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lavoro pubblicato sabato 24 ottobre 2015
ultima lettura mercoledì 17 aprile 2019

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Ritorno a Branson - 4

di Legend. Letto 362 volte. Dallo scaffale Fantascienza

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Ritorno a Branson - 4

4) David

(Credo non sia azzardato affermare che per l'intera comunità scolastica, così come lo fu per lei e per una certa parte della città, il suo primo giorno di scuola fu assolutamente memorabile e sebbene di quell'agitata giornata vi sarebbe molto da raccontare, ci limiteremo a riferire quei tre o quattro eventi che dettero vita ad un vero e proprio sconvolgimento.)

Fin dai primi istanti in cui pose piede nel parco della scuola, furono in molti che, direttamente o indirettamente, dovettero confrontarsi con una ra­gazza dal carattere determinato e assolutamente disarmante.

Per sua fortuna e soprattutto di coloro che ebbero a scontrarsi con lei, il dominio delle emozioni, così come le aveva insegnato Fred, ben presto la indussero a modificare quei toni di sfida che ancora influenzavano la sua natura.

Il primo incidente (Se così vogliamo definirlo) coinvolse, sotto gli occhi di chi si trovava a passare nei viali prospicienti l'ingresso della scuola, un ra­gazzo grande e grosso come un armadio, (Uno dei due che le erano stati presentati il giorno precedente) il quale, forse per dimostrarle simpatia o per vantarne la conoscenza, ebbe la malaugurata idea di cingerle la vita con un braccio.

E se molti dei presenti si domandarono stupiti come avesse potuto, quel ragazzone di oltre settanta chili di peso, finire sull'erba di un prato distante un paio metri, per il povero ragazzo le domande dovettero essere di diversa natura, poiché mentre seduto sul prato si guardava attorno sconcertato, se la trovò davanti pronta ad offrirgli una mano per alzarsi

– Fatto male? – Domandò lei

– No – Rispose lui tentando un sorriso un po' sbilenco

– Scusami, – Mormorò lei restituendogli il suo berretto che aveva raccolto sull'erba – ma in futuro evita di mettermi le mani addosso senza prima avvi­sarmi

Il secondo incidente, assai più vivace e rumoroso, (Per intenderci di quelli che avevano colorato i suoi primi giorni nella valle incantata) accadde all'interno della segreteria, quando un incolpevole impiegata, rea di non es­sere a conoscenza della classe alla quale era stata assegnata, si vide co­stretta a subire uno dei suoi folcloristici sfoghi che richiamò un certo numero di spettatori allibiti.

Per fortuna quella sfuriata si esaurì pochi istanti dopo, quando, recupe­rato il buonsenso, si rese conto d'aver combinato un mezzo pasticcio.

– Ti chiedo scusa – Mormorò alla ragazza – non era mia intenzione offen­derti e per favore dimentica quello che è accaduto

Ma sebbene la ragazza si mostrò simpaticamente comprensiva, alla fine volle prendersi un piccolo risarcimento suggerendole di contare sempre fino a dieci prima di aprire bocca. Poi, con un tono di voce più confidenziale, le confessò – Saresti decisamente più interessante

Come si può immaginare quell'affermazione le causò il solito imbarazzo

– Ti ringrazio, sei gentile – Borbottò lei alla svelta

– Non è successo nulla, a volte sono costretta a sentirne di peggio. La segretaria del direttore non gode mai di troppe simpatie

– Mi dispiace, sono un vero mostro

– Fossi io un così bel mostro – Rispose lei sorridendo

A quel punto il rossore salì improvviso e per mascherare il suo disagio chiese – Credi che il preside tarderà?

– Di solito a quest'ora è già nel suo ufficio

– Come debbo comportarmi?

– Al solito, ascolta le sue raccomandazioni, ma senza far troppo caso alla sua rudezza. È un brav'uomo, anche se a volte fa di tutto per sembrare bur­bero

– Okay, conosco il tipo. Anche tu sei molto bella

Tutto terminò in un allegra risata che dette a Cristi l'impressione di aver chiuso l'increscioso capitolo e sebbene il successivo incontro con il preside filò via senza ulteriori problemi, questi ultimi non ne vollero proprio sapere di abbandonarla.

Infatti, subito dopo essere stata accompagnata e presentata alla sua classe, mentre si avviava ad occupare il posto che le era stato indicato, sco­prì che, pur essendo al centro dell'aula, i suoi compagni non la degnavano di un solo sguardo.

Inizialmente quel disinteresse non la infastidì più di tanto, ma con il tra­scorrere del tempo quell'insolita condotta cominciò a procurarle un profondo imbarazzo e quando poi raggiunse la convinzione che quel comportamento non era altro che un modo per punirla, mancò tanto così che saltasse in piedi per cantarne quattro alla sua maniera. E se è vero che soltanto con un enorme sforzo di volontà riuscì a restarsene seduta senza dire una sola pa­rola, è altrettanto vero che dovette contare almeno fino a mille prima di ri­uscire a far sbollire la stizza.

Tra i gesti ormai divenuti parte del suo bagaglio umano, il più discutibile era senz'altro quello di prendere sempre e subito il toro per le corna e per non smentirsi, non appena il professore uscì dall'aula per il primo intervallo, con una mossa che non lasciò scampo a nessuno dei presenti, si interpose tra la porta dell'aula e chi ne volesse uscire.

Quell'azione così fulminea suscitò un tale imbarazzo e un silenzio così carico di tensione, che dovette ricorrere a tutta la sua audacia per fronteg­giare quell'inconsueta situazione. Infatti, subito dopo aver concesso alla platea uno dei suoi migliori sorrisi, con tono deciso chiese se potevano con­cederle alcuni minuti per dire due parole.

