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lavoro pubblicato lunedì 26 ottobre 2015
ultima lettura domenica 18 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

William e Harold

di 1JacopoNavacci. Letto 641 volte. Dallo scaffale Generico

In una calda mattinata di Marzo William e Harold passeggiavano nel cortile del retro della tenuta di campagna, un grande edificio bianco, con un tetto...

In una calda mattinata di Marzo William e Harold passeggiavano nel cortile del retro della tenuta di campagna, un grande edificio bianco, con un tetto di mattoni rossi e fiori colorati che incorniciavano i raffinati balconcini delle finestre. La primavera arrivava con gioia quell'anno, diffondendo una pacata felicità tutt'intorno.
I due amici camminavano lungo il prato, una coppia curiosa a vedersi: Harold era il domestico della famiglia di William, ricco possidente di quasi venti anni, amante dei libri, della musica e delle donne; la sua famiglia aveva sempre trattato con riguardo i propri domestici, ed egli provava una grande simpatia ed un profondo affetto verso quell'uomo che, pur essendo un servo di umili origini, possedeva un'acuta intelligenza e un certo fiuto per le cose della vita.
Durante le loro lunghe passeggiate i due si scambiavano spesso dubbi e osservazioni sul mondo; quel giorno, guardando le prime rondini tornare da sud, Harold disse: «Vede signore, il bello degli animali risiede in quel loro viaggiare molto, che pure li riporta sempre a casa, non l'abbandonano mai; pur potendo trovare luoghi migliori»
«Questo perché gli uccelli - come tutti i migratori - viaggiano con il solo scopo di tornare» disse William. «Cosa ne pensi, cos'è importante nel viaggio?»
Harold ci pensò su, poi rispose: «Beh, probabilmente il viaggio stesso, l'esperienza che se ne trae; oppure la meta.»
«Certo, l'esperienza è cosa importante, così come la meta: non posso pensare, infatti, ad un viaggio senza scopo e che non lasci alcuna esperienza. Ma io credo, mio buon amico, che nel viaggio la cosa più importante sia il ritorno: direi dunque che, quanto più è lungo l'andare, tanto più gioioso sarà il tornare, stanco e pieno d'esperienza alla propria casa, alla propria patria personale.»
«Ora capisco perché gli uccelli migrano, affrontando viaggi così pericolosi.»
«Pensa che gioia al loro ritorno.»
«Già» fece Harold, continuando ad osservare il cielo.
Si spostarono, camminando sotto le mimose in fiore, che spandevano il loro profumo per tutto il giardino e donavano ombra quando si era accaldati; si distesero allora sotto uno di quegli alberi dorati, assaporando il silenzio - a quel tempo la loro amicizia viveva anche di questi silenzi pieni di significato -
Capitò che una farfalla si posasse sul dorso della mano di William, che la esaminava attentamente con gli occhi socchiusi:
«Che ne pensi delle farfalle Harold?»
«Penso siano animali altruisti, signore.»
«Via, non starmi sempre a chiamare 'signore'! è così... scomodo.»
«Sarebbe di gran lunga più 'scomodo' se la chiamassi per nome, signore.» rispose Harold con insistenza, continuando ad osservare le mimose.
William prendeva sul serio l'argomento: dieci anni prima la sua famiglia aveva salvato la vita all’uomo, comprandolo da un mercante di schiavi del sud. Fecero amicizia in poco tempo e tutti rimasero colpiti dalla sua acutezza, tanto da farlo diventare il servitore privato del giovane, che era cresciuto con una forte concezione dell’uguaglianza.
«Sai, non mi sono mai vergognato della nostra amicizia e credo che mai lo farò; sei una persona preziosa, come non ve ne sono più in questo dannato paese, a cui l'odio e il denaro hanno offuscato la mente e il bisogno smodato di 'cose' ha portato a perdere il valore della vita, dei sogni, della natura e degli affetti, considerati valori effimeri perché non portano guadagno. Sei l'unico che conosca che vede le cose in modo giusto; quindi ti prego, amico caro, smettila di darmi del 'signore'!»
Ci fu l'ennesima lunga pausa, mentre William sbolliva la rabbia montata e Harold rimuginava.
«Mi hai chiesto cosa penso delle farfalle, mio caro William. E ti ho risposto. Invece dimmi, tu che ne pensi?»
Il giovane sorrise: «Per come la vedo io, le farfalle non sono altro che esseri vanitosi: di più, sono il simbolo della vanità: desiderano così tanto essere ammirate che rinunciano perfino alla propria vita, pur di avere un giorno in cui le si possa ammirare. Potrebbero benissimo vivere un'intera vita da bruchi, lunga rilassata e ignorati da tutti, ma no, per loro non sembra abbastanza.»
