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lavoro pubblicato domenica 25 ottobre 2015
ultima lettura martedì 15 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Città del Poeta

di ChiaraG. Letto 573 volte. Dallo scaffale Fantasia

Qui comincia una storia. Ho letto in un libro che questa frase è la migliore per iniziare a scrivere quando manca l’ispirazione e ci colpisce l’horror vacui. Secondo me sono tutte frottole, semplicemente perché non credo pi&ug.....

Qui comincia una storia. Ho letto in un libro che questa frase è la migliore per iniziare a scrivere quando manca l’ispirazione eeci colpisce l’horror vacui. Secondo me sono tutte frottole, semplicemente perché non credo più nel colpo di genio che viene all’improvviso e permette di scrivere poesie e racconti senza alcuna fatica. Non fraintendetemi, credo nell’ispirazione, ma sono convinto che dopo l’iniziale “scrittura di getto” occorra unattenta revisione stilistica. Persino i poeti romantici revisionavano le proprie poesie, proprio loro che professavano il genio artistico e la potenza di un ispirazione divina. Sarebbe bello se fossimo in grado di comporre opere d’arte grazie alla sola ispirazione, ma la verità è che il linguaggio è uno strumento, e come anche il più talentuoso tra i musicisti se non avesse imparato la tecnica per suonare lo strumento non avrebbe mai potuto esprimere la sua arte, così lo scrittore ed il poeta devono possedere anch’essi le conoscenze e i mezzi per usare nel modo corretto il linguaggio.

Ho dovuto fare questa noiosa premessa affinché possiate comprendere meglio i fatti che sto per narrare, spero che non mi giudicherete troppo male per gli errori che ho commesso in passato.

La mia storia ha inizio circa trenta inverni fa, quando ero un giovane non ancora uscito completamente dall’età della fanciullezza ma neanche propriamente uomo. È un’età in cui spesso commettiamo scelte sbagliate perché presi dalla frenesia di mostrare a tutti che adesso possiamo agire secondo la nostra volontà, senza dover dare ascolto o rendere conto a nessuno. Purtroppo, e me ne rendo conto solo ora, non siamo abbastanza maturi da compiere le scelte giuste senza alcun consiglio. All’epoca aspiravo a diventare poeta, mi attirava soprattutto la figura del poeta maledetto, ribelle alla società ed immerso in un mondo a cui solo lui aveva accesso ponendosi quindi su un gradino superiore rispetto al resto dell’umanità. Vedevo la miseria economica, in cui sicuramente avrei versato se fossi divenuto poeta, come condizione per affinare lo spirito e non dipendere quindi dalle cose materiali.

I miei genitori volevano mandarmi a fare apprendistato in bottega, il cugino di mio padre era uno dei fabbri più conosciuti in città e avrebbe di buon grado accettato di insegnarmi il suo mestiere per poi lasciarmi un giorno in eredità la bottega, non avendo figli propri. Io tuttavia non ne volli sapere, avevo ben altre ambizioni. Dissi a mio padre e a mia madre che volevo viaggiare per andare in cerca della mia ispirazione e che non avrei mai potuto trovarla tra il clangore del metallo. I miei genitori cercarono di dissuadermi e mi ripeterono molte volte che così facendo avrei buttato via un futuro sicuro.

Preso dai miei slanci giovanili e dal fuoco della ribellione che mi ardeva dentro ovviamente partii lo stesso. Lasciai mia madre in lacrime e mio padre che promise di non rivolgermi mai più la parola perché non ero un figlio degno di lui.

Nel sacco con cui partii misi qualche cambio, un paio di scarpe di riserva, cibo a sufficienza per qualche giorno e del materiale per scrivere. Nascosi nei calzini una piccola somma di denaro che avevo diligentemente risparmiato in vista di quel giorno.

