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lavoro pubblicato venerdì 16 ottobre 2015
ultima lettura martedì 16 aprile 2019

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La valle Incantata - 14

di Legend. Letto 438 volte. Dallo scaffale Fantascienza

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La valle Incantata - 14

9 Settembre 1943

Per l'intera primavera e buona parte dell'estate del 43, pur conducendo una vita apparentemente normale, Cristi cessò d'essere l'adorabile bambina che tutta la valle aveva imparato ad amare. Dalla tragica notte del 12 Febbraio cessò di sorridere e di parlare e nessuno la vide più cimentarsi in quelle sue corse sfrenate in gara con i puma.

Assieme a quel sorriso che sapeva di paradiso, dalle sue labbra scomparve ogni suono. In lei si dissolse ogni traccia di bellezza e ricordando la cosa stupenda nella quale si era trasformata, Fred, Mary e quanti avevano imparato ad amarla, non poterono far altro che preoccuparsi.

Sebbene quel particolare stato l'avesse resa indifferente ad ogni richiamo sentimentale, lei continuò a adempiere ad ognuno di quei compiti divenuti suoi obblighi quotidiani. Sbrigò le faccende di casa, lavorò nella stalla e nei campi senza mai risparmiarsi, ma oltre a ciò, ogni istante del suo tempo libero lo dedicò esclusivamente alla collina.

Quando sollecitato da improrogabili necessità il suo spirito si era allontanato dalla Terra, tra lei e Fred cessò ogni comunione e quella stessa essenza che aveva ingentilito il loro rapporto, sembrò dissolversi come nebbia al sole.

Per non perdere la ragione il poveruomo tentò di destarla da quel torpore trascurando il lavoro, la casa e se stesso, ma dopo sei lunghissime settimane, durante le quali si avvalse perfino dei più sofisticati strumenti che il popolo della città nascosta aveva messo a sua disposizione, comprese che non sarebbe mai riuscito a richiamare il suo spirito sulla Terra.

Nella sua lunga esistenza aveva dovuto affrontare infinite e dolorose rinunce, ma nulla fu paragonabile al dolore che provò quanto si separò da lei per affidarla alle cure di Mary.

Sapeva bene che quel pulcino si era preso per intero il suo cuore e che soltanto poche ore di lontananza sarebbero equivalse ad un'angoscia inammissibile, ma la speranza che l'amore della donna alla quale Cristi aveva donato una grande parte del suo cuore, fosse riuscita a ridestarla, lo aiutò a sopportare quella separazione.

Cristi visse con sua madre per oltre due mesi, ma per quanto lo struggente amore di Mary scaldasse ogni ora delle sue giornate, neppure lei seppe compiere il miracolo. E un giorno, seguendo un misterioso impulso, Cristi abbandonò quella casa per tornare alla sua vita e alla sua collina.

Quel distacco spirituale in cui Cristi visse così a lungo, finì per condizionare la vita di molti esseri tra cui Soffio, il suo gatto. Il quale, soffrendo profondamente la mancanza delle attenzioni di cui forse non sapeva più fare a meno e benché Fred tentò con ogni mezzo di trattenerlo, preferì allontanarsi da quella casa.

All'inizio della sua vita randagia quel fulmine nero dimagrì in modo impressionante, ma non appena l'istinto felino riprese il dominio e imparò a servirsi della sua natura di predatore, in breve tornò ad assumere l'aspetto di un gatto in piena forma.

Per oltre venti giorni fu possibile scorgerlo nell'erba alta o sugli alberi intento ad osservare Cristi nel suo lavoro senza mai avvicinarsi, ma la mattina in cui decise di scomparire definitivamente, spinto da chissà quale sentimento, compì un'azione inspiegabile.

Quel mattino un'acquerugiola dispettosa tormentava la valle e quando Cristi sospese il lavoro per ripararsi nel capanno da uno scroscio violento, Soffio la raggiunse strofinandosi alle sue gambe emettendo sommessi miagolii.

Per alcuni istanti Cristi parve non accorgersi di lui, ma quando lui afferrò con i denti l'estremità dei suoi jeans, lei abbassò lo sguardo osservandolo lungamente, poi, come fosse stata colpita da una vertigine sembrò perdere l'equilibrio e subito dopo, in una scena rallentata, s'inginocchiò sull'erba incrociando così forte le dita delle mani da farle divenire bianche per lo sforzo.

I due si guardarono a lungo in un silenzio rotto soltanto dal picchiettare della pioggia e Fred, che nel frattempo si era avvicinato, ebbe l'impressione di vedere i loro occhi colmarsi di brillanti lacrime.

Quella scena si protrasse fin quando, rimessosi sulle zampette, Soffio non si allontanò mestamente oltre la porta del capanno e lei, sollevato lo sguardo, l'osservò correre come un forsennato tra l'erba alta della valle.

Fu proprio in quell'alba di quel giovedì del 9 Settembre (Uno degli ultimi giorni dell'estate più triste che Fred avesse mai vissuto) che lo spirito di Cristi tornò ad albergare il suo corpo terrestre.

Accadde tutto nella maniera più semplice e naturale; come se quei lunghi mesi di angosce si fossero d'un tratto cancellati dalla memoria del mondo e che dopo una lunga notte di sonno, con lei si fosse risvegliata la vita.

Nella memoria collettiva scomparve ogni traccia di quel periodo e sebbene ogni cosa parve tornare esattamente così com'era stata prima di quella terribile notte, qualcosa di lei non fece mai più ritorno a casa.

Probabilmente nessuno fu in grado di comprendere di cosa in realtà si trattasse, poiché soltanto Fred e Mary ne ebbero la piena coscienza. Per gli altri, gli amici e i conoscenti più intimi, l'unico indizio che fu concesso loro di cogliere, era racchiuso in un intimo mutamento della sua indole (Prima di allora gioiosa e spensierata) divenuta più serena e disciplinata, come se qualcosa o qualcuno le avesse imposto una maturità che l'età ancora le negava.

Quella mattina Cristi si svegliò iniziando a stiracchiare braccia e gambe verso l'alto gorgogliando rumorosamente e quando, indossati i soliti jeans e il maglione ormai del tutto scolorito per i tanti bucati, bussò alla parete ripetendo la vecchia frase, «Sveglia pigrone» rimase sorpresa di non ottenere il solito brontolio che secondo lui voleva significare

«Va bene, va bene... non urlare!»

Prima di uscire dalla stanza sollevò le lenzuola fin in fondo il letto e ripose nell'armadio la coperta ancora piegata che era sulla sedia, ma quand'era già sull'uscio il ricordo di quella coperta la costrinse a voltarsi

– Cosa ci faceva sulla sedia? – Si chiese.

