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lavoro pubblicato domenica 1 novembre 2015
ultima lettura domenica 31 maggio 2020

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Bacio bizzarro - l'amore secondo me

di baumiau. Letto 1372 volte. Dallo scaffale Eros

22/09/2015   Tutto cominciò da un bacio. Lo so, sembra l’intro della classica storia d’amore farcita di miele, fiocchetti e pasta di zucchero, ma vi assicuro che la modalità attraverso cui si è verificato quel rec........................................

22/09/2015

Tutto cominciò da un bacio.

Lo so, sembra l’intro della classica storia d’amore farcita di miele, fiocchetti e pasta di zucchero, ma vi assicuro che la modalità attraverso cui si è verificato quel reciproco tocco di labbra è ben lontana dall’idea di amor fiabesco con cui la maggior parte di voi è cresciuta. È ben lontana da qualunque idea vi siate fatti, ne sono quasi certo. Eccomi dunque pronto a delucidare la vostra sete di curiosità - perché siete curiosi, lo so che lo siete - a proposito di questo bacio.

Ho stilato una lista di obiettivi da perseguire nella vita e al momento quello a cui voglio dedicarmi consiste nello sfatare il mito secondo cui le più grandi storie d’amore nascono dai convenzionali meccanismi di flirt smielati, appuntamenti romantici, cenette fuori e accennati contatti fisici, perché ragazzi, la mia storia d’amore non è passata attraverso nessun tassello predefinito, eppure sono fermamente convinto che sia più vera di quelle dipinte di ninnoli a cui siamo abituati.

Eccomi dunque pronto a scandalizzare le vostre coscienze sature di filmetti Disney con: “L’AMORE SECONDO ME” uno stralcio della mia vita che ha cambiato quel che credevo di sapere di me stesso.

Tutto cominciò da un bacio.

Un bacio bizzarro.

L’amore secondo me

(Bozza)

Da dove potrei iniziare?

Vuoi che ti faccia delle domande?

Sì.

Come ti chiami?

Mi chiamo…

No.

Fa troppo: “diario segreto di uno sfigato adolescente”.

Cosa pensi dell’amore?

Ho sempre pensato che l’amore fosse…

No.

Mi era parso di capire che il tema fosse l’amore. Il titolo l’hai scelto tu.

Sì, ma vediamo di creare un’introduzione che mi permetta di ruotare attraverso il tema, non di arrivare dritto al fulcro del discorso. I lettori potrebbero rischiare di annoiarsi.

Hai un elemento di partenza a cui poterti allacciare?

Assolutamente sì. L’elemento si chiama Lele.

Bene. Lele è il ragazzo del bacio?

No. Lele è il mio migliore amico.

Il tuo migliore amico ha un’importanza rilevante in questa storia, dunque.

Lele è il tramite che ha permesso tutto.

Perfetto. Ora possiamo cominciare.

Chi è Lele?

Lele è il mio migliore amico e il mio vicino di banco.

Poi?

No.

Non ci siamo.

Cosa non ti convince ancora?

La domanda.

La domanda è sbagliata.

La domanda?

Le domande. Tutte.

Non ti seguo.

Non mi va di partire con una domanda. Questo è un racconto che contiene una quantità di elementi scandalosi, portarlo alla luce per mezzo di una domanda mi sembra, non lo so, sminuirlo.

Dammi tu un’idea, allora.

La partenza era buona. Lele, parliamo di Lele.

Parla di Lele.

Qualcosa del genere, anche se non mi convince nemmeno così. In questo modo focalizzerei l’attenzione esclusivamente su di lui, mentre il protagonista sono io.

Qualunque personaggio vorrai citare sarà delineato attraverso la voce narrante: te. Rappresentare il profilo di qualcuno secondo la propria prospettiva acuisce maggiormente il grado di importanza del narratore, non il contrario.

Ne sei così certo? O certa?

Garantito. Per me: “parla di Lele” può andare, se Lele è il perno che ti collegherà al tema dell’amore. Definiscimi come vuoi, comunque. Sei tu a decidere.

Il tema. Ecco, è esattamente questo il punto! Potrei impostare questa storia sotto forma di tema. Un tema scolastico magari.

