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lavoro pubblicato mercoledì 7 ottobre 2015
ultima lettura lunedì 21 settembre 2020

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La Valle Incantata - 5

di Legend. Letto 564 volte. Dallo scaffale Fantascienza

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La Valle Incantata

12 Marzo 1941

Quando il collegamento s'interruppe Fred si alzò dalla sedia e trascinando i piedi si avviò in cucina.

Dal ghiacciaia prese una lattina di birra, ne perforò il lato superiore bevendone fino a farsi lacrimare gli occhi, dopo di che, lasciata la lattina sulla tavola, tornò nella sala proprio mentre la pendola iniziò a battere il primo di undici colpi.

– Un'ora soltanto? Sono davvero migliorati se in così breve tempo mi hanno convinto a prendermi una smorfiosa di Gauss. – Borbottò grattandosi la barba – Ad ogni modo mio caro vecchio rimbambito, ora non ti resta che scoprire in quale guaio ti sei cacciato

Cautamente aprì una sonda che gli affidò chiari pensieri umani inconsapevoli della loro nudità.

– Ragazza mia sei proprio nella cacca – Brontolò ritirando la sonda

Lasciò trascorrere qualche minuto e quando si sentì pronto emise una nuova sonda con l'intendo di agganciarsi al segnale della ragazza, ma prima di rendersi conto cosa stesse accadendo fu violentemente respinto da uno schermo repulsivo che lo lasciò stordito.

Quando si riprese era semplicemente furioso.

– Sarai pure una mocciosa, ma cavoli se sai difenderti! – Esclamò ansimando – Ed ora speriamo che non ti salti in mente di prendere l'iniziativa

Per l'intera ora successiva rimase in allarme, pronto ad intervenire qualora vi fosse stata l'eventuale replica e soltanto quando fu certo di poter osare che azzardò un nuovo contatto.

Cautamente ritentò il contatto, (Questa volta schermando la sonda per evitare guai) ma quando raggiunse la mente di lei dovette ritirarsi in grande fretta.

In altre occasioni si sarebbe arrabbiato sul serio, ma quel breve istante in cui aveva sfiorato l'ammasso di dolore e di paura che la torturavano gliene fecero passare la voglia.

– Povera piccina, dovresti essere tu ad arrabbiarti per quel po' po' d'inferno che hai dentro. – Borbottò respirando a fatica – Sai di cosa si sono raccomandati quei figli d'un cane? «Di fare attenzione a non causarti traumi irreparabili» Pensa tu che razza di babbei... Per migliaia di anni hanno creduto d'essere le menti superiori, ed ecco che qualche chilo di carne ed ossa fa fare loro la figura degli asini... Dio solo sa se vorrei aiutarti, ma cosa posso fare? Tu sei infinitamente superiore a me

In uno scatto d'ira dette una gran manata sulla tavola

– Ma ti rendi conto in quale pasticcio mi hai ficcato? Se ora dico a quei babbei che non posso fare nulla per aiutarti, penseranno che non voglio collaborare e se invece insisto a darti una mano rischio di farmi bruciare il cervello. Tu mia cara non sei normale... e non debbo esserlo neppure io se me ne sto qui a parlare da solo come un cretino

Forse fu a causa d'un pizzico di orgoglio, (O fu il ricordo del dolore che aveva sfiorato) ma una strana frenesia lo spinse a riconsiderare la possibilità di operare un altro tentativo.

E lo fece quel tentativo, che però si concluse con l'unico risultato possibile; un enorme mal di testa e il suo orgoglio mortalmente offeso.

A quel punto tutta la storia cominciò a non piacergli nemmeno un po', riuscendo perfino a fargli provare una sgradevole sensazione d'impotenza. E questo gli piacque ancora meno.

Una parte di se avrebbe voluto chiudere quell'assurda storia e tornarsene alle sue occupazioni, ma quel dolore provato gli impediva di considerare l'idea dell'abbandono.

– In fondo cos'ho da perdere? – Si disse – Se andrà bene avrò perso qualche ora di sonno e se invece andrà male... – A quel punto gli spuntò un sorriso sulle labbra – ... torneremo a casa assieme

Avvalendosi di tutto l'autocontrollo di cui riuscì a disporre riprese i tentativi, ma quando dopo un'ora di fallimenti cominciò a sentirsi come una mosca bruscamente scacciata, il sangue prese salirgli verso la testa.

– È meglio che la smetta, – Borbottò asciugandosi il sudore che gl'imperlava la fronte – ancora un'ora così e non sarò più in grado di piantare neppure un ravanello

Ma proprio nel momento in cui stava per aprire la mente al contatto con la città nascosta, una serie di segnali guida, seguiti da una violenta vertigine, gli fecero mutare idea.

Nella sua mente saettò un ricordo lontano nel tempo e del tutto dimenticato.