Non avendo una risposta da darsi preferì non pensarci oltre e raggiungere la camera di Fred, ma quando ne sospinse l’uscio e si trovò di fronte ad una stanza in perfetto ordine, ebbe come una leggera vertigine che la costrinse a sostenersi allo stipite.

– Dio cosa ti ho fatto, – Mormorò tirando su con il naso – ma da quant'è che non dormi nel tuo letto

Si asciugò gli occhi con le mani e per tentare di superare quel momento di tristezza si augurò che almeno Soffio fosse rimasto in casa ad attenderla

– Neanche tu – Mormorò delusa scoprendo d'essere l'unica presenza nella casa – Guarda se questo è il modo di lasciare una stanza. Uno di questi giorni dovremo fare un bel discorso caro il mio signor brontolone

Terminato di riordinare la sala raccolse la cenere nel camino portandola nella stanza da bagno, (In quella stanza avevano un contenitore per la cenere che lei cospargeva sul bucato quand'era in ammollo) quindi si recò in cucina, si versò il latte ancora caldo nella sua tazza, (Quella che lei definiva «La mia tazza» era qualcosa che ad occhio e croce conteneva 1/8 di gallone di latte) e dopo avervi aggiunto un'abbondante dose di succo d'acero, tenendola tra le mani uscì sulla veranda.

Il riflesso dei raggi del sole, che già lambivano la parte alta della casa, illuminava in pieno il corpo di Fred, il quale, seduto sulla panca, sembrava divertirsi ad osservare le capriole che un gatto nero, dal pelo sporco e arruffato, eseguiva ai suoi piedi.

– Vieni un po' qua, fatti vedere – Borbottò proprio mentre l'animale, interrotte le sue acrobazie, aveva rivolto ogni l'attenzione alla veranda

Quell'azione così decisa e soprattutto l'insolita immobilità dell'animale lo colsero impreparato

– Sta a vedere che sei proprio tu – Borbottò rialzandosi per rivolgere uno sguardo verso la casa

Di certo la casa la vide, ma sulla veranda vide anche dell'altro e poiché rimase in quella traballante posizione ad osservare il volto di Cristi illuminato del suo sorriso, finì per ricadere sulla panca lasciandosi sfuggire la pipa dalle labbra.

Per qualche istante, al contrario di Soffio, gli fu assolutamente impossibile comprendere quanto stesse accadendo.

Infatti, quel demonio nero, dopo essersi acquattato nell'erba, iniziò a fremere con il corpo come se stesse preparandosi a balzare su di una preda e non appena Cristi si inginocchiò tendendogli le braccia... Beh, immagino non sia difficile intuire cosa avvenne.

Con uno scatto che lasciò profondi segni sul terreno si slanciò così violentemente su di lei che finirono entrambi sul pavimento; doloranti, felici e imbrattati di latte.

Descrivere cosa accadde tra quei due esseri negli istanti che seguirono è praticamente impossibile e qualsiasi cosa si riuscisse ad esprimere con le parole, anche la più veritiera, sicuramente si farebbe un torto gravissimo ai loro sentimenti.

Qualche minuto più tardi, quando con Soffio stretto a se raggiunse la panca e si chinò a deporre un bacio sulla fronte di Fred, la valle seppe che era tornata.

– Ciao! – Disse in un sussurro – Ti ricordi di me?

Fred annuì, ma non rispose perché un nodo alla gola gli impedì perfino di respirare e nel tentativo di mascherare l'emozione che lo attanagliava iniziò a battere la pipa contro la panca.

Lei sedette ai suoi piedi e accomodando l'incavo della schiena alle gambe di lui chiese – Ti sono mancata?

– Sei mancata a tutti – Rispose lui dopo un attimo di esitazione

– Oh si, capisco, ma e a te sono mancata?

– Ti sei portata via il mio cuore

– Oddio Fred, potrò mai sperare nel tuo perdono? – Singhiozzò prendendosi il volto tra le mani

– Non hai nulla di cui farti perdonare, ormai tutta la valle sa di chi è il mio cuore – Rispose sommessamente lui facendo l'atto di sfiorarle i capelli, ma ritirando la mano

Cristi notò il gesto e si voltò a guardarlo

– Oh Fred... so bene di averti lasciato vivere nell'angoscia e dio solo sa quanto vorrei restituirti ogni attimo del tempo che ho tolto al tuo affetto, ma ti prego... sii buono, non privarmi delle tue carezze, non ti ho tradito, ho ancora bisogno del tuo amore

– Hai notato quante feste ti ha fatto quel manigoldo di Soffio? – Brontolò lui soffiandosi rumorosamente il naso

– Si, lui mi ha perdonata, ma tu? Tu non puoi?

Fred si strinse nelle spalle.

– Mio dio Fred tu mi punisci troppo severamente. Conosci il motivo per cui ho dovuto farlo...

Fred annuì con uno stentato sorriso sulle labbra.

– ...tuttavia non credi sia stata la cosa giusta. Non è così?

– Non ho alcun diritto d'interferire in quelle che sono le tue scelte

– Vorrei che lo facessi

– Perché dovrei? Hai sempre agito assecondando la tua coscienza

– Ho dovuto farlo, lo avevo promesso ad Holy

– Ed è dunque bastata una promessa a tenerti lontana per così tanto tempo?

– Ma cosa dici! Per te non sono mai stata lontana. È vero, non potevo parlarti e ne sorriderti, ma sono sempre stata al tuo fianco. Il mio spirito era distante miliardi di anni dalla Terra, ma il mio cuore era fuso al tuo... Non ti ho abbandonato un solo istante

Fred annuì grattandosi la barba.

– Non potevo continuare a vivere e soffrire. – Proseguì lei – Avevo bisogno di mettere un punto preciso per ricominciare e non mi era possibile farlo sulla Terra

– Capisco – Mormorò lui annuendo

– Davvero? Non hai mai dubitato dei miei sentimenti?

– A volte con la mente sono stato a un passo dal commettere quell'errore, ma il cuore non lo ha mai permesso

– Non ho cessato di amarti un solo istante e se sono tornata è perché ho compreso di non avere alcuna possibilità senza di te

– Sei la solita esagerata – Borbottò lui scuotendo il capo

– Dimmi se sono ancora il tuo pulcino

– Lo sarai per l'eternità

– Allora lascia che la tua mano sfiori i miei capelli, fa che possa sentire d'essere ancora viva. Ti prego, non permettere che il mio ritorno coincida con la mia morte

Fred si alzò, la sollevò da terra e tenendola tra le braccia la strinse a se in un lungo abbraccio che li ripagò di tutte le pene sofferte.

