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lavoro pubblicato domenica 25 ottobre 2015
ultima lettura martedì 5 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Francesco

di 1JacopoNavacci. Letto 438 volte. Dallo scaffale Generico

Francesco era un bambino socievole, dolce con tutti, innocente come sanno essere i bambini di sei anni. Aveva i capelli castani e degli occhi nocciola...

Francesco era un bambino socievole, dolce con tutti, innocente come sanno essere i bambini di sei anni. Aveva i capelli castani e degli occhi nocciola svegli e attenti, che andavano sempre da una parte all’altra senza fermarsi mai. Un bambino con molta fantasia.
Quella mattina si svegliò tutto contento poiché era riuscito ad alzarsi presto senza far fare troppo chiasso alla mamma: «Andiamo, muoviti, che poi fai tardi e se non riesci a prendere lo scuolabus mi tocca pure accompagnarti con la macchina; che io devo andare a lavorare eh, cosa credi, che posso starti sempre dietro?! Andiamo, muoviti, mi fai sempre perdere tempo! No, oggi niente merendina, no ti ho detto, sei così ciccione che se continui in questo modo mi tocca pure portarti dal dottore. Andiamo, muovi il culo, andiamo!»
Francesco uscì di casa, trottando dietro la mamma: le voleva un gran bene, la donna più bella e dolce del mondo. Non avrebbe mai voluto separarsene. Qualche giorno prima le aveva fatto un disegno, che aveva attaccato sul frigo proprio sopra la lista della spesa; lei aveva cominciato ad agitare le braccia al cielo dicendo un sacco di cose di cui il bambino non aveva capito il senso, e lo aveva tolto. Certamente, pensò Francesco, vorrà portarlo con sé. Coglione. Chissà che voleva dire. Era l’unica parola che era riuscito a cogliere del soliloquio materno. O magari no, aveva capito male. Forse amore, la parola a cui la maestra, insegnandogli l’alfabeto, aveva attribuito la lettera A: «ripetete: A di Amore» almeno dieci volte avevano ripetuto quella giostra, quindi ora se la ricordava bene. Certo, doveva proprio essere amore. Ma anche quello chissà cos’era.
Scese dal bus, spinto dal torrente di compagni che lo premevano da dietro. «E muoviti, grassone!» disse Alessio, il bambino più alto di tutti. Si fece largo fra gli altri, dandogli uno schiaffo dietro la nuca e correndo avanti.
Quel giorno impararono la poesia per la recita natalizia. Sempre la stessa, anche quell’anno. Ma al bambino piaceva, perciò non si pose troppi problemi sulla questione. Solo che continuava a chiedersi chi fosse mai quel Gesù di cui si parlava. Doveva essere qualcuno di importante, dato che anche la mamma lo citava spesso, aggiungendo però parole diverse da quelle della poesia che ora non ricordava.
Si vede che la mamma ne conosceva un’altra di poesia.
Verso mezzogiorno e mezzo andarono a pranzo tutti insieme nella grande mensa: finita la sua parte, Francesco sentiva ancora un po’ di appetito, non avendo fatto colazione. Andò dalla maestra e le chiese se poteva prendere altra pasta: quella lo guardò con aria stranita, poi disse a voce alta: «eh no eh, per te basta! Non vedi quanto sei ciccione, quante schifezze mangi a casa? Dovrei dire a tua madre di starci attenta, l’obesità infantile è una cosa pericolosa, l’ha detto pure il TG.»
«Maestra, che vuol dire ‘besità?» fece Giulio, tendendo il braccio più in alto del cielo.
«Vuol dire che Francesco è un asino ciccione! Obeso!» gridò Alessio
«Ciccione ciccione! Asino! Obeso!» fecero tutti insieme, schiamazzando e lanciandogli contro molliche di pane; questo finché la maestra non riuscì a zittirli, alzandosi in piedi e gridando che dovevano fare silenzio perché aveva mal di testa e altrimenti gli avrebbe sequestrato i telefoni.