È assai probabile che quanto accaduto nel parco e in segreteria dovette avere il suo peso, poiché mentre l'intero gruppo se ne tornò silenzio ai propri posti, lei, con una sfrontatezza che mai avrebbe immaginato di possedere, iniziò la sua arringa con il cipiglio d'un capitano di ventura del sedicesimo secolo.

Esordì (Utilizzando un tono di voce assai più prossimo ad un ordine che ad una vera offerta di scuse) tentando di giustificare il suo comportamento, ma percependo la condizione di disagio in cui annaspavano i suoi compagni, modificò il tono della voce rendendola più dolce.

– Era mia intenzione domandare scusa per il fastidio che ho saputo pro­curarvi e se me lo aveste permesso avrei voluto raccontarvi qualcosa di me, ma soltanto ora mi accorgo di avere abusato della vostra pazienza. Vi prego di perdonarmi, non si ripeterà più

Pronunciate quelle parole riaprì la porta e mentre malinconicamente si avviava al suo posto, convinta che quello sarebbe stato il suo primo e ultimo giorno di scuola, una ragazza con due splendidi occhi a mandorla si alzò dal suo posto impedendole di proseguire.

– Non farlo, – Le sussurrò con voce sottile – altrimenti è la fine. Parla con loro

Per qualche istante Cristi rimase immobile, affascinata da quell'intenso sguardo, poi, dopo aver annuito lievemente tornò sui suoi passi, chiuse nuo­vamente la porta, vi si appoggiò con le spalle e rivolgendosi alla ragazza disse con voce ferma

– Ti devo un'enorme grazie. Credo che senza il tuo aiuto avrei combinato un pasticcio più grande di me

– Alla faccia del pasticcio! – Esclamò ad alta voce uno dei ragazzi

– Avete ragione e vi chiedo scusa. – Proseguì Cristi rivolta alla classe – Mi sono comportata malissimo

– È questo il modo in cui affronti la gente? – Chiese una delle ragazze

– No e mi dispiace aver dato di me una così brutta impressione. La mia natura è del tutto diversa

– Allora vuol dire che ti siamo antipatici – Commentò la ragazza

– Non è vero! – Si ribellò lei – Non lo siete affatto, voi mi piacete

– Allora cos'è? Hai la luna di traverso?

– Non lo so, forse è soltanto paura. Ho trascorso la notte ad occhi aperti nel tentativo di trovare un modo per non deludervi e invece guardate cosa sono stata capace di combinare. Ho sbagliato tutto

– Non si sbaglia senza una ragione

– Non voglio tentare scuse, ma ho avuto paura di non riuscire a raggiun­gervi

– Beh, se ci tieni a saperlo ci hai raggiunti, eccome!

– Già, ma l'ho fatto nel modo sbagliato e di questo vi chiedo ancora scusa

– Okay, ti sei scusata abbastanza, quindi non ci resta che crederti sulla parola. Ora però diamoci un taglio e se hai qualcosa nel gozzo è meglio che ti decida a spararlo fuori – Ribatté la ragazza

– Ce l'ho, ma prima lasciatemi ringraziare la mia salvatrice. – Disse rivol­gendosi alla giovane dagli occhi a mandorla – Posso conoscere il tuo nome?

– Li – Rispose la ragazza con un filo di voce

– Hai tutta la mia riconoscenza, senza il tuo aiuto ora sarei un'aspirante suicida

Quella battuta fu seguita da una soffocata manifestazione d'ilarità, ma nulla di più.

– D'accordo, – Proseguì Cristi – vi prometto di essere breve, ma se qual­cuno di voi preferisse uscire non ha che da dirlo, la porta gliel'apro io

Questa volta una spontanea risata parve addolcire un atmosfera decisa­mente gelida.

– Ieri ho conosciuto alcuni di voi, – Esordì parlando molto lentamente – per tutti gli altri il mio nome è Cristi Garrison, ma per favore non fatevi ingan­nare dal mio aspetto, credo di avere pressappoco la vostra età. So bene di averla combinata grossa, ma se vorrete concedermi qualche minuto vorrei provare a modificare il vostro giudizio. Lo so, non sarà facile e purtroppo il mio aspetto non mi è di aiuto. Qualcuno di voi penserà che abbia fatto tutto quel baccano per mettermi in mostra, ma non è così e se v'interessa saperlo sono impaurita più di quanto non possiate immaginare

– Di solito non mordiamo

– Ne sono convinta, ma il problema non siete voi, sono io a non sapere come comportarmi

– In che senso?

– Il guaio è grosso...

– Sei in cura da uno strizzacervelli?

– No, in quel senso sono a posto, il guaio è che non ho mai vissuto in una città a contatto con tanta gente

– E dove cavolo hai vissuto?

– In campagna. La mia vita si è svolta quasi per intero tra animali e piante

– E allora ? Credi forse che Branson sia una metropoli?

– Forse non lo è, ma per me è un bel passo avanti e vi assicuro che tro­varmi davanti a tanti ragazzi della mia età mi scombussola le budella

A quel punto la risata fu seguita da qualche applauso.

– Di dove vieni? – Chiese il ragazzo armadio

– Di lassù! – Esclamò lei indicando il soffitto

– Ti hanno retrocessa dal paradiso all'inferno?

– Oh no, scusami, intendevo dire che io e mia madre veniamo dal Ver­mont

– Tanta strada per venire in questo buco di città?