– È bello essere di nuovo a casa. – Disse lei quando scese dalle sue braccia – Cosa si fa oggi? Andiamo nei campi?

– Oggi non si va da nessuna parte, è domenica

– Ma non è vero, è giovedì

– Per il resto del mondo, ma per noi è domenica. – Disse indicando Soffio – Bentornata a casa

Lei sorrise e si strinse nelle spalle – Fortunati coloro che hanno una famiglia a cui tornare. Il ritorno è così dolce che per godere di questa gioia converrebbe andare via più spesso. Vuoi accompagnarmi sulla collina? Debbo andare a salutarla

Annuendo Fred si avviò lungo il sentiero che aggirando il meleto raggiungeva la collina e lei, dopo aver sistemato Soffio sulla spalla, lo raggiunse aggrappandosi alla sua mano.

Percorsero quel tratto di terreno senza che nessuno dei due pronunciasse una sola parola e Fred, che non si stancava di stringere e carezzare la piccola mano, non staccò un solo attimo gli occhi da quel volto sul quale l'unica traccia della morte del piccolo indio e del distacco da Holy, poteva essere letta nell'inconoscibile profondità dei suoi occhi, che sebbene fossero tornati a risplendere di luce vivissima, lasciavano trasparire l'immagine di una prova che l'aveva indelebilmente segnata.

Raggiunta la sommità della collina Fred si lasciò scivolare seduto ai piedi della quercia

– Siediti – Disse masticando la pipa

– Ancora un attimo, – Rispose lei lasciando scendere dalle braccia Soffio – lascia che goda della vista della mia amica quercia

In quei primi giorni di Settembre il grande albero iniziava ad assumere il suo bel rosso regale e Cristi, seguendo un rituale che si rinnovava ogni volta che si trovava al cospetto della grande pianta, memorizzò l'incisione a fuoco della tavola affissa al fusto.

QUERCIUS RUBRA L.

QUIVI INTERRATA DA

ISAAC L. PADGETT

4 luglio a.d. 1901

Per alcuni minuti parve che nessuno dei due avesse voglia d'infrangere il silenzio che li circondava.

Fred sembrava essersi perso in una delle nuvole azzurre che soffiava verso l'alto, mentre lei, in piedi con la schiena poggiata al fusto della pianta, lasciava che il suo sguardo scivolasse sul meleto sottostante.

– Vuoi una mela? – Chiese lui porgendogliela

Cristi prese la mela continuando a far vagare lo sguardo fino agli alberi che circondavano la casa, poi, improvvisamente, emise un rumoroso – Oooh si!

– Qualcosa non va? – Chiese lui voltandosi a guardarla

– Cosa? Oh no, va tutto bene, sono felice

– Qualche motivo particolare?

– La tua casa, dio che bella!

– Quella è anche la tua casa – Soggiunse lui

Lei annuì addentando la mela – Si, la nostra casa è grande e bella

– Non è importante che una casa sia bella o molto grande, ciò che conta è che sappia essere una vera casa – Borbottò lui

– La nostra lo è. Lei è stata mia madre, mi ha protetta quando ne avevo bisogno

– Non farti sentire da Mary, non lo apprezzerebbe

– Qual è il segreto per essere una buona casa?

– È difficile stabilire una regola che possa essere valida per tutti, generalmente è la nostra sensibilità e quanto possediamo del cuore a darle un valore. Per alcuni possono essere emozioni così travolgenti da identificarla con la madre... mentre per altri può essere difficile perfino coglierne le virtù più semplici

– Io credo che ne serberò il ricordo in eterno... mi siete mancati

– Non dirmi che siamo già alle lacrime – Commentò lui con un velato senso d'ironia nella voce

– Tu non cambierai mai, vero? – Borbottò lei alla svelta asciugandosi gli occhi con le mani

– Anche tu ci sei mancata – Borbottò lui tentando un difficile recupero

– Perché l'hai edificata così grande? Avevi intenzione di metter su famiglia?

– No, qui ti sbagli... quella casa non è opera mia, non ne sarei stato capace. Fu Isaac a tirarla su

– Com'era?

– Chi? Lui?... Beh... era brutto da far spavento

– Come te? – Soggiunse lei sorridendo

– Oh no! Molto peggio

– Era nato in questa valle?

– No, si trasferì da queste parti alla fine del secolo scorso

– Veniva dal sud?

– No, dall'Inghilterra

– Non amava la sua terra?

– L'amava come pochi, ma fu costretto ad abbandonarla per dare una possibilità in più alla sua famiglia. Non conosco tutti i motivi che lo spinsero in questa valle, ma lui raccontava che dalle sue parti il terreno era acido e che per fare il contadino bisognava sputare sangue

– Non credo possa essere un buon motivo per lasciare la propria terra

– Forse no, ma quando si ha una moglie e tre figli da sfamare, a volte si debbono fare scelte dolorose

– Com'era questa valle all'inizio del secolo? Te l'ha mai descritta?

– No, ma non doveva essere molto diversa da quella che vediamo oggi. Beh, certo non c'erano i trattori e l'elettricità, ma in compenso la terra era a buon mercato. Acquistò questo fondo con due soldi e impiegò quindici anni per edificare quella casa

– Quindici anni per costruire una casa?

– Un po' troppi è vero, ma guarda cos'è riuscito a fare. In tutta la valle non ve ne sono di altrettanto belle e solide

– La tirò su da solo?

– Quando arrivò da queste parti i suoi figli erano ancora troppo piccini per aiutarlo, ma con l'aiuto della moglie riuscì a tirarne su una di calce e tronchi d'albero. Poi, quando i ragazzi furono in grado di dar loro una mano e con un po' di aiuto esterno, pietra su pietra finirono per renderla così com'è ora. La stalla e la parte superiore venne più tardi. Nei suoi progetti sarebbe dovuta servire ai figli e alle loro famiglie

– Una buona idea per non separarsi da loro... ma perché ora quella parte è chiusa? Non credi sia giusto riaprirla?

– Abbiamo già una stanza in più, cosa potremmo farcene delle altre?

– Oh Fred, quelle stanze sono costate fatica, non è giusto lasciarle abbandonate, devono sentirsi amate

– Si, però tu avresti qualche stanza in più da tenere in ordine

– E tu credi che la cosa possa spaventarmi?

– No, sono certo di no, però... D'accordo, apriremo quelle porte

– Sono certa che Isaac ne sarebbe felice

– Si, immagino di si

– Piantò anche il meleto?

