stavo morendo, ma non volevo morire come un animale. In me c'era tanto amore che avrei potuto creare universi interi, ma non sapevo a chi donarlo. Una mat­tina mi feci forza e mi misi in viaggio per Lucca, vo­levo rivedere il babbo, ma lungo la strada mi sentii male. Per fortuna passa­rono dei carri con della buona gente che mi portarono a Lucca. Ero talmente debole che trascorsi la notte sulle scale di San Paolino. Quando fece giorno volli en­trare per chiedere perdono a dio. Desideravo che mi dicesse perché mi aveva resa diversa dalle altre donne. Fu difficile, non credevo più in lui, ed ero certa che non mi avrebbe ascoltata. Restai per delle ore ad osservare i giochi di luce sull'altare senza riuscire a pregare e quando uscii tornai a piangere sulle scale. La gente passava senza neppure guardarmi… poi una donna mi mise dei soldi in mano. Dio quanta vergogna provai, avrei voluto morire… E invece sentii qualcuno sedersi al mio fianco e cingermi le spalle con un braccio. Era una giovane donna che indossava strani indumenti. Aveva capelli neri come la notte e il volto talmente pallido da sembrare tra­sparente. Forse non era ancora una donna, ma in lei c'era qual­cosa d’immenso. Tra le sue braccia sentii svanire ogni mia paura… Par­lammo... no... non è esatto, io po­tevo udire i suoi pensieri e lei i miei, ma non parlammo mai. A lei confessai cose che non avevo mai confidato a nessuno. Fu bellissimo, la sua presenza mi donò un vigore mai conosciuto, con lei vissi in un mondo popolato di colori… Io non so cosa fosse, ma se quella era la felicità, allora io l'ho conosciuta. Quando ripresi coscienza di me eravamo ancora sulle scale, si era fatta notte

– Qual è il tuo nome? – Le chiesi

– Cristi, – Rispose – e da oggi il tuo è donna

– Posso restare con te?

– Le nostre strade seguono direzioni diverse e tu dovrai proseguire con le tue forze, ma se avrai bi­sogno di me chiamami

– Dove posso mai andare se nessuno mi vuole

– Torna dov'è iniziato il tuo arcobaleno, li troverai quello di cui hai bisogno

Poi mi baciò sulla fronte, ed io restai a guardarla scendere le scale, attra­versare la strada e scom­parire nell'oscurità.

Fu allora che sentii nascere in me uno stato di mitezza suprema che tra­mutò le mie ansie in una pace assoluta e sebbene fossi cosciente d'essere tornata sulla Terra, compresi di non essere più la stessa...capisci nonna? Ero un’altra persona che possedeva sentimenti mai provati prima. Il mio cuore sembrava essere impazzito e piansi quando compresi d'essere final­mente una donna vera e non più un angelo caduto dal cielo. La mia mente si era finalmente fusa con il corpo e non ne provavo più paura. Avrei abbrac­ciato il mondo, ma era notte e in strada non c'era nessuno. Fu allora che presi la decisione di tornare dove avevo lasciato la Cinzia migliore.

– Chi era quella donna?

– Non lo so e per la verità dubitai perfino di averla vista. L'unica cosa di cui sono certa è che da quella sera in questo corpo vive una donna vera

– Dio ti ringrazio – Sussurrò la nonna

– Lei mi ha spinto a tornare da te… Non ti dispiace, vero?

– Ma cosa dici! Tu sei tornata per rendermi felice

– Mi disse che accanto a te avrei trovato quello di cui avevo bisogno… ed è vero, tu sei l'unica per­sona alla quale posso chiedere di aiutarmi

– Dimmi cosa vuoi che faccia

– Aiutarmi a cancellare la paura della morte

– Ssst, cosa vai dicendo, tu non hai mai avuto paure

– Sapessi come ti sbagli, tutta la mia vita è stata colma di paure. Era l'or­goglio a darmi la forza di nasconderle dietro un sorriso, ma ora non ne ho più di sorrisi... E con loro è scomparsa la forza di bat­termi con lei. Sapessi com'è difficile… è incomprensibile alla mia età... Ma perché dio si ricorda di me sol­tanto ora? Io non l'ho vissuta la vita per cui sono nata

