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lavoro pubblicato domenica 25 ottobre 2015
ultima lettura giovedì 14 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Ritorno a Branson - 5

di Legend. Letto 473 volte. Dallo scaffale Fantascienza

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Ritorno a Branson - 5

5) Chiaro di luna

Quando nel tardo pomeriggio Cristi rientrò in casa e in un angolo del sa­lotto vide troneggiare il pianoforte che era nella valle in casa di Robert, per alcuni secondi rimase in silenzio prima di esplodere in un urlo di gioia che fece accorrere Mary.

Purtroppo quell'appassionata e rumorosa dimostrazione di gioia ebbe vita breve, poiché la severa espressione del volto di sua madre trasformò quel sentimento in una preoccupata sensazione di disagio. E non le fu davvero difficile collegare quello sguardo indiscutibilmente austero alle sue prodezze del mattino.

Con una sfrontatezza incredibile offrì a sua madre uno dei suoi più sma­glianti sorrisi, ma non appena provò ad aprire bocca fu investita da una tem­pesta di parole che la scombussolò.

Quello che seguì non fu soltanto il primo rimprovero della sua vita, ma qualcosa che la ferì profondamente.

Sgomenta rimase ritta al centro della stanza sostenendo lo sguardo infu­riato di Mary e pur provando prepotente il desiderio di ribellarsi a quel rim­provero che riteneva estremamente ingiusto, riuscì a dominarsi e ad ascol­tare lo sfogo di sua madre senza tentare la minima difesa, ma mordendosi a sangue il labbro inferiore.

E soltanto quando Mary se ne tornò in cucina, sbattendo la porta, che trovò la forza per uscire sulla veranda singhiozzando disperatamente nel tentativo di ingoiare un rospo decisamente più grande di quanto avrebbe mai immaginato di poter sopportare.

Era già da qualche minuto seduta sui gradini bofonchiando parole indi­stinte, frammiste a singhiozzi soffocati, quando avvertì qualcuno sedersi al suo fianco e porle un braccio sulle spalle.

– Sono orgogliosa di te, pulcino mio! – Sussurrò a bassa voce Victoria baciandola sui capelli

Cristi si voltò verso di lei mostrando un volto rigato di lacrime.

– Io invece credo che tu non debba esserlo. Ho paura di aver commesso una stupidata

– Vuoi scherzare! In città non si parla d'altro – Disse sorridendo Victoria passandole il fazzoletto

– Ma lo sanno proprio tutti? – Borbottò Cristi soffiandosi il naso

– No, ma quelli che contano sono ancora li a leccarsi i baffi

– Come lo hai saputo?

– Ho i miei informatori

– Non devo aver fatto una bella figura

– Piccolo sciocco splendido pulcino, pensa pure che sia impazzita, ma se non te ne fossi accorta, quel tuo gesto ha restituito dignità a questa città. Magari avessi avuto io tanto fegato. Ai miei tempi finivo sempre per pren­derle

– Erano soltanto ragazzi

– Certo, ma quei ragazzi un giorno dovranno vivere da adulti e qualcuno doveva pur spiegare loro quali sono i veri valori di questa vita… Lo ha saputo Mary?

Cristi annuì asciugandosi le lacrime.

– Ahi ahi! Ecco cosa sono queste lacrime

Cristi si strinse nelle spalle.

– Ti ha sgridato? Povero il mio pulcino, vieni tra le mie braccia

– La mia vita è finita – Singhiozzò Cristi stringendosi a lei

– Ora non metterla sul tragico, quello che è accaduto con tua madre non è altro che un gradino della tua lunga vita

– Mia madre non mi ama più

– Oddio no! Ma cosa dici, il mio pulcino non ha motivo di rattristarsi. Tua madre ti ama per il semplice motivo non può farne a meno, tu sei la sua vita. Non farti soffocare dall'amarezza

– Allora perché si è comportata a quel modo? – Singhiozzò disperata Cri­sti

– Ssst, non fare così calmati, non è accaduto nulla

– Mary mi ha...

– Lo so, lo immagino, ma cosa vuoi farci, le madri sono tutte uguali, te­mono sempre che ai loro figli possa accadere qualcosa di spiacevole

– Me ne ha dette di tutti i colori

– Oh lo so, lo so! So bene come a volte sappiano assumere atteggiamenti sgradevoli

– Non pensavo di combinare un guaio così grosso – Singhiozzò

– Se il mio pulcino si sente delusa e crede d'aver sbagliato soltanto per­ché è stata sgridata… beh, sbaglia di grosso. A volte succede anche a chi ci ama di non comprendere le nostre migliori intenzioni, ma questo non deve scoraggiarci e che tu lo creda o no questa è la vita che ci spetta

– Mary è mia madre, ho il suo stesso sangue. Avrebbe dovuto compren­dere

– E chi ti dice che non abbia compreso?

– No, altrimenti non avrebbe detto quelle orribili cose

– E tu sei certa di aver compreso la sua reazione?

– Non ne sono stata capace

– Come mai? Eppure hai il suo stesso sangue

– Oddio è vero, sto sbagliando di nuovo

– La tua reazione è quella di ogni figlio che si sente incompreso e non so quanto possa sollevarti ma è accaduto anche a me di sentirne di tutti i colori pur essendo convinta di avere ragione e posso assicurarti che mia madre mi adorava. Il comportamento di Mary rientra nella normalità, è il classico modo di fare delle madri che temono per i propri figli. Un giorno sarai anche tu mamma e allora comprenderai come il timore di perdere la cosa più cara che si possiede sappia scombinare una mente

– Ha detto che sono un'egoista

– Sciocchezze! Quello che ha detto non lo pensava veramente, fanno tutte così, un gran temporale, ma poi torna il sereno. Vedrai che tra poco le sarà passata

– Non le passerà mai

– Fidati, le conosco le donne come tua madre

– Io ho bisogno di le… non posso farne a meno

– E lei ha bisogno di te. Vogliamo scommettere che tra mezz'ora cercherà un modo per fare la pace?

– Quanto impiega a trascorrere mezzora?

– Sei splendida bambina mia, te lo hanno mai detto?

– Cosa ti hanno riferito di stamani?

– Tutto, perfino le virgole

– Tu credi che mi sia comportata come una cattiva figlia?

– Ma che cavolo dici! Sei la migliore delle ragazze che abbia mai cono­sciuto

– Non ne sono sicura, ho fatto soffrire mia madre

– Ora non ricominciare a dire corbellerie

– Non sono corbellerie

– E va bene, non sono corbellerie, ma come la mettiamo? Avresti prefe­rito veder pestare quel ragazzo?

– Non ho detto questo

– Allora puoi spiegarmi perché l'hai fatto?

– È stato più forte di me

– Ti è simpatico quel ragazzo?

– Quel ragazzo è molto importante

– Ehi! Non dirmi che quel manico di scopa vestito ti ha fatto girare la testa

– Ora non essere tu a correre con la fantasia

– Allora se non ne sei innamorata si può sapere per quale motivo l'hai fatto?

– Non sopporto veder soffrire, ecco tutto!

Victoria rimase ad osservarla senza pronunziare una sola parola.

– Perché mi guardi così? – Chiese Cristi

– Perché ho scoperto d'innamorarmi di te ogni giorno di più

– Credi che abbia sbagliato? – Borbottò Cristi tentando di nascondere il rossore del volto

– No, se sei certa di aver fatto la cosa giusta

– Mi sono comportata da vera egoista, ma non ho pensato che avrei po­tuto far soffrire mia madre.

– Oh santo cielo! Ma chi credi d'essere, domineddio? Sei soltanto una ragazzina di dodici anni e non si è trattato di egoismo. In quel momento la cosa più urgente era tirar fuori lui dai guai e tu hai dovuto fare una scelta

– E invece ho sbagliato

– Ne ho conosciuta soltanto un'altra di testa dura come la tua. Ma pensa per un attimo a quanto è accaduto, hai dato un esempio, hai indicato una via da seguire, hai gridato forte il tuo amore. Non puoi aver sbagliato

– Chi era l'altra testa dura? – Chiese lei guardandola seria

– Chi era? Lasciamo perdere, non ho voglia di parlarne

– Avrei dovuto essere più prudente, non avevo il diritto di far soffrire mia madre

– Questi sentimenti ti fanno onore, ma molto presto comprenderai che a volte siamo costretti a prendere decisioni diametralmente opposte a quanto ci consiglierebbe la ragione

– Abbiamo una logica che ci guida in queste scelte

– La logica? E che cavolo è? Oddio scusa, non far caso a come mi esprimo, ma mi girano le scatole se penso che quel sostantivo deve esser­selo inventato qualcuno che non ha mai vissuto minuto dopo minuto la pro­pria vita

– Stai sbagliando, la logica è una scienza esatta

– Sai com'è descritto quel sostantivo sui nostri dizionari? «La conveniente configurazione di un fatto accaduto o che si suppone debba accadere»

– Appunto!

– Appunto un accidente! È una grossa stronzata, ecco cos'è! Vorrei tanto conoscere quel babbeo che nel momento in cui sta per giocarsi la vita perda il suo tempo a chiedere alla tua logica se ciò che sta per fare è la cosa mi­gliore

– È così che dovrebbe andare

– Eccome no! Però a me non è mai accaduto. Nella mia vita ho avuto po­che occasioni per fare scelte dettate dalla logica

– Se non possiamo contare sulle nostre capacità razionali quale altra possibilità ci resta?

– Ottima domanda e se avessi una risposta avrei risolto il più bel pro­blema dell'umanità. Io so soltanto che quando mi sono trovata di fronte a qualcosa di veramente importante, ho sempre seguito l'impressione più im­mediata e guarda caso è sempre stata quella dettata dal cuore

– A me non dovrebbe accadere

– No, ti prego, non cadere nella presunzione e soprattutto non credere d'essere diversa dagli altri. Accadrà anche a te di dover fare delle scelte

– Come è accaduto a te?

Victoria sorrise scuotendo il capo – Spero proprio di no, ognuno ha le sue gatte da pelare e per il tuo bene ti auguro di non commettere errori, altri­menti potrebbero essere guai

– Che genere di guai? – Chiese Cristi

– Gli unici capaci di porti in conflitto con la tua coscienza

– Le tue sono sempre state le scelte migliori?

– Non lo so tesoro, ho scelto e basta

– Con il cuore

– Esatto, ho sempre lasciato decidere a lui

– Si trattava di scelte importanti?