– Quel diavolo d'uomo non soltanto piantò il meleto e alcuni degli alberi attorno la casa, ma dissodò i campi e...

– Piantò questa quercia – Completò lei

– Come l'hai indovinato?

– È scritto qui. Quell'uomo doveva amare molto la natura se ha voluto portare fin qui un simile spettacolo

– Per la verità fu sua moglie a volerla quassù

– L'avrei fatto anch'io

– Perché?

Lei si strinse nelle spalle – Forse per dare un po' di belletto a questa collina verde

– Aveva un coraggio da leone e un cuore grande come la sua casa. Povero Isaac, con lui la sorte non fu generosa, i suoi due figli morirono in Francia nel 1917, sui campi di battaglia e dopo qualche anno la figlia si sposò lasciandolo solo con la moglie. Erano bravi nel loro lavoro, ma dovettero scegliere se rimanere o vendere la proprietà e alla fine scelsero di mandare avanti la fattoria da soli

– Come facciamo noi?

– Pressappoco, ma con un problema in più, l'età. Infatti dopo qualche anno sua moglie si ammalò e nel giorno del suo sessantesimo compleanno lo lasciò

– Oh mio dio! Rimase solo

– Qualche mese più tardi arrivai io da queste parti e lui mi offrì di aiutarlo nel suo lavoro. Avevamo tutti bisogno di aiuto; la fattoria di due braccia in più, lui di compagnia e io di un motivo per ricominciare a vivere. All'inizio ero deciso a rimanere soltanto qualche mese e invece m'innamorai di questa valle, della casa, del lavoro e dell'amicizia che lui seppe offrirmi

– Lavorasti per lui?

– In pratica divenni suo dipendente, ma il rapporto che ci legò fu qualcosa di straordinario. Ci unì un grande rispetto e una profonda stima. Egli m'insegnò tutti i segreti della campagna, ed io, quando la sera si rientrava dai campi, leggevo per lui i classici greci e latini. Cos'hai da scuotere la testa? – Chiese lui vedendola ripetere quel gesto

– Nulla! – Rispose lei sorridendo – Ti prego continua

– Andammo avanti così fin quando la sua fibra cedette e si ammalò gravemente. Telegrafai a sua figlia e lei venne a prenderlo per condurlo con se in California

– Allora questa casa è di Isaac?

– No, prima di partire quel testone mi dette l'ultima prova della sua straordinaria amicizia, volle cedermi legalmente la proprietà ad un prezzo che riuscii a sostenere con i miei risparmi e sai una cosa? Ancora oggi mi chiedo come accidenti poteva sapere quanto denaro possedessi?

– Sentisti la sua mancanza?

– Accidenti se la sentii. Per giorni e giorni continuai a parlargli come se fosse stato ancora presente e la sera continuavo a leggere Platone e Omero

– Venivate mai quassù?

– A volte si veniva per portare un fiore a sua moglie

– A sua moglie? – Chiese sorpresa Cristi

– Credo di non avertelo mai detto, ma prima di morire chiese di essere sepolta sotto quest'albero

– Ecco perché sono sempre in buona compagnia – Rise Cristi

– Ora il suo corpo non c'è più, se la portò via con se

– I loro spiriti sono ancora qui, lo sento, ma tu cosa venivi a fare quassù?

– A volte semplicemente per guardarmi attorno, magari mangiando una mela o due. In autunno sono deliziose

– Perché mi racconti queste cose? – Domandò Cristi senza guardarlo

– Forse perché è un bel po' che non parlo con qualcuno

– Mio dio Fred, quanto male ti ho fatto... ma ero così lontana

– Se avessi saputo dov'eri sarei venuto a prenderti

– Avresti dovuto farlo – Mormorò lei con voce lieve

Lui ciondolò il capo sorridendo – Avevo una fattoria a cui pensare... Vuoi sapere di Mary?

– Più tardi, ora continua il tuo racconto, è la tua storia

– Davvero t'interesso ancora?

– Oh smettila, vuoi farmi star male?

– Sai perché scelsi questa valle?

– Dimmelo!

– Era già qualche anno che gironzolavo per il mondo e il Vermont era l'ultima tappa di un viaggio che avevo iniziato per fuggire ad un'infinità di ricordi

– Fuggivi dai tuoi ricordi? Oh mio dio, perché?

– Non da tutti, ma da quelli più dolorosi... la malattia, l'esonero dal mio lavoro e tutto il resto

– Era Nora tutto il resto?

– Nora era la parte più bella. Fuggivo perché avevo perduto il piacere di stare con gli altri. Quando giunsi su questa collina era una stupenda sera... il 4 di Agosto se ricordo bene. L'aria era tiepida e c'era una grande pace. Decisi di trascorrervi la notte, ma quando l'indomani aprii gli occhi mi trovai dinanzi Isaac con in mano uno schioppo più grande di lui. Per un po' ci guardammo senza parlare, poi lui dovette accorgersi del disagio che provavo di fronte a quel ferro vecchio e rimettendoselo a tracolla mi chiese se avessi già fatto colazione

– Dovevo immaginarlo che c'era di mezzo la mia collina

– Sai una cosa? Ho sempre creduto che in questa valle risieda l'anima della Terra

– Cosa te lo fa pensare? – Mormorò lei prima di voltarsi a guardarlo

– Non lo so, ma tra questi boschi accadono cose incredibilmente belle. A volte mi domando se dio non l'abbia scelta per compiervi i suoi esperimenti

– E magari questa collina è il suo trono – Concluse lei

Lui annuì – Potrebbe essere, quassù è tutto così diverso, così pulito. Si ha l'impressione di vivere una dimensione di qualità superiore

– Lo senti anche tu?

– Beh, non so con precisione cosa senta, ma qui sto bene

– Oh Fred, tu meriti questo privilegio

– E tu?

– Io sono una sciocca, ho impiegato troppo tempo per comprendere che questa terra è stata la mia culla. È qui che ho imparato a conoscermi e sapessi come l'amo. Ho dato un nome ad ogni filo d'erba, ad ogni pietra. Ogni parte di lei è parte di me. Credimi Fred, in tutto l'universo non esiste nulla di più bello

– Oh beh

– Ne dubiti?