– Non mi pare sia così piccina

– Aspetta a dirlo, vedrai che roba

– A me pare graziosa. È piena di vita

– Vita? Ragazzi, qui si muore noia. Scommetto che dalle tue parti la vita era meno monotona

– Beh, in un certo senso non hai torto, dalle mie parti non è facile trovare il tempo per annoiarsi

– Com'è il Vermont? – Chiese una voce nel gruppo

– Morbido – Rispose lei sorridendo

– Cosa vuol dire morbido?

– Mio pa...qualcuno afferma che il Vermont sia il cuscino su cui preferisce sedersi il Canada, ma non domandatemi il perché

– Ora finalmente ho compreso perché siete in così pochi a vivere da quelle parti

– Tu lo sai? – Chiese lei sorpresa

– Ci vogliono spalle larghe per sopportate i canadesi

Lei rise scuotendo il capo – Non credo sia questo il motivo, sono brava gente

– Allora sarà per via degli orsi

– Ecco, questo è più probabile, – Affermò lei con il sorriso sulle labbra – ne abbiamo davvero molti, ma credo che la ragione sia un'altra

– Quale?

– È soltanto una mia idea un po' pazza

– Beh, allora cos'aspetti a sputarla fuori

– Io credo che per vivere dalle mie parti sia necessario un coraggio non comune

– A te e a tua madre è mancato quel coraggio?

– No, lo abbiamo ancora. Il guaio è che a volte le cose della vita non vanno come si vorrebbe

– Problemi con la giustizia? – Chiese un ragazzo sorridendo

– Forse lo avremmo preferito. Il motivo è che abbiamo perso la cosa più preziosa che avevamo...e non siamo più riuscite a restar li con tutto quello che ce la ricordava

– Tuo padre? – Chiese ragazza con gli occhi a mandorla sporgendo il viso da dietro le spalle di altre ragazze

Cristi divenne seria e fissandola annuì mentre un silenzio ronzante s'im­possessò dell'aula.

– Scusami – Mormorò lo stesso ragazzo che aveva formulato la do­manda. Poi, forse per spezzare l'imbarazzo che sembrava aver preso tutti, chiese ancora – Cosa si fa dalle tue parti, giocate a fare i pionieri?

– Perché no! – Esclamò Cristi riprendendosi – È un bel modo per sentirsi vivi

– Personalmente adoro l'avventura, ma in tutta onestà preferisco viverla al cinema. Amo troppo le comodità

– Se per comodità intendi il frigorifero, l'elettricità e le automobili, ti assi­curo che sono arrivate fin lassù

– Allora è come qui!

– Beh, non esattamente. È vero, qualcuno ha il frigorifero e tutto il resto, ma per la maggior parte della mia gente le cose sono un po' diverse

– Quanto diverse?

– Un bel po’, te lo assicuro, ma quello che ci fa sembrare dei pionieri sono le difficoltà che presenta il territorio. Il Vermont è quasi esclusivamente fore­ste e montagne e le poche città sono talmente distanti tra di loro che è sem­pre un bel problema avere contatti. In quella parte di America non vi sono grandi industrie e la vita è prevalentemente contadina

– Non vedo il perché vivere in campagna debba richiedere un grande co­raggio

– Forse qui le cose sono più semplici, ma dalle mie parti se non si ha dentro qualcosa di speciale non si sopravvive

– Ti riferisci a quel coraggio?

– Uh uh

– Puoi farci un esempio?

– Prova ad immaginare di possedere la macchina del tempo e di tornare a vivere la vita di cinquant'anni o sessant’anni fa

– Porca miseria! Sarebbe fantastico

– Nell’immaginario potrebbe sicuramente esserlo, ma nella realtà non lo è affatto. Tanto per cominciare le linee elettriche non coprono tutto lo stato; quindi niente cinema, niente radio, niente scaldacqua, niente Coca Cola, po­che automobili, poca libertà e tanto lavoro

– Basterebbe sapersi adeguare

– Certamente, in fondo molte generazioni di uomini hanno vissuto a quel modo o in condizioni peggiori… ma loro non venivano dal ventesimo secolo

– Appunto, basterebbe abituarsi

– Abituarsi? Si certo, ma prova a pensare come potresti sentirti se sve­gliandoti ogni mattina il tuo primo problema fosse quello di mettere insieme qualcosa da mangiare, senza contare che saresti costretto a vivere ogni santo giorno pregando il padreterno di non mandarti pioggia o grandine nei momenti sbagliati, perché se dovesse accadere e distruggesse il raccolto, non avresti molto tempo per abituarti a mangiare quattro o cinque volte la settimana. E se poi dovessi buscarti un malanno sarebbero guai seri, poiché sarebbe impossibile trovare qualcuno in grado di aiutarti

– Non avevate medici?

– Oh si, ma in città, a venti miglia di distanza… e d’inverno, con la neve, diventa tutto più difficile

Per un attimo il silenzio s'impossessò dell'aula

– Stai scherzando, vero? – Esordì un altro ragazzo

Cristi scosse il capo – No, è così che vive gran parte della mia gente

– Okay, non sarebbe una vita divertente, ma almeno nessuno mi costrin­gerebbe a frequentare la scuola

– Non è del tutto vero, di scuole ve ne sono anche lassù

– Ecco! Questa si che potrebbe essere un gran bella fregatura

– Non ti piace lo studio?

– Tanto che vorrei avere già trent’anni

– Intendi dire che lo studio è un problema? – Chiese sorpresa Cristi

– Non è per lo studio, è per loro, i prof...sono certi rompiballe

– Da quanto ne so questo è un problema comune anche dalle mie parti

– Sarò uno zuccone, ma non riesco proprio a comprendere come si possa vivere un'avventura con una scuola dietro l'angolo

– Certo non dev'essere il massimo, ma dalle mie parti è perfino compli­cato frequentare la scuola

– In che senso?