Il mio obiettivo era arrivare fino al mare, che non avevo mai visto in vita mia. Molti artisti con cui avevo parlato mi avevano infatti detto che il mare era una fonte di ispirazione infallibile. La mia città natale si trovava in campagna, a cinquanta miglia dalla costa, speravo di raggiungere il mare in meno di tre giorni.

Preso dalla foga e dall’eccitazione arrivai già al tramonto del secondo giorno. La vista che si spalancò davanti a me fu sensazionale. Ero arrivato in cima ad una scogliera a strapiombo e davanti a me, nella tenue luce rossa del sole che sta per morire, si spalancava l’infinito oceano. Mi sedetti su una roccia, presi in mano carta, penna, calamaio e mi aspettai che nell’immensità della mia folgorazione riuscissi subito a comporre una poesia grandiosa, mi vedevo già famoso mentre raccontavo ai miei seguaci di quella prima volta in cui il divino e la potenza della natura avevano invaso ogni fibra del mio essere e io avevo composto i miei primi versi.

La verità è che non riuscii a scrivere niente, tutte le parole a cui pensavo sembravano troppo banali o poco adeguate ad esprimere le emozioni che mi pervadevano. Non venivo da una famiglia particolarmente colta né avevo frequentato a lungo la scuola, il mio vocabolario perciò era piuttosto scarso ai fini di ciò che mi proponevo. Avevo certamente letto alcune opere e poesie famose ma evidentemente ciò non era sufficiente. Mi invase una profonda disperazione, la mia prima vera crisi poetica, ed in preda a una rabbia cieca gettai il calamaio nel ventre del mare che lo ingoiò nella sua superiore indifferenza alle emozioni di noi miseri esseri umani.

Decisi di recarmi al porto per imbarcarmi su una nave e cercare fortuna altrove, mi dissi che il mare non era la mia giusta fonte di ispirazione e che mi ci voleva solo un luogo diverso. Arrivato al porto affittai una stanza per la notte in una locanda sulla cui insegna si leggeva questo nome: “La locanda del Marinaio Bischero”,quel nome mi faceva sorridere e dunque la scelsi.

Al bancone ordinai una birra e iniziai a berla con aria sconsolata, parecchio sconsolata, tanto che un vecchio marinaio con la pipa in bocca e una lunga barba bianca seduto su una botte di fianco a me, intento a sorseggiare del rum, mi rivolse la parola : “ tempi brutti, ei giovanotto?”, trovandomi a corto di parole mi limitai a rispondere scuotendo la testa e sospirando. “ Qual è il tuo nome?” mi chiese il vecchio. “ Arrigo” risposi questa volta. “ Bè Arrigo, scusi se mi permetto ma lei ha proprio l’aria di uno dei tanti giovanotti che girano di questi tempi per il paese in cerca dell’ispirazione poetica e si disperano non trovandola.” “ Come fa a saperlo?” chiesi stupito, mi inquietava l’idea che quel vecchio mi potesse leggere in tal modo nel pensiero. “ bah!” riprese facendo un gesto con la mano come per scacciare una mosca “ siete tutti uguali voi poetucoli, ognuno di voi crede di essere unico, un talento esagerato, credete che in voi alberghi un potenziale ancora inespresso pronto a esplodere all’improvviso. Finite tutti qui prima o poi, e mi dite tutti le stesse cose, la solita lagna. Ne ho visti così tanti come te che ti ho riconosciuto subito. Dammi ascolto giovane Arrigo, torna a casa e vai a fare l’apprendistato, oppure inizia a studiare.”

Studiare? Non mi era mai venuta in mente questa opzione, di fronte a me avevo sempre visto due possibili vie: diventare apprendista fabbro oppure un poeta maledetto, guidato dalla forza divina e selvaggia, ma che per diventarlo dovessi studiare, a questo non ci avevo mai pensato, e ora che ne prendevo conoscenza l’idea di essere poeta mi allettava molto meno. Il vecchio marinaio emise un grugnito e si accomiatò :” Giovanotto io vado a riposare le mie stanche membra, lei pensi a quello che le ho detto, ricordi, prima o poi arrivano tutti qui quelli come lei, c’è chi è tornato a casa ed ha preso la giusta strada e chi invece si è completamente smarrito,spero che lei possa rientrare nella prima categoria.” Detto questo si alzò e se ne andò zoppicando, lasciandomi immerso in una marea di dubbi e pensieri.