– No, ti credo

– Dio ha fatto un buon lavoro quassù

– Già, – Soggiunse lui – e con te ha compiuto il suo capolavoro

– Oh smettila! Sai mentire così bene che mi fai rabbia

– Avrai modo di accorgertene

– Invece di perdere il tuo tempo in chiacchiere senza senso, perché non mi parli di te. Sai che della tua vita in America mi hai raccontato pochissimo? Di quel periodo mi hai detto poco o nulla, non so neppure da quanti anni sei nella valle

– Fu l'anno del lungo inverno. – Mormorò lui e nel tentativo di riportare alla mente ricordi lontani si leccò le labbra sperando di richiamare anche quella sopita sensazione del gusto di mela. – Accidenti se fu lungo e che freddo! Quell'anno venne giù tanta di quella neve che dovetti liberarne di continuo il tetto per evitare che ci crollasse sulla testa...

Intuendo che non le avrebbe detto nulla più di quanto già non conoscesse, chiuse il contatto lasciando che lo sguardo scivolasse fin verso la valle, oltre il meleto, dov'era possibile vedere una parte della casa e le grosse cataste di legna che troneggiavano al sole vivido.

Le verdi montagne, che già si stagliavano nell'azzurro del cielo, sembravano essersi fatte più leggere e più basse e mentre dal piano saliva il fruscio del torrente e lo stormir di foglie, ravvivata da una brezza odorosa la valle sembrava fremere, come se dopo aver giaciuto priva di sensi per un intera notte, ora, al calore del sole, si riavesse al fervore della vita.

Improvvisamente la voce di Fred la sottrasse al sogno e lei, sentendo nascere in se il rimpianto per l'incanto ormai irrimediabilmente interrotto, scivolò in ginocchio volgendo verso di lui il volto imbronciato.

– Qualcosa non va? – Chiese lui

Cristi lo fissò con aria confusa e nel riconoscere il suo volto il rimpianto svanì – Sei tu. – Mormorò – Scusami, ma è così tanto tempo che non godevo di quest'incanto che la mente è volata via

– Perché non ti siedi, ti verrà male alle gambe se resti in quella posizione

Cristi sedette massaggiandosi furiosamente le ginocchia indolenzite.

– Va tutto bene? – Domandò lui

– Ohi ohi! Povere le mie ginocchia, che male

– Dov'era la tua testolina? – Chiese lui

– Qua e la. Quest'armonia mi ha distratta dal tuo racconto

– Non hai perduto nulla d'importante

– Non sei arrabbiato? – Chiese lei sorpresa

– Dovrei?

– Si che dovresti! Stavi parlandomi della tua vita

– Erano soltanto vecchi ricordi

– Si, ma erano i tuoi ricordi

– Sai qual è il peggiore difetto dei vecchi? Quello di credere che il mondo sia interessato a ciò che dicono mentre invece non li ascolta nessuno

– Dai, non farmi sentire colpevole. Ti ascoltavo, ma come al solito eviti sempre di raccontare cose che ti riguardano personalmente

– Non è vero, ti ho detto molto di me

– Soltanto quello che desideravi io sapessi

– E allora? Cosa posso farci se nella mia vita non c'è nulla che valga la pena d'essere raccontato

– Tu racconta e lascia che sia io a giudicare

– D'accordo, cosa vorresti conoscere?

– Ogni cosa che ti riguardi intimamente, com'eri, cosa pensavi e se facevi la corte alle ragazze

– Beh, – Borbottò lui facendo l'atto di alzarsi – credo sia ora di tornare giù, abbiamo un'infinità di cose da fare

– Non hai detto che oggi è domenica?

– Che accidenti vai blaterando?

– Sei stato tu a dirlo

– Io?

– Si e ti ha sentito anche Soffio

– Uhm, che bella coppia siete. Dovrei cucirmela questa boccaccia, parlo sempre a sproposito. Ad ogni modo è meglio scendere per controllare il trattore

– Cos'ha? Non mi dirai che è di nuovo fermo?

– Beh, in questi ultimi giorni ha fatto qualche capriccio

– Il trattore, eh? Non sarà una scusa per non parlarmi delle tue avventure con le ragazze?

– Non essere impertinente! – Reagì lui borbottando parole incomprensibili e avviandosi verso il sentiero che scendeva sul fianco ripido della collina.

– Si può sapere perché vuoi scendere da quella parte? – Domandò lei raggiungendolo – Il viottolo è ostruito dal ramo dell'abete. Non dirmi che l'hai tolto

– No, credo sia ancora li, ma non fa nulla, vedremo di farlo ruzzolare di sotto

– Non è una buona idea, da quella parte il terreno è umido e c'è poco spazio per quell'operazione. Possiamo farlo domani tirandolo giù dal basso. Dai retta scendiamo di la, è più agevole

– Si può sapere cos'hai stamani?

– Cos'hai tu! Non fai altro che borbottare – Ribatté lei

– Io non borbotto mai

– Ah no? Allora cos'erano quei versacci?

– Pensavo

– Ad alta voce?

– Oh! Sta a vedere che non posso più pensare come meglio mi garba

– Anche tu oggi non scherzi, eh?

Fred preferì non rispondere, ma quando una decina di metri più in basso il sentiero si restrinse, si voltò porgendogli il braccio

– Tieniti a me e fai attenzione a dove metti i piedi

Cristi rifiutò sdegnosamente il braccio puntando i talloni nel terreno fangoso – Non pensare a me, – Esclamò risentita – piuttosto stai attento tu. Il terreno è viscido

– Scusami, volevo soltanto essere gentile

– Ti ringrazio, ma so cavarmela da sola

Avevano appena superato lo sperone di roccia che furono costretti ad arrestarsi a causa del grosso ramo che ostruiva il sentiero.

– Visto se avevo ragione? – Esclamò lei – Ora dovremo tornare indietro. Sei il solito di testone

– Qual è il problema? Ora gli affibbio un paio di spinte e vedrai come andrà giù

– Ma come cavolo pensi di spingerlo? Non vedi che s'è impigliato nella siepe?

– Ora vedrai

– Accidenti a tutte le teste dure! Stai attento, non ho alcuna intenzione di raccoglierti giù nel meleto

Fingendo di non averla udita Fred poggiò la schiena alla roccia per acquistare più stabilità e poi provò a spingere il ramo con un piede, ma fatti tre o quattro inutili tentativi si volse verso di lei dondolando il capo.

– Non va giù questo figlio di un cane – Borbottò

– Allora cosa si fa? – Chiese lei con un malcelato sorriso sulle labbra

– Si torna indietro – Rispose lui senza guardarla

– Fai provare me, è sufficiente districare il ramo dalla siepe per mandarlo giù – Insisté lei sentendo di potersi prendere una rivincita

Risentito, dal tono beffardo della sua voce, Fred si chinò nel tentativo di liberare con le mani il ramo, ma prima ancora di rendersene conto, con un guizzo improvviso, un serpente si avventò contro il suo braccio.