– A causa delle distanze e della neve

– Non avevate i bus per la raccolta degli studenti?

– Si, credo ve ne fossero, ma nessuno si sarebbe mai sognato di fare quaranta miglia ogni giorno soltanto me. Senza contare che durante l'inverno sarebbe comunque stato impossibile

– A causa della neve?

– Eh si, a volte ne viene giù tanta che è quasi impossibile muoversi con le auto

– Tanta quanta?

– Due o tre piedi e a volte anche di più

– Cavoli! E nevica spesso?

– D'inverno anche per intere settimane e se si vuole uscire di casa o evitare che il tetto ti cada sulla testa, devi lavorare di pala – Rispose lei sorri­dendo

– Evviva! – Esclamò ad alta voce lo stesso ragazzo – Ma perché non sono nato nel Vermont? A te capitava di saltare la scuola?

– Ad essere sincera non ne ho mai frequentate

– Oh cavolo! Questo si che si chiama parlar chiaro

– Però debbo confessare che mi sarebbe piaciuto. Il guaio era che non avevo la possibilità di andare e tornare nello stesso giorno

– Cribbio! E come hai fatto a studiare?

– In casa, per conto mio e una volta l'anno sostenevo gli esami

– Ed è possibile?

– Non è facile, ma possibile

– Accidenti che trovata, ma chi t'insegnava?

– Tutto ciò che conosco l'ho imparato da mio padre e dai libri che leggevo la sera quando rientravo dai campi

– Tuo padre è un professore?

– Era uno dei migliori

– Hai detto che studiavi quando rientravi dai campi, ho capito bene?

– È così, hai capito bene

– Intendi dire che lavoravi in campagna?

– Si

– Oddio e perché?

– Come perché? Bisogna pur fare qualcosa, non ti pare?

– E non era sufficiente lo studio?

– Non lo so, dalle mie parti è questa la regola

– Intendi dire che… beh, insomma, zappavi la terra?

– A volte capitava, ma di solito si lavorava con il trattore

– Tutti i giorni?

– Quand'era necessario e nella stagione buona anche molte ore della notte

– Ragazzi! Questa è pura follia

– Un momento scusa, posso farti una domanda?

– Avanti!

– Voi, intendo voi ragazzi, oltre all'impegno nella scuola non svolgete al­cun tipo di lavoro?

– Ci mancherebbe anche questo. Certo che no!

– Ah beh...ora comprendo. Desideravi sapere perché lavoravo? È molto semplice, per procurarmi di che mangiare

– Dovevi lavorare per mangiare? Ma non c'era tuo padre?

– Si che c'era, ma la campagna non ti sfama se non la fai rendere e tre paia di braccia producono più di due

– Oh cavolo! E no cari miei! Tutto sommato credo che se i miei ne hanno azzeccata una è stata quella di farmi nascere in questa specie di città

– Tutto sommato anch’io sono felice d’essere nata nel Vermont, lavorare e studiare non mi ha mai pesato

– Ma se trascorrevi il tuo tempo tra il lavoro e lo studio, come riuscivi a di­vertirti?

– Divertirmi? – Chiese Cristi

– Cos'è? Ho detto qualcosa di stupido?

– Non lo so, non riesco a comprendere il senso di quanto hai detto

– Mi riferivo al tuo tempo libero. Cosa ne facevi? Andavi al cinema, a ballare… Non mi dirai che non avevi amici?

– Te l'ho detto, niente cinema e praticamente nessun amico e forse è proprio per questo motivo che il mio concetto di amico a due zampe è ancora molto superficiale

– Ma dai, stai scherzando, nessuno è senza amici

– Allora io debbo essere l'eccezione perché al di fuori di un bambino di otto anni che mi è stato amico per una notte, mio padre e mia madre, gli altri amici a due zampe che avevo volavano talmente in alto che per parlare con loro dovevo arrampicarmi sugli alberi. Voglio dire, tutto quello che ora mi ac­cade è così nuovo e straordinario che mi scombussola un bel po'

– Per la verità sei tu a scombussolare noi

– Vi assicuro che non era nelle mie intenzioni scombinare nulla a nes­suno. Vi chiedo soltanto di essere pazienti e vedrete che imparerò presto a comportarmi come si deve

– È molto più semplice di quanto tu possa credere

– Vorrei provare ad essere come voi e magari scoprire d'essere capace di ridere e scherzare, ma per riuscire ho bisogno del vostro aiuto

– Che genere di aiuto vorresti? – Chiese una delle ragazze

– Penso che se mi concedeste un po' della vostra pazienza e dei buoni consigli, potrei farcela

– E se accadesse ancora? Abbiamo visto come te la cavi

– Non accadrà più, questo posso promettervelo. Non era mia intenzione far del male a nessuno

– Però non era neanche un saluto – Borbottò il ragazzo armadio con un largo sorriso dipinto sul volto

– Hai ragione, non esistono giustificazioni per quello che ho combinato, ma provate a mettervi nei miei panni, fino a ieri neppure immaginavo che al di la della mia terra vi fosse una vita tanto diversa da quella che conducevo

– Non mi pare che te la sia cavata poi tanto male, in poco più di un ora sei riuscita a mettere al tappeto un peso massimo, hai fatto fare la figura della cretina alla segretaria del direttore e per finire hai convinto la classe più in­disciplinata dell'istituto a starsene buona buona ad ascoltarti

– Devo esservi sembrata un mostro

– A me personalmente non lo sembri affatto e se conosco bene la mar­maglia di questa classe posso assicurarti che sei okay

Sorpresa per quella dichiarazione di simpatia Cristi rimase per qualche attimo silenziosa

– Non starci a pensare troppo, non devi mica ringraziarci – Proseguì il ra­gazzo sorridendo

– Mi sento a disagio, non so cosa rispondere

– Sei un bel po' incasinata mia cara

– Non conosco il senso di quella parola, ma se ti riferisci ai miei problemi credo proprio che tu abbia ragione. Il mio guaio è che non ho avuto le vostre esperienze e che lo crediate o no vedervi tutti assieme è per me una cosa dell'altro mondo, non credevo potessero esserci tanti ragazzi

– Dio santo! Ma di dove vieni, da Marte?