– Cosa vuoi che ti dica, il grado d'importanza che assegniamo a qualcosa è un concetto molto relativo e personale. A volte si è trattato di fatti privati che non hanno coinvolto altre persone, altre volte invece ho dovuto scegliere se lasciare in vita la madre o il figlio, oppure lasciarli assieme nelle braccia di dio

– Tu cosa? Oh mio dio! Ma come hai potuto? L'uomo non ha questo di­ritto di scelta! – Esclamò Cristi

– Hai perfettamente ragione, quel diritto lo ha solo dio e io sono soltanto una povera donna… e sebbene sia certa che per questo non meriterò il para­diso, è l'amore per la vita che me lo ha imposto

– Non dire così, tu lo meriti

– Lo spero amore mio, ma qualunque posto lui voglia riservarmi, so d'aver fatto quanto di meglio potevo fare

– È triste, molto triste

– Il mio pulcino mi condanna?

– Oh no! Non spetta a me giudicare. Ognuno è giudice di se stesso, è per questo che ci è stata donata una coscienza

– Già! Il giudizio finale verrà lassù! – Sussurrò Victoria indicando con il pollice il cielo

– Sono sicura che non sarà severo

– Avessi io le tue certezze

– Temi la morte?

– No, ho soltanto il timore di non poter accompagnare i sentimenti miei quando torneranno al tempo... per aiutarli a non perdersi nel nulla, a mante­nersi veri… No… non temo la morte, vorrei soltanto aleggiare tra quei mondi dove la vita è inizio e fine per guidarli ancora

Cristi annuì e carezzandole il volto sussurrò

– E così sarà. Io so cos'hai nel cuore

– Dunque il mio pulcino mi assolve?

– Il tuo pulcino ti ama

– Buonasera Victoria! – Salutò Mary uscendo sulla veranda – Sei già al corrente della prodezza della signorina?

– Quale prodezza? – Mentì spudoratamente Victoria togliendo il braccio dalle spalle di Cristi

– Oggi la signorina si è picchiata con un ragazzo più grande di lei

– Oh santo cielo! Davvero ha fatto una cosa del genere? Ma sono cose da farsi? Picchiarsi con un ragazzo...e le ha prese?

– Sembra di no, ma non voglio che accada ancora

– Ha ragione tua madre piccola mia! – Disse rivolgendosi a Cristi striz­zandole l'occhio – Non devi fare certe cose, non si trattano a quel modo i ra­gazzi. Avresti anche potuto fargli del male. Beh, insomma, volevo dire che sei una ragazza

– Smettila di fare la scena! – Esclamò Mary divertita – Cosa credi che non abbia notato quell'ammiccamento?

– Davvero l'ho fatto? Mondo cane! Ancora quel maledetto tic. Credevo proprio d'esserne guarita, ma tu guarda cosa mi va a capitare alla mia età

– Avevo previsto che con voi due avrei perso ogni battaglia, ma non certo che foste così spudorate. Vergognatevi!

– È colpa tua mi cara, non posso farci nulla se hai messo al mondo una figlia di cui mi sono innamorata. A proposito, a che ora arrivano i ragazzi?

– Di quali ragazzi stai parlando? – Chiese sorpresa Mary

– Non lo sa? – Mormorò Victoria rivolgendosi a Cristi – Oh cavolo! Ne ho combinata un'altra delle mie. Va bene, non è il caso che ti scaldi troppo; mi riferivo ai compagni di classe che tua figlia ha invitato. Beh, porco diavolo non mi pare ci sia nulla di strano ad invitare qualche amico a fare due salti, no?

– A fare cosa? Due salti? Qui? No, non ne sapevo nulla

– Ecco fatto, ora lo sai

– Ma vi rendete conto che non abbiamo nulla da offrire?

– Ah sta pur tranquilla che se fosse stato per te quei poveri ragazzi sa­rebbero restati a bocca asciutta, ma siccome io sapevo...ho provveduto e tra poco porteranno una infinità di cose buone

– Ma...

– Ssst, niente ma. Il mio pasticcere preferito ha una moglie graziosa cin­que figli e mi deve un sacco di favori e poi devi sapere che gli amici di tua figlia li ho tutti aiutati io a venire in questo schifo di mondo e mi rodeva ve­derli diventare delle pappe molli. Credo proprio che questo sia il miracolo che attendevo da tempo

– Ma di quale miracolo stai parlando?

– Quei brutti anatroccoli avevano soltanto bisogno di una spintarella e tua figlia gliel'ha data. Ora è quasi certo che quegli spacconi da quattro soldi non la faranno più da padroni

– Chi sarebbero gli spacconi?

– Coloro ai quali tua figlia ha detto chiaro e tondo di non rompere gli sti­vali

– Capisco, però non vorrei che i tuoi brutti anatroccoli facessero di lei il loro scudo

– Li conosco bene, non accadrà. Sono tutti dei gran testoni ma non sono smidollati. Tua figlia ha mostrato una via da seguire e loro hanno fatto quanto avrebbero dovuto fare da un bel pezzo

– Cioè?

– Suonandogliele quando quei caproni avrebbero voluto prendersi la loro rivincita su tua figlia

– Mi auguro che tutto finisca qui

– Noi del Missouri siamo spesso accusati di avere la testa più dura della pietra e forse è anche vero, ma una cosa la sappiamo fare; rispettiamo le nostre donne, non le usiamo come scudi

– Tu cosa ne sai? Non sei mica un maschietto – Osservò Mary ridendo

Victoria sembrò divenire improvvisamente seria e con voce gelida replicò – Anche se in città c'è qualche figlio d'un cane pronto a giurare che io sia più maschio che femmina, ti assicuro che ho tutti i requisiti che occorrono ad una femmina

– Scusami, non volevo essere sgarbata

– Non è successo nulla, ho voluto soltanto puntualizzare

– Okay, argomento chiuso e visto che la signorina non ha ritenuto op­portuno mettermi al corrente, vuoi essere tu ad illuminarmi su quanto do­vrebbe accadere questa sera?

– Lo avrei fatto se mi avessi lasciata dire almeno una parola – Borbottò Cristi

Scrollando il capo Mary sedette al suo fianco stringendola a se – Hai ra­gione, – Mormorò dopo averla baciata sui capelli – la mia condotta è stata deplorevole, credo proprio di avere superato i limiti. Ti chiedo scusa e se volessi dimenticare le brutte cose che ho detto mi renderesti una madre fe­lice

Cristi la guardò decisamente sorpresa.

– Non volevo offendere i tuoi sentimenti, – Proseguì Mary – io ti amo più di quanto tu possa immaginare, ma quando mi è stato riferito cos'era accaduto ho provato un dolore intollerabile, mi sono sentita morire

– Mi dispiace. – Mormorò Cristi – Ti prometto che non si ripeterà

– Lo spero – Sussurrò Mary guardandola negli occhi

Cristi si strinse a lei contattandola mentalmente

«Lo sai come sono fatta, credo proprio che dovrai abituarti all'idea di una figlia ribelle»

– Invece di perdervi in coccole, perché non facciamo un po' di spazio in casa – Borbottò Victoria

– Ma quanti ragazzi verranno? – Chiese Mary

– Una ventina – Rispose Victoria entrando in casa

– E tu cosa ne sai? – Domandò Cristi

– Non per nulla mi chiamano la quinta colonna di Branson... La volete smettere di lisciarvi, abbiamo un sacco di lavoro da fare, c'è da spostare il divano e...

– Ma non verranno tutti – Borbottò Cristi alzandosi di controvoglia

– Verranno verranno e se qualcuno dovesse mancare dovrà rendermene personalmente conto

Non fu certo per timore di vedersela con Victoria, ma tranne Li, la ragazza dagli occhi a mandorla, vennero tutti trascinandosi dietro un monumentale grammofono e una impressionante pila di dischi.

Quella fu la sera in cui la famiglia Garrison ottenne la consacrazione in seno alla comunità giovanile di Branson e Cristi scoprì la danza.

Per la verità, anche se aveva potuto soltanto immaginarla dalla goffa di­mostrazione di pochi secondi che le aveva dato Fred, quella sera, sprofon­data in una poltrona, rimase incantata ad osservare i suoi amici che, stretti tra loro, ballavano sull'onda delle melodie di Cole Porter. Alcuni dei ragazzi più intraprendenti tentarono di coinvolgerla, ma lei preferì non cimentarsi in quella che in cuor suo considerò una improbabile avventura.

Inoltre, fu anche la volta in cui la simpatia e la esuberante allegria di Vic­toria seppe modificare, nei giudizi dei ragazzi, la stupida idea che fosse sol­tanto una vecchia seccatura, stupendoli con i racconti di quando anche lei, studente, aveva avuto il suo bel daffare a creare scompiglio e confusione sia nella scuola che in città.

La serata si concluse con Mary che, costretta ad eseguire alcuni brani al pianoforte, meravigliò e commosse i ragazzi nel profondo delle loro anime.

Prima di iniziare Mary cercò gli occhi di Cristi e lanciandole un bacio le dedicò il primo brano, quindi, dopo aver poste le mani sulla tastiera chinò il capo in un attimo di raccoglimento.

Da quel preciso istante, nella stanza scese un profondo silenzio in cui perfino il vento e i rumori della strada sembrarono chetarsi. Fu come se ognuno dei presenti fosse consapevole che stesse per verificarsi qualcosa di straordinario. Poi, quando le sue magiche mani presero a scorrere sulla ta­stiera, nell'aria dilagò un'unica struggente e impareggiabile esecuzione della sonata in do diesis minore di Beethoven.

Vi fu chi dovette serrare gli occhi per contenere le lacrime e chi, invece, intuendo che per qualche irripetibile ragione stava per essere concesso loro un privilegio di cui pochi altri uomini avrebbero potuto rallegrarsi, li tenne ben aperti.

Forse fu soltanto un caso, ma uno di loro, un ragazzo nascosto dal fusto di un albero del giardino, molti anni più tardi divenne un importante compo­sitore.

Sull'onda dall'entusiasmo suscitato da Beethoven, Mary fu costretta a ci­mentarsi in brani di Chopin, Mozart, Schubert e molti altri, chiudendo poi la serata con il brano di Sinding «Sounds of Spring opera 32» che trascinò i ragazzi in un coro sommesso.

Qualche ora più tardi, quando raggomitolata nel suo letto rivisse gli attimi di commozione che aveva colpito i suoi amici durante l'esecuzione dell'ul­timo brano, Cristi iniziò a singhiozzare con tale disperazione da far accorrere Mary per prenderla tra le braccia.