D’accordo.

Allora le domande sono inappropriate. Ho bisogno di una traccia, di una linea guida che possa darmi la spinta giusta per cominciare.

Una traccia elaborata da compito in classe?

Sì, più o meno, ma non per forza elaborata. Va bene qualcosa di semplice e conciso, che renda al contempo l’idea. Una traccia da compito in classe elementare, magari. Avevo pensato a : “parla di Lele” ma non rende molto.

Ci sono!

Sentiamo.

“Descrivi il tuo compagno di banco.” Tutti almeno una volta hanno sviluppato un tema del genere.

Sono d’accordo. Può andare.

Sono pronto. A te l’onore di enunciare la traccia.

Descrivi il tuo compagno di banco.

L’amore secondo me

“Descrivi il tuo compagno di banco”

Quando ci hanno assegnato questo tema, in terza elementare, ho avuto difficoltà a svolgerlo: il mio compagno di banco si chiamava Marco, aveva gli occhi castani e i capelli ricci e rossi, perennemente unticci e maleodoranti. Credo fosse allergico a qualunque tipo di prodotto detergente, e anche ai fazzolettini da naso: non dimenticherò mai il candelotto verdognolo che lasciava ciondolare liberamente dalla narice senza preoccuparsi dove - o su chi - sarebbe poi andato a cascare. La cosa buffa è che, quando si staccava dal piccolo nido madre, un nuovo candelotto era già pronto a sgusciare fuori e a dondolare allegramente alla vista di tutti.

Una costante.

È curioso come alla fine, certi particolari disgustosi di una persona finiscano per identificarsi al suo aspetto al punto che col tempo smettono perfino di farti schifo.

Ovviamente non ho scritto niente di tutto questo, nel tema.

Il mio compagno di banco si chiama Marco, ha nove anni come me, i suoi occhi sono castani e i suoi capelli ricci e rossi. Gli piace giocare a Yu Gi Oh, ha tantissime carte che porta a scuola e durante l’intervallo ci sfidiamo a vicenda. Non è bravo in matematica e a volte devo aiutarlo io…

Poi mi ero bloccato. Non avevo più elementi da trascrivere, quelle erano le uniche informazioni che possedevo su Marco. Un tema troppo misero che non mi avrebbe fatto guadagnare un buon voto, così mi ero messo a inventare: quel compagno di banco sporco e moccioso che ogni tanto aiutavo in matematica e ogni tanto sfidavo a carte, è diventato il mio migliore amico di giochi di avventura avvincenti e appassionanti. Solo tra quelle righe, sia chiaro.

Era stato faticoso realizzare un tema lungo ed efficientemente argomentato, ora mi trovo nella condizione opposta dinnanzi alla stessa prova scritta: il bambino che si è scervellato per svolgere un tema prolisso è diventato un ragazzo che deve scervellarsi per svolgere un tema sintetico; per quel che ho da raccontare su Lele non mi basterebbe un intero quaderno. Di elementi ne ho fin troppi.

Il suo nome anagrafico è Emanuele, ma tutti a scuola lo chiamiamo Lele. Abbiamo entrambi diciotto anni, frequentiamo il liceo classico e condividiamo insieme i due banchi in fondo alla classe. Lele ha gli occhi chiari e una chioma di lisci capelli castani che gli ricade ordinatamente sull’ovale. Profumano sempre, i suoi capelli, l’intero corpo è intriso di una piacevole fragranza femminile “strategicamente afrodisiaca” come ama definirla lui, e il delicato profumo del suo corpo non è l’unico elemento ad accostarlo all’altro sesso: Lele è caratterizzato da una molteplicità di aspetti femminili, al di là della sua omosessualità. A scuola sono tanti i ragazzi omosessuali e tutti facilmente omologabili per tendenze e costumi, un po' come gli etero, Lele invece si discosta - o si avvicina, dipende dai punti di vista - dalle due categorie. Lele è capace di creare un equilibrio armonico tra il suo lato femminile e il suo lato maschile, senza accentuare l’uno rispetto all’altro. Tranne quando scopa, ci tengo a sottolinearlo. Quando scopa si trasforma totalmente.

