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lavoro pubblicato martedì 27 ottobre 2015
ultima lettura martedì 10 dicembre 2019

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Ritorno

di ChiaraG. Letto 663 volte. Dallo scaffale Sogni

Erano passati venti anni dall’ultima volta che Gaetano aveva messo piede nella sua città natale. Ormai le grida dei pescivendoli al mercato centrale,le navi che entravano la sera nel porto, l’aria salmastra che si attaccava alla pell......

Erano passati venti anni dall’ultima volta che Gaetano aveva messo piede nella sua città natale. Ormai le grida dei pescivendoli al mercato centrale,le navi che entravano la sera nel porto, l’aria salmastra che si attaccava alla pelle e i vecchi che pescavano sul molo erano solo una leggenda per lui. Il passato era colmo di fantasmi, Gaetano sapeva bene che una volta era stato uno di loro, che aveva fatto parte di quel luogo e insieme a tutti gli altri aveva costituito un microcosmo isolato. Oramai però si era lasciato tutto alle spalle. I volti dei suoi amici di gioventù , che all’inizio gli apparivano così nitidi tanto che provava una fitta al cuore a evocare le loro immagini, adesso erano sfumati e si fondevano in un immagine sbiadita e semireale del suo passato.

Non aveva mai pensato di tornare indietro. A ventun anni aveva preso il treno ed era andato a Milano, senza troppi scrupoli, alla ricerca di un futuro migliore. Un suo caro amico gli disse di dimenticare tutti, di non farsi sopraffare dalla nostalgia e non guardarsi mai indietro, era questo l’unico modo per costruirsi un futuro solido, privo della contaminazione di una realtà che ormai per Gaetano aveva cessato di essere vera. Mai in vita sua diede retta a un consiglio quanto a quello. A Milano effettivamente fece carriera, si sposò e ebbe due bellissime figlie. I suoi genitori venivano a trovarlo ma lui non tornava.

Poi un giorno, la vigilia di Natale, arrivò una chiamata di sua mamma. Suo papà era ricoverato all’ospedale di Livorno, nessuno sapeva quanto gli restava da vivere, ma sicuramente meno di una settimana. Al momento Gaetano non ebbe neanche il tempo di riflettere, fece le valigie, andò in stazione e prese il primo treno per Livorno. Quando dopo quattro ore e mezza di viaggio l’Intercity entrò nella stazione da cui era partito vent’anni prima improvvisamente si rese conto dell’importanza di quello che era appena accaduto. I vent’anni sembravano tutto ad un tratto essere spariti, ed era come se non se ne fosse mai andato. Riconosceva le strade in cui da piccolo bighellonava con i suoi amici e si sentiva ancora parte di esse, eppure al contempo si sentiva anche estraneo come se non vi appartenesse, come se lui in realtà non avesse mai vissuto in quella città e il suo passato fosse quello di un altro. Non riusciva a venire a capo di quel sentimento che sembrava contraddirsi da solo: da una parte la coscienza di essere a casa e dall’altra quella di trovarsi in un luogo del tutto sconosciuto. Eppure ben poco era cambiato. Certamente c’erano più macchine per strada e la città pareva anche più rumorosa, ma le case, le vie e l’atmosfera originarie sostanzialmente erano rimaste intatte.

Dalla Stazione andò diretto da suo papà. Percorse tutto il Viale Carducci fino a incrociare l’Aurelia, poi girò a sinistra e proseguì fino all’Ospedale. Aveva paura ad entrare, non perché lo spaventasse l’idea di trovare il padre malato, sapeva bene che tutti prima o poi avrebbero visto i propri genitori appassire, con la dignità di un fiore che in tempi passati aveva mostrato tutto il suo splendore. No, ciò che davvero lo angosciava era vedere i genitori nella sua città natale e che la sensazione di irrealtà e distacco che provava si estendesse anche a loro, trasformandoli non più in persone in carne ed ossa ma attori di un film.

