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lavoro pubblicato domenica 18 ottobre 2015
ultima lettura martedì 21 maggio 2019

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Il vento nella sabbia

di AleksejPezzi. Letto 790 volte. Dallo scaffale Viaggi

Dedicato alla morte di Hemingway e alla persona che non lo leggerà. Diario scritto durante il mio viaggio in Boliva. Ho escluso i giorni del riposo e del ritorno, perché sono stati gli stess...

Alle volte il viaggiare arriva come un obbligo. Giunge in un codice segreto e perentorio, come un prurito alla gola che non si riesce a grattar via, per quanto si tossisca.
Arriva serpentino e inodore, colmando la stanza che si vive il solitudine quando forse, si stava guardando solo le cose più vicine. E ciò che il viaggio ritorna mentre si calpesta terra aliena, mentre si annega nella fragranza leggera della distanza e si sogna di una casa che probabilmente non c’era in primo luogo, è ciò che per tutto quel tempo ti aveva impedito di partire.
Quell’amore selvatico e bambino, melassa viscosa, che si aggrappa ad ogni femmina e all’amore visto felice degli altri. Ed è un ultimatum che si vive nella valigia dell’ultimo istante e l’organizzazione povera.
Così io partii per la Bolivia, senza nemmeno poter lasciare un telegramma alla redazione del Sunday Times Magazine e pieno di morte, con due libri che avevo lasciato a lamentarsi in un cassetto e il mio taccuino. Sporco di birra, con lo zaino colmo di disordine e un’infinita angoscia dovuta al fatto che avevo prenotato poco e niente.

Dopo un giorno di viaggio giunsi a La Paz, carente di denaro perché avevo comprato il volo da lì ad Uyuni in aeroporto, e i bancomat non volevano riconoscere le mie carte. Raggiunsi un albergo per riposarmi prima dell’ulteriore viaggio, dopo aver discusso per quindici minuti buoni con un tassista fuori dal terminal.
- Quel neon rosso che si vede in lontananza dice “hotel”? - tentavo di chiedergli in spagnolo.
- Non lo so. In città ci sono l’Alexander e il Plaza Nueva - continuava a rispondermi lui.
Esausto, accettai di salire e percorremmo le strade di La Paz animate dal sabato sera, brulicanti di cappelli di feltro e braci sull’asfalto, ubriachi, moltissimi ubriachi tra cui districarsi in auto, e raggiungemmo l’Hotel Alexander, che si scoprì esser lo stesso della scritta illuminata.
Venni accolto da due impiegati alla sicurezza in giubbotto antiproiettile e chiesi una stanza per fumatori, com’erano tutte le stanze senza finestre dell’albergo, mi fu detto. Il giorno seguente, in tutta fretta e all’alba, ripartii.
Da qualche anno ho un’incontenibile paura di volare, quindi la brevità del viaggio mi aiutò a rilassarmi un poco, anche senza la necessità di fingere di dormire. Ed ecco che lo vidi già dall’oblò appannato dell’aereo, e fu tutto improvvisamente chiaro.
Ho sempre amato il deserto, trovando ogni altro tipo di paesaggio troppo vanitoso e pesante della sua bellezza accurata; il deserto è invece teneramente infinito e malinconico, costituisce una compagnia come nient’altro. Si riconosce senza pensare, e nelle pietre piccole e nelle rocce gigantesche che sono le montagne stese stancamente sull’orizzonte. La loro materia è identica, cosicché l’assurda gerarchia di proporzioni mi riporta spesso a certi incubi febbrili che facevo da bambino, e alla stessa tenerezza.
Eppure quando lo vidi, tagliato da canyon verde scuro, con nebbia di cielo fittissima che lo fendeva e s’infilava tra i costoni strisciando nuda sulla pietra, mi sentii di essere finalmente tornato a casa. Non una casa in cui ci si sente protetti, ma una in cui veramente vivere, in cui il tempo s’incastra piano. La morte mi saltò subito via di dosso.
Atterrammo sulla pista arrangiata nella sabbia, piena di vento, e appena sceso dall’aereo incontrai il mio autista, di cui non seppi mai il nome. Vestiva una giacca rossa imbottita ed era di bassa statura, con gli zigomi asiatici e il viso lungo, nascosto per buona parte dagli occhiali da sole; i suoi capelli sottili e corvini erano da asiatico anche quelli, e aveva la carnagione scura come la terra di campagna bruciata. Dopo avermi lasciato fumare una sigaretta senza conversare mi portò ad Uyuni, dove m’indicò un locale per la colazione e mi avvertì che saremmo stati pronti per partire in un paio d’ore. Entrai quindi ed ordinai un caffè, poi mi sedetti e guardai intorno.
L’allestimento era povero ma colorato calorosamente, tra le mura ocra coperte in alcuni punti da teli vermiglione contai cinque tavoli, e altri due in una saletta separata in cui sedevo io. I tavoli della sala principale erano tutti occupati da turisti francesi e tedeschi, chiassosamente loquaci nei loro pail monomarca e gli zaini da campeggio appoggiati alle sedie.
Vi badai poco, mentre già riconoscevo l’odore timido che avevo sentito una volta in Cile, di quei luoghi sfuggiti alla velocità del mondo in cui le persone possono essere limpide, salve dall’introspezione.
Il mio caffè arrivò come l’aspettavo, annacquato e amaro, così da consentirmi di svegliarmi con calma e leggendo un libro del caro Ernest H., Verdi colline d’Africa. Hemingway è l’autore che preferisco leggere in viaggio, e il solo di cui piansi la morte, la prima volta leggendo I quaranta racconti e ripensando al suo suicidio. Lo immaginai tristemente misero nel corpo una volta forte, segnato dal whisky e dall’assenzio, dalla guerra, dall’ossessione erotica per la caccia; teneramente innamorato della Spagna, dei cieli d’Italia e dell’Africa, che ne parlava come si parla di una donna.
Lessi di quei colori aridi e non dissimili da quelli che mi circondavano, finché non finii il mio caffè ed uscii dopo aver lasciato dieci bolivianos sul bancone. Poco distante trovai una piazza rettangolare, al cui centro svettava un gazebo di legno e intorno ad esso panchine. Mi sedetti su di una e lasciai passare il tempo nell’inchiostro fitto sul taccuino.