Ama curare la pelle e agghindarsi con cautela e precisione, ma quando siamo sul campo di calcio nel corso di una sfida a punti con le altre classi, si butta nella mischia senza preoccuparsi di uscirne infradiciato di polvere e fango, talvolta perfino con qualche osso rotto. I compagni che quotidianamente lo prendono in giro, in vista dei tornei si dimenticano che gli piace il cazzo e se lo contendono per averlo in squadra. È piccolo ed esile, ma dà del filo da torcere agli avversari.

Lele è un ragazzo molto intelligente, è capace di svolgere elaborati calcoli matematici in pochi minuti e sa tradurre complicate versioni di latino utilizzando appena il vocabolario. È altruista e disponibile, non nega aiuti a nessuno, nemmeno ai compagni che lo odiano. Devo a lui i voti più alti collezionati nel corso degli anni.

Se dovessi però cercare un termine in grado di identificarlo nella piena essenza di sé, direi che “perverso” sia quello più adatto.

Il sesso è l’unico diversivo al quale Lele si abbandona in maniera estremamente smodata, il passatempo attraverso cui esprime a briglie sciolte il peggio della più alta forma di perversione maschile e femminile, creando un mix talvolta sbalorditivo. Se esiste la malattia ossessiva da sesso, beh, Lele ce l’ha, è un fatto assodato. Perennemente eccitato come un normale ragazzo della sua età, ma sensibile come una donna. Insaziabile, scandalosamente impudico, sempre alla ricerca dei modi più disparati per provare piacere. Dildo, vibratori, palline e altri oggetti che ti propina il mercato dei sexy shop? No, non quella roba. Tutto quel mercato di plastica e silicone è scontato, banale, toglie il divertimento, dice. I peni di gomma li trova ridicoli. Lui non usa gli strumenti studiati appositamente per il piacere sessuale, lui è uno creativo. Il sesso deve essere creativo, dice sempre, come se fosse la cosa più ovvia al mondo. Mentre noi, appena affacciati alla soglia dell’adolescenza, iniziavamo con la nostra mano, lui aveva già iniziato con la mano degli altri. Mentre noi scoprivamo il corpo femminile, lui scopriva la stimolazione prostatica. I giornaletti porno, poi! Solo gli sfigati si segano davanti a un'immagine o a un filmato spinto trovato in rete. Esistono modi migliori per masturbarsi, potrebbe elencarvene migliaia. Per intenderci: Lele è quel ragazzo insospettabile che al negozio di ortofrutta ruba di soppiatto il cetriolo più grosso, lo nasconde sotto il giaccone e poi va a ripararsi nel primo vicolo appartato della zona per scoprire quanto in profondità riesce a spingerselo dentro. Lo ha fatto davvero, ragazzi, e non si vergogna di raccontarlo, né di raccontare espedienti analoghi. Orgasmi pazzeschi, Matteo, mi assicura. Orgasmi che nemmeno immagini. Io non ci tengo per nulla a immaginarmeli. Gli rispondo ogni volta.

Siamo una coppia affiatata, ci confidiamo ogni cosa e siamo sicuri che i nostri più intimi segreti non usciranno mai dalla cerchia di fiducia che abbiamo costruito. La nostra amicizia rappresenta l’emblema cardine dell’antiomofobia a scuola: gli insegnanti non mancano mai di invitarci a plateare il nostro solido rapporto quando in classe si dibatte sul tema di uguaglianza di genere: il ragazzo gay e il suo migliore amico eterosessuale, perché io sono eterosessuale. Sono eterosessuale sulla carta, sono eterosessuale perché ho una fidanzata, sono eterosessuale agli occhi di chiunque.

Sono eterosessuale perfino quando Lele mi dà il culo, perché ragazzi, siamo sinceri: non si può pretendere di ascoltare i racconti perversi del tuo migliore amico senza che ti prenda l’impellente desiderio di scopartelo, a un certo punto.