Mi trovavo del tutto smarrito: tornare a casa non era un opzione attuabile, temevo infatti l’accoglienza che mi avrebbe riservato mio padre ed inoltre ero troppo orgoglioso per ammettere il fallimento, Né avevo voglia di iniziare seriamente a studiare.

Ero ancora pensieroso quando vidi entrare nella sala lo stesso marinaio di poco prima, gli feci un cenno con la testa ma lui mi ignorò, si mise a sedere sulla botte di fianco a me, questa volta dal lato opposto rispetto a prima e ,battendo un energico pugno sul tavolo, ordinò un calice di birra, poi si girò verso di me: “ problemi giovanotto?” “ Eh?” balbettai stupito, ci avevo parlato poco prima, quel tipo doveva avere qualche rotella fuori posto. Poi però lo osservai più attentamente e mi accorsi che non era affatto il vecchio marinaio con cui avevo parlato, era assolutamente identico all’altro ma gli occhi emettevano qualcosa di diverso che contemporaneamente mi dava i brividi ma esercitava anche una forte attrazione. “Ho capito, ho capito, lei è un altro di quei poeti in cerca di ispirazione vero? Come si chiama?” “ Arrigo” risposi a bocca asciutta, quel marinaio aveva davvero qualcosa che inquietava non poco. “ Io sono Mefisto. Senta, dalla sua faccia capisco che lei non è ancora riuscito a trovare quello che cerca, mi sbaglio forse?” “ N-no, ho parlato poco fa con un vecchio uguale a lei, mi ha consigliato di tornare a casa o mettermi a studiare.” Appena finii di parlare il marinaio scoppiò in una profonda e roca risata “ AhAhAh! Quello era mio fratello, lei non deve badare a quello che dice! Studiare pff” e mentre fece quest’ultimo verso sputò un bel po’ di birra. “ Lo studio rovina la poesia, è l’assassino della genuina ispirazione poetica, e poi diciamocelo..” e si avvicinò a me con fare complice mettendomi una mano sulla spalla “ chi ha voglia di studiare quando c’è un modo molto più veloce per diventare veri poeti?” e mentre lo disse tenne i miei occhi ancorati nei suoi con quello sguardo irresistibilmente attrattivo.

Gli chiesi qual’era il modo per diventare poeta e lui mi disse che esisteva un isola sulla quale si trovava la “ Città Del Poeta” dove lui portava con la sua barca tutti quelli come me che si imbattevano nella “ locanda del marinaio bischero”. Mi disse che in quel posto avrei trovato l’ispirazione, che la vendevano persino imbottigliata se proprio uno non riusciva ad arrivarci, e che lì avrei anche potuto confrontarmi con molti altri giovani poeti come me. Aggiunse che tutti i poeti di successo erano stati almeno una volta nella “ Città Del Poeta” e anche che, tutti quelli che c’erano stati, avevano poi raggiunto la fama che desideravano.

“ Lei non mente vero? È sicuro di quello che dice, me lo può giurare?”. Il marinaio mi fissò e per un attimo mi parve di vedergli il volto trasfigurato da un ghigno malefico, ma passò subito e mi convinsi di essermelo solo immaginato. “ Ma si, ma si, allora vuole venire o no? Non ho tempo da perdere ho altre faccende più importanti di cui occuparmi, quindi decida ora o questo è un addio” “ Quanto costa arrivare fin lì?” “ Non si preoccupi giovanotto, né per il viaggio né per vitto e alloggio dovrà tirare fuori un soldo.” “ Ah! Ma allora è il paradiso, affare fatto!” dissi con entusiasmo. Ci scambiammo una vigorosa stretta di mano e il vecchio marinaio disse “ Si, il paradiso” e poi mi rivolse un sorriso sdentato, con occhi famelici. Non so perché ma mi sentivo quasi un preda, tuttavia era tanta in me la curiosità verso la “ Città Del Poeta” che accantonai in fretta quella brutta sensazione.