Alle nove raggiunsi il punto d’incontro stabilito con l’autista, e dopo averlo aiutato a caricare acqua e provviste finalmente lasciammo Uyuni, alzando la terra volatile tra le case di mattoni lasciate a metà, desolate e color ruggine. Passiamo per un cimitero di treni neri e ossidati già da più di mezzo secolo, e l’autista insistette perché ne facessi delle fotografie.
Gli spiegai che in alcuni momenti il fotografare rovina l’esperienza, impigrisce la vista e rende frettolosi. Comunque scesi dalla vettura e m’arrampicai un po’ per gli scheletri metallici.
Prima di risalire in macchina feci due scatti col telefono, distrattamente, come sempre ne faccio ma perché siano didascalici, e la memoria debba affidarsi all’osservazione.
Ripartimmo e nuovamente ci fermammo di lì a breve perché egli doveva fare non so cosa in un piccolo villaggio alla periferia della salina. Decisi allora di fare due passi nell’attesa e mi allontanai da quello che mi sorprese essere un luogo in cui si vive, composto da una manciata di baracche finite lì nella sabbia turbolenta come per caso.
Dopo cinque minuti di cammino mi ritrovai isolato e allegro, ritto su un cumulo di pietre a guardare dei monti in lontananza le cui pendici erano inghiottite dal miraggio del vapore e che sembravano galeoni colossali sospesi sulla Terra. Il loro cobalto scuro si confondeva con quello del cielo, che partendo dall’orizzonte s’incupiva, spoglio di nubi. Con altrettanto entusiasmo mi fermai a guardare delle ossa, dei teschi, e i resti aridi di un cane affogati nel terreno.
Ritrovai l’autista a chiacchierare con degli uomini poggiato sulla carrozzeria bianca del suo fuoristrada, partimmo.
Dondolammo bruscamente per la strada come tutte le strade della regione sterrata, lui accese la radio e il veicolo si colmò di musica boliviana, di strimpellate repentine e gracidii di güiro, fischietti bitonali e tamburelli incalzanti. Concentratissimo sulla guida non parlava, così io tirai fuori il mio libro e mi dimenticai del percorso.
Passò circa una mezz’ora prima che mi accorgessi che l’auto non traballava più. Alzai lo sguardo e dovetti subito coprirmi gli occhi, intorno a noi il paesaggio era mutato in un bianco anestetico e prepotente, del suo suolo infinitamente disteso di sale su cui la luce solare rimbalzava violenta. Piano, aprendo una fessura tra le palpebre, tornai a guardarlo.
Impensabilmente finita, la salina si estendeva aggrappandosi alla parte più bassa del cielo, scavalcandola quasi, e un senso di sospensione ed attesa era palese in ogni poligono irregolare di crepe sulla sua superficie, che a guardarla fissa dall’auto in corsa sembrava vorticasse sul disegno geometrico. In lontananza, i velieri delle montagne galleggiavano incerti su essa, e lo spazio tra i due rifletteva trasparente la roccia.
La prima cosa che pensai fu che non sarebbe importato quanto tempo sarei rimasto a guardarla, certamente non sarebbe stato abbastanza.
Di lì a poco la macchina s’arrestò e l’autista, voltandosi col busto, mi spiego che il sale, in sei stati di differente purezza scendeva fino alla profondità di centoventi metri. Euforico, finsi stupore e mi sbrigai ad uscire dalla vettura. Mi allontanai di un centinaio di metri e abbandonai gli occhi sul pallore ardente del suolo, rimanendo in ascolto.
Il silenzio mi avvolgeva da due direzioni: da sotto, nella tosse greve del sale calpestate, ghiaccio tiepido e assordante; ai lati, traverso il cappuccio incerato del mio cappotto blu, il lamento vecchio e discontinuo del vento, primordiale, lacerato.
D’un tratto mi traversò la consapevolezza che per quanto avessi potuto trascrivere quella scena in ricordo, inghiottire l’odore stantìo del sale per renderlo mio, a mesi di distanza mi sarei svegliato in piena notte con la nostalgia nelle viscere, malinconia brulicante di sottobosco.
Con un gran sospiro mi sedetti, cercando ancora di estroflettere la mia anima nell’aria secca. Stessi così per alcune decine di minuti, poi, con la fretta degli addii mi diressi verso l’auto, entrai.