– Ora potrai farlo

– Vorrei vivere per vedere crescere l'idea di libertà alla quale ho offerto il mio onore, vorrei essere amata… donarmi con amore. Vorrei averlo il mio bambino, vorrei vederlo crescere, dedicargli ogni at­timo di vita, condurlo per mano… E dopo potrei anche morire, ma non ora

– Ed io vorrei donarti quello che resta della mia vita

– Io non so perché dio abbia voluto punirmi. Non ho mai fatto il male

– Tu non sei nata per il male, non hai colpe

Le labbra di Cinzia si piegarono in uno stanco sorriso prima di sussurrare – Però questa vita è riuscita a farmi sentire colpevole, a provare vergogna. Dio mi ha tolto la gioia d'essere amata, quella di sentirmi donna, l'amore di mio padre e quello di mio figlio. Non mi ha concesso una sola possibilità

– Ssst, non tormentarti

– Ho soltanto te. Ti prego nonna aiutami a morire, non abbandonarmi. Ho bisogno del tuo coraggio

– Il mio piccolo scannagrilli crede che la nonna potrebbe abbandonarla? No amore, ho già commesso questo errore… ed ora non ti lascio più

– Aiutami

– Quand'ero piccina e mi disperavo per qualche guaio, mia madre mi prendeva tra le braccia e mi raccontava del posto dove nasce l'arcobaleno

– Questa fiaba la ricordo bene, l'hai raccontata anche a me. Dicevi che è il posto incantato dove vi­vono i bimbi in attesa di nascere e dove tornano quando muoiono. Sei stata tu ad insegnarmi ad amarlo

– E lo ami ancora?

– Come allora

– E ricordi dove inizia?

– Mi dicesti che inizia dove si nasce

– E sai anche dove finisce?

– Nel mio letto

– Vedi? Tu parli della morte come sa fare soltanto chi non la teme. La no­stra vita è simile ad una strada irta di ostacoli. All'inizio la percorriamo velo­cemente perché siamo giovani, ma poi s'invecchia o ci si ammala e allora la morte inizia a camminarci al fianco. Quello è il momento più difficile nella vita di ogni uomo. Alcuni di noi non riescono ad accettare la sua compagnia, per altri invece diviene l'amica alla quale chiedere la pace. A te, mio dolcissimo amore sfortunato, è accaduto di dover convi­vere con lei molto prima di altri, ma non devi averne paura, lei sa essere tenera come un amante

Cinzia s'inginocchiò ai suoi piedi, strinse le sue gambe e ponendo il capo tra le sue mani pianse a lungo.

Con l'estate Cinzia bruciò ogni suo vigore alla riscoperta di un universo colmo di pace, di affetti e d'infiniti silenzi. I giorni trascorsero tutti uguali, lu­minosi e lunghissimi. Alcuni li consumò nella dolo­rosa ricerca di volti cono­sciuti, di luoghi cari, emozioni, di fruscii e d'incancellabili profumi, mentre al­tri li trascorse sul monte a consumarsi gli occhi in letture e disperati pianti e quando nei primi giorni di Agosto comprese di non avere più la forza di ar­rampicarsi fin lassù, pianse tutte le sue lacrime.

La gravidanza e la tosse trasformarono il suo corpo in un inferno di dolori, ma la serena accetta­zione della sofferenza l'aiutò e la sorresse nell'infinita attesa di un evento che sapeva sarebbe dovuto avverarsi. E sebbene il male le avesse tolto la gioia e la freschezza dei suoi vent'anni, seppe nascondere l'ombra scura della morte in quel sorriso che le nasceva dagli occhi.

Poi, un giorno, finalmente accadde.

Quel mattino, quando già la calura aveva avvolto la casa opprimendola, Cinzia scese nella córte con il cuore stretto in una morsa di angoscia e mentre si avviava a capo chino verso il pergolo d'uva fragola, l'ombra di una persona la costrinse ad arrestarsi.

Si fermò con il cuore che, senza alcuna ragione, sembrava fosse impaz­zito, poi, facendosi scudo con la mano, sollevò lo sguardo.

– O chi sei? – Domandò con un filo di voce scorgendo appena un'imma­gine imprecisa

Non ottenne risposta, ma ciò che vide lo vide con la mente, ciò che udì lo udì con il cuore, ciò che provò fu una gioia così grande che, togliendole quel poco di vigore che ancora la sorreggeva, la fece crollare tra due braccia che la sollevarono da terra.