In una frazione di secondo Cristi vide il balenio dei denti della serpe e nello stesso istante sentì spingersi all'indietro dal corpo di Fred, il quale, sotto la violenza dell'attacco, si ritrasse addossandosi alla parete di roccia.

Pietrificata dallo spavento Cristi restò ad osservare l'ombra screziata della serpe che, ritta sul corpo, spostava, ora a destra e ora a sinistra, la testa seguendo le mosse del ginocchio di Fred.

Superato quel primo istante di panico e temendo che la serpe avrebbe nuovamente attaccato, con una rapida mossa Cristi avanzò di un passo, sollevò un piede e lo abbassò con violenza schiacciando la testa della serpe sotto la grossa scarpa.

– Mi ha morso! – Disse Fred con voce roca sollevando la manica della camicia per esaminare il braccio

Con orrore videro due punture nell'avambraccio leggermente macchiate di sangue

– Sono un grosso imbecille. – Mormorò lui – Avrei dovuto immaginarlo

– Fred, mio dio, cosa possiamo fare? – Esclamò Cristi tenendogli il braccio

– Non è nulla, resta calma, so quello che debbo fare

Cristi annuì facendo fatica a controllare le sue emozioni – Lascia che provveda io, – Disse tirando a se il braccio – posso guarirti in un attimo

– Hai una promessa da mantenere

– No!… Ti scongiuro Fred non farmi questo… non m'importa delle promesse, tu non puoi lasciarmi

– Ssst, ti prego sii brava, so come cavarmela

Senza dire altro Fred s'inginocchiò, cavò il coltello dalla tasca del giubbotto, estrasse la lama e porse avanti il braccio destro.

L'avambraccio era già gonfio e stava annerendo rapidamente. Tirò un grosso respiro e, trattenendo il fiato, con la lama affilata praticò un'incisione a croce al centro delle due punture.

Un fiotto di sangue nero sgorgò dalla ferita che lui rapido portò alle labbra succhiando e sputando alle sue spalle

Ancora stordita e inorridita da quanto stava accadendo, Cristi seguì ogni mossa nel più completo silenzio, ma quando comprese che Fred stava per praticare un'altra incisione nel punto di massimo gonfiore, esplose in un grido tentando d'impedirglielo

– Fred no! Non farlo, non servirebbe a nulla

– Silenzio – Disse lui con voce roca

– Non fare il bambino. Ti prego Fred non farmi morire di spavento

Senza darle ascolto lui praticò l'incisione

– Sono soltanto poche gocce di sangue, – Disse lui con un sorriso stentato sulle labbra – è quello che contiene la maggior parte del veleno, sta tranquilla non è nulla – Mormorò prima di riprendere a succhiare le ferite e a sputare alle sue spalle

– Così non puoi impedire alle tossine di entrare in circolo, per impedire il collasso si deve intervenire scomponendo le molecole del sangue. Ti prego lascia che faccia io

Lui la interruppe con un gesto della mano

– Se vuoi fare qualcosa per me vai a casa, prendi il vaccino che è nella ghiacciaia e porta una coperta. Avrò bisogno di calore e per qualche ora non potrò muovermi. Sii brava, andrà tutto bene, ora va!

Cristi non se lo fece ripetere due volte, con un balzo superò il ramo che ostruiva il sentiero e si lanciò di corsa lungo il viottolo, per scoprire che quella non doveva essere la sua giornata migliore.

Aveva appena percorsi una ventina di metri che, inciampando in una grossa radice, finì con un piede oltre il ciglio del sentiero. Con una torsione del busto tentò di recuperare l'equilibrio afferrandosi al fusto di un giovane arbusto, ma non fu abbastanza rapida e un secondo più tardi iniziò a ruzzolare lungo la scarpata.

Si arrestò a ridosso del primo melo con un tonfo che non lasciò prevedere nulla di buono e quando poco dopo riprese fiato e tentò di rimettersi in piedi, un acuto dolore alla caviglia la costrinse ad aggrapparsi all'albero per non finire nuovamente in terra.

Con la manica del maglione asciugò il rivolo di sangue che colava da una ferita poco sopra il sopracciglio, poi, serrando i denti per non urlare dal dolore, si avviò verso casa saltellando sul piede sano.

Bene o male raggiunse la sua camera, prese dal letto due coperte e in cucina l'antidoto, poi, prima di riprendere saltellando il cammino verso la collina, applicò una manciata di sale sulla ferita.

Se per ruzzolare giù dal pendio aveva impiegato pochi secondi, per inerpicarsi con le due coperte sulle spalle e la caviglia dolorante, la cosa si fece decisamente più lunga.

Un paio di volte le sfuggirono di mano le coperte obbligandola a tornare indietro e quando finalmente stava per issarsi sulla cima, le sfuggì l'appiglio dalla mano.

Piena di dolori e colma di rabbia si sentì persa.

– Dio aiutami – Singhiozzò

Forse la sua preghiera fu ascoltata, poiché alcuni istanti dopo vennero in suo soccorso gli animali della valle. Alcuni di loro si preoccuparono di trascinare le coperte, mentre altri, a furia di spinte, riuscirono a portarla sulla cima.

Fred era disteso in terra e si lamentava debolmente. Seguendo l'istinto Cristi gli iniettò nel braccio il siero senza troppi complimenti, lo coprì con le coperte e dopo essersi tolta il maglione che indossava glielo pose sotto il capo.

Per un attimo lui aprì gli occhi e le sorrise.

– Cos'altro posso fare? – Chiese lei con voce tremante

– Porta dell'acqua, dovrai darmi spesso da bere

Singhiozzando Cristi tornò nuovamente a valle tentando di escludere dalla mente il dolore alla caviglia. Raggiunto il pozzo raccolse l'acqua in un secchio e poi di nuovo per il sentiero mordendosi le labbra ad ogni passo.

Quando risalì Fred era caduto in una sorta d'incoscienza smaniosa e la temperatura del suo corpo era salita vertiginosamente. Cristi le bagnò continuamente le labbra e la fronte cercando di tenerlo sveglio. Un'intollerabile paura s'impossessò di lei e quando comprese di non essere più in grado di combatterla, emise una sonda, ma che fu bloccata da uno schermo energetico della mente di Fred.

Trascorse le prime ore a maledirsi per averlo spinto a compiere quel gesto e quando il sole iniziò a scendere e l'aria divenne più fresca, istintivamente s'infilò sotto le coperte stringendosi al corpo di lui.