Falciammo veloci il deserto in due metà arbitrarie, finché non arrivano all’edificio storico del primo hotel di sale, dove mangiammo pietanze intese calde, fredde, e ci scambiammo poche parole sulla storia della Bolivia e sul motivo del mio viaggiare solo.
Finito il pranzo uscii a fumare una sigaretta con una tazza di tè di coca tra le mani, mi poggiai su un mucchio granuloso di sale e scrissi le mie prime impressioni, fermandomi di tanto in tanto per alzare lo sguardo come si vede fare ai pittori en plein air. Quando l’autista di cui non seppi mai il nome, cosa che rimpiango particolarmente ora di fronte alla ridondanza della parola, ebbe finito di mettere insieme le stoviglie e l’ebbe collocate nel bagagliaio del fuoristrada lo raggiunsi, e assopito dal sole riflesso mi addormentai guardando un grande semicerchio a fior del terreno che una volta sveglio non ritrovai più.
Riaprii gli occhi come un dopo un battito di ciglia, ma guardando l’orologio digitale nel cruscotto scoprii che era trascorsa un’ora. Mi vergognai non poco di aver fatto passare quel tempo senza dedicare la giusta attenzione al tragitto. Comunque eravamo giunti a destinazione e l’Isla Incahuasi, effettivamente come un’isola, affiorava dal candore salino interrompendolo millimetricamente alle pendici, senza allungare nemmeno un’aloe di terra scura su esso.
La sua pendenza bruscamente spezzata da grani massi era quasi interamente coperta da cacti altissimi, che ne svettavano come idoli primitivi. Il mio guidatore parcheggiò di fronte a lì dove il pendio s’addolciva e invitava al cammino dicendomi che avrebbe aspettato sul posto e incoraggiandomi a prendere tutto il tempo che avrei trovato necessario.
Gli sorrisi, ancora annebbiato dal sonno, e presi il sentiero.
Avevo sentito un aneddoto, non so bene dove, su una visita di Neil Armstrong alla salina durante la quale disse che aveva difficoltà a collocare quel luogo su questo pianeta e non su un altro. Scalando affannosamente il promontorio mi trovai completamente d’accordo.
Aldilà dei contorni prospettici segnati dalla pietra bruna il bianco del sale si spandeva ora differente, ancora più alieno per il netto contrasto cromatico, carico di un’angosciante indifferenza e i cacti intorno a me che lo interrompevano rigidi lungo la loro vertiginosa statura di tre metri, quattro metri. Ancora più alti alle volte e retti, o grottescamente rigonfi lungo il fianco; biforcati; spartiti; eruttando propaggini tumorali più chiare; esplosi rivelando l’interiore spugnoso di mangrovia.
Avanzai verso la cima a brevi scatti, fermandomi per calmare l’asfissìa causata dall’altitudine e ammirando le spine più lunghe delle piante, scegliendone quale da staccare per ricordo.
Raggiunsi la piattaforma rocciosa alla vetta sfiatato e mi sedetti sulla sporgenza, tirai fuori il mio taccuino, e non appena appena fui in grado di respirare tranquillamente fumai qualche sigaretta, staccandone il filtro quando finita per infilarlo nella tasca laterale dei miei pantaloni. Rimasi lì per un paio d’ore con la nostalgia, ormai invitata, a percorrermi timida ma gravosa come la provoca il deserto, che ha la virtù di far pensare solamente alle cose lontane.
Condensato nell’essenza dal calore e senza più forze per rimpiangere scesi svelto e mi riunii con la mia guida semi-muta.
Dopo un lungo viaggio che passai questa volta proiettato fuori dal finestrino giungemmo ad un hotel collocato ai bordi della salina, poco fuori Chantani, su una collina arida circondata alle spalle da montagne ben tagliate contro il cielo. I picchi di queste erano cangianti a seconda della luca, di colore arancione cadmio quando scesi dall’audio e le guardai.
Entrammo e venimmo avvisate che dalla mattina mancava corrente elettrica nell’intera regione, cosicché non avrei potuto usare il telefono per comunicare che il volo era andato bene, e che ero arrivato al mio alloggio. All’acqua calda e il riscaldamento avrebbe provveduto l’impianto ad energia solare, così feci una lunga doccia e nell’attesa di cenare lessi un poco, poi uscii nel portico con una tazza fumante di tè e scrissi finché scalando le più vivaci colorazioni, come un catalogo di tinture ad olio, non fece buio. Mangiai della zuppa di quinoa e del pollo, seduto vicino al camino che stava al centro della sala rotonda con l’autista, che da ora a discapito della verità chiamerò “Pedro” per non dovermi più avvilire a cercare di definirlo.
Accompagnammo il pasto con un paio di birre locale e Pedro mi spiegò sommariamente di come, e di cosa, si vive nel deserto, poi ci separammo perché all’indomani avremmo lasciato l’hotel molto presto, ed era stata una giornata faticosa.
Prima di dirigermi nella mia stanza uscii per fumare un’ultima sigaretta e distratto alzai lo sguardo. Venni subitamente annullato in tutta la mia stanchezza e pensosità dalla schiacciante ed incomputabile ragnatela tra le stelle, e dal loro corpo tremolante e vivo. Prima di riuscire ad accorgermi le chiamai per nome.
E il loro nome era un suono pesante del passato, mesto, che mi colmò di un’euforia di tristezza dolce e invincibile.
Mi stupii e mortificai al contempo per come avessi potuto dimenticarle, languide sopra il mio corpo molle su un’amaca nel deserto di Atacama. Mi sdraiai sulla terra gelida e rimasi in trance a guardarle mentre la mia mente irrecuperabilmente tornava ad una dimensione in cui tutto è caduco, e restai finché le zanne del vento non furono profonde nella mia carne, concludendo prima di tornare a malincuore nella mia stanza che più d’ogni altra cosa quelle stelle erano terrificanti.
Mi cambiai e infilatomi sotto le coperte mi addormentai a fatica, sognando di un amore tanto vicino da farmi bruciare e tanto lontano da essere tragico.
Durante la notte mi svegliai più volte, madido negli occhi e sulla pelle, più volte bevvi in fretta delle gocce soporifere per poter non fermarmi più a ricordarmi le parole e le carezze arrivatemi nel sonno.