– Babbo! – Sussurrò fioco fioco prima di perdere i sensi

Fu una brevissima parentesi, ma così intensa e piena da essere parago­nata ad un'intera vita. Un ultimo giorno felice che scivolò via in un'atmosfera surreale.

Serrandola tra le braccia lui la portò a rivedere il fiume e non vi fu an­fratto o luogo conosciuto dove non la portò sempre stretta a se e lei, ebbra di gioia per quel sentimento ritrovato, trascorse ore ad accarezzarlo con lo sguardo assaporando ogni istante di quella felicità che le fu concessa.

E allora non soltanto il suo splendido sorriso tornò ad illuminarle il volto, ma riapparve, addolcen­dolo, la bellezza che sembrava averlo abbandonato.

Quella sera Cinzia si addormentò con le mani del babbo tra le sue e il mattino successivo chiese alla nonna se poteva acconciarle i capelli.

– Credi sia bella? – Chiese guardandosi nello specchio

– Lo sei talmente – Sussurrò la nonna – che se fossi un uomo non con­fonderei la mia anima nella ri­cerca di altre bellezze e quando ti avrei trovata non mi addormenterei più per paura di perderti

– Oh nonna, ma sono cose da dire? Oddio scusami, non volevo. Vedi com'è facile? Ora so chiedere scusa. Ieri sera ho domandato al babbo di perdonarmi

– Tu non hai nulla da farti perdonare

– Oh si! Ho commesso il più grave dei peccati, ho dubitato del suo amore

– E lui ti ha perdonata?

Lei annuì sorridendo – Mi ha tenuto tra le braccia e ha promesso di por­tarmi in giro per l'Italia a vedere cos'ho contribuito a fare... Ma sai com'è quel benedetto uomo, non è un granché a raccontare frottole... Per me non c'è più tempo

– Smettila! Non parlare a questo modo

– Ti prego nonna non rimproverarmi, ora sono una ragazza felice, ho quanto avevo chiesto e avrò un dolore in meno da portare con me. Ricordi la signora che incontrai sulle scale di S. Paolino?

– Quella dal volto trasparente?

– Si, fu lei a svelarmi il segreto dell'amore e il perché gli uomini lo temono

– È stata buona con te

– Molto di più… Lei mi ha fatto dono della natura che mi spettava

– Chiunque essa sia avrà la mia riconoscenza in eterno

– Lei ti conosce e per te ha voluto incontrare il babbo per spiegargli come l'amore si cibi soltanto dell’amore… e lui è venuto a cercarmi. Non è magni­fico?

– Si cara, è meraviglioso

Quella sera, dalla finestra della camera, Cristi intravide di lontano il ciuffo di cipressi stagliarsi nel­l'ultima luce del tramonto.

Con una mano inviò loro un bacio

– Addio amici miei. – Sussurrò con voce lieve – Grazie per essere stati dei buoni compagni

Sedette allo scrittoio, aprì il diario e iniziò a scrivere con la sua calligrafia minuta…


Scusami babbo...

... se la vita che m'hai dato l'ho vissuta male

vivendone quel poco senza assaggiarne il sale.

Ma oggi che infine il mio diario chiudo

e alla terra rendo questo corpo nudo,

l'anima mia verso il cielo sale

felice d'esser donna, perché tu mi volesti tale.

Grazie nonna...

... per l'amore che mi hai dato

per le lenzuola profumate,

per le lacrime che hai versato,

per le tue carezze vere,

per i dolcissimi silenzi,

per l'acqua con cui mi hai lavato,

per il pane con cui mi hai sfamato,

per l'esser tu la madre del mio adorato padre.


…poi chiuse il quaderno e dopo averlo sfiorato con una carezza lo ripose nel cassetto.

Si alzò e, reprimendo una smorfia di dolore che le contrasse i lineamenti del volto, sostenendosi alla parete si diresse lentamente verso il letto.

Si coricò sistemando il corpo nella posizione meno dolorosa, lasciò che la mente volasse libera verso l'amica dai capelli scuri, inviò un bacio alla nonna e al babbo, poi spense la luce e pianse.

Improvvisamente una fresca folata di vento scompose le tende della fine­stra e mentre l'aria della camera parve acquistare luce propria, una figura di donna si materializzò in uno rifulgente sfavillio.