«Suo padre morente che gli registrava nella memoria alcune equazioni connesse alla struttura mentale di esseri non terrestri»

Quelle memorie che stavano tornando lo confusero e lo intimorirono. Ma la cosa strana fu che inspiegabilmente i segnali della bambina divennero improvvisamente decifrabili.

In quell'istante fu scosso da una violenta convulsione che lo fece crollare sul pavimento sopraffatto da un'allucinante paura. E soltanto qualche minuto più tardi, rialzatosi di terra, comprese d'essere sotto il peso di una terribile conoscenza.

Volgendo lo sguardo in l'alto, gridò con voce roca

– Perché io!

Non ottenne risposte, ma gli tornò chiaro alla mente il ricordo di suo padre morente e delle sue ultime parole «Avrei desiderato restare qualche anno ancora con te ma credo sia giunto il momento di lasciarci. Non temo la morte, ormai siamo vecchi compagni, l'unico mio cruccio è di non essere mai stato capace di dirti quello che ho nel cuore e ho paura che di me ti resti soltanto il ricordo di una mano che non ha saputo sfiorarti in una carezza. Non so perché mi sia sempre stato così difficile, ma ti prego di credere che con il cuore l'ho fatto milioni di volte. Ho sofferto per di non essere quel padre che avresti meritato. Sapessi quante volte ho sognato di stringerti a me per sentire il tuo calore. Ti chiedo scusa e se un giorno avrai un figlio non negargli quello che hai nel cuore. Quei sentimenti gli apparterranno come la vita stessa che gli avrai dato. Tra poco raggiungerò tua madre, ma prima di lasciarti vorrei accarezzare il tuo volto, ti prego figliolo aiutami, guida la mia mano. Ricordi la mamma? Tu le somigli, hai il suo stesso sorriso, la sua pazienza e la grande capacità di comprensione. Di me hai soltanto la natura gaussiana, ma sei esattamente come ti abbiamo voluto, ci hai resi felici...Ed ora dammi la tua mano e non interrompermi, mi resta soltanto il tempo di trasferire in te alcuni dati in grado di operare contatti con entità non umane. Sono formule che la nostra famiglia strappò a Gauss centinaia di migliaia di anni or sono e da allora sono divenute nostro patrimonio genetico. Di quanto sto per fare perderai ogni ricordo, ma tutto ti tornerà chiaro nel momento in cui dovrai renderli operativi nella mente di tuo figlio o di usarli e che allora dio vi aiuti»

Ed ecco che dopo migliaia di anni quel giorno era giunto.

Riprese a sudare e a sentirsi preda d'una agitazione che non seppe controllare, provò l'assurda impressione che il suo corpo non gli appartenesse più. Poi, quasi senza nessun preavviso si trovò nella mente di lei, immerso in un oceano di devastazione e confusione.

Sentì nascere in se una rabbia incontrollabile, ma poi, guidato da procedure spontanee, inibì la porta dei quei dolori accompagnando Cristi in un sonno profondo.

– Dovrò convincermene, – Borbottò asciugandosi la fronte – altrimenti avrò per tutta la vita la sensazione d'essere pazzo

Trascorse dell'altro tempo in assoluto silenzio

– Va bene... – Borbottò – Credo sia meglio che venga a prenderti prima che ne combini un'altra delle tue

Credendosi ormai capace di gestire le proprie forze si agganciò nuovamente al contatto di Cristi... ma l'istante successivo era sotto il tavolo completamente stordito.

– Per la miseria che botta! – Biascicò rialzandosi dolorante – Ragazza mia sei un vero disastro. Ho paura che con te dovrò abituarmi a vivere pericolosamente

A quel punto fu costretto ad utilizzare le tracce per operare un nuovo contatto, che però lo scaraventò in un oceano di fortissimi segnali dolorosi.

– Non ostacolarmi! – Gli comunicò mentalmente – Non voglio farti del male, sta tranquilla, va tutto bene

Per tutta risposta Cristi rinvigorì lo schermo lanciandogli contro sonde pesanti. E lui, per salvarsi la vita, fu costretto ad opporre i parametri.

– Avresti potuto spedirmi al creatore razza d'incosciente – Le comunicò mentalmente non appena riprese fiato.

Visibilmente scossa Cristi stava considerando come fosse possibile che un terrestre potesse assorbire la sua energia, quando con una mossa rapida Fred riuscì di nuovo a penetrare il suo schermo.

Sentendosi nuovamente violata Cristi si ribellò gettando nella lotta tutta la rabbia e la determinazione che le riuscì di esprimere. Lottò disperatamente utilizzando quanto rimaneva della sua stessa energia vitale. Urlò, inveì, minacciò, imprecò come non aveva mai fatto e quando comprese che nulla avrebbe potuto contro il suo avversario, allora si lasciò scivolare in un comatoso preludio di morte.