Ma fu peggio che mai, poiché più volte lo udì invocare il suo nome e il pensiero di non poter far nulla per lui la fece quasi impazzire.

Il tempo trascorse colmo di tristi presagi e lei, per salvare la sua mente si aggrappò ai ricordi più belli.

D'un tratto, risvegliatasi da uno stato di sonno agitato, si rese immediatamente conto che le condizioni di Fred stavano velocemente peggiorando. A quel punto non volle pensare, raccolse ogni sua energia e lanciò una sonda che con sua sorpresa penetrò la mente di lui senza incontrare ostacoli.

Il primo segnale che registrò fu di un possibile arresto cardiaco e mentre dai polmoni di Fred giunsero paurosi sibili, la successiva analisi confermò che il sangue, ormai del tutto alterato, non era più in grado di trasportare sufficiente ossigeno alle cellule cerebrali.

Di colpo nella sua mente tornò a farsi vivo il doloroso silenzio che provò quando morì Ellen e per non farsi sopraffare dall'angoscia si trascinò fuori dalle coperte, sedette sull'erba incrociando le gambe sotto il corpo e rovesciando il capo all'indietro urlò con voce roca

«Ti prego, non punirmi ancora...aiutami!»

L'eco di quelle parole non si era ancora perso nel buio che la valle si arrestò come pietrificata e mentre il suo corpo iniziò velocemente a perdere calore e dalle narici presero a scorrere grosse gocce di sangue scuro, una debole luminosità avvolse l'intera collina ponendo il suo spirito oltre i confini del tempo e dello spazio.

«Non abbandonarci, salvalo tu» – Mormorò ormai svuotata di energie mentre anche l'aria parve farsi di pietra

Da quell'istante trascorse un tempo infinito, poi, improvvisamente, un raggio di luce vivissima saettò dall'alto avvolgendola mentre il silenzio fu infranto da un tuono possente.

Pochi attimi dopo era nuovamente china sul corpo di lui

«Fred» – Mormorò con voce sommessa

– Sei tu? – Reagì lui al suono della sua voce

«Sono il tuo pulcino» – Bisbigliò lei con una voce le cui emanazioni produssero sul cuore di lui un effetto simile ad una carezza

– Aiutami se mi ami, non ce la faccio più. Questo dolore mi uccide

«Ssst, – Mormorò lei accostando le labbra al suo orecchio – ora che mi è concesso leggere nel libro della tua esistenza, sono io a domandarti aiuto e al tuo cospetto non posso che farmi umilmente piccina. Oh Fred, il tuo dolore è mio, ed è questa tua sofferenza che m'illumina come non era mai accaduto prima. Davvero credi che potrei non amarti? Sapessi come t'inganni, il sentimento che lega il mio cuore al tuo è così vasto che l'universo non può contenerlo...»

– Mi dispiace, non doveva finire così. Abbi cura di te mio dolcissimo pulcino – Mormorò lui con un filo di voce

«...tu non puoi saperlo, – Riprese lei – ma la tua vita è la mia stessa vita e non dovrai temere di riporla nelle mie mani... io saprò cullarla come mai madre ha cullato un figlio»

Poi soffiò sulla sua fronte ed egli si addormentò.

«Ora dormi, riposa e non aver paura degli abissi, io ti dono le mie ali. Avanti amore mio vola e guarda come realmente sono grazie al tuo amore. Guardami e poi dimentica colei che ti sorregge al di sopra di ogni male. Non stancarti, guardami ancora, poiché in seguito i tuoi occhi mi vedranno solo imperfettamente. E non temere mio dolcissimo padre, quando discenderai ti renderò la vita»

Trascorse la notte, poi il mattino, il pomeriggio e un'altra notte colma di un silenzio primordiale e quando il sole illuminò il cielo del secondo giorno, Fred aprì gli occhi sul visino cereo e preoccupato di Cristi.

– Tesoro cos'hai? – Chiese lui sorridendole – Stai bene?

– Si...– Mormorò lei asciugandosi gli occhi con le mani – ora sto bene, ma tu non farmi più di questi scherzi, la prossima volta potrei non farcela

Lui si sollevò a sedere e la prese tra le braccia osservando preoccupato gli animali che li circondavano – Cosa fanno quassù? – Chiese

– Sono voluti restare a farmi compagnia

Lui annuì baciandola sulla fronte – Scusami, non era mia intenzione lasciarti sola

– Non lasciarmi Fred, non lasciarmi mai più

– Vedrò di accontentarti – Borbottò lui seguendo con la coda dell'occhio una giovane femmina di puma che si era accomodata al fianco di Cristi

– E quella li non ti spaventa? – Chiese lui indicando il puma

– È nostra amica Fred, desidera sapere se sei guarito

– Nostra? Oh si...Allora puoi dirle che sono soltanto un po' stordito e che ho finito di fare il pagliaccio per loro

– Non parlare così, sono stati veramente preoccupati

– Ne sono certo... e... scusami con loro... Ma tu cosa hai fatto tutto questo tempo?

– Cosa dovevo fare? Sono rimasta con te

– Mi dispiace tesoro. Hai avuto paura?

– Non ne ho mai provata tanta come quando il tuo cuore ha cessato di battere. Mi sono sentita cadere il mondo addosso

– Ti sembra che abbia l'aspetto di un cadavere?

– Dovevi essere veramente fuori della grazia di dio se non ricordi nulla

– Beh, qualcosa mi sembra di rammentare, ma è tutto molto confuso. Ricordo che ero completamente al buio e ad un tratto ho visto di fronte a me accendersi una debolissima luce

– Forse eri in quel tuo paradiso

– Paradiso o no una cosa è certa, tu eri con me

– Ma dai

– Non sto scherzando, mi ricordo di te

Lei scosse il capo sorridendo – Sei un pessimo bugiardo... però mi rende una ragazza felice sapere che ero nei tuoi pensieri anche di fronte alla morte

– Non ne sono del tutto sicuro, ma non eri tu nei miei pensieri, ero io tra le tue braccia e tu mi parlavi

– Oh andiamo Fred, hai sempre voglia di scherzare, come credi sia possibile che una gaussiana vada in paradiso?

– Non lo so, ma mi piacerebbe scoprirlo – Borbottò lui scuotendo il capo – Aiutami, voglio vedere se riesco ancora a camminare. Che giorno è oggi?

– Sabato

– Porco cane! Ti ho lasciata sola due giorni! Santo cielo, sono proprio un vecchio babbeo buono a nulla

– Tu non lo sarai mai e poi non ero sola, ero con te

– Sai che gran cosa? Non sarei potuto essere meno inutile. E dove hai dormito?