Eravamo al terzo anno quando l'abbiamo fatto la prima volta, un pomeriggio d’estate passato insieme alla sua famiglia al lago. Lele non scopava da settimane, soffriva di astinenza e io non mi ero reso conto di quanto fosse incontenibile il suo appetito sessuale finché non ha cominciato a farmi spudorate avance in macchina, mentre la madre guidava e il fratellino di tre anni dormiva nel sedile posteriore, insieme a noi. Prima il gioco di occhiate ammiccanti che non ero riuscito a interpretare, poi la mano che lentamente si spostava dal suo grembo per finire dritta tra le mie gambe. Ricordo di essere rimasto impietrito da quel gesto; Lele non mi aveva mai toccato in quel modo, per quei fini.

La sua mano delicata accarezzava la sporgenza che di colpo mi aveva gonfiato le mutande, con il tocco lieve dei polpastrelli percorreva tutta la grandezza del mio uccello, poi lo aveva stretto tra le dita, tirandolo leggermente sopra la stoffa dei pantaloni. Sono scattato come una molla, fortunatamente senza richiamare l’attenzione della signora Moriello che ha continuato a prestare attenzione alla strada, ignara di tutto. Con il volto in fiamme avevo scostato di malo modo la mano di Lele.

– Che diavolo stai facendo? –

Gli avevo sussurrato con rabbia e stupore. Lele aveva sorriso e si era leccato le labbra.

– Sto solo giocando. –

Aveva replicato.

– E mi sembra che non ti stesse dispiacendo. –

– Sei pazzo? Come ti viene in mente? Qui, poi… –

Il mio sguardo sconvolto era corso a indicare sua madre e poi la mia destra, occupata dal piccolo Stefano. Lele aveva sporto la testa per dare un’occhiata al fratello e poi aveva alzato le spalle.

– Sta dormendo, e poi mica te lo sto prendendo in bocca. –

– Shhh! –

– Tranquillo, non mi sente. È sorda! –

– Non mi importa, sta’ zitto e sta’ fermo. –

E Lele era rimasto zitto e fermo per il resto del viaggio. Arrivati al parcheggio, mentre aiutavamo la signora Moriello a scaricare dall’auto l’attrezzatura per la pesca, Lele aveva continuato a provocarmi abilmente, precedendomi davanti al portabagagli e strusciando il piccolo sedere contro la mia erezione, ripetendo il gesto svariate volte. Ammetto che, per quanto strano fosse il suo comportamento, non mi sono preoccupato di frenarlo. Abbiamo cercato entrambi di comandare le nostre pulsioni, ma dopo un'ora di noiosa permanenza e pesca vana, con la scusa di andare a fare pipì Lele mi ha trascinato in una zona alberata e solitaria e lì mi ha implorato di scoparlo.

– Dio no, non posso! Io sono il tuo migliore amico, quello etero. Ti ricordi? –

Lele si scusa, ma non riesce a contenersi. È disperato.

– Sai che non te lo chiederei mai, ma ne ho bisogno e tu sei l’unico disponibile. –

Gli chiedo a questo punto se masturbarsi con il tubetto di deodorante che mi sono portato da casa potrebbe aiutarlo a sbollire gli ormoni, e quando lui mi risponde esplicitamente che ha bisogno di farsi schizzare dentro, ho calato giù i pantaloni e l’ho accontentato.

Ci eravamo promessi di non rifarlo mai più. Avevamo sentenziato uno stop inderogabile tra noi e il sesso, ma poi non siamo riusciti a rispettarlo. Abbiamo continuato a scopare, per due anni di fila. All’insaputa di tutti.