– No, ma è come se lo fosse, ed è per questo motivo che stamani ho rea­gito così bruscamente. Prima di oggi nessuno mi aveva messo una mano addosso, non sono abituata a sentirmi toccare

– Nessuno ti ha mai messo una mano addosso? – Chiese lo stesso ra­gazzo ridendo

– Tranne mio padre nessun uomo mi aveva mai toccata

– Beh, due sono le cose, o dalle tue parti le ragazze sono tutte come te, oppure i ragazzi debbono essere scemi – Replicò lui ridendo

Cristi sorrise – La verità è che non ho mai avuto occasione di frequen­tarne

– Come si fa a trascorrere tanto tempo senza qualcuno con cui parlare?

– Per la verità non ero del tutto sola, avevo mio padre e mia madre

– Davvero consolante

– Con loro sono stata bene, mi hanno molto aiutata

– A me accade il contrario, mezza giornata con loro e rischio l'esauri­mento nervoso

– Ad ogni modo se volevo fare due chiacchiere fuori casa avevo sempre gli animali della mia valle

– Tu parlavi con gli animali?

– Beh, si, a volte capitava

– Cristo! Io ancora non ho capito se ci stai prendendo per il naso

– Vi assicuro che è la verità

– Ma come cavolo si può parlare agli animali?

– Non è poi così difficile come credi, è sufficiente essere molto soli

– E loro ti rispondevano?

– No, ma non m’importava

– E ti toccavano?

– Con alcuni di loro giocavo… Si, certo che mi toccano. A volte lottavo con gli orsi e allora ti assicuro che dovevo fare subito qualcosa per evitare la loro stretta

– Furbi gli orsi, eh? – Dissero in coro più di un ragazzo

– Loro erano i miei amici

– E anche a loro facevi fare capriole?

– No, di solito non reagisco mai alle provocazioni, tranne le volte che m'imbatto in persone cattive

– Io non sono cattivo – Reagì il ragazzo armadio

– No che non lo sei, ma quando mi hai toccata ho avuto paura... mi di­spiace

– Beh, allora è bene che tu sappia che se resterai un po' con noi avrai modo di conoscere persone non del tutto gentili… Sai, questo non è esatta­mente un istituto svizzero

– Me ne ricorderò. Ad ogni modo la mia amicizia è a vostra disposizione e se nel pomeriggio non avete null’altro da fare siete tutti invitati a casa mia. Mia madre sarebbe felice di conoscervi

Inutile dire che se la sua offerta fu accolta da un ovazione che la fece fremere di piacere, poi si vide costretta a raccontare minuziosamente come si svolgeva la sua vita nella valle.

Nel corso della mattina però accadde anche dell'altro che le procurò molto meno piacere.

Infatti, durante il successivo intervallo, mentre era nel parco alla ricerca di una traccia che le indicasse la passata presenza di Fred, udì un chiacchierio concitato provenire al di la di una siepe e spinta dalla sua totale mancanza di esperienza nei rapporti con gli altri la superò trovandosi dinanzi un gruppo di ragazzi che indossavano giubbotti di pelle nera.

Per loro dovette trattarsi di una visita imprevista poiché non appena la vi­dero si allontanarono senza neppure degnarla di un occhiata.

Stupita da quel comportamento Cristi quasi non si accorse di un altro ra­gazzo, magro da far spavento, che in ginocchio sul prato era intento a rac­cogliere libri e quaderni sparsi sull'erba.

Per qualche secondo rimase ad osservarlo affascinata e soltanto quando si decise a chinarsi per aiutarlo che si accorse del sottile rivolo di sangue che gli colava dal labbro inferiore

– Cos'ha il tuo labbro? – Chiese

Per tutta risposta il ragazzo si sollevò, e, dopo essersi asciugato il labbro con il dorso della mano, si allontanò sussurrando un semplice «nulla».

Un'ora più tardi, forse a causa di una vorticosa marea di nuove e piace­voli sensazioni che l'avvolsero completamente, aveva dimenticato quello strano incontro.

In quelle ore ebbe modo di scoprire il gusto delle chiacchiere futili con i compagni e la simpatica disponibilità che le mostrarono i professori, ma tra le tantissime piacevoli novità che seppero riempire quella fantastica giornata, quando si recò nella sala dove gli studenti consumavano la colazione, si trovò suo malgrado ad affrontare la sua prima sgradevole esperienza.

Totalmente impreparata, a quella molteplicità vociante, se ne stava al suo tavolo ad osservare incantata l'enorme quantità di suoi coetanei, quando, seduti ad un tavolo poco distante, riconobbe il gruppo di ragazzi che poche ore prima aveva incontrato nel parco.

Per un po’ quel gruppo dall’aspetto stravagante attirò la sua attenzione, ma quando il loro contegno divenne estremamente villano e lei stava per di­sinteressarsene, improvvisamente uno di quei ragazzi si alzò e si diresse velocemente verso l’ingresso della grande sala, dove aveva appena fatto il suo ingresso il ragazzo allampanato che aveva aiutato nel parco a racco­gliere i libri.