La calma che ne seguì lasciò Fred decisamente preoccupato e soltanto quando i parametri segnalarono il suo stato di riposo che iniziò ad abbandonare la mente di lei.

Ridotta l'emissione di energia stava già meditando su ciò che avrebbe dovuto fare dopo, quando una leggera pressione sulla sonda lo fece arrestare con il cuore in gola. (Sapeva bene che se l'avesse attaccato in quella condizione neppure i parametri sarebbero stati in grado di garantirgli una difesa adeguata.)

Una dolorosa paura prese a torcergli lo stomaco e per circa venti o trenta secondi non osò fare nulla, ma poi improvvisamente gli tornò alla mente un ricordo lontano nel tempo «La mano che sua madre sfilava lentamente dalle sue dopo averlo addormentato, mentre lui, già avvolto in quel primo velo di sonno, inconsciamente reagiva tentando di trattenerla»

– Okay... va bene così piccola. – Mormorò abbandonando il contatto – Va bene così, ora dormi

Quando riaprì gli occhi era stanchissimo, si massaggiò la base del cranio per ridurre il dolore causato dalla lunga immobilità.

Attese ancora qualche minuto osservando i primi raggi del sole rifrangersi sulla lattina di birra che aveva lasciato sulla tavola, quindi uscì sulla veranda e serrati serrati gli occhi si sollevò verso alto così rapidamente da sembrare essersi dissolto nell'aria.

II°

Quando Cristi percepì i dolori amplificarsi e torturarle il corpo avrebbe desiderato morire

– Voglio morire... vi prego lasciatemi morire... Non ne posso più, questo mondo mi sta torturando. – Urlò mentre due lacrime presero a scivolare sulle gote raggiungendo le labbra

Si prese la testa tra le mani e lasciò che la mente volasse verso ricordi lontani. Rivide Ellen, la sua casa e le parve di sentire l'odore dei cavoli bolliti. Le tornò il ricordo di quella interminabile corsa in auto verso l'ospedale e rivide quel grande atrio bianco e quella grande casa con tanti bambini che avevano paura di lei.

Mentre le lacrime presero a sgorgare copiose, senti qualcosa salirle per la gola che la trascinò nel suo primo disperato lunghissimo pianto.

Soltanto allora, svuotata di ogni energia, pian piano si quietò assopendosi.

Quando si svegliò e sentì i dolori abbandonare lentamente il suo corpo, avrebbe voluto alzarsi da terra, ma si rese subito conto che non ce l'avrebbe mai fatta.

– Perché? – Si domandò – Perché questo mondo mi è così ostile?

Non ebbe il tempo di darsi una risposta perché un leggero rumore, simile a quello di erba calpestata, le disse che qualcosa doveva essersi mosso proprio accanto alla sua testa.

Avrebbe desiderato lanciare una sonda, ma non lo fece... e contro ogni logica sollevò lentamente una palpebra.

All'inizio non capì cosa fossero quelle macchie scure ad un palmo dal suo naso, ma spinta da qualcosa di cui non aveva conoscenza aprì anche l'altro occhio e finalmente comprese trattarsi di due grosse scarpe ricoperte di fango.

«Cosa ci fanno qui due scarpe?» – Pensò tra se e non avendo una risposta da darsi pensò che chiudere gli occhi fosse la cosa migliore da fare.

E così non vide l'uomo chinarsi su di lei e sollevarla delicatamente tra le braccia, ma subito dopo provò l'inconfondibile sensazione del volo leggero.

Per un po' preferì restare ad occhi chiusi evitando di muovere anche un solo muscolo e quando finalmente trovò il coraggio di socchiudere un occhio, scoprì che le due scarpe si erano trasformate in un volto coperto da una imponente barba e due lucenti occhi verdi che la osservavano sorridendo.

L'azione successiva sarebbe dovuta essere quella di richiudere l'occhio, ma quello sguardo, non del tutto sconosciuto alla sua memoria, la obbligò ad accettarne la sfida.

Le occorse soltanto qualche secondo prima di comprendere che non doveva temere nulla, poi, in un atto di cui non si sorprese, poggiò il capo sulla spalla stringendosi a quel corpo che emanava calore. (Quella fu la prima di un'infinità di volte che, negli anni che seguirono, si strinse a lui.) E mentre sensazioni mai provate la fecero fremere, una imprecisa e diffusa impressione olfattiva la turbò piacevolmente

«Attraverso i pori della pelle i terrestri espellono alcuni liquidi che prendono il nome di sudore» Fu la risposta del programma mentre la raggiunse il tonfo del muscolo cardiaco di Fred che le fece scoprire una strana analogia con il suo cuore.

E forse stava per chiedersi che senso avesse quella similitudine quando un tuono le rimbombò nelle orecchie

– Non aver paura, ora si va a casa!