Ragazzi, entrare nel mondo perverso di Lele causa assuefazione come la dipendenza da droghe: non riesci a uscirne, non vuoi uscirne. È sorprendente la facilità con cui la nostra sintonia si sia sposata perfettamente anche in quegli intimi approcci ai quale avevamo sempre frapposto un'opportuna linea separatrice, ed è sorprendente come questo non abbia intaccato la mia fiera eterosessualità. Con Lele mi sento eterosessuale perché quando scopa vuole sentirsi una donna, vuole essere sbattuto come una donna, e non è difficile arginare il pensiero che quello che mi sbatto è in realtà il culo di un maschio; mi basta concentrarmi sul delicato profumo della sua pelle per godermi il rapporto senza mettere in discussione il mio orientamento. Il resto del suo corpo è una faccenda che non mi riguarda, i suoi genitali non mi riguardano. Non esistono, non ci sono, e per quanto Lele mi supplichi spesso di succhiarglielo, o anche solo di baciarlo al termine del rapporto, io mi rifiuto sempre. Non posso succhiare cazzi, non posso nemmeno baciare un uomo, è fuori questione. Io sono etero e Lele lo sa bene, per questo gli piaccio. Dice che gli eterosessuali scopano meglio dei gay, e quando si stanca dei suoi amanti viene da me. Basta una chiamata, e io non dico mai di no. Nessuno a scuola sa che andiamo a letto insieme, è un piccolo segreto aggiunto alla nostra lista di segreti. Non lasciamo trapelare niente, simuliamo la parte che tutti ci hanno attribuito. Solo io capisco il reale significato di alcune frasi che Lele mi comunica davanti alla classe: quando dice stasera ripassiamo filosofia, significa che vuole scopare forte, quando dice stasera matematica, significa che ha voglia di fare cose bizzarre. Solo io so dare un senso alle smorfie di dolore che deformano il suo viso quando certe mattine non riesce a star seduto sulla sedia o quando cammina in maniera troppo lenta. Non è colpa mia, è lui a volerlo. Lui stabilisce come e quanto scopare, io mi limito ad accontentarlo e se mi dice di fargli male, io gli faccio male. Se mi dice di stuprarlo, io lo stupro. È stato complicato abituarmi al suo modo inusuale di vivere il sesso; a volte le sue richieste hanno davvero dell'incredibile, ma con il tempo ho imparato a divertirmi. Scoprire fino a che punto si spinge la curiosità perversa di Lele è diventato quasi uno stile di vita. Mi diverte perfino guardarlo mentre si diletta in pratiche disgustose, pratiche che risparmierò di annotare. Limitiamoci al bizzarro, perché in questo contesto il concetto di disgustoso è realmente disgustoso, e io voglio scandalizzarvi, non traumatizzarvi.

Una delle sue pratiche preferite è quella comunemente definita Enema, che nei porno gay assume la denominazione di Fetishezzo, rende meglio. Lele adora svuotarsi intere bottiglie - talvolta di acqua, talvolta di qualunque altro liquido a portata di mano - direttamente dentro l’ano per mezzo di un imbuto o un tubicino di gomma, dopodiché lo espelle spruzzandolo dappertutto. Lo chiama “pisciare dal culo” e dice che è eccitante come poche cose al mondo. Non disdegna nemmeno farsi pisciare nel culo, e rigorosamente solo dopo essergli venuto dentro. Una volta, mentre gli praticavo del sano ed eccitante rimming, mi ha chiesto di prendere il telefono, chiamare Anna, la mia ragazza, e di parlare con lei senza smettere di leccarlo. L’ho accontentato e dopo una rapida chiacchierata, ho detto ad Anna che l’amavo e mentre lei mi ringraziava ho penetrato Lele con la punta della lingua. Il posto perfetto per una lingua sporca di menzogne. Quel giorno Lele è venuto senza nemmeno toccarsi.

Adesso veniamo al famoso bacio.

Finalmente.

Un giorno come tanti, Lele mi chiama al telefono per propormi l’ennesima stramberia: stavolta si tratta di un incontro a tre con un suo amico di Oliena, un tizio che non conosco.

– Adoro scopare con te, ma mi sento incompleto perché non ti dedichi interamente al mio corpo. –

Mi dice con una nota di disapprovazione.

– Voglio farmelo succhiare mentre mi scopi. Ci stai? –

Una scopata a tre con uno sconosciuto? Uno sconosciuto al quale Lele ha assegnato l’ingrato compito di dedicarsi al suo pene mentre a me ha riservato la parte migliore? Diamine, sì che ci sto! Glielo dico senza pensarci due volte. La presenza di un altro uomo non dovrebbe turbarmi, penso, anzi, vedere Lele alle prese con un altro uomo non può che rivelarsi un’esperienza interessante. Magari anche eccitante. Fissiamo data e luogo dell’appuntamento: domenica sera, direzione Oliena. Partiamo con la macchina di Lele, il viaggio dura un’ora. Quello che per tutto il tempo ho chiamato "tizio" si chiama Paolo, è un ragazzo di diciannove anni e frequenta il primo anno di giurisprudenza. Bel fisico e bel look, sembra perfino simpatico. È già a conoscenza del fatto che non deve toccarmi in nessun modo - diamine, quello è un uomo e io sono etero, vogliamo scherzare? - abbiamo solo un obiettivo comune: occuparci di Lele.