– Cristi sei tu? – Domandò Cinzia asciugandosi gli occhi con le mani

– Sono io – Rispose la figura luminosa

– Oddio! Sei venuta davvero

– Te lo avevo promesso

– Speravo tanto di rivederti, vuoi restare un po' con me?

– Fin quando vorrai

– Non sarà per molto, vero?

Annuendo la donna le chiese – Hai paura?

– No, ora sono tornata ed essere una ragazza coraggiosa

– Lo sei sempre stata, altrimenti non saresti sopravvissuta al tuo dolore

– Il mio dolore. Sapessi quanto ne ho provato

– Lo so, ma tu appartieni a quella schiera di eletti che sanno soffrire senza perdere l'amore

– Ho con te un grosso debito di riconoscenza per quanto m'hai donato

– Ti apparteneva come il tuo dolore

– Sai che mio padre... Ma tu già sai, vero?

La donna annuì – Ho visto tuo padre, è un bell'uomo

– Vero? Non potevo meritarne uno migliore

– Avete parlato?

– Si e sai una cosa? Sono nuovamente riuscita a farlo innamorare di me

La donna sedette sul letto carezzandole il volto – Lo è sempre stato, il guaio è che a volte gli uomini hanno grosse difficoltà a riconoscere quello vero

– Era la cosa che più sognavo... Cristi! – Esclamò Cinzia interrompendosi

– Si?

– Ora cosa accadrà?

– Tra poco sentirai gli occhi chiudersi e in te sparirà ogni dolore. Rivedrai nella memoria ogni istante della tua vita mentre ti avvierai ad entrare nella luce

– Anche le cose brutte?

– Si, ma non potranno più farti male

– È dunque questa la morte?

– No, non sarà la morte, muterai soltanto condizione

– Quand'ero piccina sognavo di lasciare un ricordo importante e invece...

– Non sarai dimenticata. Il tuo ricordo rimarrà come un marchio di fuoco nel cuore di ogni essere che ha saputo comprenderti. In loro resterà una traccia indelebile

– Cosa sarà della mia anima?

– Ma quella sei tu e nulla potrà mai distaccarti da lei

– Torneremo sul tuo mondo?

– No, tu seguirai la tua via come una donna coraggiosa e quando ti sve­glierai incontrerai il tuo nuovo cielo

– Dovrò compiere questo viaggio da sola?

– Avrai al tuo fianco chi ti ha preceduto

– La mamma!

– E tanti altri

– Potrò restare con il mio bambino?

– No

– Oddio lo perderò…

– Il concetto di perdita e soltanto una rappresentazione mentale. Nel luogo in cui andrete sarete un tutt’uno con l’infinito

– Avrà paura… è così piccino… come può riuscire senza la sua mamma… Oh Cristi aiutaci… io vo­glio stringerlo tra le braccia

– Non puoi cara… non hai più tempo

– Dio com’è difficile accettare il tuo volere… perché mi fai questo… Dammi una sola possibilità… Lascia che possa almeno sognarlo – Singhiozzò Cinzia – Lui non ha colpe… non meritava una madre come me… ma ti giuro che se mi avessi concesso la vita sarei potuta diventare anch’io una buona mamma…

– Ognuno di noi ha la sua via da percorrere

– Ma perché la mia dev’essere così difficile

– Mi dispiace… – Sussurrò Cristi carezzandole il volto – non possiamo an­dare contro ciò che è scritto… ed io non posso fare nulla per voi

– Non importa… – Sussurrò lei reprimendo il pianto – hai già fatto molto e in qualche modo saprò percorrerla tutta la mia via

– Io sarò con te, non ti abbandonerò

– Grazie… è importante avere dei buoni amici… ma sentissi come brucia sapere che per colpa mia il mio piccolo angelo dovrà concludere la sua vita prima d’iniziarla

– Tu non hai colpe

– Forse… ma fa male… fa troppo male

– Ssst, tu non gli hai fatto nulla che non fosse già scritto.

– Se almeno dio gli avesse dato un’altra mamma… una meno stupida di me

– Non è vero, non lo sei mai stata… ed ora posso rivelarti una verità; prima che ogni essere inizi un ciclo vi­tale, dio gli concede una scelta che rimarrà immutabile per tutta la durata della sua esistenza… Anche il tuo piccolo angelo l’ha avuta… e ha scelto te

– Povero piccino, non sapeva cosa gli avrei fatto

– Oh si che lo sapeva, ma quella è una scelta che non segue regole umane

– Oh dio, ma perché proprio me?

