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lavoro pubblicato domenica 25 ottobre 2015
ultima lettura domenica 10 novembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

LSD

di Gian. Letto 461 volte. Dallo scaffale Pulp

La serata era appena cominciata.Io, come al solito, avevo la mia sigaretta rollata di tabacco amaro tra le dita, una pinta ghiacciata e le sinapsi coscienti che un acido avrebbe subito preso il loro possesso.In quelle situazioni andai a recuperare il D.....

La serata era appena cominciata.
Io, come al solito, avevo la mia sigaretta rollata di tabacco amaro tra le dita, una pinta ghiacciata e le sinapsi coscienti che un acido avrebbe subito preso il loro possesso.
In quelle situazioni andai a recuperare il Dj.
Alla sua porta mi offrirono subito della marijuana. Accettai, ma due tiri di passaggio, solo per assaporare frammenti di un’iridescente consapevolezza di sentirsi vivi.
Ritornai presto su quella porta portandomi dietro l’anima della serata, ritornai al mio luppolo e al mio acido. Prendemmo strade diverse per raggiungere il posto, un po’ per vizio un po’ per inseguire attimi di coscienza solitari che tentano di ripulire quella brutta sensazione di grandi attese che, sovente, delude.
Arrivai di fronte la vetrina del locale. Il Dj era intento a trafficare con cavi e strumentazioni. Entrai. Cercai di capire a cosa servissero tutti quei cavi. Erano tutti uguali. Erano tutti neri, nessuno andava bene e sentivo bestemmiare. Uscii ammettendo la mia ignoranza. Avevo bisogno di altre vibrazioni.
Decisi di aspettare mentre tentavo di fronteggiare il freddo per rollare l’ennesima sigaretta della giornata, una delle prime della serata.
Due boccate. Sentii l’acido scoppiare. Fronteggiandolo decisi di rientrare. La porta era a pochi passi da me, potevo farcela. Percorsi quei passi a testa bassa, piegata dall’assurdo volere di quella sostanza malefica.
Allungai la mano sul maniglione della porta.
Rimasi stupito dal vedere un’altra mano accanto alla mia. Era una mano di donna. Quello smalto nero con striature violacee non mi dicevano nulla, ma quelle dita affusolate, quelle unghie curate, quella femminilità nel modo di poggiarsi…
Riscoprii in quel momento una buona dose di perversione.
Quella mano la conoscevo. Racchiudeva in un solo pugno lacrime e lasagne, follia e libertà, rivoluzione.
Riconobbi anche il solitario che svettava su quell’anello. Era quello che mi aveva fatto capire che si trattava di una mano. Il colore di quella pietra mi aveva ammaliato. Conoscevo anche quella luce.
In qualche modo riusci a trasalire, anche se solo per pochi secondi, l’elettronica era ormai nell’aria. Percorsi dall’anello al collo il profilo della donna che teneva con me la maniglia della porta cosciente del fatto che non avrei douto farlo.
Il mio sguardo corse. Collo, mento, labbra, guance, naso, occhi, fronte, capelli. Era lei.
Tre anni.
Siamo rimasti a guardarci. Io non riconoscevo quello sguardo spaventato. Lei non so come mi guardasse.
Eravamo attaccati a quella maniglia guardandoci negli occhi, senza odio, senza schermi, in qualche modo nudi come lo siamo stati tante altre volte, spasmodici ricercatori di piaceri. Stavamo solo entrando in un bar. Malauguratamente lo stesso bar. Lo spazio era diventato relativo. Lei mollò per prima la maniglia della porta, io senza capire entrai.
Lei svanì e l’acido prese il suo posto.


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