Tutto sembra funzionare per il verso giusto: siamo eccitati e Lele è pronto ad affidare il suo corpo nelle mani di due ragazzi che conosce alla perfezione, o crede di conoscere alla perfezione.

La scena che si presenta al momento clou del gioco è questa: Lele è sul letto chinato a 90, sotto di lui c’è sdraiato Paolo che gli succhia le palle, mentre io sono in ginocchio alle spalle di Lele, impegnato a leccargli il culo. Il mio migliore amico sta gemendo di piacere, chiede di più e noi ci diamo da fare come meglio possiamo, e poi è successo. Non credo che avrò mai un’idea chiara della dinamica; non so se sono stato io a scendere troppo o Paolo a salire, o se ci siamo avvicinati insieme inconsapevolmente, comunque le nostre lingue si sono toccate. C’è stato un attimo di esitazione da parte di entrambi in quel millesimo di secondo accidentale; abbiamo continuato il nostro lavoro come se nulla fosse successo, poi abbiamo esitato di nuovo. Ciò che credevo mi avrebbe fatto schifo è stato invece piacevole, così - questo lo ricordo perfettamente - sono sceso giù con la testa per riprovare la sensazione. Le lingue si sono incrociate di nuovo, si sono assaporate timidamente l’una con l’altra e poi si sono succhiate con dolcezza, ed è stato in quel momento che Paolo ha allungato il collo ed è riuscito a baciarmi.

Ci siamo baciati tra i genitali del mio migliore amico.

È durato il tempo di pochi secondi perché Lele potesse accorgersene, impegnato com’era nella sua piacevole estasi. Io non mi capacitavo di come trovassi gradevole quell’azione così puramente omosessuale, cercata e alimentata da me. Ero sconvolto, ma cercavo di fingere che tutto fosse sotto controllo, e per un momento mi ero convinto di riuscire a gestire la sorpresa.

Ci sta, quando sei troppo eccitato rischi di trovar piacevoli cose che di norma non ti piacerebbero. Mi ero giustificato in questo modo.

Ho detto a Lele di allargare le gambe perché ero pronto a scoparlo e lui mi ha chiesto di non iniziare finché non avesse avuto il cazzo di Paolo tra le labbra. Cambio di programma, dice, voglio farmi scopare il culo e la bocca contemporaneamente. Lo accontentiamo e mentre lo sbatto a pecorina, Paolo si issa sulle ginocchia per scopargli la bocca. Siamo faccia a faccia e manteniamo uno strano contatto visivo mentre ci muoviamo entrambi dentro il corpo di Lele. C’è della forte attrazione tra noi che nessuno dei due riesce a spiegare, è scritto nei nostri occhi. Riusciamo a tradurci i pensieri, senza sapere perché senza sapere come agire. Provo a concentrarmi sui gemiti di Lele ma c’è una nuova carica di adrenalina dentro di me che devia i pensieri e non riesco più a ignorare. Continuo a penetrare forte il mio migliore amico, lui rantola qualcosa ma non sono concentrato perché sto comunicando con i due occhi che mi fissano, e nell’attimo esatto in cui raggiungo l’orgasmo, azzero la distanza che mi separa da Paolo e lo bacio. Viene anche lui, in quel momento, e viene anche Lele, ma noi non lo vediamo.

Lele si accascia sul letto e ansima, svuole dire qualcosa ma quando alza lo sguardo le parole gli muoiono in bocca e gli occhi si sgranano: io e Paolo ci stiamo succhiando le labbra, persi in un’ardente foga. Fatichiamo a separarci.