– Per amore... semplicemente per amore

– Il mio bambino mi ama? – Singhiozzò Cinzia – Oh Signore non punirmi… lascia che possa vederlo almeno in sogno per sprofondare nei suoi occhi, toccarlo, osservarlo dormire, udire la sua voce, dirgli che l'amo anch'io

La donna sorrise e nel carezzarle il volto sussurrò – Lei lo sa

– Lei?… È una bambina? – Chiese Cinzia sussultando

– Si, è una deliziosa bambina

– Allora è giusto così, non deve vedermi… Non potrei giustificarmi?

– Non devi giustificarti, è lei ad avere scelto te

– No… non posso permettere che le resti di me un ricordo difficile. Ti prego amica mia, portaci via

– Questo non è compito mio. Sarai tu a distaccarti da questa condizione

– Spetta dunque a noi stabilirlo?

– Ogni esistenza ha un tempo da rispettare

– E se volessi vivere per lei?

– Non ti sarebbe concesso. Questa è la prima legge che ogni essere è tenuto ad onorare

– Cosa sarà della mia bambina? Avrà un'altra occasione? Sarò ancora la sua mamma?

Cristi scosse il capo sorridendole – Ciò che stai per compiere è un pas­saggio e io non posso dirti se tornerete ad amarvi

Cinzia annuì – Dio ci deve qualcosa, non può essersi dimenticato di noi. Deve darci un’altra possi­bilità

– Dovrai provare a chiederglielo

– Lo farò, oh se lo farò!

– Brava

– Però ho una gran fifa

– Lo so… la paura è parte della condizione umana

– E dopo? Avrò ancora paura?

– No, non ne avrai

– Cosa accadrà alla mia bambina quando…

– Nulla che possa farle del male, si addormenterà in te

– Io non ho mai fatto nulla che valesse la pena d’essere ricordato, ma ho dovuto sempre battermi con qualcosa più grande di me… e se per lei dovrò affrontare dio… beh, io lo troverò il coraggio

– Ssst, tu non dovrai affrontare nessuno

– Come sarebbe bello se tutto fosse più facile… Vorrei… Oddio ma cosa mi accade? Cristi cos'è questo sfinimento che mi assale?

– Sei in procinto di mutare condizione

– Ehi… piccolo angelo! – Sussurrò carezzandosi l’addome – Non aver paura… ora andremo in paradiso… La mamma ha da dire due parole a dio… ma tu non mi abbandonare… tienti stretta per carità… non mollare

– Sei una ragazza coraggiosa e saresti davvero stata una buona mamma… Non perdere la fiducia… lui non vi deluderà. Ora seguimi

– Aspetta… dammi la tua mano

– Hai freddo? – Chiese la donna prendendo le mani di Cinzia tra le sue

– No, temo di non essere una ragazza coraggiosa.

L'indomani l'alba fu più luminosa del solito e l'aria, che si scaldò presto, sospinse verso l'alto i frinii delle cicale.

Abbagliata dalla brillante luce del sole la casa sembrava esprimere co­sternazione e mentre all'in­terno pesava il silenzio ronzante delle ore tristi, un uomo, seduto sui gradini della porta, piangeva si­lenziosamente.

Dalla finestra in alto, rimasta aperta, sembrava uscisse l'arcobaleno.

Cordialmente suo

(firma illeggibile)


PS. In quel minuscolo cimitero che se ne sta co­ricato su di una sponda del Serchio, dove il silenzio è corrotto dallo scroscio di una lontana steccaia, c'è una lapide, annerita dal tempo e sulla quale ogni anno vado a deporre un fiore, su cui una mano ha in­ciso una lirica.


O tu che sei ciò ch'è bello...

... tu ci sei apparsa come un angelo nel volto,

ma eri donna nel grembo



1. Scritta per Barbara mia figlia e successivamente inserita nella fiaba.

2. «Anzi», nome distorto di Johann Schetti, proprietario del fondo, nato a Vienna da genitori italiani

3. Appellativo con il quale la nonna amava destarla quand’era piccina

Continua...



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