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lavoro pubblicato domenica 25 ottobre 2015
ultima lettura sabato 5 ottobre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Una strana giornata

di Gian. Letto 383 volte. Dallo scaffale Pulp

Un gattoSpacciato e maledetto arrancavo per spazi cosparsi di nulla. Per strade sconosciute immerse nell’ombra e nella nebbia. Neanche il mio battito e il mio respiro sembravano familiari. Era come inghiottito in qella stanza di albergo da due so...

Un gatto

Spacciato e maledetto arrancavo per spazi cosparsi di nulla. Per strade sconosciute immerse nell’ombra e nella nebbia. Neanche il mio battito e il mio respiro sembravano familiari. Era come inghiottito in qella stanza di albergo da due soldi. Persino i topi si rifiutavano di passare da lì. Non c’era una goccia di whisky per chilometri e in realtà non ne avevo neanche bisogno, era solo l’impressione di un’ossessione di un sentimento di cui non sentivo più l’odore.
Peggio che intorpidito.
Rincoglionito.
Sentivo la saliva pulsare di rabbia e la polvere urlare: “Sangue!”. Avevo le mani pulite ma avrei dovuto ammazzare qualcuno.
Cominciai a prendere a pugni il muro con la fottuta speranza di poter cambiare le cose, cominciai ad urlare e a bestemmiare.
La notte bussava alle finestre di quel tugurio e la penna puzzava di carne putrida.

Non so bene cosa scrissi in quei giorni, ma niente di bello o confortante, ho provato anche a rileggere quei dannati fogli, ma non ho trovato nessuna risposta, nessun nesso logico, nessun filo rosso, nessun precursore di verità.

Mi aggirai per giorni lungo quelle zone. Non conobbi nessuno, non ne avevo interesse.
Di colpo mi ritrovai in un bar a ordinare una qualsiasi cosa che avesse dell’alcool e un gatto passò vicino ai miei piedi accarezzandoli con la sua coda bianca.
Un uomo mi si avvicinò ma non avevo nessuna voglia né di dare spiegazioni né di semplicemente parlare, così abbassai lo sguardo sul bicchiere perdendomi nei meandri dei miei pensieri.
Disse qualcosa. Risalii. Mi rifiutai di capire, ma avevo come l’impressione che fosse qualcosa di orribile. Rimasi immobile ma lui rimaneva lì a fissarmi. Anche il gatto era seduto e mi fissava con aria indagatoria. Sentivo tutto il peso di quegli occhi che bruciavano sulla mia pelle torturandomi.
“Stronzo, mi ascolti?” disse l’uomo.
Lo fissai e rimasi impressionato dal suo sguardo, era un cielo plumbeo che non apettava altro che esplodere; pareva avesse la forza di tutti gli oceani.
Distolsi subito lo sguardo e tracannai di un fiato quella brodaglia alcolica.
“Che vuoi?” risposi ordinando un altro bicchiere.
“Voglio la polvere dei tuoi sandali, e un pezzo della tua casacca.”
“E che vuoi farne?”
“Tu dammi quello che ti chiedo!” e ordinò da bere.
Feci per andarmene, ma il gatto mi si parò davanti e caddi come svenuto.
Il gatto e l’uomo andarono via.

Risveglio

Ero fatto.
Sentivo il sapore del sangue e un dolore misto alla sabbia e al sonno pervadermi il volto.
Un calcio. Un altro.
Sentivo le bestemmie unirsi a un tanfo orribile arrivare da chi sa dove fondendosi insieme mentrewoodo child si spalmava nelle sinapsi.
Ero in un vicolo poggiato tra due muri e una pinta di un qualche miscuglio alcolico, che avrebbe gridato vergogna al cospetti di un dio, e un manico di luridi fascisti impegnati nell’insultarmi e nel picchiarmi.
Ero fatto. Perchè ero lì?
Sentii quegli assoli visionari infrangersi al suono di una sirena e tante ombre nere andare via correndo. Uno mi sputò in faccia gridando qualcosa di indefinibile, ma chiaramente offensivo.
Cominciai a tossire preso dalle convulsioni.
Arrivarono due gendarmi. Ciccioni, brutti e vagamente succubi. Mi guardarono.
“Come stai? Hai visto qualcuno?”
-Stronzi! Quel classico tempismo!- pensai tossendo, sollevandomi, mettendomi a sedere e controllando quante ossa avevo intere mentre cercavo di capire in quale fottuto angolo di mondo ero.
“Bene.” Accennai.
Mi allungarono qualche moneta a terra augurandomi che non li spendessi in alcool.
Andarono via. Ripresi quel bicchiere mezzo vuoto e sconosciuto, ma comunque amico.
Non avevo mai visto quel vicolo. Non avevo mai visto quel posto. Non so dove ero finito.
Mi alzai in piedi brandendo quel bicchiere.
Avevo un cerchio alla testa che avrei baciato il culo a Belzebù pur di farlo andare via.
Non ricordavo nulla. Solo un gatto.
Ero messo bene. Avevo anche i sandali puliti. Avevo solo un buco nella casacca.
Realizzato ciò mi cadde il bicchiere di mano.



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