– E colpa mia, – Sussurrò Cristi tra le lacrime – è per me che sta morendo tanta gente

– Ssst, non è vero. Tu non hai nessuna colpa, questa non è la tua guerra

– Oh si che lo è! Ma la farò cessare, l'ho promesso a Fred

– Tu invece non farai nulla del genere

– Debbo farlo o non potrò mai essere quella che dovrò essere

– Non sei ancora pronta ad affrontarlo. Vedrai che quando sarà il mo­mento sarà lui a cercarti. Soltanto allora potrai batterti

– Prego dio che Ameth torni presto sulla Terra

– Tornerà. Non ha mai mancato i suoi appuntamenti. Devi soltanto avere un po' di pazienza

– Come farò a chiedere perdono a tutte le madri alle quali ho tolto i figli

– Lo so, è difficile sopportare tanto dolore, ma la tua via è stata tracciata e non puoi fare diversamente. Ora devi soltanto affinare le armi che ti ha do­nato Fred e amare questa gente con tutta la forza del tuo cuore

– Io debbo far cessare questo massacro, debbo cercarlo

– Non puoi farlo. Ameth dispone di armi potentissime e tu non sei ancora in grado di batterlo. Sai cosa accadrebbe all'universo se riuscisse a batterti?

– Non ci riuscirà

– Si piccola mia, tu riuscirai a batterlo, ma non ora

– L'ho giurato

– Manterrai il tuo giuramento, il momento non è lontano

Il resto della notte lo trascorsero abbracciate e quando al mattino si sve­gliarono il volto di Cristi era così profondamente segnato dalle lacrime che prima di lasciarla uscire Mary fu costretta a nascondere quei segni con un velo di trucco.

Quel giorno a scuola non accadde nulla di particolare, se così vogliamo considerare l'incontro non del tutto casuale che Cristi ebbe durante il primo intervallo.

Era nel parco, seduta sull'erba gustando un panino farcito di un enorme hamburger, quando si avvicinò lo stesso ragazzo per cui si era battuta il giorno prima

– Posso sedere? – Chiese lui

– Certo che puoi. Ne vuoi? – Domandò lei mostrando il monumentale pa­nino che aveva tra le mani

– Ti ringrazio, ho già fatto colazione. Ma sei sicura di riuscire a finirlo?

– Puoi scommetterci! Davvero non ne vuoi?

– No, grazie. Beh, sembra proprio che non debba far altro che ringraziarti

– Come va stamani? – Domandò Cristi

– Molto meglio di ieri!

– Sono contenta. Come mai da queste parti?

– Ho visto che eri sola ed ho pensato che avrei fatto bene a ringraziarti

– Per cosa?

– Per ieri

– Ma dai, smettila. Non ho fatto proprio nulla

– Forse per te si è trattato di una cosa di nessun conto, ma per me è stato importante. Non era mai accaduto che qualcuno prendesse le mie difese

– Non l'ho fatto soltanto per te

– E per chi altri?

– Per me. Io rifiuto ogni forma di violenza

– Hai rischiato molto. Sai chi sono quei ragazzi?

– Ragazzi, soltanto ragazzi come te e me

Lui esplose in una allegra risata.

– Cosa ho detto di tanto buffo?

– Scusami, non ridevo per quello che hai detto. Ora ti lascio e grazie an­cora – Disse facendo per alzarsi

– Te ne vai di già?

– Non voglio disturbarti

– Non mi disturbi affatto. Resta, parliamo un po', ti va?

Lui tornò a sedersi, quindi tolti gli occhiali prese ad armeggiarvi nel tenta­tivo di dare consistenza ad un pezzo di cerotto che teneva unita la montatura

– Cos'hanno i tuoi occhi? – Chiese lei

– Astigmatismo

– Gli occhiali sono rotti

– Non è una novità, me li hanno rotti tante di quelle volte

– Posso farti una domanda?

– Certo

– Perché non ti sei ribellato? Io lo avrei fatto

Il ragazzo si strinse nelle spalle – Si fa presto a parlare, ma non tutti pos­sono essere come te

– Non è vero, io sono come tutti gli altri. Non ti pare?

– Uh, non esattamente

Desiderando interrompere l'argomento lei cambiò discorso – Perché quei ragazzi se la sono presa con te? Cosa gli hai fatto?

– Nulla te lo posso giurare

– E allora perché erano tanto incavolati?

– È una lunga storia senza importanza

– Da quanto t'infastidiscono?

– Più o meno da quando frequento questa scuola

– E nessuno ha mai fatto nulla?

– Cosa avrebbero dovuto fare?

– Cantargliene quattro ad esempio

– Non scherzare, qui nessuno oserebbe muovere un dito

– Ma che cavolo di gente siete! Dalle mie parti non sarebbe mai potuto accadere. Posso conoscere il motivo per il quale ce l'hanno tanto con te?

– È molto semplice, i miei provengono dall'Austria e per completare la frittata siamo di religione ebraica

– Ed è grave?

– Qualcuno ne è convinto. Sai com'è, di questi tempi il tedesco non è di moda

– Tu sei nato in Austria?

– No, sono nato qui, ma sembra che non conti un granché. Per molta gente sono e resto un tedesco

– Sono soltanto degli sciocchi!

– Forse, ma come dargli torto, sappiamo tutti quanto sta accadendo in Europa. È facile comprendere il loro rancore

– Tu non devi comprendere un bel nulla! Non l'hai certo voluta tu questa guerra e loro non hanno alcun diritto di comportarsi come animali. Un uomo resta tale a dispetto di qualsiasi stupida ideologia

– Per molti americani essere nati in Germania o in Giappone, o in Italia, significa essere soltanto un nemico. Per non parlare di chi professa la reli­gione ebraica, allora sono davvero guai grossi

– Da quanto siete negli Stati Uniti?

– Tredici anni

– Avete sempre avuto problemi?

– Più o meno, ma ci si abitua. È il prezzo che gli emigranti debbono pa­gare

– È sempre stato così?

– All'inizio eravamo un po' isolati, ma questo dipendeva dal fatto che qui a Branson non c'è una grossa comunità ebraica. I guai veri iniziarono con la guerra

– Cosa accadde?

– Rischiammo di essere internati nel campo di raccolta di Missoula nel Montana

– Cosa vuol dire internati?

– Letteralmente significa relegare in sedi coatte. In parole povere ci met­tevano in campi di concentramento

– Perché avrebbero dovuto fare una simile cosa?

– Perché eravamo stati considerati stranieri

– È ingiusto, non potevano farlo, tu sei americano, sei nato a Branson

– Io si, ma non i miei

– Esistono davvero quei campi?

– Cosa vuoi che ti dica, suppongo di si

– Dio che vergogna! Possibile che nessuno si renda conto di commettere un crimine contro l'umanità

– Non vorrei confonderti le idee, ma quei campi hanno il compito di tenere raccolti tutti coloro che in qualche modo potrebbero causare difficoltà e poi da quanto ne so è sancito dai trattati internazionali

– Ma che cavolo dici! Esistono accordi che prevedono questa crudeltà? Mio dio ma è terribile! Che cavolo di civiltà è mai questa?

– Davvero ti sorprende? Credevo che ormai ne fossero a conoscenza tutti gli americani

– Non ne sapevo nulla. Come avete fatto a cavarvela?

– Non so dirti di preciso cosa sia accaduto, ma qualcuno deve averci dato una mano

– Chi?

– Non lo so, i miei non me ne hanno mai parlato

– Lo sapevo! C'è ancora amore nell'uomo. Quei ragazzi ti picchiano spesso?

– Soltanto se non hanno null'altro da fare

– I tuoi sono al corrente?

Lui scosse il capo.

– Perché non glielo hai detto?

Lui si strinse nelle spalle – Hanno minacciato di farci cacciare dagli Stati Uniti

– Che razza di somari! Provo una profonda vergogna. E tu dovrai riuscire a perdonarci

– Pare che tu sia l'unica a provare di questi sentimenti

– Non è vero! Siamo in molti a non condividere le loro idee

– Sarà, ma non ho avuto modo di accorgermene

– Ti capisco sai, a volte occorre del coraggio anche a fingere di non ve­dere. Comunque da oggi le cose andranno in modo diverso, saranno in molti a smetterla di fingere di non vedere

– Sto causandoti un mare di fastidi

– Posso farti una domanda personale?

– Certo

– Hai mai picchiato qualcuno?

– No

– Ne saresti capace?

– Non lo so

– Non è poi così difficile

– Può darsi, ma la violenza è qualcosa che non fa parte della mia natura. Se dovesse accadere credo che mi sentirei male

Con una mano Cristi gli sollevò il capo e lo guardò fisso negli occhi

– Anch'io non ho mai picchiato nessuno, ma se dovesse accadere per difendere i miei diritti potrei anche farlo. Mio padre mi ha insegnato che nes­suna legge degli uomini può concedere il diritto di abusare di altri esseri. La nostra persona, la nostra mente, la sensibilità, la nostra coscienza, sono le uniche cose per cui valga la pena sacrificarsi

Lui sorrise annuendo

– A sentire te sembrerebbero le cose più semplici del mondo, ma mi hai guardato bene? Ti pare che possa competere con loro? Non spaventerei neppure un pollo

– Non è l'aspetto la cosa che più conta! Beh, si, anche quello ha la sua importanza, ma è soprattutto quello che abbiamo nel petto e nella mente che deve sorreggerci

– Se ti riferisci al coraggio posso assicurarti che non mi manca, ma è l'evidenza che mi spaventa. Non potrei mai competere con loro

– Io credo che il coraggio non sia una cosa astratta. Non può essere sol­tanto una parola scritta sui dizionari

– Certo, ma occorre coraggio anche a prenderle

– È vero, ma l'importante è prenderle senza abbassare la testa. In modo che coloro che ci stanno usando violenza possano leggerci negli occhi la no­stra dignità

– E tu credi che questo possa fermarli?

– Se dovessi essere io a picchiare qualcuno e nei suoi occhi leggessi la pena che prova per me, beh, io credo che tremerei di paura

– Parli come mio padre

– Tuo padre deve somigliare al mio. Anche lui venne in questa nazione per lasciarne un'altra dove la libertà era soltanto un miraggio

– Tuo padre è svedese?

– No, era un italiano dalla testa dura

– Non è con voi?

Cristi scosse il capo

– Garrison non è un cognome italiano – Disse il ragazzo notando un velo di tristezza colmare gli occhi di Cristi

– Non so cosa dirti

– Perché si trasferì in America?

– Povertà! Sai cosa vuol dire?

– Non precisamente

– Sei fortunato. I tuoi sono ricchi?

– Non proprio, però non siamo poveri. Quando i miei lasciarono la Ger­mania appartenevano a famiglie benestanti

– Perché la lasciarono?

– Qualcuno stenta a crederlo, ma mio padre lo chiama amore per la li­bertà. Quando decisero di lasciare la Germania mia madre era al sesto mese di gravidanza, ma preferirono rinunciare ad un titolo e al loro bel mondo per offrirmi un paese di gente libera e non un mondo dove alcuni uomini pretendevano il posto di dio

– È stato un bel gesto

– Ho un debito enorme verso il loro coraggio, ed è soltanto per loro se oggi la mia guerra la combatto a suon di pugni e non con un arma tra le mani

– Spero mi permetterai di conoscerli. So bene cosa vuol dire lasciare le proprie radici. È atroce, ti sembra di impazzire. Occorre una forza non co­mune.