Spalancai gli occhi per l’ultima volta che mancavano due minuti alla sveglia, un pulviscolo di luce finissima penetrava nella mia stanza come dalle vetrate di una chiesa grigia e desolata. Avevo un gran mal di testa e la gola veniva graffiata da ogni respiro, forse un principio di febbre; ma nella palude delle membra deboli già realizzavo che era la malattia egra dell’amore quella che avrei più sofferto.
Ansioso di lasciare la stanza indossai i calzini spessi di lana, un maglione e una felpa larga sopra la canottiera e infilai il pigiama nello zaino, poi andai a fare colazione. Mangiai un toast e bevvi due tazze di caffè acquoso e amaro, portando la tazza di latta fuori per poter fumare.
Nella foschia della veglia che si disperdeva s’andava via via ricamando la complessità del mio desiderio impossibile, ricercai una piccola pace nel panorama piatto e anemico di fronte a me e riuscii, come sempre riesci guardando le nuvole lente, a ridare fluidità al mio sguardo calcareo.
Presto mi raggiunse Pedro che era partito presto per comprare delle vivande, mi chiese come avevo dormito e gli risposi che avevo dormito bene, senza riuscire bene a trasmettere sarcasmo col mio spagnolo improvvisato.
Voltammo verso sud, traversando nuovamente la salina ormai intima e in un’ora circa fummo a San Pedro de Quemes per visitarne la necropoli vicina. Per l’ennesima volta mi sorpresero le poche abitazioni rudimentali che formavano il centro abitato, dimenticate da Dio e dalla propria nazione nella miseria sabbiosa dell’abbandono, fantasmi di mattoni e una manciata d’anime, tristemente arrese alla solitudine, immobili in un tempo non più loro.
Domandai quante persone abitassero lì, e scoprii che quella porzione di nulla chiusa da una vallata ospitava intorno ai settecento abitanti, e una scuola anche. Visitai la necropoli con poco entusiasmo, per via dell’àncora disperata che mi aveva agganciato e della presenza di un gruppo di turisti inglesi che di tanto in tanto sollevavano degli oh trascinati e compensavano l’interesse pigro con svariati click e bio delle macchinette digitali. Trovai nientemeno un certo piacere curioso e meccanico nel vedere i vari resti umani, affacciato dai fori nei tumuli di roccia, cercando di ricomporre sulle ossa eburnee i lineamenti che immaginavo avessero potuto avere i locali un migliaio d’anni fa. Gli occhi allungati da lupo, gli zigomi alti, le guance floride.
Aspettai che il gruppo avesse finito l’escursione e rimasi ancora un po’ tra le pietre porose e frangiate, nel silenzio affettuoso delle dune. M’incamminai poi alla macchina e aperto lo sportello mi sedetti.
- Mucho viento - commentò Pedro.
- Mucho - risposi sorridendo, anche se in realtà mi ero abituato e quasi non lo sentivo più.
O meglio, lo sentivo tirarmi violentemente la giacca e i capelli, come per gioco, ma no ci facevo caso, sentivo altre voci passarmi le orecchie.
Causando minute tempeste di polvere dietro le ruote percorremmo diverse decine di chilometri, che di tanto in tanto osservavo passare distogliendomi dalla lettura. Superammo una coppia di villaggi, vuoti e sordi al nostro passaggio, e ci fermammo a metà strada per bere del tè di coca su una panoramica che sormontava la stanchezza prosciugata di alcune montagne più basse. Intorno l’una sostammo alle pendici del vulcano semi-attivo Ollagüe, blu intenso e goffo, con la sua cima mutilata. Una piccola serpentina di fumo ne sfogava come un baffo allegro per disfarsi gradualmente nell’azzurro chiaro del cielo, richiamando la mia attenzione ogni volta che guardassi verso nord-est. A causa della mia inclinazione, ormai irrisolvibile, al dramma, vidi il suo danzare lento come eternamente sconfitto e fragile.
Tra le onde rose di pietra Pedro allestì un tavolo per il pranzo, e mangiammo del riso con crocchette di pesce pastose.
- Scrivi quello che vedi? - mi chiese incuriosito credo dalle lunghe pause in cui mi arrampicavo su qualche rilievo e col taccuino giallo sulle ginocchia mi circondavo della nebbia di molte sigarette.
- Sì - mentii dapprima per iniziare un discorso sul come sia meglio osservare che fare fotografie, così anche da giustificare i miei continui rifiuti alle sue proposte di fermarsi per tirar foto. Realizzai però che non sarei riuscito a spiegarmi in spagnolo, così aggiunsi, - è un diario di viaggio.
Lui s’infilò un boccone di riso tra le labbra e strette e non disse più nulla.
Dopo aver pranzato mi preparai del caffè istantaneo e come già detto, mi rifugiai su di una cresta di pietra e colmai qualche pagine di scritte fitte e caotiche, con le dita poco ferme per via del vento freddo. Durante il prossimo trasferimento mi concessi del sonno, perché traversavamo un enorme deserto dune, basse e tutte simili tra loro. Mi svegliai con il richiamo del mal di testa, subdolamente ripresentatosi, che l’auto aveva frenato alle sponde della Laguna Hedionda, fetida in spagnolo, contornata da altissimi mucchi di terra morbida da cui sbucavano, qua e là, ciuffi ruvidi d’erba asciutta e color grano.
Sulla laguna, sottile come uno specchio, si ergevano decine e decine di fenicotteri andini, intuii dal becco giallo e nero ricurvo come un gancio. La vista dei volativi mi trasmise una gran serenità.
I loro movimenti lenti, apparentemente ponderati secondo un’arte perduta del vivere, i cambi ritmici della zampa d’appoggio, come una palafitta forte, i loro occhi rettili e innocui, mi restituirono ad un mondo pacato e semplice, dove ogni passione era superflua e velata da una membra d’opacità.
Stetti però poco, perché volendomi avvicinare il più possibile a loro finii per sprofondare nel fango melmoso e gelido della laguna, e dovetti cambiarmi.
Dopo un breve tratto raggiungemmo una seconda laguna, la Laguna Chiarkota. La maggior parte di essa era ricoperta da un soffice strato di schiuma color panna sporca, che sotto le spinte del vento oscillava cole il mare incerto, tanto che a guardarla sembrava d’udire lo sciabordare esanime. Anche su essa centinaia di punti rosa erano centinaia di fenicotteri, che a cadenza ciclica si sollevavano in stormi scuri contro il cielo intenso e sembravano il respiro morente del pianeta.
Lo circoscrissi per metà, ebbro della mia tiepida malinconia e pensai insistentemente a chi era cambiato, a chi avrei voluto non cambiasse mai, e a come gli esseri umani siano le creature più sfortunate e distanti tra loro. Mi sedetti, e sfogliato il taccuino fino all’ultima pagina per non interrompere la narrazione precedente iniziai a scrivere una lettera, che era anche la prima lettera che avessi mai scritto. Lo feci pensando che la lettera è un modo di parlare dal passato, le cui parole scadono già prima d’esser lette.
Ne scrissi una buona parte, poi tornai all’auto per poter pensare meglio al continuo.