«Credo che stavolta tu abbia fatto un buco nell’acqua, mio caro; è vero, potrebbero essere bruchi per tutta la vita, eppure decidono di trasformarsi e minare la propria esistenza pur di colorare il mondo, per renderlo più felice e apprezzabile. Più che un gesto di vanità, a me sembra coraggio e altruismo.»
William tacque profondamente. Harold era si un uomo intelligente, ma spesso e volentieri capitava che fosse il ragazzo a ‘vincere’ le loro discussioni, con l’idea che metteva d’accordo entrambi. Bisognava ammettere che stavolta invece…
Conclusero la passeggiata attraversando un roseto:
«Sai Harold, questa è la mia parte preferita»
«Come mai?»
«Perché amo le rose; credo infatti che nessun altro fiore, se non questo possa rappresentare l’amore»
«Beh, un amore vero sboccia piano, per poi fiorire e…»
«… ha le spine»
«Ha le spine.» Sentenziò Harold
«Il vero amore è così difficile?»
«Quando c’è l’amore, non c’è amore che sia facile.» Disse Harold
«Giusto. Fa un po’ ridere, se ci pensi è un po’ una contraddizione»
«Come le spine delle rose, del resto»
«La rosa è decisamente il simbolo perfetto. Fiorisce in ogni stagione, anche in inverno: sa sbocciare anche in situazioni di difficoltà»
«Beh, amore è anche sperare che fiorisca» Harold osservava i fiori
«Giusto, amore è sperare»
«Se ci pensi, amore è anche dare, compromettersi»
«… come le farfalle»
«Ed è proprio un bel viaggio»
«Che non affronterai mai da solo, vero Harold?»
«Giusto, signore.»
«Harold… »
Terminò così la loro passeggiata, con il sole che moriva sopra le distese di vigneti e l’odore dell’erba fresca che riempiva il cuore e le narici.
Marzo passò, e Aprile si sa, porta grandi temporali; arrivò una lettera dello stato intestata a William: aveva compiuto venti anni ormai e veniva convocato al fronte, per la campagna che lo avrebbe tenuto impegnato fino alla primavera successiva.
Guardò l’amico di sempre con gli occhi tristi ed un debole, accennato sorriso: «Vedi? Alla fine anche io, che sono un uomo di pace, sarò costretto ad uccidere un mio simile, solo perché prende ordini da un altro signore, ufficialmente diverso dal mio, il quale però si corica a letto con la sua donna tutte le sere come fa il mio e quando è pensoso guarda lo stesso cielo che guarda il mio signore quando è pensoso; e poi vuoi che non ami i propri figli come li ama lui? Cos’è che hanno di diverso allora, perché si scontrano?»
«Hanno paura di perdere tutto: la donna, il cielo e i figli»
«Ma il cielo è di tutti!»
«O di nessuno. Ma va a spiegarglielo. Hanno paura che un giorno arrivi qualcun altro che gli tolga le proprie cose; si odiano per la paura che hanno l’uno dell’altro, e per il desiderio di avere, l’uno, la vita dell’altro»
«Non è così sciocco, l’amore per le cose?»
«Certo che lo è; e la guerra è così assurda e inutile… ma combatterei lo stesso, se volesse dire rischiare la vita al tuo fianco.»
«Meglio di no, hai la fortuna di poter restare in pace col mondo. Approfittane»
Ci fu un ultimo, terribile silenzio.
«Coraggio. Torneremo a chiacchierare e fare le nostre passeggiate, vedrai; sarà solo un grande e lungo viaggio.»
William rise amareggiato, lo guardò con l’ultimo sorriso che il cuore gli concedeva e disse: «no fratello mio: dal viaggio si torna.» Detto questo se ne andò.
Così andarono le cose: nella campagna invernale, durante una battaglia, William venne colpito e cadde; il corpo venne riconsegnato alla famiglia a Marzo, ad un anno dall’ultima passeggiata in giardino; venne seppellito con ogni onore.
Harold faceva spesso visita alla tomba, portava fiori, rimaneva un po’ lì e chiacchierava, come faceva sempre durante i giorni felici; solo che ora non riceveva più risposta.
«Sai, sto ripensando all’ultima volta che abbiamo parlato. Sbagliavi di grosso: dicevi che non era un viaggio il tuo, che non saresti tornato; invece eccoti qui nella tua terra, circondato da persone care. Hai ucciso ben poco lo so, e devi aver visto e vissuto grandi orrori. Adesso però non è più il momento di pensarci, devi riposare, sei a casa. Non hai avuto il tempo di capire molte cose sai, come quando parlavi dell’amore… non immagini quanto davvero facciano male le spine» e rise un pochino, forse si tirò un po’ su: «Beh» disse infine sospiro «arrivederci, fratello mio; spero che il tuo viaggio possa continuare ancora. Ci rincontreremo, non so quando, ma ti prometto che ci rivedremo. E quel giorno vedrai, rideremo felici. Per sempre.»

Il sole moriva lentamente dietro la linea dell’orizzonte, mentre le rondini tornavano a casa. Tornò anche lui.






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