Partimmo la mattina successiva poco dopo l’alba su una barca a vela di legno non più lunga di sei metri. C’era un altro ragazzo della mia età con noi ,di nome Musael. Fui contento di conoscere un coetaneo con i miei stessi interessi, finalmente potevo parlare con qualcuno che veramente mi capiva e provava le mie stesse emozioni.

Arrivammo poco dopo l’ora del tramonto. Appena avvistammo l’isola fummo colti da una grande eccitazione, l’unica cosa a cui riuscivamo a pensare era scendere e trovare finalmente la nostra ispirazione. La barca si avvicinò infine, con una lentezza estenuante, a una banchina di legno. Il vecchio marinaio ancorò la barca e ci fece cenno di scendere. “ Io non posso andare oltre” ci disse “ seguite i lumini” e detto questo tornò indietro lasciandoci lì. Mentre la barca si allontanava da noi, diventando un punto sempre più indistinto ed opaco, ci parve di udire una profonda e roca risata, ma il panico che seguì per essere stati lasciati in mezzo al nulla ce la fece subito passare di mente e ci impegnammo a farci coraggio a vicenda. Davanti a noi si vedeva una spiaggia , in fondo a questa c’era una fitta foresta in mezzo alla quale si apriva un sentiero segnalato da moltissime candele ai suoi lati. Ovviamente seguimmo il sentiero. Camminammo per quelle che mi parvero almeno due ore, ma non saprei dirlo con certezza perché il senso dello scorrere del tempo era totalmente distorto e più andavamo avanti più il tempo sembrava arrestarsi del tutto. Con il cuore in gola e le gambe che ci tremavano, sia per la paura che per l’eccitazione, uscimmo infine dalla foresta e arrivammo in cima ad un colle, sotto il quale si spalancava davanti a noi la tanto attesa “ Città Del Poeta”. Dagli schiamazzi e dalla musica che vi provenivano fummo certi che altri giovani poeti se la stavano, perdonatemi l’espressione, spassando alla grande.

In mezzo alla città si ergeva un’alta e massiccia torre nera, da cui si diramavano a raggiera otto strade, che terminava con una punta sulla cui cima era incastrato un orologio in oro massiccio che segnava la mezzanotte. Gli edifici, per lo più piccole casette in legno, erano disposti circolarmente intorno alla torre dell’orologio.

“ Ci siamo Musael!” gridai mettendomi a correre giù per il colle fino all’entrata delle mura, con il mio amico dietro che faticava a tenere la mia andatura. Davanti all’ingresso, un portone con due grandi battenti di ebano su cui erano scolpiti dei versi in lettere d’oro, c’erano due guardie talmente corazzate da non lasciare spazio neanche agli occhi e con in mano due lunghe ed acuminate lance. Erano seduti su due imponenti cavalli neri, muniti anch’essi di una spessa corazza.

“ Fermi!” tuonò una delle guardie puntandoci contro una lancia. Ci immobilizzammo all’istante. “ Di che poeta sono i versi incisi sulla porta?”. Fui preso dal panico e da una sorda rabbia nei confronti del marinaio: mi aveva mentito. Sarei rimasto a perire su quell’isola, a due passi dalla “ Città Del Poeta”, senza la possibilità di mettervi mai piede. “ Non lo so” decretai col capo abbassato. “ E tu?” disse minacciosamente l’altra guardia con l’indice puntato contro Musael che scosse sconsolato la testa. Le guardie stettero un bel po’ in silenzio, il cuore mi esplodeva nel petto e le mie gambe erano già preparate alla fuga quando una di loro finalmente parlò: “ Bene! Potete entrare, rientrate nella categoria” e i battenti si spalancarono.