L’ultima laguna era di un celeste argilla, plastica nonostante il soffio prepotente del vento. In questa, la Laguna Honda, non c’erano fenicotteri, mi spiegò Pedro perché priva di alcuni minerali di cui si nutrono i batteri di cui si nutrono a loro volta gli uccelli. Una lingua curva la traversava per più di metà senza toccare l’altra sponda, e io la raggiunsi per potermi accucciare protetto dall’aria gelida e finire la lettera.
Così feci, e mi apprestai verso la macchina ferma sul promontorio che cingeva la laguna, alzando i baveri della giacca per proteggermi dalla pioggia orizzontata e affilata della sabbia.
- Mucho viento - mi disse Pedro quando fui dentro.
- Mucho - risposi con un sorriso debole.
Dalla sinistra alla destra dello zenit il cielo pareva la storia di una ferita: ad ovest pulsava incandescente fino a scurire come sangue rappreso, ad est, esaurire il colore nella cicatrizzazione, tornare al neutro cobalto che era la sua pelle intera. Ed esso colava infelice sulle dune, muoveva l’ombra su loro e la trascinava in risacca, lentamente nascondeva i corpi sinuosi in mestizia magenta, finché non fu buio.
Osservavo la metamorfosi dal piano bar di un albergo la cui curva dolce era abbracciata da grandi vetrate, mentre bevevo del tè all’anice con molto miele perché concentrato sul malanno del cuore avevo trascurato la febbre che era avanzata piano, prendendo vantaggio dei miei appostamenti nel vento, ininterrotti finché non mi ero svuotato l’anima. L’ambiente era accogliente e decisamente piacevole per essere una struttura isolata in una lieve conca a quattromilaottocento metri d’altitudine; a discapito delle diverse stufe per la sala mi percorrevano brividi di freddo.
Nello stesso locale cenammo, io e Pedro, con una zuppa di legumi e del vitello. Dopo cena ci separammo come il giorno prima ed io, questa volta bardato a dovere in diversi maglioni e pail, guanti, berretto di lana, uscii a fumare le mie ultime sigarette sotto il pavone inquisitori delle stelle. Senza pensare alla febbre che cresceva sulle mie guance e fronte, senza pensare alle dita sottili che l’universo allungava verso di me, inarrestabile; solo concentrato sullo scambio di fumo e ossigeno sottile, sulla sostanza viscosa della memoria sulle mie mani affamate.
Finii il pacchetto di sigarette voracemente e m’infilai nell’alcova affannosa delle coperte e del sonno sconsolato, interrotto innumerevoli volte dai vapori della febbre e i miei sogni crudeli.
All’indomani mi svegliai zuppo di sudore e ancora più sconfitto dalle maree elegiache, bevvi solamente del caffè a causa di una nausea fastidiosa e fumai la sigaretta chiesta ad un cameriere.
Erano le sei e l’aria dispettosa dell’alba filtrava la luca sbiadendola, aggrappandosi alle crepe livide nelle mie labbra. Pedro mi raggiunse che, come consuetudine, giravo il mozzicone tra il polpastrelli per separarlo dal tabacco bruciato. Mi chiese se fosse stato un problema dare un passaggio fino a Polques ad un’altra guida e io risposi che no, non lo sarebbe assolutamente stato.
Ci mettemmo in viaggio accompagnati dalla solita musica briosa e disordinata che, essendo trasmessa dalla sola radio sintonizzabile si ripeteva uguale da ormai due giorni. La guida ospite, paffuta e scura in volto, con gli occhi tondi e le guance tinte di rosso creta, tacque per tutto il tragitto, immobile sul sedile anteriore e incantata. Eppure nello sguardo trasparente non rifletteva nulla, e presto mi dimenticai di lui.
La prima tappa fu un giardino fossilizzato di pietre vulcaniche, imponenti ed impilate lungo le fratture tra loro, la sostanza divorata dalle correnti forti tanto da essere affilata lungo i bordi. Mi arrampicai su alcune tra le più alte ed ebbi l’impressione che la febbre fosse svanita, inghiottita dal sole pesante e dal movimento. Il gelo di quella mattina, però, era nuovo e mi afferrava stretto scuotendomi tutte le ossa, quindi decidi di tornare velocemente alla macchina per non sfidare troppo i limiti della mia resistenza.