– Mi spieghi come fa una ragazza ad avere di queste idee nella testa. Dove hai le tue radici?

Cristi tirò su con il naso e ridendo esclamò

– Lassù, tra le stelle

– Ed è lassù che hai imparato queste cose?

– No, le ho imparate in una valle dove esistono praterie senza fine e dove l'acqua scorre verso il cielo... Dov'è possibile parlare al silenzio e il vento culla i tuoi sogni

– Stai parlando di un posto incantato?

– Sto parlando di casa mia, della mia valle incantata

– Davvero esiste un posto così?

Cristi annuì sorridendo – C'è c'è... è nel Vermont

– Oh il Vermont! Dicono meraviglie, ma è davvero un posto tanto bello?

– Per me lo è

– Un po' freddino però

– È vero, d'inverno fa un cavolo di freddo… però a noi sta bene così

– Invece per noi del sud è difficile perfino immaginare di vivere in posti così freddi

– Oh ma il nostro freddo non è cattivo e quando nella mia valle c’è il gelo, lei ha sempre il cuore caldo

– Devi amarla molto la tua terra

– Potrei mai non amare la mia casa? È la cosa più bella che abbia mai avuto

– Se è bella soltanto la metà di quanto lo sei tu dev’essere meravigliosa

– Io non valgo neppure la milionesima parte della mia valle

– Perché non provi a descrivermela?

– Lo farei, ma per farlo dovrei inventare parole nuove, ed io non sono tanto brava

– Allora prova a farlo con le parole di tutti i giorni, io ho una buona imma­ginazione

– Posso provarci… Lei somiglia ad una donna bellissima…possiede un grande cuore, sa amare, ha gli occhi verdi come le sue montagne, i capelli neri come le sue notti e le labbra rosse come i suoi alberi in autunno

– Sei sicura che esista un simile posto?

– Esiste e come, ed ha anche un bel nome... valle Champlain

– Tu sei nata li?

– No, sono nata in un posto molto meno bello

– Posso chiederti quanti anni hai?

– Dodici

– Io ne ho tredici e mi chiamo David

– Il nome di un grande re, il mio è Cristi

– Il nome di un altro re

– Non un re, un uomo… Perché t'interessi a me?

David si strinse nelle spalle – Mio padre dice che sono un gran ficcanaso

– Ed è vero?

– Un po’

– Cosa fa tuo padre?

– Il farmacista

– E tua madre?

– Fino a qualche anno fa ero io la sua unica occupazione, ora aiuta mio padre in farmacia

– Farai anche tu il farmacista?

– No, cioè... non lo so

– Non mi pare che tu abbia le idee molto chiare

– È colpa del mio carattere. Il mio medico dice che sono introverso

– Con me però la tua lingua è molto sciolta

– Con te è facile, non sei come gli altri, mi piaci

– Anche tu mi piaci – Sussurrò Cristi guardandolo fisso negli occhi

Il povero David divenne rosso come un pomodoro, ma alla fine riuscì a chiedere – Ti piaccio davvero?

– Si, hai un viso pulito. Cosa farai quando avrai terminato il liceo, andrai al college? – Chiese lei tentando di spezzare l'imbarazzo che sembrava aver avvolto il povero David

– Non lo so, ma credo di no

– Vuol dire che non proseguirai negli studi?

– Beh, il guaio è che non credo d'essere tagliato per questo genere di studio

– Cosa ti piacerebbe fare?

– Non riderai di me?

– Perché dovrei?

– Di solito quando dico di amare la musica mi guardano come se avessi due teste

– Tu ami la musica? Oddio, ma è magnifico

– Non per mio padre, lui mi vorrebbe avvocato

– E tua madre?

– Mia madre l’adora

– Anche la mia

– Lo so

– Conosci mia madre?

– No, ma ho ascoltato cosa sa fare con il pianoforte

– Quando?

– Ieri sera

– Non ricordo di averti visto

– Non potevi, ero fuori. Tua madre è troppo brava perché la sua musica resti confinata nell'aria notturna di una piccola città, dovrebbe essere ascol­tata da tutta l'umanità

– È vero, dovrebbe farlo

– Se mia madre l'ascoltasse sarebbe capace di piangere

– E tu?

Lui annuì impacciato – Se sapessi far vibrare l'aria come fa lei credo che suonerei per tutti gli uomini della Terra. Li farei piangere tanto da non avere il tempo per pensare alle guerre

– Perché non sei entrato? Ci avrebbe fatto piacere

David scosse il capo – Sono certo che nella tua valle non esiste la parola intolleranza, ma da queste parti è di casa

– Nella mia valle ne usiamo altre

– Quali?

– Comprensione, rispetto, amicizia, amore. Certo non debbono sembrare un granché se pronunciate mentre si mastica un panino, ma ti assicuro che sanno far vibrare gli animi come fa mia madre con la sua musica

– Dio che bello sarebbe

– Quale strumento suoni?

– Il violino e un poco il pianoforte

– Mi piacerebbe ascoltarti

– Per carità, saprei solo deluderei. Non sono bravo ad eseguire, mi è più congeniale comporre

– Oh signore! Tu fai la musica come Holy

– Chi è Holy?

– Una parte del mio cuore, una ragazza che ho amato come potrei amare me stessa. Lei diceva che comporre è come cedere una parte dei nostri sen­timenti

– È vero, con la buona musica si riesce a trasferire in altri i nostri stessi turbamenti. Anche lei è a Branson?

– No, lei è tornata alla sua terra. Credi che potrei ascoltare un brano composto da te?

– Ti piacerebbe?

– Cavoli!

– Ne ho uno che non è niente male...però...

– Però cosa?

– Forse non è adatto

– Perché?

– L'ho composto per mia madre. Per te vorrei comporne uno speciale

– Vuoi comporre un brano per me?

– Beh, se non ti dispiace

– Tu faresti questo?

– Certo, ma se non vuoi...

– Oh mio dio ne sarei felice

– Allora perché tanta sorpresa?

– Nella mia vita ho ricevuto doni soltanto dai miei genitori, da un bambino piccolo così e da una gattina

– Una gatta?

– Un amore che si chiamava Alba

– Era la tua gatta?

– No, lei non era di nessuno, morì la mattina di un Natale freddissimo, ma prima di andarsene mi portò in dono un suo cucciolo

– Anch'io ho un gatto

– Com'è nata la passione di comporre? – Chiese lei interrompendo volu­tamente l'argomento

– Immagino me l'abbia trasmessa mia madre

– Anche tua madre compone?

– No, lei preferisce eseguire, ed è bravissima. Prima di sposarsi era primo violino alla filarmonica di Vienna

– Che genere di brano vorresti comporre per me?

– Per la verità dovrebbe essere un segreto

– Ma che sei matto? Oddio scusa, non prendertela, sono un vero disa­stro. No, tu non puoi avere segreti con me, ti prego dimmelo

– Non lo so ancora. Vorrei comporre qualcosa che ti somigliasse, che sia nello stesso tempo vivace e romantico

– Ma io non sono romantica – Lo interruppe Cristi

– Questo lo credi tu

– No, non mi pare. Come posso essere romantica se non faccio altro che litigare con ragazzi più grandi di me

– È sufficiente osservare la luce che si è accende nei tuoi occhi quando parli della tua valle

– Ma va, davvero è così evidente? È vero, io amo la mia terra. È splen­dida

– E questo purtroppo renderà il mio compito più difficile

– Perché?

– Non sarà facile creare qualcosa che sappia risaltare il calore che scalda il cuore degli uomini della tua valle

– Sarà semplicissimo se saprai cogliere ciò che c’è di più bello nel tuo cuore. Che nome darai al brano?

– Ne ho già uno in mente

– Dimmelo!

– Prima giura che non ti metterti a ridere

– Avanti, io non sono una ragazza troppo paziente

– Me ne sono accorto, sembra che tu voglia vivere la tua vita tutta di un fiato

– Dai, non perderti in chiacchiere

– Beh, visto che sarà un brano dedicato a montagne verdi, notti nere e al­beri rossi

– La mia terra! Oh mio dio ora mi fai piangere

– Scusa, non volevo

– Dai scherzavo. Che nome gli darai?

– Pensavo a qualcosa come chiaro di luna in Vermont. Che ne dici, suona bene?

– Tu mi hai reso una ragazza felice, ora avrò anch'io un chiaro di luna tutto per me. Potrò ascoltarlo domani?

– Scherzi! Hai una pallida idea di cosa significhi comporre un brano?

– Nessuna

– Allora dovrai metterti l'animo in pace e concedermi un po' di tempo. Al­meno fino a Natale

– D'accordo, ma ricorda che non sono una ragazza paziente. Accidenti saresti dovuto entrare ieri sera, avresti potuto suonare con mia madre

– Vuoi scherzare? Non avrei avuto il coraggio neppure di accostarmi a lei

– Ti assicuro che non mangia carne umana

– No, ma sa come conquistare il cuore. Per ottenere ciò che lei sa cavare da quello strumento si dovrebbero avere otto mani

– È vero, non è facile eguagliare la sua tecnica

– Non ha mai pensato di dedicarsi ai concerti?

– Concerti? Per carità di dio, non dovrai mai pronunciare questa parola in sua presenza e soprattutto ricordati di non dirle mai che è brava, rischieresti di vederla arrabbiata sul serio

– Venderei l'anima pur di riuscire a fare un decimo di quanto sa fare lei

– È un modo di dire, vero?

– Purtroppo si

– Mi prometti una cosa?

– Cosa?

– Quando avrai composto il brano verrai a casa mia e lo suonerai as­sieme a lei

– Dai non scherzare, sarei capace di farmela sotto e poi non s'invita in casa un ebreo tedesco

– Oh santo cielo! Anche tu hai una bella testa dura. A noi non importa che tu sia ebreo o tedesco o mussulmano. Vuoi farmi un favore?

– Quello che vuoi

– Uno di questi giorni dovrai farci da guida e mostrarci le parti più interes­santi della città

David la guardò serio senza rispondere.

– Non vuoi? – Domandò lei notando la sua perplessità

– Non hai pensato a cosa potrebbero dire gli altri?

– Cosa cavolo...Scusami, a volte non riesco a frenare il mio tempera­mento. Cosa c'entrano gli altri in quelle che sono le nostre scelte?

– Non puoi permettertelo, sei nuova

– E allora?

– Non voglio che a causa mia tu debba...

