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lavoro pubblicato venerdì 23 ottobre 2015
ultima lettura martedì 22 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Frammenti

di MarkLace. Letto 577 volte. Dallo scaffale Storia

Ad essere frammentato è principalmente il protagonista, ma anche la sua visione della realtà, che appare distorta e confusa, discontinua, filtrata attraverso i suoi occhi, ma soprattutto attraverso il suo cuore...

Si guardava attorno come se ciò che nascondeva tra le mani fosse il tesoro più prezioso del mondo. Nonostante fosse solo in casa, la porta era chiusa alle sue spalle. Stava fermo poggiato contro di essa col respiro affannato e gli occhi velati di lacrime. Erano però lacrime che non riusciva a piangere, che gli stagnavano dentro da troppo tempo ormai. Gli andava bene qualunque cosa pur di distrarsi anche solo per un secondo, era disposto anche a riuscire a piangere per qualcos’altro. Si discostò lentamente dalla porta e si sedette sul bordo della vasca da bagno. Dopo essersi tirato sul le maniche del maglioncino allungò il braccio sinistro davanti a sè poggiandolo sulle gambe. L’adrenalina gli scorreva già nelle vene, si sentiva già meglio, pensava di avere finalmente il controllo su qualcosa, ma in realtà era la sua stessa vita che gli stava scivolando dalle mani. Con la destra impugnò saldamente il coltello, poggiò poi la lama sull’avambraccio sinistro e rimase fermo per un istante per farla poi scorrere per qualche centimetro.

Non aveva sentito nulla, le unghie di un gatto gli avrebbero fatto più male, quindi ripoggiò la fredda lama a contatto con la pelle e questa volta spinse con forza prima di farla scorrere con decisione. Quando vide comparire del sangue quasi sorrise, ma per il dolore non era riuscito ad andare a fondo, così ripassò più volte lo stesso taglio. Poggiò poi il coltello accanto a lui e rimase fermo ad assaporare quelle emozioni ormai non più nuove per lui.

D’un tratto sentì bussare alla porta.

«Jason sei qui?»

Non si era accorto che la madre nel frattempo fosse rincasata e, dopo aver ingoiato il cuore che gli era salito in gola, le rispose.

«Si mamma, devo farmi una doccia.»

Nascose il coltello trai suoi vestiti e si lavò.

Una volta uscito dalla doccia e rivestito si sentiva molto meglio, stranamente rilassato. Si tirò su la manica ed osservò il braccio: la ferita si stava gonfiando. Prese dell’alcool e ve lo versò sopra consapevole del dolore che avrebbe avvertito. Strinse i denti e poi mise tutto al suo posto, senza dimenticare di riprendere il coltello. Uscì dal bagno ed entrò furtivo in cucina per posarlo stando ben attento a non farsi notare.

Andò poi in sala dalla madre.

«Mamma, io sto andando.»

«Dove vai? Sono le 7 di sera»

«Sto uscendo con gli amici, non ceno a casa»

«E va bene, ma non fare tardi, domani c’è scuola.»

«Tranquilla.»

Quasi non l’aveva guardata in faccia, aveva paura che vedendogli gli occhi sarebbe riuscita ad entrare dentro di lui e scorgere il mondo che aveva nascosto al suo interno. Era l’ultima cosa che voleva.

Dietro il suo sorriso si nascondevano silenziose urla di dolore.

Presse le chiavi di casa e chiuse la porta dietro di sè.


Elizabeth vide in lontananza il suo amico che si avvicinava, si alzò dunque dalla panchina

«Jason! Finalmente ce l’hai fatta!»

«Si scusami Beth, ho avuto un contrattempo»

I due si abbracciarono e si salutarono.

«Beh, per questa volta ti perdono. Come stai?»

«Tutto bene grazie». Si sforzò di sorriderle e la ragazza lo guardò con aria interrogativa.

«Mhhh, mi fido poco. Camminiamo dai.»

Così passo dopo passo passeggiavano sul marciapiede del lungomare del paese.

«Ti va di camminare sulla sabbia Beth? Ho voglia di bagnarmi i piedi.»

«Te ne sto abbonando troppe oggi, andiamo.»

I due scavalcarono il muretto che li separava dalla spiaggia e camminarono verso la riva. Arrivati sul bagnasciuga, Jason si tolse le scarpe, si sfilò i calzini e si avviò verso il mare dopo essersi tirato su i pantaloni per evitare di bagnarli.

«Se non ti va di venire aspettami qui.»

Il contatto della pelle con la sabbia umida lo faceva sentire strano, era come se la sabbia gli donasse energia che gli scorreva nelle vene.