La strada che seguivamo era la traccia sfumata di un altro viaggio, con altre guide basse e rotonde e stanche nell’espressione, altri francesi o tedeschi o inglesi, spagnoli forse, col naso arrossato dal sole e i capelli intrecciati dalla sporcizia, oppure con dei berretti e addirittura dei passamontagna a coprire il volto, ancora visi spalmati di lozione bianca. Mi domandai perché seguissimo quelle orme ondulate e non ne lasciassimo di nostre, perché parallele ed intersecate ed esse ne correvano così poche di altre, chi fosse stato il primo a scavarle nella sabbia tanto più presto nella notte e come si fosse sentito ad essere pioniere di così tante strade identiche solo in superficie, raccontate poi in lingue diverse, vissute nella muta distanza tra gli uni e gli altri e i numerosissimi io, ognuno non meno io degli altri tu, degli egli, degli ella.
Quante poi, ancor più, sarebbero state le vie dei noi, dei gruppi d’amici e degli stessi incontrati in un ostello, tutti ugualmente unitari e nella definizione del loro percorso una struttura molecolare nuovamente ridotta agli io, ai tu, e a tutto ciò disperatamente fatto per far reggere le distinzioni.
Passai così i quaranta minuti a perdermi in questi dubbi e costruzioni mentali, lieto di aver aperto uno spiraglio nella cortina spietata del rimorso.
Ci fermammo nuovamente, accompagnati dallo stridio profuso delle ruote dentate sul terreno che qui era giallo limone, gretto e duro come il cemento. Quando uscii dall’auto odorai subito la presenza densa del zolfo nell’aria, acre e pungente, sprigionata da bocche a fior di terra ricolme di bollore argilloso. Il gorgoglio di tedio nelle pozze era coperto solo brevemente dai fischi acuti di un geyser poco distante, nascosto nella nuvola corposa e repentina che ne usciva ininterrotta come un grido. M’affacciai sulle vasche ardenti e studiai l’armonia delle bolle che in loro si gonfiavano e poi svanivano con un colpo secco, lasciando sulla superficie liscia disegni concentrici e viscosi. M’affacciai troppo, e infatti caddi di gambe in una delle pozze, uscendone coperto per metà da una pelle grigia e viscida, cocente sulla carne. Mi spogliai e rivestii nella nuvola odorosa e calda del geyser, così da non sentir freddo, e lasciai i pantaloni a seccare sul tetto del fuoristrada, ansioso di poter vedere lo strato fangoso su loro staccarsi come durante la muta di un serpente.
Una volta che le mie scarpe si furono asciugate ci dirigemmo verso la Laguna Colorada. Lì vicino, già nell’aerea della riserva naturale che la rinchiudeva riuscii a comprare delle sigarette, nel negozio annesso a quello che Pedro chiamò un hostal basico e che non era altro che il riproporsi dell’incondizionata resa dei locali alla vita, anzi, alla fattività della sconfitta. L’hostal era un minuscolo conglomerato di tre baracche, quattro contando il negozio, con i mattoni di cemento grezzi e nudi, le finestre in plexiglass graffiate dalla sabbia e a volte rotte, tanto piccolo rispetto la vallata morta in cui si trovava da trasmettere la sua desolazione a chi vi abitava.
Quando bussai alla porta debole di compensato ne uscì una donna accompagnata dalla figlia, avrei detto intorno ai cinque anni, con gli occhi ineducati alla vista di altri. In essi rifletteva solo l’immensa vuotezza del deserto, la sua stessa malinconia pacifica.
Senza riuscire a distoglierne lo sguardo comprai qualche pacchetto, per esser sicuro di non rimanere senza, e me ne andai, ritornandoli al loro tempo immobile e misterioso.
Camminai fino all’osservatorio alto sulla laguna, che da ogni altra angolazione mi era parsa una distesa molle di catrame. Da lì, riuscendo a stendere lo sguardo fin dove essa finiva e massicce colonne di vapore si levavano contro lo sfondo delle montagne antracite, vidi i riflessi del sole, prima piatti, premere in grandi ali sulla superficie scivolosa dell’acqua vermiglia, estremamente vivida nel colore a causa di certe alghe che vi crescevano, mi aveva detto Pedro.
Non riuscii subito a fruire di quella vista, rimasi piuttosto congelato per qualche minuto e disorientato dal panorama surreale: gli stridii tristi dei gabbiani andini che volavano sopra la mia testa, il loro cappuccio nero contro il corpo bianco; le coreografie triangolari dei fenicotteri, questa volta anche cileni, che hanno il becco più sottile e interamente color carbone; il pavimento tagliente e percorso da propaggini piccole di roccia; la striscia seghettata dei monti profondi nella distanza; il vento violento sulla carne, le sue unghie come un amplesso essenziale e doloroso. Sopra ogni cosa il rosso pastello della laguna, non come sangue, infinitamente dolce e teso che tra tutti gli oggetti inanimati mi aveva parlato con voce di donna. Nemmeno sforzandomi mi riuscì di piangere, di condensare l’abbraccio con cui avrei cinto tutto questo e mai lasciato andare.
Come se pronunciata da un me nato in quell’istante e scomparso di nuovo nel subconscio, figlio della vita altiplanica, la mia voce strisciò dalle mie labbra aperte e mi sentii ringraziare.
Perché quando una donna è timida e non desidera gli sguardi, e tu la trovi nascosta dietro i suoi occhi e non puoi più che cercare lei in ogni movimento, allora essa ti ringrazia amandoti intero e con felicità. Quando la perdi non importa che sia stato di voi o chi tu stia amando, lei per te sarà sempre di più. Nella stessa maniera si trova un paese di cui nessun altro potrà essere mai più necessario, per quanto se ne conoscano di più avventurosi, nuovi, o addirittura belli.
Rimasi lì per molto tempo, rimettendomi a sedere ogni volta decidessi di alzarmi e tornare alla macchina per via della temperatura meschina, e anche quando finalmente ci allontanammo, per tutto il tragitto fino a Polques fui sul punto di chiedere a Pedro di tornare indietro.