Immediatamente ci ritrovammo in mezzo ad una folla. C ’era chi correva nudo urlando che si stava liberando dalle catene, chi si flagellava decretando tra lamenti che voleva liberare il proprio spirito, molti erano rannicchiati in un angolo a scrivere, ma appallottolavano quasi subito il foglio lanciandolo via con rabbia. Notai che il pavimento era pieno di queste palline accartocciate, ne raccolsi alcune e leggendole mi resi conto che vi erano scritti sopra versi orribili, che, anche se l’idea di fondo era buona, non avevano alcun senso né rispettavano qualsivoglia banale regola grammaticale. Le rigettai a terra con disprezzo, “Saranno tutti i tentativi falliti prima dell’arrivo dell’ispirazione” azzardò timidamente Musael dopo averne letti alcuni. Annuii convincendomi che fosse proprio così e scacciando subito i dubbi che mi stavano venendo su quel luogo.

Vidi poi ragazzi che scappavano convinti che qualche spirito maligno li stesse inseguendo, altri convinti di mandare il tempo all’indietro e molti che giacevano per terra tra le palline accartocciate, gemendo o sorridendo beati, immaginando sotto l’effetto di chissà quali droghe di essere in qualche altro posto.

Girando in una stradina laterale mi trovai circondato da bancarelle che vendevano droghe di ogni tipo, ognuna delle quali possedeva un etichetta che descriveva i benefici che la sostanza aveva per l’ispirazione poetica. A quanto potevo vedere le più in volga erano oppio e assenzio. Personalmente avevo provato solo una volta a fumare oppio; inizialmente mi ero trovato in uno stato di gioia estatica ma finito l’effetto stetti talmente male che mi ripromisi di non provare mai più quella sostanza. Passai oltre le bancarelle, Musael non mi seguì.

La strada in cui arrivai poco dopo era piena di ubriachi che vomitavano o barcollavano dicendo cose senza senso. Ogni poco scoppiava una piccola rissa.

Me ne andai disgustato, mio padre infatti fin da piccolo mi aveva avvertito di stare attento con l’alcol, perché rendeva le persone esseri davvero poco gradevoli. Ero deluso, quel luogo tradiva ogni mia aspettativa. L’atmosfera era cupa, i colori dominanti erano nero e grigio, e sembrava che l’ispirazione consistesse nell’alterare le proprie percezioni sensoriali tramite alcool e droghe, e avendo letto i foglietti accartocciati potevo constatare che non ne veniva fuori niente che valesse la pena di essere letto, solo idee confusionarie buttate lì senza né capo né coda. Quello che mi faceva arrabbiare è che quelle idee, se solo fossero state scritte da mani più abili, sarebbero potute essere la base per dei capolavori.

Continuai a camminare per allontanarmi velocemente da quella tana di ubriachi e arrivando finalmente in un vicolo tranquillo tirai un sospiro di sollievo. L’unica altra persona oltre a me era un ragazzo seduto su una panchina intento a fissare la casa di fronte a lui, una catapecchia di legno mezza storta. Rispetto a tutti gli altri con cui mi ero sin’ora imbattuto sembrava normale, decisi quindi di rivolgergli la parola. “ Piacere Arrigo” dissi avvicinandomi. “ Credevo di essere unico” lo sentii mormorare. “ Come prego?” chiesi, non ero sicuro di aver capito bene. Il ragazzo si girò verso di me ma lo sguardo era perso nel vuoto. “ Credevo di essere unico!” disse di nuovo, questa volta con più foga, poi i suoi occhi si piantarono nei miei e il suo volto venne trasfigurato dal disprezzo. “ scommetto che lo credi anche tu, o forse sbaglio? Il Poeta, L’Unico, Il Migliore! Così diverso dagli altri, più sensibile degli altri, superiore agli altri! Ma non è così, no, perdio, non è così, qui dentro siamo tutti uguali, tutti così maledettamente uguali!” alla fine stava urlando, di colpo si alzò e iniziò a tempestare di pugni la casa di fronte, sfasciandosi le mani e accasciandosi infine contro il muro piangendo.