Visto di lontano sembrava ancor più alto e magro. Il suo volto ovale e pal­lido, era illuminato da due grandi occhi talmente chiari da sembrare mancanti dell'iride e i capelli fulvi, che negligentemente gli cadevano sulla fronte, la­sciavano risaltare lo strano pallore di quel volto sul quale spiccava il labbro inferiore tumefatto.

Quella specie di trampoliere senz’ali, che se ne stava immobile con il vassoio tra le mani, lasciando scorrere lo sguardo sui tavoli alla ricerca di un posto libero, per un attimo incrociò lo sguardo con quello di Cristi e lei provò un'emozione così violenta da farle sollevare un braccio per richiamarne l'at­tenzione.

Lui dovette notare quel gesto poiché sulle sue labbra spuntò un debole sorriso, ma che subito scomparve quando, raggiunto dal ragazzo in nero che aveva lasciato il tavolo, fu scaraventato sul pavimento con una violenta spallata.

Da quel preciso istante parve che la sala entrasse in fibrillazione e ne nacque una tale confusione che Cristi non riuscì più a vedere cosa stesse accadendo.

Una delle ragazze del suo tavolo mormorò con voce rassegnata – Possi­bile mai che nessuno trovi il coraggio di dare una lezione a quelle canaglie

– Cosa sta accadendo? – Chiese lei

– Nulla di nuovo, si divertono a pestare quel povero cristo

Conosceva il senso di quell'espressione, ma ciò che la turbò non fu l'ac­cento disperato che riconobbe nella voce della ragazza, bensì i primi segnali di paura e di dolore in cui si dibatteva la mente del ragazzo.

In un lampo, intuendo quanto stava accadendo, facendosi largo con po­derose spallate irruppe nel circolo.

– Smettetela! – Gridò ad alta voce

A quel grido, che sovrastò ogni altro rumore nella sala, seguì un improv­viso silenzio.

Anche il ragazzo che stava menando le mani si fermò voltandosi a guar­darla.

Era alto, largo di spalle e aveva i capelli quasi del tutto rasati. Il suo volto infantile, decisamente gradevole, era però macchiato dalla piega di un sor­riso falso che ne deturpava i bei lineamenti.

Con una mimica chiaramente studiata il ragazzo in nero si sfilò un guanto dalla mano porgendolo a Cristi

– Vuoi divertirti anche tu? – Chiese

Cristi rispose con un rapido colpo della mano che fece volare in aria il guanto.

– Ahi ahi! – Esclamò il ragazzo con la sorpresa dipinta sul volto – Ora do­vrai raccoglierlo con la bocca

– Fallo raccogliere ad uno dei tuoi compari – Rispose lei con tono deciso

– Oh oh! E da quando le pulci hanno imparato a tossire?

– Da quando i pidocchi pretendono di fare i prepotenti – Rispose lei conti­nuando a fissare gli occhi del ragazzo

Il ragazzo rise sguaiatamente – Lo sai piccina con chi stai parlando?

Cristi annuì freddamente senza rispondere.

– Se non fossi tanto inferocito potrei anche sentirmene lusingato – Prose­guì il ragazzo guardando la platea forse per evitare quello sguardo pene­trante

– Problemi tuoi – Ribatté lei

– Però! – Esclamò lui tornando a guardarla – Oltre al coraggio hai la lin­gua sciolta. Davvero sai chi sono?

– Considerato che per abbaiare hai bisogno dell'aiuto di quattro sciacalli, direi che non sei neppure un cane

Con un gesto della mano il ragazzo bloccò lo scatto degli altri che avreb­bero voluto fare giustizia per l'affronto subito.

– No! La piccina è un mio problema – Mormorò con il sorriso più stolto che Cristi avesse mai visto – Dunque, mettiamola così, si può sapere cosa vuoi?

– Soltanto sapere se non avete null'altro da fare

– No, non abbiamo null'altro da fare. Contenta la piccina?

– Allora perché non andate a farlo da un'altra parte, a me la confusione da sui nervi

– Senti senti! La piccina ha bisogno di tranquillità, ma bene! E dove do­vremmo andare per far felice sua altezza?

– Ci sarebbero un sacco di posti dove potreste andare, ma se volete un consiglio cercatevi un buco abbastanza grande da contenere voi e tutta la vostra stupidità

Il silenzio che seguì le parole di Cristi sembrò assumere un'entità così concreta da pesare sui presenti come una cappa.

– Ho l'impressione che sua altezza abbia urgente bisogno di una lezione – Disse il ragazzo allargando le braccia

– Ti sbagli, l'unica cosa di cui non sento la necessità sono le tue lezioni e ora se per favore voleste togliere il disturbo ve ne saremmo infinitamente grati – Continuò lei facendo un passo in direzione del ragazzo ancora disteso sul pavimento

L'istante successivo, quando nel tentativo d'impedirle di avanzare il ra­gazzo in nero le pose una mano sul seno, i presenti lo videro esibirsi in un elegante volteggio aereo all'indietro che lo spedì rovinosamente addosso ai suoi compari.

In quell'istante il cerchio degli spettatori si spezzò e sebbene qualcuno decise prudentemente di lasciare la sala, la gran parte di loro scelse di rima­nere.

Riacquistata la posizione eretta e indicando con l'indice Cristi che lo guardava divertita, il ragazzo in nero sussurrò con voce stranamente calma

– Non so come tu possa esserci riuscita, ma non avresti dovuto farlo. Non è mia abitudine chiedere il conto alle bambine, ma se a te fa piacere po­tremmo saldarlo in privato, senza farti troppo male…

Cristi non rispose, ma chi le era vicino poté notare i suoi pugni che si chiusero spasmodicamente

– …Ed ora accettalo tu un consiglio, – Continuò il ragazzo – metti la coda fra le gambe e vattene prima che perda la pazienza e te le suoni

– Non ho bisogno dei tuoi consigli, sono abituata a vivere usando la mia testa – Replicò lei pronunciando le parole molto chiaramente

– Non dirmi che sei interessata a vedere come si fa a rompere il muso ad un porco?