Quando ci ricomponiamo e torniamo dentro i nostri abiti, Lele cade in uno stato di serrata introversione, non proferisce più parola e manifesta un atteggiamo stizzito. Paolo ci invita a rimanere a cena ma siamo costretti a declinare: ci aspetta un viaggio lungo e domani abbiamo scuola. Recuperiamo le borse, lo ringraziamo e lo salutiamo e quando finalmente saliamo in macchina, poco prima di infilare la chiave nel blocchetto d’accensione, Lele si gira a guardarmi con un’occhiata rabbiosa.

– Che significa quella merda che ho visto? –

Chiede secco.

Sapevo che avrebbe preteso delle spiegazioni.

– Non ne ho idea. –

Gli rispondo, e sono sincero. Non so come spiegarlo. Lele non è soddisfatto della risposta e il suo sguardo si fa sempre più furente.

– In due anni di scopate non mi hai mai dato un bacio e in due minuti di prestazione ti slinguazzi con un finocchio che nemmeno conosci. Cos’è, mi puoi rivoltare come vuoi ma ti fa schifo baciarmi? Perché non gli hai fatto anche un pompino, visto che c’eri? –

– Lele devi credermi, non so cosa mi è preso! –

Cerco di ribattere, inutilmente. Lele sta tremando e i suoi occhi sono lucidi. L’avevo ferito senza volerlo.

– Sai come la penso. Davvero, non capisco come abbia fatto. –

– Non capisci ma l’hai fatto! –

– Sì, l’ho fatto e se ti può far sentire meglio bacio anche te se vuoi, così ti dimostro che non mi fai schifo. –

Lele mi dice di sì e sospinge la testa verso di me.

Il secondo ragazzo che bacio nella stessa sera. È tutto troppo assurdo.

Lele ha delle labbra calde e morbidissime ma io questo già lo sapevo, le ho provate su ogni centimetro della mia pelle. Anche il movimento della sua lingua mi è familiare e quando ne scopro il sapore, mi rendo conto di trovare familiare anche quello, nonostante sia la prima volta che l’assaggio.

È un bacio lungo, dolce e delicato, eppure qualcosa non funziona. Non fa schifo, non esattamente, ma non mi piace. Non riesco a provare nessuna emozione. Così diverso dal bacio di Paolo, e solo al ricordo il mio cuore inizia a battere più forte. Le labbra di Paolo non erano carnose e curate, ma erano cariche di una sensualità irresistibile. Le labbra di Lele, per quanto curate e perfettamente definite, mancano di sensazioni.

Le sue belle labbra sono solo… labbra.

Forse è per questo che non ho mai provato l’impulso di baciarlo.

Lele si allontana da me, apre gli occhi e mi fissa.

– Allora? –

Chiede trepidante. Io ricambio lo sguardo e non rispondo. Non me la sento di dirgli la verità, ma lui sembra capire ugualmente e la sua rabbia muta in delusione. Allaccia la cintura, si posiziona sui comandi e fa partire l’auto, in silenzio. È stato il viaggio di ritorno più triste e pensieroso della mia vita. Torniamo in paese alle 23.00, è buio e fa freddo. Lele sosta l’auto davanti all’ingresso di casa, ho il suo sguardo addosso quando mi slaccio la cintura. So che sta aspettando che dica qualcosa prima di andare.

– Penso di essere gay. –

Esordisco a bruciapelo. Ho pensato a Paolo durante il viaggio, ho sognato le sue labbra e ciò che ho provato quando si sono congiunte con le mie. Voglio farlo di nuovo, voglio perdermi ancora in quel vortice di passione che mi ha travolto.

– Ma non mi dire, questa sì che è una notizia sconvolgente! –

Esclama Lele, sarcastico.

– Come diavolo ha fatto la tua tromba amica preferita a non accorgersene mai? –

Sorride, ma è un sorriso amaro. Amarissimo.

– Visto che ti sei aperto con tutta questa spontaneità, Matt… –

Dice tornando serio.