– Ssst, lasciami dire una cosa; da quando ho iniziato a ragionare con la mia testa ho sempre avuto la sana abitudine di scegliere personalmente chi debbo frequentare e chi no e se c'è qualcuno a cui debbo spiegazioni, quel qualcuno è mia madre e la mia coscienza

– E loro saranno d'accordo? No, non rispondere, conosco già la risposta

– Sai leggere nella mente?

– Tua madre non può essere diversa da te

– È una donna eccezionale, te ne accorgerai

– Allora va bene e spero che non abbiate a pentirvi di aver concesso la vostra amicizia a un ebreo

– Siamo una famiglia forte. A proposito, è meglio che ti avverta di una cosa

– Lo so, non vuoi essere toccata

– Accidenti come corrono le voci, ma non è proprio come si dice in giro...e non guardarmi a quel modo, mi fai sentire strana

– Scusa, ma sei talmente bella che mi sembra di sognare

– Smettila! Non dire sciocchezze

– E come cavolo faccio a non dirtelo, dovrei mentire

– E tu prova a non guardare soltanto il mio aspetto, ho anche altre qua­lità... Scusami, sto dicendo un vagone di scemenze. Il mio guaio è che non ho ancora compreso come si comportano le ragazze di città. Mia madre dice che somiglio a un leone di montagna

– D'accordo, vedrò di non farlo più. Non voglio rischiare di essere sbra­nato

– Sei un buon amico. A proposito, credi che io potrei diventare tuo amico?

– Hai detto amico?

– Ho detto una fesseria?

– No, ma è un po' difficile pensare a te come ad un amico

– A causa del mio aspetto?

– Non soltanto per quello

– Allora cos’ho che non va?

– In te non c’è nulla che non va. Il problema è che...

– È che cosa? – Chiese lei notando l'interruzione

– È che sei una ragazza

– E questo è un problema?

– Cavoli!

– Ma che cavolo vuol dire cavoli?

– Vuol dire che una ragazza non può essere amico di un ragazzo

– Ah no?

– No!

– Capisco! Cioè no, non capisco. Potresti spiegarmene il motivo?

– Semplicemente perché una ragazza può soltanto essere amica di un ragazzo

– E dov'è la differenza?

– Una ragazza è una femmina e...

– ...e un ragazzo è un maschio. Lo so qual è la differenza tra un ragazzo e una ragazza. Quello che non capisco è perché una ragazza non può es­sere amico di un ragazzo

– Perché di solito i ragazzi sono amici dei ragazzi e le ragazze sono ami­che delle ragazze

– Non è soltanto un problema grammaticale, è così vero?

– Già

– Allora se una ragazza volesse essere amico di una ragazzo cosa do­vrebbe fare?

– Non so neppure immaginarlo. A volte tra amici ci si scambiano pensieri particolari

– Quanto particolari?

– Molto

– Beh, a me pare logico

– A te pare logico?

– Certo

– Beh invece non lo è affatto, ed è molto improbabile che possa accadere con un amico ragazza

– Naaa, stai scherzando, perché mai tra un ragazzo e una ragazza do­vrebbero esserci segreti

– Allora cercherò d'essere più chiaro; un ragazzo e una ragazza si scam­biano i loro pensieri soltanto se...Senti, io ci provo, però dopo non prender­tela con me se ti arrabbi

– Va bene, prometto di non arrabbiarmi

– Immagino che saprai che alla nostra età si possano avere pensieri che dovrebbero restare segreti

– Di quali segreti stai parlando. Ah si! Ho capito. Intendi quei pensieri?

– Esatto

– E allora? Dov'è la difficoltà?

– E come faccio a spiegarti, dovrei almeno farti un esempio

– Beh, provaci!

David ingoiò un bel rospo prima di riaprire bocca – C'è l'hai un segreto importante?

– Si che ce l'ho

– Riguarda un ragazzo?

– Si

– E saresti capace di parlarmene?

– Se tu fossi mio amico potrei farlo

– Non è possibile, certe cose non si raccontano neppure alla propria ma­dre

– E all'amico, si raccontano?

– Ad un amico maschio si, ma mai ad una ragazza

– Quand'ero piccina l'ho avuto un amico maschio. Di lui ho un ricordo dol­cissimo, ci siamo scambiati i nostri pensieri. Avevamo soltanto otto anni

– Per la verità intendevo qualcosa di diverso

– Ti riferisci al sesso?

David divenne rosso fin sui capelli e se non fosse stata lei a riprendere la parola probabilmente si sarebbe morso la lingua

– Toglimi una curiosità, voi ragazzi non fate altro che pensare a quelle schifezze?

– Lo vedi se avevo ragione? Con una ragazza non se ne può proprio parlare

– Hai ragione scusami

– Sei arrabbiata?

– Soltanto un po' delusa, ci tenevo ad essere tuo amico

– Potresti essere mia amica. In questo caso non ci sarebbero problemi

– Perché?

– Perché se non volessi rimediare un ceffone non ti parlerei mai di sesso

– E se invece fossi la tua innamorata?

– Si dice fidanzata. Beh, non lo so, non l'ho mai avuta. Però immagino che in quel caso potrebbe essere naturale

– Non è che stai facendo tutta questa commedia perché non mi vuoi come amico?

– Vuoi scherzare, ne sarei felice

– Bell'amico saresti se non mi riveleresti i tuoi segreti

– Porca miseria è mai possibile che non ti entri nella zucca? Lo vuoi ca­pire che non si può raccontare ad una ragazza ciò che s'immagina di fare con lei

– E tra voi ragazzi vi raccontate quelle cose?

David divenne nuovamente rosso e non trovò le parole per dare una ri­sposta.

– Rispondimi sinceramente, hai mai pensato di fare quelle cose con me?

– Se hai deciso di divertirti fai pure, ma che tu lo creda o no desideravo soltanto farti comprendere come stanno realmente le cose. E per quanto ri­guarda quelle cose, non sono sicuro di averle pensate

– Come sarebbe a dire non sei sicuro?

– Sarebbe a dire che...beh, tu non ne hai mai fatto parte

– Perché, non sono abbastanza interessante?

– Lo sei eccome porco mondo, ma mi parrebbe di sporcarti... Scusami

– Io adoro i ragazzi come te. Va bene, non parliamone più

– Comunque a me piacerebbe esserti amico

– Nessuno t'impedisce di esserlo

– Il guaio è che non ho mai avuto amici femmine

– Mai?

– Beh, quelle che conosco le considero compagne di classe e a loro non ho mai confidato i miei pensieri

– Perché?

– Ma perché potrei metterle in imbarazzo

– Non è che tu ti vergogni di me, vero?

– Te l'hanno mai detto che sei una bella testona?

– Più di una volta

– Non prendertela, tra amici a volte si può dire anche di peggio

– Allora sei mio amico?

– Se vuoi

– Provamelo!

– Provarti cosa?

– Che sei mio amico

– E come posso provarlo?

– Confidami un tuo segreto

– E cosa dovrei confidarti?

– Accidenti, ecco un altro Fred

– Chi è Fred?

– Non farci caso. Allora vuoi confidarmi un tuo segreto?

– Dimmi cosa vuoi sapere

– Ti masturbi pensando alle ragazze? Oddio scusa, non volevo, scusami

– No, non lo faccio – Rispose lui in evidente imbarazzo

Cristi lo guardò sorridendo

– Lo vedi? Non è poi tanto difficile

– Mi hai preso alla sprovvista

– Ma sei stato sincero

– Cosa te lo fa credere?

– Immagino che per un ragazzo non dev'essere facile ammettere di non fare quelle cose

– E tu? – Chiese lui senza guardarla

Cristi scosse il capo mormorando un impercettibile – No

Per qualche secondo nessuno dei due pronunciò una sola parola, poi lei chiese con voce allegra

– Ora mi vuoi come amico?

– Certo che ti voglio

– Bene, allora devi confidarmi un altro segreto

– Un altro?

– Beh, sei mio amico o no

– Va bene, però devi giurarmi che non ti arrabbierai

– Ma dai! Cosa avrai mai da dirmi

– Una cosa

– Più importante dell'altra?

– Credo di si

– Beh, allora dimmela

David rimase muto toccandosi il labbro ancora tumefatto

– Allora? Ti decidi – Lo incalzò lei

– Stavo cercando le parole. Non è mica facile confessare di essere inna­morato

– E per una cosa del genere hai bisogno di tanto tempo? Tu sei innamo­rato? Oh cavolo e di chi? Di una donna?

Lui annuì.

– Cavoli! Questo si che è un bel segreto. La conosco?

Completamente a disagio David annuì ancora.

– Chi è?

– Questo non posso dirlo

– Ma che cavolo di amico sono se non mi confidi un segreto per intero

– Non è possibile, ti arrabbieresti

– Ti ho già detto che non mi arrabbierò. Allora chi è?

– Tu!

– Tanto segreto per...io? Come io? No, ti sbagli, non posso essere io

– Non è che ne sia proprio certo, ma i sintomi dovrebbero essere quelli

– Quali sintomi?

– Quando ci si innamora e come prendersi l'influenza

– Tu dici?

– Così dicono

– Porca vacca aveva ragione Mary! – Esclamò lei grattandosi il capo – Ora comincio a credere che la cosa migliore sia di tenere le due cose sepa­rate

– Chi è Mary?

– Mia madre

– La chiami per nome?

– Si

– E lei cosa ne dice?

– Mugugna un po', ehi! Non sarai mica offeso?

– Per cosa?

– Per quello che ho detto

– Non è successo nulla e poi ho soltanto detto di credere di essere inna­morato

– È tanto difficile scoprirlo?

– Questa è una domanda alla quale non so rispondere

– Perché?

– Santo cielo, ma perché non ne capisco un accidente

– Ah ecco! D'accordo, chiederò in giro

– Forse qualcun altro riuscirà a fartelo capire

– Scusami, non volevo offendere il tuo sentimento, mi sei molto caro, ma vorrei che tu capissi che ho soltanto dodici anni e non credo d'essere pronta a complicarmi la vita

– Non devi scusarti, comprendo benissimo

– Sicuro? Mi piacerebbe che tra noi nascesse un amicizia sincera

– Una normale amicizia tra ragazzo e ragazza?

– Una normale amicizia

– Farò il possibile per non deluderti

– Sono un bel po' imbranata, cosa ne dici?

– Non quanto me

– Il guaio è che anch'io non ne so un accidente di ragazzi e di innamora­menti

– Vuoi sapere una cosa buffa?