Tuttavia non poteva indugiare più di tanto sull’entrata, sapeva bene in fondo che prima o poi avrebbe dovuto varcare la porta e confrontarsi con le sue paure, tanto valeva farlo subito. Sua madre gli corse incontro dal fondo del corridoio e lo strinse in un caldo abbraccio. “ Gaetano, meno male e sei venuto, c’è babbo sta tanto male, non fa altro che chiedere di te.” Gaetano diede a quella fragile donna, un tempo così autorevole e sprizzante di vita, un tenero bacio sulla fronte. “ Non ti preoccupare mamma, portami da papà.” Mentre seguiva la madre lungo il corridoio si accorse che prima aveva avuto ragione. Quando lei gli era corsa incontro per un attimo gli era parso di trovare di nuovo un contatto con il mondo ma poi tutto era di nuovo cambiato, un velo invisibile era calato tra lui e la madre, o meglio , lo schermo di un televisore. Anche quando vide suo padre nel letto di ospedale, smagrito e pallido, non ebbe alcuna reazione particolare, semplicemente perché quello non era suo padre, era un attore, e anche Gaetano non era un personaggio reale ma un burattino nelle mani del corso casuale degli eventi, ai quali era assolutamente inutile ribellarsi. Si rese conto, però, che da lui ci si aspettava una certa reazione, costrinse quindi il suo viso a fare una smorfia di dolore e si avvicinò a suo padre. “ Papà,papà, Ma cosa ti è successo?” “ eh Gaetano, babbo sta tanto male, mi si dice che tra poco devo morire. Non mi sarei mai sognato di andarmene senza averti visto prima.” Gaetano si avvicinò ancora di più all’esile figura nel letto di ospedale e tutto quello che riuscì a provare fu disprezzo. Non nei confronti del padre per cui, in quel momento, non provava assolutamente niente per colpa dello stato catatonico in cui si trovava, ma nei confronti della caducità delle cose. Disprezzava la vita, in qualsiasi tempo e forma, perché destinata a estinguersi, e non in una fiamma di gloria ma in modo banale, semplice, come se tutto ciò che c’era stato prima non avesse significato niente. Prima che la ragione riuscisse a bloccare le sue parole Gaetano chiese al padre con foga : “ Cosa provi di fronte all’idea di morire papà?”. Sua madre ebbe un sussulto ma Gaetano quasi non se ne accorse intento com’era ad attendere una risposta del padre. Era come se quella risposta avesse dovuto avere qualche effetto curativo sul suo senso di distacco , di estraneità, come se fosse una formula magica. “ Cosa ti devo dire Gaetano? Ho una paura immensa, ma almeno so di aver vissuto come volevo”. A questo punto, senza poterla ricondurre a una causa ben definita, una rabbia mai provata prima assalì Gaetano, che con foga tirò un pugno alla parete. “ Ma che cazzo dici papà? Cosa hai concluso nella vita, niente dico io, come la maggior parte di noi . E anche chi ha concluso qualcosa sarà presto o tardi dimenticato. Non mi venire a dire che hai fatto la vita che volevi, ogni cazzo di vita si equivale, tanto alla fine ci spegniamo tutti”. Se solo Gaetano in quel momento fosse stato lucido non avrebbe mai fatto una scenata del genere e nonostante il senso di confusione che aveva in testa avrebbe saputo attenersi alle regole della società, ma l’atmosfera soffocante e di malattia della stanza di ospedale avevano acuito all’estrema potenza il suo senso di distacco. Sua madre scoppiò in singhiozzi ma lui non la considerò, la sua anima era piatta in quel momento e la ragione non gli dava man forte per comportarsi secondo le regole. Non si preoccupò nemmeno di uscire dalla stanza perché non credeva che fuori la situazione potesse cambiare. Un posto equivaleva l’altro, una persona valeva quanto qualsiasi altra persona. Poi, improvvisamente, il sole tramontò e Gaetano, che fissava fuori dalla finestra, si riscosse come se fosse uscito da uno stato ipnotico, e allora tutto ciò che era successo nell’ultima mezz’ora, anzi da quando era sceso in stazione, gli si riversò addosso come un camion che lo investiva alla massima velocità. I singhiozzi della madre gli causavano un dolore intollerabile e la faccia impaurita e stupita del padre aumentavano ancora di più la pressione dolorosa che si sentiva alla bocca dello stomaco. Corse in bagno a vomitare e quando tornò sua madre aveva smesso di singhiozzare e si stava asciugando le ultime lacrime, ma la sua espressione tradiva un’assoluta incomprensione di quello che stava accadendo. La faccia di suo padre invece non era mutata, era rimasta congelata aspettando il ritorno di Gaetano per avere spiegazioni di quel comportamento del tutto fuori luogo. Ma neanche lui sapeva spiegarsi perché tutto quanto era successo, aveva un nodo in gola e non riusciva a parlare, si mise a sedere sul letto del padre e lo abbracciò stretto, sperando di riuscire a comunicargli tutto quello che le parole non avevano il potere di fare. Suo madre trasse un sospiro di sollievo, Gaetano alzò gli occhi e le sorrise. “ è tutto ok mamma” poi si rivolse a suo papà: “Eccomi babbo, sono tornato.”



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