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lavoro pubblicato venerdì 23 ottobre 2015
ultima lettura mercoledì 13 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

UNA FAVOLA TRISTE

di jackpeenses. Letto 514 volte. Dallo scaffale Pulp

Un Uomo vestito da bohemien inseguiva incubi per trovare sogni: correva lungo distese desertiche costruendo strade sterrate, vie per autostoppisti smarriti. Un giorno di pura ragione lasciò tutto questo per inseguire un aquilone, la sua mano ...

Un Uomo vestito da bohemien inseguiva incubi per trovare sogni: correva lungo distese desertiche costruendo strade sterrate, vie per autostoppisti smarriti. Un giorno di pura ragione lasciò tutto questo per inseguire un aquilone, la sua mano seguiva, lottava contro il vento per avere un posto in prima fila sulla vista parziale di un tutto. Trascorse intere giornate con l'aquilone in aria, finché la sua mano non stancò: l'aquilone cadde giù distruggendosi, tentò di ripararlo inutilmente, ma non funzionò mai più come prima. Distrutto per la sconfitta subita s'incamminò verso la spiaggia, lì seduto ascoltava il rumore del mare, poi in un istante vide un gabbiano scendere in picchiata ed immergersi nelle acque, per poi uscirne fuori, molte volte solamente bagnato: comprese immediatamente il suo dramma. Riconobbe la sua amica follia scacciò la nemica ragione lasciò le sue orme sulla sabbia per entrare in un insano e antico teatro. Trovò tanti attori con parti a loro assegnate, altri invece, indecisi su quale parte recitare, provavano parti in continuazione. altri ancora erano in attesa di una parte scelta o assegnata non aveva importanza. L'opera che veniva rappresentata era sempre la stessa, le parti come la trama, l'unica variazione al variare del maestro e tiranno tempo erano gli attori che rappresentavano i personaggi dell'opera. Al cambiare degli attori, comprese il gioco delle parti di quest'antico e insano teatro: nacque in lui la legge del Moto Perpetuo del Pensiero e da quel istante in poi prese coscienza di tutto questo cambiare le cose per farle rimanere sempre le stesse ed uscì fuori da quel antico e insano teatro. Si ritrovò a cantare una canzone che solo lui conosceva, non capivano le parole, ma lui instancabile continuava perché conosceva il significato delle parole. I viandanti non si avvicinavano al folle vaneggiatore, ma lui imperterrito indicava la via da seguire: finì per avere una certezza senza contenuto, un sorriso senza volto e uno scopo senza fine. Non si tormentava più per il non essere capito, anzi, era libero di dire la sua senza che nessuno lo replicasse solo perché era considerato un folle vaneggiatore. Dato che aveva acquistato la sua libertà, pace e tranquillità in un modo più semplice che lottare, prese i suoi pochi stracci e trovò il suo prato verde: una distesa d'erba dove poggiare il suo telo e dormire. Viveva di quello che coltivava, fumava e beveva grazie ai suoi pensieri folli, aveva donne anche se non era bello, solo per effetto dei cannoni fumanti e carisma: dopo averlo conosciuto si innamoravano di lui, dame sans merci erano, lui invece una farfalla alla fine del suo ultimo giorno. Dormiva e dormiva fino a quando la pigrizia non lo sovrastava, non mangiava perché doveva alzarsi, si puliva sotto la pioggia perché non aveva neanche costruito o trovato un foro dove stare: si stava distruggendo, era l'avanzo di se stesso, e le bacchette del tiranno maestro cominciarono ad andare più velocemente per lui. All'alba dell'ultima notte fuori si alzò, cercò di usare a suo vantaggio quello che una volta era stata la sua maledizione: la voce addolcita dal dolore veniva provata sulla scogliera, cercava una voce adatta con cui parlare. Aveva ottenuto solamente gli occhi del sopravvissuto, aveva smesso di vedere alcun merito nell'eroismo o nel coronamento di un'impresa. Ma alla fine si fa quello che si deve fare: cambiare o magari influire sul corso degli eventi diventa il dovere degli esseri "coscienti". Prese a coltivare la sua coscienza, andando avanti con l'ottimismo della dell'ignoranza, che un uomo ha prima di realizzarsi. Aveva viaggiato per luoghi solitari cercando le ultime occasioni: luoghi e fantasie dove un bohemien poteva vivere. Costruì il pulpito e la predica per il principio del piacere, che trascende ogni confine, vagava in cerca di un luogo d'asilo,dove distruggere i suoi pensieri per la pace dell'umanità. Un bordello era il posto adatto per cominciare la sua evasione, cominciò a mettere radici nei ricordi: fantasmi del passato ballavano sul letto dai denti aguzzi. Belle dame gli succhiavano il sangue ripulendo il suo corpo dall'infezione pensiero. Per molti anni trovò rifugio, divenne quello che volevano, pensava con la loro mente: era diventato un terreno fertile per i pensieri altrui. Gli veniva così facile che la gente non si accorgeva del suo indottrinamento e lo amavano per questo. Il suo adattamento ai pensieri altrui lo sollevava da ogni ostilità, dalla fatica di usare la sua di mente. Il Tutto andava bene fino a quando era dentro quel antico e insano teatro, appena uscito fuori però: trovò la consapevolezza dell'esperienza, sua e degli altri, che lo costringeva a lottare. In modo troppo duro forse, la luce deve arrivare ma troppa acceca. Dimenticò cosa fosse la diplomazia, il fiore non veniva più coltivato: era appassito con il passare degli anni. Sfinito dalla lotta prese a vagare nuovamente tra giardini malandati, in cerca di storie da vivere. Strano parco: bambini si allenano a diventare i nuovi killer, dame che tramano contro chi le ama, vite da strada, tossici e puttane facevano la loro apparizione. Una prigione del pensiero per levarsi da un impiccio, un vascello rollante all'alba prese, verso stranieri paesi cominciavano le sue nuove avventure. Da terreno fertile cominciò a vagare tra testi antichi e librerie di periferia, mattoni dorati ad indicare un cammino fantastico. Conobbe la magia dei poeti e il loro illudersi, cominciò ad amare i soli versi di chi era come lui: un evaso un estraneo. I maledetti, gli anticonformisti, i disperati, gli evasi e i condannati erano i suoi esempi: le loro storie cominciò a seguire, comprese il loro voler dire, ma non tutto gli apparteneva e così in una lunga notte d'agonia prese la penna e cominciò la sua opera. La mano scriveva da sola, nessuno sforzo per perseguire uno scopo, si cambiò d'abito e divenne un immortale: un menestrello del presente, un vampiro succhia storie per sanare la sua sete di sapere, trovare la comprensione ultima: il chiaro e puro momento d'assoluta comprensione. Iniziò con le sue esperienze, camuffate da versi astratti, poi con quelle degli altri che in parte erano anche le sue: un menestrello particolare divenne, viveva tutte le storie che cantava, si promise di scrivere la verità che conosceva ed era stato testimone. Il menestrello non aveva grandi eroi come soggetti, erano i "nuovi eroi" quelli che cantava, ma non le loro grandi imprese bensì la loro distruzione. Così facendo caddero tutte le loro certezze, dubbi e perplessità nacquero in loro, e il menestrello venne cacciato via. Ora andava in cerca d'altri teatri, nuove trame e novi attori, un libro vuoto, una penna e un fiore per vagare tra storie e antichi poeti. Opere teatrali, trame e attori imparava a conoscere, tutti scritti in quel libro venivano: il libro diventava sempre più grande e la mente sua non tutto ricordava, così ogni tanto andava a rileggere le sue storie per non dimenticare...


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