Giunti a Polques salutammo la guida senza nome, poi Pedro mi accompagnò ad una baita in legno a ridosso di piccolo monte di pietre dove avremmo pranzato. Di fronte a questa c’era piatta un’altra laguna, la più estesa tra quelle che avevo visto. Essa era fina e macchiata da molte secche in cui il suo colore s’interrompeva e prendeva l’aspetto della terra umida, castana, nella più lunga distanza l’orizzonte era frastagliato da monti, celati prima da muri bassi di vapore di alcuni geyser.
Non era splendida come le altre, e le varie fratte e sedimenti schiumosi che la coprivano in più punti le conferivano un aspetto sporco e trasandato. Tra la laguna e la baita vi era una piscina circolare, con un diametro al massimo di tre metri, in cui l’acqua termale si riversava da una falda sotterranea e sfogava da un’apertura nel bordo di pietra.
Pedro mi chiese se avessi voluto bagnarmi lì, ma io gli proposi di pranzare prima, e di aspettare che le persone che ne riempivano più della metà del volume ne uscissero. Dalla sua espressione intuii che non capisse i miei riguardi, ma comunque accettò ed entrò nella baita per far preparare il pollo, e la pasta che aveva comprato credo pensando ad un nostro breve scambio sulla gastronomia italiana. Mi sedetti su una roccia del pendio ad aspettare che lui mi chiamasse e cercai di scrivere, poi, sotto l’insistenza gravosa del sole persi le parole e con gli occhi chiusi mi sdraiai.
Lo sentii fischiare dopo circa quindici minuti, quindi lo raggiunsi all’interno. La sala straripava di escursionisti più o meno casuali, giudicai passando tra i tavoli dalla pelle sana del loro viso e dalla fame, che parlavano rumorosamente e nemmeno mi videro passare.
Accomodatomi al tavolo più piccolo, nell’angolo sinistro della sala, mi versai del tè e passai nuovamente lo sguardo per l’ambiente, annoiato e avendo lasciato il macchina in libro che stavo leggendo. Del libro, Se una notte d’inverno un viaggiatore, e del suo autore, Calvino, non parlerò come ho fatto di Hemingway e del suo; correrei il rischio di contaminare presto la mia prosa di quella masturbazione linguistica che tanto mi fa sorridere leggendola.
Quindi mi misi a guardare curioso tra i tavoli. Opposto a dove sedevo io, nell’altro angolo, un uomo spigoloso con le labbra chiuse dalla barba, gli occhi fermi di fronte a sé più in attesa di qualcosa che di qualcuno; prima di lui una tavolata di dieci inglesi chiassosi, e tra loro una donna bionda che mi guardava forse come madre; accanto ancora un altro gruppo di francesi anziani e nell’angolo sinistro speculare al mio, un altro uomo solo e dopo poco una coppia, quando fu raggiunto dalla compagna; finalmente ecco, qualcosa con cui accompagnare il pranzo e l’attesa di questo.
Al tavolo più prossimo a me sedevano quattro francesi e la loro guida boliviana, mangiando con voracità e avanzando un dialogo esclusivamente bipolare: qui dell’uomo sulla destra più lontana e la guida, un suo ritorno al cibo e al silenzio; della ragazza di fronte a lui e la guida, poi zittitasi con un lungo sorso d’acqua; dello stesso uomo di prima tra un boccone e l’altro e la guida, e così via.
Solo uno di loro, biondo e col mento lipidico spazzato di peli incolti, sosteneva la continuità della voce da quel punto della sala parlando durante le pause di tutti, incespicando sulle parole che doveva continuamente fermarsi a cercare nel vocabolario tascabile. Mentre la guida gli rispondeva, calma e pedante, lui fissandola attentissimo si riempiva il piatto di pasta e verdure al vapore, ficcandosi in bocca quanto possibile prima di dover nuovamente tirare fuori il volumetto dalla tasca e riprendere il discorso.
Non era però lui a risolvere il mio desiderio di comunicazione, ma la ragazza di fronte a lui, l’unica a mangiare con eleganza e senza interrompersi, senza girare il collo rigido e dritto.
Osservavo la bocca piccola, la linea tra le labbra rilassata schiudersi minimamente per lasciar passare il cibo, il naso sottile, gli occhi squadrati e leggermente curvati in basso, le palpebre a nascondere un arco dell’iride turchese. E nel guardarla nascondendo le mie occhiate oltre la finestra ogni volta che lei alzasse la testa intessevo una conversazione invisibile e alternata, tra il mio, rivolgermi a lei, e il suo allontanare la mia attenzione, puntare il mento verso un punto della sala come per consigliare una direzione al mio sguardo. Il mio successivo seguire l’orientamento del suo volto e il suo tornare sul piatto, ecco, ora pensaci, era come se mi dicesse.
Nemmeno le parole che Pedro spediva sporadicamente contro mia fissità mi distraevano dai quei messaggi ermetici che scambiavo con lei, che andavo via complicando in vista della rottura della fine del pasto. Vuotò il suo piatto e si alzò che io preparavo il contenuto del mio sguardo seguente, così, rimasto solo, anche io mi sbrigai ad esser sazio ed uscii a bere del caffè.
Quand’ebbe sparecchiato e riposto le stoviglie in una sacca apposita Pedro mi raggiunse, e propose nuovamente di rilassarmi nella piccola piscina termale. Dopo una considerazione veloce conclusi che anche condividerla con quattro persone sarebbe stato troppo, e rifiutai cortesemente.
Dunque salimmo in macchina diretti verso la Laguna Verde e la Laguna Blanca, che si trovavano vicine nella stessa vallata, distinte, pensai vedendole, solo dal nome.
Sostammo brevemente nel Desierto Salvador Dalì, il quale non era altro che una mastodontica onda di sabbia sottile e lucida cui affioravano monoliti neri e grossi funghi di roccia irregolare.
Chiudendone la prospettiva con le mani se ne poteva ricreare un paesaggio del pittore, Desnudo en el desierto, per l’esattezza.
Costeggiammo la Laguna Blanca dall’auto, senza fermarci, fino a raggiungere una panoramica di roccia stinta, da cui discesi verso l’acqua salmastra della Laguna Verde lasciando Pedro ad aspettarmi nella vettura. Sullo specchio perlaceo rifletteva il Licancabur ed oltre esso, svincolando lo sguardo dal suo ostacolo, correndo insieme al vento obliquo per circa trenta chilometri, la minuscola baracca di mattoni e compensato in cui avevo passato un mese tre anni prima, vicino San Pedro. Mi avvicinai ai bordi spumosi e immersi le dita del corpo fluido e gelido della laguna, alzai gli occhi verso la sua agitazione minuta, incastrata nelle pieghe crespe sulla sua superficie. Poi mi allontanai, la fermai dalla distanza ed era una pozza triste e saggia, coi secoli trascorsi imprigionati nei contorni.
Ripetei qualche volta l’operazione, riposandomi negli scricchiolii delle mie suole sul pietrisco scolorato del suolo.
Camminai poi lentamente, senza pensieri, fino alla Laguna Blanca, intromettendo al suolo dei miei passi l’ascolto del vento lungo, strisciante. Questa era molto più estesa e bassa, stiracchiata di sonno, totalmente indifferente alle auto che vi passavano accanto come la nostra, senza fermarsi.
Gli sfarfallii delle stelle dei monti vibravano tutt’intorno la sua periferia, sfrecciando vicini alla mia testa incappucciata velocissimi e allegri. Con una calma esasperata tracciai un gran cerchio, camminando per tornare fino all’auto sul promontorio della panoramica, e vi rientrai silenzioso, ancora vagando senza corpo per la vallata.
- Mucho viento, eh? - mi disse per l’ennesima volta Pedro.
Annuii senza rispondere.