– Qui! Sotto le coperte con te

– Avresti dovuto tornare a casa e dormire nel tuo letto

– E lasciarti solo? – Chiese lei scandalizzata

– E allora?

– Allora un accidente, quassù è pieno di lupi

– Anche loro preferiscono starmi lontano e poi non hai detto che sono nostri amici?

– Tu devi essere fuori di testa. Neanche per un posto in paradiso ti avrei lasciato solo, avresti potuto avere bisogno di aiuto

– Questa frase mi pare d'averla già udita. Cosa ne dici, vogliamo scendere?

– Sei certo di riuscire a farcela?

– No, ma non ho alcuna intenzione di rimanere qui in terra a fare lo scemo. E poi se ricordo bene ho un conto in sospeso con un certo ramo. Ohi ohi! Il mio stomaco brontola vergognosamente

– Ora ce ne andremo a casa e ti metterai a letto

– Letto? Con tutto quello che c'è da fare?

– Se ho detto che andrai a letto, tu andrai...

– ...a letto. Va bene! Basta che tu la smetta di brontolare

– Lo farai? – Chiese lei guardandolo sorpresa

– Certo, a patto però che sia soltanto per un giorno

– Niente da fare, rimarrai a letto fin quando non ti avrà visitato il dottore. Più tardi andrò a Middlebury col carro

– Ehi ehi ferma tutto! Quale dottore?

– Fred, hai dimenticato d'essere stato morso da una serpe?

– Oh poverina! Sarà sicuramente morta per over dose

– Accidenti a te Fred! Almeno una volta vuoi farmi stare tranquilla? Non sei più un ragazzo

– Chi lo dice?

– Lo hai detto tu che sei un vecchio scemo... Scusa, babbeo è il termine più adatto, però se non vuoi vedermi morire devi smetterla di fare sempre di testa tua

– Mia madre me l'ha data per farla funzionare

– Di questo ne sono certa, però deve essersi dimenticata di dirti che non serve soltanto per tenerci il cappello... E va bene! – Urlò lei – Non volevo essere scortese con tua madre, scusami… Tu mi farai morire

– Non mettere tutto in tragedia, non ho alcuna intenzione di privarmi della tua compagnia

– Allora promettimi che te ne starai a letto

– E il lavoro?

– Una cosa alla volta, per ora il mio lavoro sei tu

– Sono già due giorni che trascuriamo gli animali

– Non sono stati trascurati, Mary è venuta ad aiutarmi

– Cosa? Cristo santo, quella donna è peggiore di te. Figuriamoci se non sarà voluta salire fin quassù per farsi due risate

– Era preoccupata razza d'incosciente. Forse te lo sei dimenticato, ma lei ti ama… Ad ogni modo è salita pochi minuti, poi siamo scese per fare quanto c'era da fare

– Ma se hai appena detto di non avermi mai lasciato solo

– Smettila di brontolare, c'erano loro a controllare

– Se lo raccontassi in giro rischierei il manicomio. E se chiedessimo a Robert di...

– Niente da fare! Ha già una fattoria da mandare avanti, me la vedrò da sola, non ho bisogno di nessuno

– Neppure di me?

– Cosa centri tu? Non essere ridicolo, tu sei... Beh, lo vuoi capire che posso farcela?

– Anche tu non scherzi in fatto di testa dura

– A furia di frequentare gli zoppi s'impara a zoppicare

– Invece di dire scemenze perché non mi aiuti a mettermi in piedi, sono stanco di stare sdraiato sul duro, ho tutte le ossa rotte – Brontolò lui sorreggendosi alle sue spalle.

– Sapessi quanto pagherei per vedere cosa c'è in quella zucca che hai al posto della testa – Borbottò lei aiutandolo

Senza degnarla di una risposta Fred provò a camminare avviandosi lentamente verso il sentiero

– Ora dove stai andando? – Chiese lei

– Dobbiamo scendere o no!

– Maledizione, ma allora tu ce l'hai con me! Vuoi farti entrare nella zucca che non sei in grado di scendere da quella parte

– Come sarebbe a dire non sono in grado?

– Scusami, intendevo dire che l'altro sentiero è più agevole

– Questo lo so da me, ma da questa parte ho un lavoro da completare

– Sei un gran testone – Urlò lei

– Va bene, sono un testone... però non c'è bisogno che me lo ripeta continuamente – Rispose lui gridando quanto lei

Puntando i tacchi discesero lentamente il sentiero, ma non appena superato lo sperone di roccia Fred si arrestò sorpreso

– Vorrei sapere come ha fatto quel ramo a finire in fondo alla scarpata – Borbottò grattandosi la barba

Stringendosi nelle spalle Cristi sorrise, ma quando egli si voltò verso di lei, dovette farsi venire un attacco di tosse per mascherare il volto sorridente.

– Cosa credevi che non me ne sarei accorto? – Brontolò lui – Ora fatti venire anche l'asma, così potrai mascherare meglio la ferita che hai sulla fronte. Come te la sei procurata? Fa vedere

Schivando la sua mano Cristi si allontanò di corsa lungo il sentiero

– Ehi dove vai? – Urlò lui

– A preparare la colazione! Fai in fretta lumaca

– Vai piano incosciente, potresti ruzzolare di sotto

– Già fatto – Mormorò fra se Cristi sfiorandosi la fronte con la mano

Fred riprese lentamente il cammino sorreggendosi alla roccia. Il braccio, anche se ancora gonfio, non gli doleva eccessivamente e la mente si andava lentamente schiarendo. Soltanto le gambe, un po' legnose, gli procuravano la spiacevole sensazione di milioni di punture.

Superato il meleto si arrestò a guardare lo scempio arrecato da Cristi ai viticci.

– Cosa volete farci, – Disse rivolgendosi alle piante – sapete com'è fatta, magari domani verrà a chiedervi scusa... Ma per la miseria un grappolo maturo riuscirete a farglielo vedere?

Quando raggiunse i gradini della veranda era sfinito.

– Dai lumaca, cosa aspetti a salire? Ancora un po' e sarà tutto freddo – Gridò lei dalla cucina

Lui inspirò col naso l'aria profumata che proveniva dall'alto

– Dovrebbero essere uova fritte con lardo... – Borbottò tra se

– ...e salsa piccante! – Terminò lei affacciandosi alla porta

Fred sorrise e scuotendo il capo riprese a salire le scale.

Anche lei sorrise e grattandosi furiosamente la testa chiuse la mente per non lasciare trapelare i suoi pensieri.

– Grazie. – Mormorò – Un giorno ti renderò il favore

Continua...



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