Corsi via angosciato, ma dov’ero finito? Però il ragazzo aveva ragione, chi credevo di essere rispetto agli altri, quei giovani poeti erano tutti uguali a me, anche io sarei quindi finito come loro: drogato, alcolizzato o pazzo. No ! Non volevo, dovevo assolutamente fare qualcosa per cambiare questa situazione e il primo passo era senz’altro uscire da quella maledetta città. Tornai indietro per le vie che avevo percorso ma non riuscii più a trovare il portone. Impanicato cominciai a correre ovunque, senza seguire alcuna logica, ma finivo sempre alla torre dell’orologio. Avevo la fronte imperlata di sudore e gemevo di disperazione, scatenai tutta la mia rabbia contro la torre colpendola più e più volte e singhiozzando gridai : “ voglio uscire,voglio uscire, voglio uscire!”.

Sentii un cigolio e mi fermai, la porticina di legno che dava accesso alla torre si aprì e vi uscì una giovane e bellissima donna, la pelle bianca e morbida, i capelli erano una massa di riccioli rossi. Gli occhi erano dorati e circondati da un anello di verde. Nonostante la bellezza in quel volto c’era qualcosa di veramente orrido che mi faceva drizzare i capelli sul capo e aumentava ancora di più il desiderio di andarmene. La donna parlò con una voce che sembrava appartenere a una vecchia di cent’anni : “ è troppo tardi giovanotto, ormai ha deciso di entrare.”

“ Ho cambiato idea!” le urlai nel viso, troppo sconvolto per soffermarmi più di tanto sul suo aspetto inquietante. “ Aha, ma non ti è concesso! Non ti ha avvisato nessuno? Povero piccino, ora sei costretto a restare qui per sempre ahahahahahah”. La sua risata sembrava provenire dalle viscere più profonde della terra. “ perché?” urlai “ perché ci tenete qui? A cosa vi serve? E perché,perché quel maledetto orologio segna ancora mezzanotte?”.

“ una domanda alla volta caro, non c’è fretta” smise un attimo di parlare e poi aggiunse in tono beffardo :” no , proprio non c’è fretta.” Poi si degnò di darmi delle risposte : “ Per quanto riguarda l’orologio è fermo sulla mezzanotte per il semplice motivo che qui è sempre mezzanotte, l’ora dei poeti maledetti! L’altra domanda richiede una risposta un po’ più complessa. Vedi caro il mio ragazzo, il fatto è che voi poetucoli ignoranti avete idee molto belle, vi mancano semplicemente le conoscenze per trascriverle in modo decente. Noi raccogliamo tutti i foglietti buttati per terra e li portiamo in cima alla torre. Da lì le idee, non chiedermi come tanto non potresti capire, vengono trasportate nella mente di altri poeti, poeti veri, con una buona preparazione accademica. In pratica usano la vostra ispirazione e le loro conoscenze tecniche, sono questi poeti che ci pagano laute somme di denaro per tenervi qui.”

La testa mi vorticava, sentivo le gambe molli e ero sicuro di essere sul punto di svenire. Ero finito dritto dritto dentro un incubo, ma non mi sarei lasciato sconfiggere, avrei lottato. Lottare era l’unica via per uscire da lì, mi decisi dunque a rispondere con fermezza a quell’essere spregevole: “ Io non finirò come tutti gli altri, uscirò da qui.” La donna scoppiando in una risata divertita replicò : “Dite tutti così, ma vi riducete poi nello stesso miserabile stato. Ti dirò una cosa però, che per una legge al di sopra del mio controllo non mi è concesso tacere, se riesci a trovare l’uscita puoi andartene, accomodati pure.” Detto questo, e continuando a ridere tornò dentro la torre chiudendosi la porta alle spalle con un sinistro cigolio.