– A me interessa soltanto che ve ne andiate fuori di qui

– Porco cane! Non sarai per caso innamorata di me?

– Dovrei essermi mangiata il cervello

– Dite tutte così, ma poi cambiate idea – Replicò lui accompagnando la frase con un sorriso

– Però in fondo hai ragione, – Ammise lei con voce calma – se resto è proprio per te

– Visto com'è facile allinearsi?

– Se fossi in te eviterei di gonfiarmi troppo, potrebbe accaderti di scop­piare. Se resto è soltanto per informarti ancora una volta che devi smetterla con questa pagliacciata

– Altrimenti?

– Altrimenti qualcuno potrebbe farsi male sul serio

Con lo stesso sorriso stolto sulle labbra il ragazzo si guardò attorno in cerca di consensi.

– Avete sentito? Corvo nero teme che qualcuno possa farsi la bua – Quindi proseguì tornando a guardare Cristi – Toglimi una curiosità, questo schifoso tedesco è tuo amico?

– Comincio a credere che tu abbia qualche difficoltà a comprendere – Replicò lei senza rispondere alla domanda

– Non hai risposto alla domanda, è il tuo amichetto questo porco?

– La cosa ti creerebbe problemi?

– Per me nessun problema, ma potresti averne tu, quindi prendi per buono il mio consiglio e togliti dalle palle – Gridò lui ad alta voce

Cristi fece un passo verso di lui

– Cerca di capirmi bene perché non lo ripeterò una seconda volta; io re­sto perché non mi piace quello che stai facendo

– Non ti piace?

– Sei sordo o cosa?

– Ma tu chi sei? Ne hai di coraggio piccola

– Cosa che a te manca del tutto. Vuoi sapere chi sono? Bene, il mio nome è Cristi, ma non provare a pronunciarlo perché potresti morderti la lin­gua

– Senti senti! Abbiamo una santa protettrice di porci

– Porca vacca! – Esplose lei alla sua maniera – Ma cos'hai nella zucca? Vuoi capire che è l'ora di finirla?

– Non ancora, prima dobbiamo far comprendere a questo porco chi co­manda in questa scuola

– E per farglielo comprendere vi siete radunati in cinque? Accidenti, que­sta si che è una magnifica dimostrazione di coraggio

– Ahi ahi! È arrivata l'ora della predica. Per caso non sarai anche tu una mangia patate?

– Le mangio sempre volentieri…

– Forse la mamma non te lo ha detto, ma noi siamo in guerra con questi porci, ed io ho tutti i diritti per pestarlo – Gridò ancora il ragazzo ad alta voce

– Nessuno ti ha concesso quel diritto – Urlò lei ancora più forte

– Ti sbagli, me lo hanno concesso tutti i nostri ragazzi morti per mano di queste bestie. Questa è la mia regola, occhio per occhio dente per dente

– Ma che bestialità vai dicendo? Chiedo scusa, non volevo offendere gli animali. Tu non sei soltanto povero di spirito, sei pazzo! Possibile che avere quattro imbecilli alle spalle possa farti credere d'essere il più forte?

– Ora stai sbagliando, a me non occorre alcun aiuto

– Sarà come dici, ma dubito che tu abbia il coraggio di affrontarlo da solo, ora, qui, davanti a tutti

– A quel fesso posso rompere il muso quando voglio

– Allora dimostralo, però bada che se dovessi esserne capace, poi dovrai romperlo a me e a quanti vorranno darci una mano... uno alla volta, come piace a te – Quindi, voltandosi verso la platea chiese – C'è qualcuno disposto a darci una mano?

Almeno una ventina di braccia si alzarono in un coro di fischi.

– Bene, – sussurrò lei tornando a guardare il ragazzo – e ora, prima che tu decida cosa fare, lascia che ti chiarisca tre semplici concetti; il primo è che l'unico diritto che puoi far valere è quello di vivere la tua vita, il secondo è che nessuno è autorizzato a compiere violenze, terzo, ciò che stai facendo è contro le mie regole. E ora di grazia saremmo in attesa di una tua risposta

– Ma lo sai chi è questo bastardo? – Domandò il ragazzo in piena diffi­coltà

– Lo vedi che sei davvero senza cervello? Noi siamo in attesa di risposte, non di domande

– Tu devi essere pazza, non sai chi è quest'animale – Replicò lui

– E tu sei sicuro di sapere chi sei?

– Povera piccina, devi essere completamente fusa

– E tu così scemo che probabilmente non riesci neppure a riconoscerti allo specchio. A me non interessa sapere chi sia quel ragazzo, a me inte­ressa sapere se sei pronto a risolvere il problema da uomo a uomo

– Da uomo a uomo? Ma la sentite? Ha definito uomo questo bastardo

– È certamente un uomo migliore di te

– Piccola mia tu hai un concetto molto limitato di quello che deve essere un vero uomo. Questo miserabile è soltanto un bastardo nazista. Se vuoi vedere un vero uomo devi guardare chi ti sta davanti

Cristi lo fissò con occhi di ghiaccio

– Lo ammetto, il tuo aspetto è decente, ma è dentro di te che non sei uomo

– Silenzio! – Gridò lui alzando le braccia in alto – Ora sua altezza ci spie­gherà com'è un vero uomo

– Lascia perdere, potresti avere delle difficoltà nel capire

– Beh, allora perché non m’illumini

– Se è questo che vuoi vedrò di accontentarti, ma non sono affatto certa che riuscirai a mettere in moto quel po’ di cervello che hai

– Un uomo non ha bisogno di far funzionare il cervello, l'importante è che funzioni quello che ha nei pantaloni

– Oh oh! – Esclamò Cristi divenendo rossa in volto – Vuoi farci credere che la tua intelligenza è tutta riposta li?