Da lì prendemmo l’interminabile strada che tornava ad Uyuni, passando per sentieri aridi lungo le colline verdi, in mezzo ai branchi di lama soffici e nervosi; distese di arbusti croccanti che da lontano macchiavano il verde dell’erba, d’ocra; traballando sui dossi bruschi delle gole, dei canyon, dei ruscelli. Durante il viaggio venni assalito dalla febbre che mi premeva sulla fronte, da dentro il viso spingendo in fuori, che m’ebbe arreso e addormentato per una buona metà del viaggio.
Pedro mi svegliò dopo tre ore incerte perché prendessi una boccata d’aria, eravamo a San Cristobal.
Lo esplorai in cerca di sigarette. Le case basse e geometriche, scorticate dalla sabbia nel vento, avevano tutte gli usci serrati e per le strade strette pochissima vita sottraeva il paesino alla dimensione di sogno e d’oblio in cui ricadeva infallibilmente non appena se ne guardasse uno scorcio, intrappolato della doratura scolorita del sole. Una donna vecchia e tonda, puntellando il peso sulle gambe grottescamente sottili, come un fenicottero, avanzava a testa bassa caricando un fagotto gonfio sulla schiena, e un gruppo di bambini la seguivano. Il ritmo cui si muoveva era fatto di rintocchi sempre più distanti tra loro, che distillava sul cammino le gocce di una sostanza malinconica.
Mi accorsi che era sempre stato solo quello il richiamo con cui il deserto mi aveva chiamato, mi chiamava nelle notti turbolente in cui mi svegliavo vestito dalla luna e nell’angoscia dell’insonnia tornavo lì, dove si resisteva passivamente ad una vita che più d’ogni altra era manifestazione dell’esistenza. Senza menzogne, senza i pannelli incerti del progresso, della domanda e l’introspezione, che in tutto il suo sviluppo non ha smesso per un momento di essere un gioco contro se stessi e in cui entrambi i giocatori prevedono perfettamente la mossa avversaria.
Anche il cimitero, di fronte cui passai cercando un negozio, era piccolo e silente. Sulle lapidi avevano incastrato croci di legno e su esse cappelli neri e corone di calendole azzurre, che tremavano nel vento.
Guardavo quegli ingenui omaggi alla morte e sempre più mi convincevo che la vita nel deserto è sincera. Che i locali avevano imparato a viverla nel solo modo possibile, col pensiero di un bambino. Con quale dolcezza, senza compatirli nemmeno un istante, ritrovavo allora in ogni sguardo d’occhi asiatici la stanchezza del vivere; il passato unico e sempiterno; melanconia.
E nientemeno quella tragedia timida li seguiva indimenticabile, senza lasciarli mai soli, come una madre. La resa incondizionata li abbracciava con una tenerezza così impercettibile e sconosciuta a noi, che lì eravamo venuti a trovarci senza però mai smettere di guardare verso l’interno e non capendo che le loro viscere, la loro intimità, erano sempre state intorno, sotto gli occhi sottili.
Perché alle volte il viaggiare arriva come un obbligo, ed è l’obbligo di tornare indietro.
T’insegue per tutto il tempo e pare quasi che tu non avresti mai dovuto andartene, che ogni istante sia l’ora di rifugiarsi in casa. E la casa che stavi cercando così disperatamente era proprio lì, era il vento nella sabbia.



Commenti

pubblicato il lunedì 19 ottobre 2015
liax, ha scritto: Molto bello. Grazie
pubblicato il lunedì 19 ottobre 2015
michele79, ha scritto: Bel racconto, stile intenso. Complimenti.

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