– Dimmi

– Di queste cose mi vergogno perfino a parlarne con mia madre e invece vado a confessare ad una ragazza che sono innamorato di lei e che non mi masturbo. Spero di non averti offeso

– Ma dai, a me ha fatto piacere, ora so di avere un amico sincero

– Te lo hanno mai detto che sei stupenda

– Non mi pare d'essere tanto diversa dalle altre ragazze

– Questo è quello che credi tu. Ti assicuro che non è davvero facile igno­rarti. Da quando sei in questa scuola i ragazzi sembrano tutti rincitrulliti

– Tu compreso?

– E come no! Sono perfino riuscito a confessarti...meglio lasciar perdere

– Sei davvero innamorato di me?

– Non so dirti se quello che provo sia amore o qualche altra cosa, dovrò scoprirlo

– Quello che provi, lo provi soltanto per me?

– Si...no...c'è un'altra ragazza che mi scuote un po'

– Ne sono felice

– Per cosa?

– Perché mi hai permesso di conoscere i tuoi sentimenti e perché so di piacerti

– Puoi ben dire di piacere a tutti, a scuola non si parla che di te

– In che senso?

– Beh, qualcuno pensa alla grande, ma gli altri sono pressappoco nelle mie condizioni

– Pensare alla grande significa che…?

– Uh uh, proprio quello

– Oh cavoli! Questo si che è un bel guaio. Io vorrei essere amica di tutti senza creare problemi a nessuno

– Sarà una bella lotta

– Puoi darmi qualche consiglio? Forse se indossassi...

– Lascia perdere non servirebbe. Non so se te ne sei accorta, ma tu sei fuori del comune

– A me pare d'essere normale

– In te non c'è nulla di normale e se tu fossi la normalità sono certo che gli uomini sarebbero tutti felici. Porca miseria, ma come faccio a spiegarti. Credi sia facile per un ragazzo voltarsi a guardare un albero mentre passi tu?

– Non sono diversa dalle altre ragazze. Ho due gambe, due braccia e due...queste cose non credo siano diverse da quelle delle altre, non ti pare?

– È qui che sbagli, sembrano uguali, ma così come sono messe sono da sballo

– Oddio! E ora come faccio. Io non voglio creare problemi a nessuno

– Qualcuno ci metterebbe la firma ad averne. Aspetta qualche giorno e vedrai quanti galletti avrai attorno

– E se tu mi aiutassi?

– Non vorrai chiedermi di fare a botte per te?

– No, però potresti dire qua e la come la penso

– Che non desideri avere problemi sentimentali?

– Esatto! O magari che sono già impegnata, cose del genere... Me la dai una mano?

– Posso provarci, ma servirà a poco

– Posso confidarti un segreto?

– Sei innamorata di me...scusa, volevo fare dello spirito

– La verità è che non ne capisco un accidente, però di una cosa sono certa, il mio ragazzo non vive a Branson

– D'accordo, dirò in giro che hai un ragazzo da qualche parte del mondo...dove con precisione?

– Non lo so, credi che Napoli possa andare?

– In Italia? Si, potrebbe andare, ma se fossi in te non ci conterei troppo

– Speriamo che questo riesca a farmi passare inosservata

– Ho i miei dubbi

– Come sarebbe a dire? Dobbiamo riuscirci

– Conosci qualche pozione magica per renderti invisibile? Ma ti rendi conto che da quando siamo qui ci stanno scrutando almeno un centinaio d'occhi

– Beh, forse non è male, ora sapranno a chi domandare. Ehi! Non è cam­biato nulla tra noi, vero?

– C'è qualcosa tra noi?

– Si che c'è, sono tua amica

– Okay

– Non sei arrabbiato?

– Perché mi hai confidato un tuo segreto?

– Quale segreto ti ho confidato?

– Di avere un ragazzo a Napoli

Cristi esplose in una delle sue risate che fece girare gli occhi a quanti erano nel raggio di venti metri

– Sono lusingata dei tuoi sentimenti, ma come vedi ho un sacco di cose da imparare

– Com'era la tua vita prima di venire a Branson, voglio dire...

– So cosa intendi. No, non ho avuto la possibilità di fare certe esperienze

– Non hai mai avuto un ragazzo?

– Non sapevo neppure a cosa servissero e sai una cosa? Fino a qualche minuto fa ero convinta che i ragazzi fossero tutti uguali. Tu sei l’unico al quale ho aperto il mio cuore.

– Ne parli con un candore che fa rabbia. Le altre ragazze si taglierebbero la lingua piuttosto che fare simili ammissioni

– Come vedi ho molto da imparare

– Invece dovresti rimanere così come sei per il tuo ragazzo di Napoli

– Ti ringrazio, mi stai colmando di complimenti

– Spero di riuscire ad essere un buono amico

– Accidenti se lo sei! E mi sei già molto caro

Nell'aria rintoccò il suono isterico di una campana

– È l'ora di rientrare, – Brontolò David alzandosi e offrendole un mano per aiutarla ad alzarsi.

Per un attimo Cristi rimase interdetta fissando quella mano che lui ritirò prontamente.

– Fai presto a rinunciare! – Esclamò lei ridendo con gusto

– Mi ero dimenticato che non vuoi essere toccata

– Beh, aspetta almeno che sia io a rifiutare. Comunque ti ringrazio, per me queste situazioni sono nuove e non so ancora bene come comportarmi. Allora? Vuoi deciderti a darmi una mano o no?

– Rimani a scuola anche il pomeriggio? – Domandò lui aiutandola a solle­varsi da terra

– Non ho lezioni nel pomeriggio

– Cosa farai?

– Forse uscirò con Victoria

– Il dottore?

– La conosci?

– È buona amica dei miei

– Anche tu la giudichi un po' strana?

– No, è la donna migliore ch'io conosca

– Davvero ti piace?

– Peccato che non abbia la tua età, altrimenti le farei la corte

– Accidenti! Ho già una rivale

– Sai che è stato il mio primo amore? Riuscivo a malapena a parlare che già ero innamorato di lei. Siete amiche?

– Considerando la differenza d'età che c'è tra noi ci si intende alla perfe­zione

– Sono contento, se lo merita, è una donna meravigliosa

– È vero! La conosci bene?

– Forse è più preciso dire che è lei a conoscere me molto bene. Lei mi ha visto nudo ancor prima di mia madre

– Vuoi dire proprio senza vestiti?

– Completamente nudo

Non riuscendo a comprendere Cristi scosse il capo imbarazzata.

– Ehi! – Esclamò David ridendo – Non farti venire strane idee, Victoria è il mio medico, è lei che ha aiutato mia madre a mettermi al mondo, ed è sem­pre stata lei a curarmi. È un ottimo medico

– Scusami, sono davvero un pessimo soggetto. Sai che anch'io sono stata curata sempre dallo stesso medico?

– Non bravo come Victoria

– Invece si! Credo proprio che fosse bravo quanto lei. L'unica differenza è che era un uomo

– Un uomo? Il tuo medico è un uomo?

– Era

– Non lo è più?

– Purtroppo no, ma lo è stato fino a poche settimane fa

– Capisco – mormorò lui – Com'era? Simpatico?

Cristi sorrise – Aveva un carattere impossibile, ma era talmente bravo che gli era sufficiente toccarmi per capire cosa avessi

– Ti toccava?

– Uh uh

– E poi?

– Poi cosa?

– Ti vedeva nuda?

– Oh beh...si, a volte capitava

– Beh, mi pare normale, era il tuo medico

Questa volta Cristi rise di gusto – Di la verità, muori dalla voglia di cono­scere altri particolari

– Niente affatto! E poi scommetto che era vecchio e brontolone

– Non era vecchio, era brontolone, ma il più bell'uomo della valle...Era mio padre

– Tuo padre? Roba da matti, avrei dovuto immaginarlo. Anche lui era medico?

– Lui era molto di più, era tutto quello che avevo. Era il mio medico, il mio confessore, l'amico, la mia sicurezza e le mie medicine

– E non provavi vergogna?

– A fare cosa?

– A mostrarti nuda

– Vergogna di mio padre? Dio come suona innaturale questa parola. No! Non provavo vergogna. Piuttosto credo che fosse lui ad essere imbarazzato

– Sei una strana ragazza, ma si sta bene con te, mi fai sentire a mio agio. È come se ti conoscessi da sempre

– E di Victoria cosa mi dici? La conosci bene?

– Conoscerla bene? Sfido chiunque osi affermare di esserci mai riuscito. Quella non è una donna è un istituzione. Il guaio è che ha la brutta abitudine di nascondersi dietro una corazza invalicabile

– Hai questa impressione? Eppure nei miei confronti è molto disponibile

– Lo è con tutti e da quello che so non ha mai detto no a nessuno, ma tu come definiresti una persona che non permette neanche al padreterno di far parte della sua vita

– A me lo ha permesso

– Allora deve essersi innamorata di te, altrimenti non si spiega. Lei non concede facilmente la parte più intima di se

– Probabilmente non siete riusciti a comprenderla

– No, è lei che non desidera essere compresa, ma io so che al di la di quella corazza c'è una grande donna

– È davvero grande e mi fa piacere sentitelo dire. Se non avessi avuto lei accanto in questi giorni sarei impazzita, le voglio un mondo di bene

– Posso confessarti un segreto?

– Un altro? – Fece allarmata Cristi – Non sarà come quello di prima?

– Riguarda Victoria

– Cerca di fare in fretta, dobbiamo rientrare

– Lo sai che spende tutto il suo denaro per aiutare le famiglie più povere di Branson?

Cristi si arrestò afferrandolo per un braccio

– Non stai mentendo, vero?

– Parola

– Cosa sai?

– Non molto per la verità. Una sera mi capitò di ascoltarla dialogare con i miei, chiedeva consigli per risolvere un problema

– Vai avanti

– Sentii mio padre consigliarla di dare in affitto la casa dove ora abiti con tua madre

– La casa dei Frost

– La chiamano così ma la proprietà è di Victoria

– Per quale motivo tuo padre le dette quel consiglio?

– Non riuscii a comprendere tutti i dettagli del loro discorso, ma capii che si trattava di una bambina che sta curando da oltre di un anno

– Sun Li, ho conosciuto quella bambina. Vai avanti

– Non so dirti altro. Ricordo soltanto che si rammaricava di non avere al­tre risorse

– Da quanto va avanti questa storia?

– Questo non lo so, ma ho l'impressione che siano diversi anni che spende il suo denaro per coloro che lei definisce i suoi amici. Non dirmi che non ne eri al corrente

Cristi scosse il capo in segno negativo rimanendo pensierosa.

– Mi dispiace, avrei fatto meglio a tacere. In fondo non sono cose da rac­contare

– No, hai fatto bene invece. Quella vecchia strega mi sorprende ogni giorno accidenti a lei! – Sussurrò Cristi scuotendo il capo

– Sarebbe Victoria la strega?

– Si… a volte la chiamo a quel modo

– E non si arrabbia?