Francesco tornò a sedere sconfortato, aveva fame e non era certo un goloso che mangiava schifezze, di merendine a casa la mamma gliene dava col contagocce.
Dopo pranzo andarono in cortile, e mentre gli altri giocavano a pallone il bambino se ne stava tranquillo al sole a guardare i fiori e l’erba che si muovevano con il soffio del vento.
Quel movimento dell’aria gli ricordava il sospiro del papà mentre fumava dopo essere tornato tardi dal lavoro. Nuvolette bianche per casa. Mamma che si lamentava. Alla fine aveva smesso di fumare. Aveva smesso anche di tornare tardi dal lavoro. A dirla tutta, da qualche tempo che non tornava proprio.
Mentre rifletteva con lo sguardo perso tra i fiori gli si parò davanti un bambino basso di statura, anche più di lui, con i capelli e gli occhi scuri e sulla guancia un piccolo neo.
«Ciao, sono Michele»
«Ciao, io sono Francesco» rispose sorridendo.
«Che fai?»
«Guardo i fiori, sono belli e mi piacciono tanto»
«Anche a me! Ecco, proprio quelli!» esclamò indicando le margherite bianche ai piedi di Francesco.
«Ti va di venire a giocare con me?» disse Michele
«Si dai, che facciamo?»
Passarono così tutto il pomeriggio, la maestra li lasciava giocare, aveva mal di testa e per farselo passare aveva deciso andare dall’altra parte della scuola a fumare. Francesco e Michele giocavano tutti i giorni dopo pranzo, anche quando fuori faceva tanto freddo. Cominciarono le vacanze di Natale, e i due si vedevano sotto casa di Francesco, abitando fortuitamente in vie vicine. Giocavano a rincorrersi o raccontandosi storie. Specialmente Michele raccontava. Lui rimaneva per lo più in silenzio ad ascoltarlo.
Natale era arrivato: Michele chiese a Francesco se gli andava di giocare con il nuovo pallone che gli aveva regalato la mamma; ci pensò un po’ su, perché non era capace, e lo sapeva anche se non ci aveva mai provato perché glielo aveva detto Alessio, che a quanto pare aveva sempre ragione. L’altro però la prese comunque e gliela passò. Improvvisamente la strada si trasformò in un grande stadio, con tanto di luci accese e folla sugli spalti che gridava il suo nome. Fu una partita accesa, con ottime azioni da entrambi i lati. Nel battere la palla dalla porta però Michele si sbagliò, e invece di passarla al difensore sulla destra la mandò fuori dal campo. Francesco corse a prenderla, ora avevano una rimessa laterale nell’area avversaria, potevano segnare. Avrebbero vinto. Allora Alessio avrebbe dovuto ammettere che si era sbagliato, tutti avrebbero dovuto ammetterlo. Avrebbe vinto.
Alessandro era uno a cui la vita aveva decisamente baciato la fronte: famiglia dal buon nome, una casa al mare e due in montagna, diplomatosi a pieni voti al liceo classico perché troppo annoiato dalla quotidianità. Per la laurea, un centodieci e lode in ingegneria corredato da foto con sorriso tronfio, aveva ricevuto la sua prima macchina sportiva, che andava testando senza far troppo caso alla velocità. Nel frattempo tentava di chiamare gli amici, voleva organizzare un divertimento coi fiocchi; però non trovava il telefono: cercava di qua, di là, nei cassetti, accorgendosi alla fine di averlo accanto al piede. Preso.
Attenzione, invasione di campo!
Un botto.
La partita è stata interrotta, amici telespettatori… ma dove va, sta scappando!
Lo stadio ammutolì.
L’invasore si era già dileguato.
Un grido squarciò il silenzio. Poi un altro e un altro ancora. Sirene. E di nuovo silenzio. Luce.
Oggi è 27 Dicembre, la scuola è ancora chiusa per le vacanze. Fuori però è stato affisso uno striscione colorato, così bello a vedersi, decorato da tante mani colorate.
Una scritta azzurra campeggia al centro:
“Addio Francesco, bellissimo angelo.”





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