Un’onda arrivò a bagnargli i piedi e sospirò per chiudere poi gli occhi.

Sussultò quando avvertì una mano sulla spalla, si voltò di scatto e vide Elizabeth che gli sorrideva.

«Dai sediamoci qui sopra.»

Raggiunsero la sabbia asciutta e si sedettero. Jason stava con le gambe strette al petto e le reggeva con forza con entrambe le braccia sulle quali schiacciava le sue labbra. Elizabeth rimase a fissarlo per alcuni istanti prima di spezzare il silenzio.

«Jason, di cosa mi volevi parlare?»

I suoi occhi si velarono di lacrime.

«Beth...» Singhiozzò prima di continuare. «.. so che può sembrare sbagliato però...»

Non parlò più.

Semplicemente lasciò le gambe e protese le braccia verso l’amica.

Tirò su le maniche.

Elizabeth si sentì come mangiare lo stomaco dall’interno.

Non sapeva nemmeno lei cosa stesse provando, forse un misto di rabbia, agitazione e dolore. Le braccia dell’amico rimasero ferme davanti a lei diversi secondi prima che con gli occhi in lacrime gli fece cenno di allontanarle.

«Perchè?»

Scorse la paura negli occhi di Jason che a fatica rispose. Sentiva un oceano di pensieri nella sua mente e quando cercava di concretizzarlo in parole non ci riusciva. «Beh… tu sai come stanno le cose e...»

Silenzio.

«Si lo so, continua.»

«Io avevo bisogno di...»

«Avevi bisogno di cosa??» il tono era sempre più alterato.

La parole che uscivano dalla sua bocca come deboli gocce d’acqua cominciarono a scorrere una dopo l’altra come un fiume in piena.

«Avevo bisogno di passare il tempo, di distrarmi, di vivere in qualche modo. Vivere poi... Ero stanco di trascinarmi giù dal letto ogni mattina non vedendo l’ora di tornarci la sera. Sono stanco di dovermi conservare tutto dentro, sono stanco di non riuscire nemmeno più a piangere, sono stanco di tutto! Quando facevo quel che ho fatto, non pensavo a nulla. La mia mente era libera dalle catene che la tengono imprigionata, ed in qualche modo riuscivo a sfogarmi... So che posso sembrarti pazzo... ma...»

Non gli lasciò il tempo di concludere la frase.

Elizabeth lo avvolse con le sue braccia e lo strinse al petto.

Ora gli sussurrava all’orecchio.

«Va bene così Jason… va bene così...»

L’amico cominciò a piangere ed Elizabeth passava dolcemente la mano tra i suoi capelli cercando di tranquillizzarlo. Trascorsero diversi minuti prima che smise di singhiozzare.

«Jason, guarda le stelle.»

Il ragazzo rimanendo tra le braccia dell’amica volse lo sguardo al cielo.

Fu come una visione magica per lui. Si sentì come cullato lentamente dal suono delle onde mentre osservava le stelle. Cercò inizialmente di contarle, ma poi si lasciò andare completamente a quel momento. Erano tantissime, una più luminosa dell’altra, e un piccolo spicchio di luna faceva capolino tra di esse.

«Vedi Jason, è nelle notti più buie che le stellano brillano in tutto il loro splendore. Di giorno riesci forse a trovarle? Eppure loro sono lì, sempre, così distanti, ma allo stesso tempo così vicine… che strano… E paradossalmente un qualsiasi uomo in mezzo al mare ha più punti di riferimento durante la notte, quando è avvolto dalle tenebre. In questo momento, come in qualsiasi altro, puoi aver smarrito la bussola, puoi non sapere più dove ti trovi nè per quale motivo, ma le stelle possono condurti dove vuoi.»

«Io non so nemmeno più chi sono... non mi riconosco più.»

«Ognuno di noi lascia un segno più o meno profondo dentro le persone che incontriamo durante la nostra vita. Tu hai lasciato un segno indelebile nel mio cuore. E’ come se fosse un tuo ritratto. Ci sarò sempre io a ricordarti chi sei, a mostrarti le orme che segnano i percorsi che hai attraversato e le difficoltà che hai superato. Ora guardami negli occhi.»

I due si fissarono intensamente.

«Jason, nei tuoi occhi c’è una luce che splende ancora di più di quella delle stelle.»

Si alzarono entrambi in piedi e si abbracciarono con forza per un istante che ad entrambi parve eterno. Si allontanarono leggermente tenendosi per mano e si guardarono nuovamente negli occhi. Ormai non c’era più bisogno di parole.

«La luce è dentro di te.»


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