– Esatto! E ti garantisco che non è cosa da poco – Esclamò il ragazzo ri­dendo sguaiatamente

– Beh, allora controllati meglio, poiché stai dando l’impressione che ti sia caduta nel cesso – Mormorò lei seguita da una risata generale che innervosì il ragazzo

– Silenzio pecore! – Urlò lui rivolto alla sala – Con voi farò i conti più tardi. Ora se sei d'accordo ad uscire con me potrei mostrarti la mia intelligenza – Disse rivolgendosi a Cristi

– Dunque è vero che l'uomo è imperfetto, altrimenti di tanto in tanto non nascerebbero cretini con la gelatina di pollo al posto del cervello. Ho una gran paura che tu e i tuoi amici non troverete mai la strada per diventare uomini veri – Brontolò lei scuotendo il capo

Appena pronunciate quelle parole nella sala nacque un certo brusio

– Silenzio! – Intervenne il ragazzo alzando un braccio – Lasciate che ter­mini di spiegare cos'è un vero uomo. Avanti principessa, pendiamo dalle tue labbra

– Immagino che ti riferisca soltanto ai maschietti?

– Esattamente!

– Io invece mi riferivo all'intera umanità, ma visto che preferisci diversifi­care è l'ora che qualcuno ti spieghi che per essere veri uomini si deve so­prattutto essere onesti con se stessi, dimostrare impegno, serietà, compren­sione, rispetto e non mostrarsi per ciò che non si è. Non serve a nulla mo­strasi superiori se non è capaci di comprenderlo… e non è indossando i pan­taloni che ci si può sentire uomini veri, quelli li ho indossati anch'io, ma non mi hanno mai fatta sentire un maschietto

– Infatti sei una femminuccia come il tuo amico

– Continuo a credere che tu sia più scemo di quanto voglia dimostrare! Hai la pretesa di definirti uomo e ti comporti peggio di una bestia feroce. Al­meno loro uccidono per procurarsi il cibo, non si dilettano a far soffrire. No caro mio, tu non sei un uomo, tu appartieni ad una razza degenerata, sei si­mile...

– Ehi, ehi! Hai voglia di finire male? – Chiese il ragazzo scuotendola per una spalla

– È nuova! – Urlò qualcuno tra la folla

– Davvero? E di dove vieni?

– Non credo debba interessarti

– Ho capito, forse al tuo paese i ragazzi sono tutti delle checche – Disse lui sfiorandole i capelli con una mano

Con un violento colpo delle braccia Cristi si tolse di dosso le mani del ra­gazzo.

– Ti auguro di non doverne mai incontrare, perché non avresti un posto dove nasconderti e la prossima volta pensaci due volte prima di mettermi le mani addosso

– Senti senti! Lo sai che non sei niente male? Sei ben messa e se racco­glierai il guanto con la bocca forse, bada che ho detto forse, potrei anche prenderti con me

– I miei maiali avevano più pudore – Sussurrò Cristi a denti stretti – Loro almeno sguazzavano nel porcile quando nessuno li osservava

– Stai sbagliando piccola, ora hai davvero superato il limite – Disse il ra­gazzo scuotendo il capo e chinandosi a raccogliere il guanto – Io credo che tu abbia bisogno di una lezione

– Se fossi in te cambierei programma

– Ti debbo rompere quel bel musino, lo capisci?

– Per la verità mi è perfino difficile immaginare con cosa tu possa farlo

Il ragazzo sollevò il pugno davanti i suoi occhi

– Con questo – Disse guardandola con il volto dipinto da una patetica maschera che fece sorridere Cristi – Lo sai corvo nero che nessuno potrà salvarti dalla punizione che meriti?

– Sto tremando – Lo sfidò ancora lei riuscendo a stento a nascondere il sorriso

– Brava – mormorò lui sferrando improvvisamente un pugno che Cristi schivò spostando lateralmente il corpo e che fece perdere l’equilibrio al ra­gazzo.

Sbilanciato dalla sua stessa irruenza il ragazzo finì per compiere una cu­riosa piroetta su se stesso e quando le sue gambe s'incrociarono piombò sul pavimento con un gran tonfo.

La scena fu di una tale comicità che ne seguì un boato assordante di ri­sate.

Pochi istanti dopo il ragazzo si sollevò con un bel gesto atletico, ma lo fece con tanta rabbia in corpo che nello scagliarsi di nuovo contro Cristi, non si avvide di un paio di ragazzoni che nel frattempo si erano interposti tra loro, i quali, dopo averlo preso sotto le ascelle e sollevato, lo rispedirono sul pa­vimento ancor più rovinosamente di prima.

Aiutato dai suoi amici il ragazzo tornò ritto sulle gambe mostrando di non aver affatto gradito l'intervento, ma se nel suo sguardo era chiaro il proposito di prendersi un'immediata rivincita, altrettanto chiaramente un buon numero di braccia iniziarono a sospingerli piuttosto bruscamente fin fuori la porta della grande sala.

A quel punto, come liberata da un incubo, l'intera sala esplose in un fra­goroso applauso che indusse il gruppo in nero a cambiare prudentemente aria.

E fu così che, divenendo suo malgrado il personaggio del giorno, si con­cluse il suo primo giorno di scuola.

Continua...



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