– Qualche volta finge di arrabbiarsi

– Di quella bambina cosa sai?

– È morta

– Oh mio dio! Mi dispiace. Adorava quella bambina, ne parlava come fosse stata sua figlia. Deve aver sofferto moltissimo. Quand'è stato?

– Qualche giorno fa. Ero con lei quando è morta

– Tu?

– Uh uh

– Dio ti ringrazio! Almeno aveva un sostegno. Ha sofferto?

– La conosci, è un blocco di granito. Apparentemente l'ha superata

– Promettimi che non le dirai nulla, non voglio perdere la sua stima

– Non te lo posso promettere

– Glielo dirai?

– Sta tranquillo non è accaduto nulla che non possa essere riparato

– Beh, sicuramente sai cosa fai. Ora però dobbiamo salutarci. Io non salgo, ho lezione in palestra. Ci vediamo domani?

– Cosa? Ah si, certo

– Mi permetterai di accompagnarti a casa?

– Sei gentile, ma conosco bene la strada

– Come vuoi – Borbottò lui guardandosi le scarpe

– Ehi! – Esclamò lei comprendendo di aver detto qualcosa che non do­veva – Non era mai accaduto che un ragazzo mi chiedesse di accompa­gnarmi, però credo mi piacerebbe provare... Non è che vuoi soltanto essere gentile con me, vero?

– A me farebbe piacere. Potremmo parlare un po', e...

– E...?

– Far morire d'invidia un sacco di gente

– Uhm e io che ti credevo un pesce bollito

– Un cosa?

– Lascia perdere! Pensavo ad alta voce

La mattina della domenica Cristi si svegliò più tardi del solito e quando aprì gli occhi il sole era già alto nel cielo.

Evitando di far rumore scese in cucina. Preparò il caffè, imburrò il pane e con il vassoio tra le mani tornò di sopra in punta di piedi, ma quando spinse la porta dalla camera di Mary e la trovò vuota, poco mancò che le cadesse tutto sul pavimento.

– Porca vacca! – Esclamò scendendo a precipizio le scale

La cercò chiamandola a gran voce, ma di lei non trovò neppure l'ombra. Tornò di sopra guardando perfino in soffitta. Uscì in giardino andando a bus­sare inutilmente alla porta di Victoria e quando rientrò era veramente preoc­cupata. L'unico posto dove non aveva ancora cercato era in cantina e per la verità avrebbe fatto volentieri a meno di scendere in quel locale angusto e senza luce. Ad ogni modo si fece coraggio e dopo essersi equipaggiata di una torcia elettrica aprì la porta della cantina.

– Mary! – Gridò senza neppure affacciarsi

Non ottenendo alcuna risposta accese la torcia e iniziò a scendere molto lentamente la ripida rampa.

– Mary? Sei qui? – Disse ad alta voce proprio quando un leggero rumore alle sue spalle la fece trasalire.

Si fermò indecisa se voltarsi e quando lo fece fu così bruscamente che la torcia urtò contro il muro sfuggendole dalla mano.

Immagino non sia difficile intuire cosa accadde in quei pochi istanti. Fu talmente grande la paura che nel piegarsi a raccogliere la torcia perse l'equi­librio finendo il resto dei gradini in un rumoroso ruzzolone. In un lampo le tornò alla mente il ricordo di un altro ruzzolone, quando sulla collina Fred fu morso dal serpente.

Per qualche istante rimase distesa sul pavimento con il cuore che batteva all'impazzata. Poi facendo forza sulle braccia si sollevò sulle ginocchia cer­cando d'individuare la torcia.

– Dove sei, dove sei, dove sei – Gridò con voce isterica scandagliando con le mani il pavimento proprio mentre lo stesso rumore che poc'anzi aveva dato il via alla sua caduta si ripeté

– Chi cavolo è! – Gridò sollevando lo sguardo appena in tempo per ve­dere la porta della cantina chiudersi lentamente lasciandola immersa nel nero manto dell'oscurità

Fu un attimo di terrore assoluto. Le sembrò che il cuore volesse uscirle dal petto e mentre era sul punto di cedere alla paura e un urlo stava per esploderle nella gola, con un cigolio sommesso la porta si riaprì illuminando nuovamente le scale.

Salire quei gradini alla velocità di un pensiero fu il minimo che potesse fare e quando finalmente richiuse la porta alle sue spalle, scaricò tutta l'aria che aveva trattenuta nei polmoni.

Dovettero trascorrere un paio di buoni minuti prima di assorbire l'adrena­lina che le aveva irrorato il sangue.

Si sciacquò lungamente il viso con l'acqua fredda e uscì di nuovo in giar­dino per proseguire le ricerche nella rimessa, ma quando poco dopo rientrò in casa era ormai nella completa incapacità di ragionare. Poggio le spalle al muro e scivolando lentamente verso il pavimento, riprovò la stessa paura di quando, al fianco di Fred morente per il morso di una serpe, pensava proprio di essere sul punto d’impazzire.

Ma mentre uno sconosciuto malessere la stava spingendo verso la più nera paura, improvvisamente un indistinto rumore di passi sulla veranda le fecero sollevare il capo e riconoscere le voci di sua madre e quella di Victo­ria.

Per un lunghissimo istante tentò di riordinare le idee, ma riuscì soltanto a scoppiare in un pianto disperato e liberatore.

– Cos'è accaduto? – Esclamò Mary quando la vide in quelle condizioni

– Dove cavolo sei stata? – Riuscì a dire con un filo di voce aggrappandosi disperatamente a lei

– Tesoro ma cos'è accaduto? Ho accompagnato Victoria al cimitero

– E a me non hai pensato? Mi hai fatto morire di spavento

– Oddio mi dispiace! Dormivi così bene, non ho voluto svegliarti

– Potevi dirmelo ieri sera

– Se avessi saputo che volevi venire anche tu lo avrei fatto...volevi ve­nire?

– Non lo so, forse no, ma avresti dovuto avvisarmi

– Hai ragione tesoro scusami. Oh ma che angelo! – Esclamò guardando la tavola – Ti sei preoccupata di preparare la colazione. Cosa farei senza di te!

– Non mi pare di essere così necessaria – Aggiunse Cristi asciugandosi il volto rigato dalle lacrime

– Amore mio perdonami, non immaginavo che ti saresti svegliata così di buon'ora. Sono soltanto le otto del mattino

– Non farlo mai più

– Mi dispiace

– Mi sono sentita persa accidenti a te!

– Mi dispiace, mi dispiace. Hai avuto paura?

– Nooo, sono quasi morta di spavento. Non ne avevo mai provata tanta

– Anche Fred ti lasciava sola quando andava a Middlebury

– Era diverso, qualcosa di lui restava sempre con me, non mi sentivo mai sola

– Sei proprio sicura che fossi proprio sola?

– Cosa vuol dire? Io non ho sentito la tua presenza

– Forse so farlo senza disturbare troppo

– Davvero eri con me?

Mary annuì – Chi credi abbia riaperto la porta della cantina quando sei ri­masta al buio. Spero non ti sia fatta male cadendo

Cristi sorrise grattandosi furiosamente la testa – Sono proprio una stupida

– Ora almeno sai che non potrai liberarti di me neppure se lo volessi

– Tutte le madri sono così?

– Per le altre è un po' diverso, non hanno le nostre capacità. Però rie­scono a mantenere un legame indissolubile con i loro figli. Tra loro esiste qualcosa che li fa sentire sempre in contatto

– Vuoi farmi un favore?

– Tutto quello che vuoi

– La prossima volta non avere riguardi, disturbami. Ho bisogno di sentire la tua presenza

Mary la strinse a se – La sentirai in eterno, te lo prometto

– Cosa si fa oggi, vuoi che dipinga la staccionata? – Domandò Cristi stac­candosi dalle sue braccia

– Sarebbe un'ottima idea, ne ha un gran bisogno, ma posso farlo io nei prossimi giorni

– Hai già tanti problemi, lascia che ti aiuti

– Non ce n'è bisogno, davvero! A proposito… Victoria mi ha chiesto il per­messo di condurti con se in ospedale

– Quando? Oggi?

– Uh uh

– E tu cosa le hai risposto?

– Che lo avrei chiesto a te. Ti va di andare con lei?

– Porca vacca! Sono pronta

– Non vorrai andarci in vestaglia

– Vado a vestirmi. Credi che possa andare in jeans?

– Dovresti domandarlo a lei, ma forse non è necessario, pur di averti con se ti accetterebbe anche con i baffi

– Uh, credo di esserle simpatica

– Io direi che si è addirittura innamorata di te

– Sai che comincio a voler bene a quella vecchia ficcanaso? Oh ma non dirglielo, non vorrei che si montasse la testa. Ora salgo a vestirmi, ma tu chiamala, dille di non andarsene senza di me

– Non è necessario, tra poco sarà qui, ma tu sbrigati, devi fare ancora colazione

Dopo neppure cinque minuti Victoria era già in casa seduta davanti a una tazza di caffè bollente.

– Erano anni che non gustavo un caffè così buono?

– Lo credo! Sei talmente pigra da rinunziare al caffè per non lavare le tazze – Borbottò Mary riempiendole la tazza

– Lo ammetto, non sono adatta a stare tra i fornelli, ma il vero motivo è un altro; ho cessato di preparare il caffè subito dopo avere assaggiato quello che sapeva fare quel mio amico italiano, vi ricordate di lui?

– Quello che andò nel Vermont?

– Proprio lui

– E sapeva fare un buon caffè?

– Se sapeva farlo? Aveva un aggeggio infernale con cui riusciva a fare un caffè divino. Era una specie di bricco con un becco che prima doveva essere rivolto verso il basso e poi verso l'alto...o mi sbaglio

– So cos'è! – L'interruppe Cristi sorridendo – Non è un aggeggio infernale, è...– Cristi ebbe un attimo di pausa mentre gli occhi le brillarono di una vivida luce –...è una cosa molto semplice da usare

– Lo conosci?

– Certamente! Lo usavo tutte le mattine prime di recarci nei campi. Era la sua sveglia, scendeva non appena sentiva il profumo del caffè

– Chi?

– Mio padre

– Era compito tuo preparare la colazione?

– Non sempre, ma lo divenne da quando conobbi Alba. Ero sempre la prima a scendere

– Chi è Alba?

– Una gatta

– Chissà perché i bambini scelgono sempre un gatto per amico

– Alba non l'ho scelta io, è stata lei a scegliere me

– Un giorno dovrai raccontarmi di lei

– È una storia bellissima

– Cominciano ad essere decisamente troppe le cose ci legavano e tra le altre scopro che il mio pulcino sa usare... Come si chiama quell'aggeggio?