– Anch’io ho una grande confessione da farti: non è perché sei etero, che mi piaci tanto. E adesso scendi dall’auto. –

*

Ci sono volute due settimane perché Lele accettasse la mia relazione con Paolo, due settimane che mi ha fatto pesare duramente, a scuola. Il suo atteggiamento distaccato e i suoi silenzi sono stati più difficili da digerire dei pianti di Anna alla mia decisione di troncare i rapporti.

È felice per me, dice, anche se non ci credo. Nemmeno lui ci crede. Mettersi da parte per la mia felicità lo fa soffrire, lo so perché quando gli parlo di Paolo il suo sorriso non è reale. Non è stato facile accettare la nuova realtà; la sopporta, con fatica ma la sopporta, perché la mia felicità conta più della sua. Questo non me l’ha detto, è una frase che non ha bisogno di essere esternata: si avverte sulla pelle.

Siamo tornati a essere semplici compagni di banco, come lo eravamo i primi anni del liceo. Siamo tornati a essere l’incarnazione perfetta di quell’amicizia idealizzata dai professori e dai compagni, un’amicizia perfetta sempre e comunque accompagnata dall’ombra di una bugia che volteggia invisibile sopra le nostre teste.

Non voglio dichiararmi alla classe e Lele rispetta la mia scelta.

Secondo lui dovrei farlo; dichiararsi rende liberi, dice, ma tiene la bocca chiusa, come ha sempre fatto.

È così che fanno gli amici che ti vogliono bene davvero.

Se adesso dovessi riallacciarmi alla traccia del tema e descrivere il mio vicino di banco attraverso una frase che riassuma tutte queste pagine, scriverei così: “Il mio vicino di banco è l’amico migliore che si possa trovare al mondo, l’amico che mi ha aiutato a capire chi sono e al quale devo la mia felicità.”

Grazie, Lele.

23/09/2015

Matteo Amadu – Classe 5C Liceo Classico di Ozieri

Tema mai consegnato.

La morale?

Non è chiara?

Forse non per tutti.

La morale è che, da qualche parte dentro di noi, sappiamo con esattezza chi siamo e di cosa abbiamo bisogno per essere felici. Perdonate la banalità di questa frase, ma è così se ci pensate bene. A volte non basta porsi il dubbio, a volte non basta avere a fianco un amico che cerca di fartici arrivare servendoti sul piatto tutto quello che ti occorre per capirlo. Non ci arrivi comunque, anche se su quel piatto ti ci abbuffi fino a scoppiare. Non ci arrivi finché non lo realizzi.

Lele non aveva messo in conto gli altri uomini, lui ha agito per la nostra felicità, e anche se l’esito ha preso una piega inaspettata, ha accettato il corso naturale degli eventi.

La sua fatica non è andata sprecata, almeno. Cerca di consolarsi così.

Senza di lui, non avrei mai capito cos’è l’amore.

Dunque l’amore cos’è secondo te?

L’amore secondo me è liberarsi di tutte le definizioni che il mondo esterno ha rifilato a questo sentimento, inscatolandolo e soffocandolo. L’amore secondo me è cancellare dalla mente ogni traccia di educazione sull’amore e creare una traccia da sé, tutta nuova, individuale e libera da ogni tipo di tabù.

Abbiamo sfatato il mito?

Sì, perché amo Paolo e la nostra storia funziona. Funziona anche se non è una storia smielata che si può raccontare ai bambini, o sulla quale montar su un bel film. Non verrebbe fuori una trama romantica, se ne facessero un film, perché siamo pieni di tabù. Perché chi pensa che una storia d’amore non possa cominciare con un bacio bizzarro, beh, non sa che significa Amare.

Io, per fortuna, Grazie a Lele, lo so.

A proposito, ho deciso che sei una LEI.

Ti piace?

Mi piace tutto quel che piace a te, ma se posso dire la mia, sono contentA che tu mi abbia accostato al genere femminile.

L’ho fatto per Anna. È un modo per riscattarmi con lei.

Non mi sono comportato bene. Nessuna donna dovrebbe piangere per colpa di un uomo.

Un’altra cosa che mi dice sempre Lele.

Sei un caro ragazzo, Matteo. Grazie.

Grazie a te per avermi “letto”.

E ora, buonanotte.

Quando vuoi. Alla prossima, e dolci cari sogni.

FINE.



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