– Chi sei? – Domandò lei con un filo di voce

– Un uomo

– Sei stato tu ad assorbire i miei dolori?

– Si!

– Perché lo hai fatto?

– Stammi bene a sentire signorina, l'uomo che ti parla è lo stesso imbecille che ha rischiato il cervello per tirarti fuori dai guai, quindi usagli una cortesia, non rompergli l'anima!

– A quell'uomo ho soltanto fatto qualche domanda

– A me sembra di averne contate un migliaio

– Soltanto tre e non vedo come possano averlo infastidito, se il significato di rompere l'anima ha lo stesso senso di infastidire

– L'hai azzeccata, infatti significa non rompere, non infastidire, è chiaro?

– Chiarissimo, ma se fosse possibile vorrei chiedere a quell'uomo di esprimersi senza usare idiomi estranei alla lingua

– Okay, desideri sapere perché ho assorbito i tuoi dolori? Beh, probabilmente perché sono un cretino

– Non ti ho chiesto io di essere cretino

– No, non l'hai chiesto, ma non potevo lasciarti nella cacca

– Cos'è la cacca?

– Lascia perdere, non è importante saperlo

– Cos'è? – Chiese nuovamente lei

– Difficoltà. Ecco, significa difficoltà. Sai cosa sono?

– Le conosco e poi?

– E poi perché sei... Ma perché non la smetti di parlare?

– Avanti, continua! – Disse lei notando l'interruzione

– Perché sei malata e sembri un pulcino fuori del nido

– Tutto qui?

– Già! Tutto qui

– Dov'è la tua casa?

– Se abbassi lo sguardo puoi vederla

– Tu puoi muoverti nell'aria?

– Ti pare così strano?

Per un attimo lei rimase in silenzio prima di chiedere ancora

– Come puoi conoscere le tracce?

– Immagino sia inutile chiederti di startene zitta, vero?

– Vero

– Lo vedi se sono cretino? Io conoscevo già la tua risposta, però sono così fesso di avertelo chiesto ugualmente...Le conosco e basta

– Allora tu sei come me?

– E tu come sei?

– Gaussiana!

– Allora sono come te!

– Però sei nato su questo pianeta

– Esatto!

– Qual è il tuo nome?

– A volte qualcuno mi chiama Fred

– Debbo farlo anch'io?

– Beh, se vuoi che ti risponda dovrai farlo

– È uno strano nome

– Strano un corno! Cos'ha che non va?

– Se va bene a te...

– E tu ce l'hai un nome?

– Certo che ce l'ho, Cristi. Non ti piace?

– Uhm, se va bene a te

– Sai chi sono?

– Te l'ho detto, sei un pulcino

– Non dire cavolate non sono un pulcino, sono Cristi

– Va bene sei Cristi e allora?

– Come allora? Ti ho chiesto se sai chi sono?

– Sei un pulcino malato – Rispose lui come se fosse una cosa ovvia – E ora fammi il favore di chiudere il becco! Tra poco saremo a casa e te ne andrai subito a letto

– Io non voglio andare a letto, non sono malata e non sono un pulcino, sono Cristi!

– Lo hai già detto, ma io ti chiamerò pulcino e quando saremo a casa te ne andrai a letto

– Cos'è pulcino? – Borbottò lei sbadigliando

– Hai sonno? – Domandò lui

Lei respirò profondamente – Ho qualcosa che preme sopra gli occhi... fa male

– Lo credo bene, hai un febbrone da cavallo

– Cosa vuol dire febbrone da cavallo?

– Semplicemente che la temperatura del tuo corpo è salita oltre il limite

– E allora?

– Allora dovrò trovare il modo per abbassarla

– E come farai?

– Oh è semplice, ti ficco in una vasca d'acqua fredda

– Ficco è come immergere? – Chiese lei voltandosi a guardarlo

– Esattamente la stessa cosa! – Fu la secca risposta di lui

– Allora per il tuo bene non pensarlo neppure – Reagì lei

– Dio come mi piacerebbe. – Borbottò lui prima di abbassare gli occhi su di lei e soggiungere sorridendo – Sto scherzando, risolverò in un altro modo

– Tu non devi risolvere un bel niente, provvederò io stessa alla mia temperatura, non ti preoccupare

– Sei in errore mia cara, io non mi preoccupo affatto

– Sei strano tu! – Replicò lei dopo un attimo di esitazione

– Non sono strano, sono Fred

Cristi rimase silenziosa e mentre osservava un curioso sorriso illuminare il volto dell'uomo, percepì nuovamente quello strano odore che la turbò ancora.

– Fred – Sussurrò con la voce impastata di sonno

– Si?

– Che buon odore

– Di quale odore parli? – Chiese lui abbassando lo sguardo.

Ma lei era già caduta nel sonno.

Continua...



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