– Napoletana! Oddio non so se questo fosse il suo vero nome, ma mio padre la chiamava così. Avevamo anche un altro oggetto con cui si tritavano i grani del caffè

– Ah si, conosco anche quello

– Quello di macinare il caffè era un altro dei miei compiti, a me piaceva l'aroma che si sprigionava. Prendere il caffè la mattina era molto più che una consuetudine, era un momento da vivere assieme, in silenzio

– Napoletana, eh? C'è sempre Napoli di mezzo. Tuo padre che ha vissuto a Napoli, Ellen nata a Napoli, il caffè e chissà cos'altro ancora salterà fuori

– Può darsi che si debba fare un viaggio insieme, magari a Napoli

– Sarei pronta a partire subito se dipendesse da me. Neppure immagini quanti ricordi ho nel cuore. Com'era bella con quella sua montagna fumante, i suoi vicoli rumorosi e quelle frotte di bambini che ti scorrazzavano at­torno...E la pizza? Sapessi che grandi scorpacciate ce ne facemmo. Dio co­m'era buona! Ma chissà se oggi sarebbe possibile rivivere quelle stesse sensazioni

– Ti prego, prova a descriverle

– È una parola, non sono così brava

– Dai, provaci

– Non posso vantami di aver viaggiato in lungo e in largo, per la verità quello è stato l'unico viaggio della mia vita e forse è per questo che ne ho un ricordo memorabile

– E allora cosa aspetti a parlarmene brutta strega

– È difficile riuscire a descrivere lo spirito che vive in quella gente. Non so dirti se in altre parti del mondo si possano provare le stesse emozioni che provai in quei giorni, ma in quella città ho scoperto un colore umano che non avevo ancora conosciuto. È gente magnifica che vive di nulla, ma in loro ri­siede una tale dignità da suscitare il massimo rispetto

– Parlami dei bambini di Napoli

– Oddio loro! Sono angeli, ma devi chinarti a guardarli negli occhi se vuoi vedere lo spirito di chi crede in leggi antichissime

– Tu lo hai visto?

– Io m'innamorai di quegli occhi e se avessi potuto li avrei portati tutti con me

– Mio padre diceva che è impossibile non amarli

– Quello che vidi era davvero qualcosa da amare, non puoi neppure im­maginare quanta tenerezza riescano a suscitare...Ma forse oggi non sono più gli stessi. Questa maledetta guerra non può aver risparmiato la loro pu­rezza

– Cosa intendi dire?

– Scusami se ho la cattiva abitudine di essere pessimista, ma è quasi certo che i bombardamenti non possono aver risparmiato quella città

– Non è vero! – Sussurrò Cristi con una espressione di dolore sul volto – Non è possibile

– Me lo auguro tesoro e spero con tutto il cuore che quella purezza sia sopravvissuta. Altrimenti l'umanità potrebbe aver perduto l'ultima traccia di quello che doveva essere l'uomo migliaia di anni fa

– Perché dici queste cose? Napoli non può essere cambiata...i bambini sono li...aspettano me...no, non può essere vero – Mormorò mentre l’allegria scomparve dal suo volto e lei si alzò dalla tavola per salire silenziosamente di sopra

– Cosa ho detto? – Domandò Victoria preoccupata

– È andata a versare qualche lacrima… ma sta tranquilla, non è accaduto nulla. Vedrai che tra poco le sarà passata. Lei adora quella città e al solo pensiero che possa non essere più come gliel'ha descritta suo padre la fa soffrire

– Mi dispiace tesoro! Sono proprio una vecchia strega, perdo sempre l'occasione per tenere la bocca chiusa – Disse ad alta voce Victoria

– Non devi dispiacerti, non è colpa tua, – Urlò Cristi da sopra – e se la guerra me l'ha distrutta, io saprò riedificarla

– Conta pure su di me – Le rispose Victoria

Un attimo dopo Cristi era di nuovo in cucina sorridente come sempre. Abbracciò Victoria per le spalle e le sussurrò all'orecchio

– Tu hai cose ben più importanti da fare che edificare una città… Quanto resteremo in ospedale?

– Oggi è il mio turno di riposo, perciò quando ne avremo abbastanza ce ne torneremo a casa. Che dici vogliamo salutare tua madre e prendere il largo?

– Con te verrei in capo al mondo, ma non chiedermi mai di salire su di una barca

– Hai paura dell'acqua?

– No, la mia non è paura, è terrore!

– Ricevuto! Niente mare e niente acqua, per oggi soltanto ospedale… ma lo sai che a Napoli c'è il mare?

– Quello è il mare di mio padre...e non potrà mai farmi del male

Mezz'ora dopo entravano in ospedale e come le era già accaduto, non appena mise piede nell'atrio si sentì preda di un senso di dolorosa oppres­sione.

Soffrì in modo inaudito tutte le dolorose sensazioni che inevitabilmente la riportarono a rivivere ogni attimo di quella notte in cui morì Ellen e l'altra Cri­sti.

Credendo d'interpretare il suo dolore Victoria le fu accanto nell'unico modo che conosceva, tenendola sempre stretta a se, confortandola e riser­vandole infinite attenzioni. Le condusse nel reparto pediatrico e le presentò uno ad uno tutti i suoi cuccioli che l'accolsero con grande allegria e quando fu certa che Cristi aveva riacquistato la sua serenità proseguirono la visita lungo le corsie dove la presentò ai suoi colleghi.

Ben presto la sua spontanea naturalezza seppe suscitare in quegli at­tempati signori un tale interesse che vollero farle visitare la sala operatoria, descrivendole poi con dovizia di particolari l'uso di ogni strumento e delle tante attrezzature.

E fu proprio a causa di quella disponibilità che il suo interesse fu stimo­lato al punto di chiedere descrizioni più dettagliate delle nuove tecnologie diagnostiche e dei nuovi ritrovati di cui disponeva l'ospedale, ma quando, forse inconsapevolmente, espresse il suo giudizio su di una paziente, alla quale era stata diagnosticata una forma di carcinoma al seno, affermando che si trattava di una liponecrosi formatosi a seguito da un colpo ricevuto di­rettamente sul seno, lo stupore raggiunse l'apice.

Inutile dire che in breve fu costretta ancora a stupire tutti diagnosticando ogni tipo di affezione soltanto toccando il paziente.

Sollecitata dai colleghi Victoria le chiese se era d'accordo a sostenere al­cuni test sperimentali.

– Debbo farlo? – Chiese Cristi trascinandola nel corridoio

– Forse non dovresti

– Potrebbe servire ad aiutare qualcuno dei vostri pazienti?

– Si certo… ma se dovessi commettere qualche errore io…

– Non ne commetterò

– Dovremmo almeno chiedere il consenso di tua madre

– E tu credi che me lo negherebbe?

Victoria la guardò fissa e scuotendo il capo sussurrò – No…

– Allora vediamo di non deludere nessuno

Dapprima le furono presentati alcuni pazienti ai quali era già stata dia­gnosticato con certezza il quadro clinico, ed è inutile dire che lasciò tutti di pietra quando dopo soltanto aver posto le mani su di loro confermò molte di quelle diagnosi, mentre in tre casi le smentì creando un vero temporale con tuoni e fulmini.

Ma quello che fece definitivamente crollare lo scetticismo generale fu quando chiese in quali dosi venisse usata la penicillina sui pazienti affetti da malattie virali.

In quegli anni soltanto pochissimi addetti ai lavori erano al corrente di quel nuovo preparato e tra i medici che quel mattino la seguirono nelle cor­sie, soltanto due di loro ne conoscevano le proprietà in quanto responsabili di un programma di sperimentazione tutelato con molta discrezione da alcuni agenti federali.

Frastornata, ma felice da non stare nella pelle, guardandosela come fosse la cosa più rara della Terra, Victoria si vide costretta a trascinarla fuori dell'ospedale quasi con la forza, promettendo che l'avrebbe nuovamente condotta con se a patto che ognuno s'impegnasse a mantenere l'assoluto silenzio su ciò che avevano, o avrebbero visto in seguito.

In quei primi giorni Cristi ebbe modo d'incontrare alcune delle persone più influenti della città, di approfondire la conoscenza dei suoi primi amici e so­prattutto ebbe modo di scoprire, in quella non più giovane signorina tutta verve, sentimenti così nobili da preferire sempre più la sua compagnia.

Fu allora che in lei iniziarono a verificarsi innumerevoli mutazioni com­portamentali che le fecero assumere, giorno dopo giorno, l'aspetto di un'alle­gra e giudiziosa ragazza di provincia. Ma per quanto si sforzò di correggere quei suoi terrificanti slanci valligiani, seppe tenere ben chiusa dentro di se l'eredità che la sua valle le aveva impresso a fuoco nell’anima.

Come Victoria aveva fin troppo facilmente previsto la semplicità, la di­sponibilità, la simpatia, l'allegria e soprattutto quei suoi luminosissimi sorrisi, seppero conquistare la simpatia di tutti coloro che ebbero modo di cono­scerla. In poco meno di un mese la loro casa divenne il salotto meno esclu­sivo e più frequentato della città.

In quel periodo anche il suo rapporto con Mary mutò radicalmente e se prima di giungere in quella piccola e tranquilla città aveva amato sua madre di un sentimento più simile a quello che si nutre per un amica; la pazienza, la tolleranza, la tenerezza e la completa disponibilità che seppe offrirle in ogni ora del giorno e della notte, seppero far sbocciare in lei un sentimento d'amore del tutto simile a quello che ancora fortissimo provava per Fred e nel medesimo istante in cui raggiunse la consapevolezza di appartenere an­che a lei, lasciò che assumesse pienamente l'aspetto della madre che da millenni attende di amare la sua bambina con la tenerezza che sa esprimere un cuore di donna.

Quel nuovo rapporto la entusiasmò più di quanto avesse mai potuto im­maginare. In ogni istante delle sue giornate, sia che fosse in aula o con Vic­toria in ospedale, le bastava far volare la mente al suo ricordo per riacqui­stare quella tranquilla serenità di spirito di cui aveva goduto nella valle in­cantata.

Con lei trascorreva ogni ora libera del giorno a scambiarsi confidenze e tutte le emozioni che erano capaci di esprimere i loro cuori, ma quando ca­lava la sera e s'intrufolava sotto le coperte del letto matrimoniale, allora, come per incanto, non soltanto tornava a rivivere le indimenticabili atmosfere felici della valle, ma si perdeva in sogni romantici ascoltando Mary raccon­tarle del grande amore che l'aveva legata a suo padre. E se nelle rare notti in cui si addormentava nel proprio letto le accadeva di svegliarsi e provare prepotente il desiderio di avere sua madre accanto, in punta di piedi si re­cava nella sua camera rimanendo per delle ore ad osservarla dormire.

Contrinua...




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