Trovare l’uscita, dovevo solamente trovare l’uscita, quanto poteva essere difficile? Bastava procedere con calma. Sapevo che il portone era in fondo a una delle otto strade che si diramavano dalla torre. Non avendo alcun criterio logico per scegliere ne imboccai una a caso ma arrivato in fondo, passando davanti a tristi case storte e in rovina dalle cui finestre si affacciavano visi pallidi e smagriti, con le orbite incavate e cerchiate di nero, mi trovai davanti alle solide e assolutamente impenetrabili mura di pietra. Tornati alla torre e imboccai un’altra strada, stesse case, stessi visi affacciati alle finestre, stesso muro in fondo. La cosa si ripetè più e più volte, anche quando ormai ero convinto di aver percorso tutte e otto le strade. Alla fine, stremato, mi fermai sotto le mura per riprendere un po’ di fiato. In cima camminavano due guardie vestite di nero, sul loro petto figurava un simbolo che non era di aiuto al mio già alterato stato mentale: una pergamena sulla quale era disegnato un teschio su cui di incrociavano una penna e un calamaio.

Una delle guardie si fermò a osservarmi e indicandomi disse a un suo compagno: “ Guarda, un altro di quei poetucoli da quattro soldi appena arrivato che cerca l’uscita” ed entrambi scoppiarono in una sonora risata. Quella risata fu la mia salvezza. Rimbombava nella mia testa, la sentivo espandersi sempre di più e mi sembrava di udire risate canzonatorie ovunque. Mi immaginai tutte quelle facce cadaveriche che avevo visto affacciate alle finestre ridere anch’esse di me. Mi sentivo un verme, umiliato, preso in giro da tutti, persino da quegli scheletrici derelitti. Decisi nessuno avrebbe più dovuto ridere di me e che mi sarei guadagnato il rispetto studiando per diventare un poeta dotato sia di ispirazione che di capacità tecniche. Fu quell’idea a guidarmi verso il portone: andarmene da quella maledetta città per iniziare a studiare con impegno. Tornai alla torre e questa volte seppi esattamente qual’era la strada giusta da imboccare e infatti poco dopo vidi la netta figura dei due battenti di ebano in fondo alla via. Facendomi strada tra una folla di drogati e ubriachi, impaziente di arrivare a quell’uscita, vidi Musael che giaceva per terra.

Mi chinai su di lui e lo scossi gentilmente per le spalle, aprì gli occhi ma lo sguardo era spento. Provai lo stesso a parlargli : “ Musael, amico mio, dobbiamo andarcene è tutto una trappola, vieni con me, studiamo insieme e diventiamo poeti per la via più tortuosa” i suoi occhi si incrociarono con i miei e per un istante mi parve di vedervi un bagliore di speranza che purtroppo si spense subito. Mi rispose con voce trasognante : “ perché andarcene? Si sta così bene qui, siamo nel palazzo di Xanadu.” Era senza dubbio sotto l’effetto di una buona dose di oppio, appena lo capii seppi che ormai non c’era più nulla da fare per lui, tuttavia feci un altro tentativo. “ No Musael, è tutto un inganno, ti prego vieni con me, andiamo via.” E dicendolo gli allungai la mano per aiutarlo ad alzarsi. Lui non si mosse, chiuse di nuovo gli occhi e tornò a rintanarsi nel suo mondo immaginario. Ormai era prigioniero, più di se stesso che della “ Città Del Poeta” e non c’era quindi più alcuna speranza. Mi dispiaceva lasciarlo lì ma non avevo alternative. Tirai un sospiro, gli strinsi per l’ultima volta la mano e mi avviai deciso verso i due battenti che si spalancarono davanti a me. Finalmente uscii da quel luogo maledetto, le due guardie questa volta non mi dissero niente e ,mentre passai in mezzo a loro, si inchinarono davanti a me.



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