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lavoro pubblicato martedì 6 ottobre 2015
ultima lettura sabato 12 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Una notte di tanti anni fa!

di Legend. Letto 594 volte. Dallo scaffale Fiabe

Una notte di tanti anni fa!– Nonno mi racconti una delle tue storie?– Non hai voglia di dormire?– No! Dai racconta!– Ne ho una che mi piacerebbe raccontarti– Sapessi come t’invidio. Tu sei così bravo a dar vit...

Una notte di tanti anni fa!


– Nonno mi racconti una delle tue storie?

– Non hai voglia di dormire?

– No! Dai racconta!

– Ne ho una che mi piacerebbe raccontarti

– Sapessi come t’invidio. Tu sei così bravo a dar vita alle cose che racconti che a volte mi sembra di viverle di persona. Quando mi hai parlato dei tuoi boschi, mi è sembrato di sentire il profumo dei fiori o il caldo delle tue estati

– Non sono io ad essere bravo, sei tu ad avere molta immaginazione

– Quando mi hai raccontato dei tuoi genitori li l’ho amati con la stessa intensità del tuo cuore

– Posso iniziare?

– Ci saranno anche loro?

– Allora è vero, ti sono piaciuti?

Lei annuì

– Tua madre me la immagino bellissima

– La sua bellezza apparteneva al mondo in cui vivono soltanto le madri. Però a pensarci bene lo era…Aveva gli occhi chiari come l’aria, così grandi e profondi che a guardarli sembrava di osservare il cielo. Per anni ho creduto che non avesse avuto alcun peso nella mia formazione, invece lo ha avuto nella maniera più delicata e riservata che si conosca. La sua presenza sempre defilata mi è stata accanto in ogni momento offrendomi la sua sicurezza, la sua saggezza, la sua onestà, la sua chiarezza di pensiero, la sua spontaneità

– Dio, mi fai venire i brividi

– Questa storia è il ricordo più dolce che ho di lei. È così importante che se vedrai brillare i miei occhi…

– ...non sarà soltanto a causa del fumo del camino, ma perché... – Proseguì lei

– ...sono un vecchio bugiardo – Conclusi

Lei socchiuse gli occhi sorridendo, e annuendo lievemente sussurrò – Si, ma sei il mio nonno bugiardo!


– «Quella sera faceva un tempo da diavoli, e a guardare la montagna c’era da spaventarsi.

Era un susseguirsi di tuoni che scuotevano la casa fin nelle fondamenta, e ogni volta che il fulmine illuminava la piazza, si poteva vedere lo sconvolgimento della bufera che torturava il grande pino. La neve, frammista alla grandine e all’acqua, crepitava rumorosamente sui vetri della finestra, dietro alla quale, in piedi su una sedia e stretto al caldo abbraccio di mia madre, guardavo con il fiato sospeso quella scena terribile.

Il contatto mentale con quello sconvolgimento mi frastornava e mi pesava sugli occhi, ma quello che più mi consumava non era la paura del fragore dei tuoni o del balenio dei fulmini, ma l’ansia che sapevo torturare mia madre a causa di mio padre che ancora nei boschi tardava a rincasare. Se ne stava ritta alle mie spalle poggiando il volto sul mio capo, venendo a me come un soccorso dall’alto per ricondurmi nella calda e riposante oscurità delle sue braccia.

Trascorremmo ore colme di un’angoscia che scomparve soltanto quando, al bagliore di un lampo, scorgemmo la figura di mio padre che conduceva il cavallo alla mano.

In quella vivida luce che tagliò in due il cielo, oltre alla figura di mio padre riuscimmo a distinguere un corpo accasciato sul dorso del cavallo e il profilo di un uomo che, piegato in due, sosteneva sulle spalle un voluminoso fardello.

Io rimasi alla finestra mentre la mamma corse ad alimentare il fuoco ormai morente, che riprendendo vigore schioccò lanciando in alto tutte le nostre paure.

Quando raggiunsero l’ingresso mio padre aiutò l’uomo a deporre il suo fardello accanto al camino e senza pronunciare una sola parola nuovamente uscirono per trarre dalla groppa del cavallo il corpo di una donna che adagiarono sulla panca di fronte al camino.

Tutto quel trambusto determinò in me una tale quantità di emozioni da indurmi a nascondermi in un angolino e di li osservare l’uomo che, invece di preoccuparsi per se stesso, cercava amorevolmente di far riavere la donna.

Quando la donna si riprese, e fui in grado di osservarla meglio, mi turbò la magrezza paurosa del suo volto pallido dal quale traspariva una profonda sofferenza.

Aveva degli occhi scuri come la notte, e prima ancora di rendermene conto mi trovai a sostenere il suo sguardo e uno stanco sorriso ch’ella mi rivolse prima che i suoi occhi si posassero sul fardello che l’uomo aveva deposto davanti il camino.

In quell’attimo ebbi l’impressione di scorgere sul quel volto smagrito una grande gioia, poiché si alzò dalla panca e, chinandosi sul fardello, iniziò a scogliere i nodi di quei poveri cenci con movenze così amorevoli, che vincendo la mia timidezza osai accostarmi curioso di conoscere il motivo di tanta apprensione.

Quando la raggiunsi ella stava sciogliendo l’ultimo nodo del fagotto dal quale saltò fuori il musetto umido e colmo di rassegnazione di una bimbetta tutt’ossa.

Fu tale la sorpresa che non potei far altro che esultare con lei quando sollevata la bimbetta tra le braccia la strinse a se in un appassionato abbraccio.

In quel momento mio padre mi sussurrò.

«Fa il bravo, è buona gente, hanno bisogno di aiuto»

Quindi rivolgendosi a mia madre esclamò

– Per favore moglie, vuoi prepararci un po’ di vino caldo? Questi amici hanno voluto concedermi la loro compagnia che m’è sembrato doveroso invitarli a restare con noi questa notte

– Giusto un po’ di pane per la bambina – Sussurrò l’uomo guardando mia madre come se volesse scusarsi per il disturbo arrecato – Poi dovremo rimetterci in cammino

– Oh santo cielo! Ma che discorsi sono questi? – Lo interruppe la mamma – Uscire con questo tempo? Ma sapete che notte è questa? Buon Dio, ma che eresie dite signor mio? Dimenticatevi una simile idea, non se ne parli neppure

– Dovete scusarci, non è nostra abitudine disturbare – Tentò ancora di scusarsi l’uomo

– Disturbare voi? Figuriamoci, c’è tanto di quel posto in questa casa. Via via! Questa notte resterete con noi

– Siete davvero gentile, ma proprio non possiamo – Replicò l’uomo cercando una conferma negli occhi della donna che, seduta accanto il fuoco, stringeva a se la bimbetta.

Ma se sperava un conforto da quel volto sofferente e da quegli occhi dai quali traspariva un’infinita stanchezza, commise un errore, poiché gli giunse soltanto un muto e angoscioso grido di aiuto.

L’uomo la guardò disorientato, poi le sorrise, e annuendo tornò a guardare mio padre allargando le braccia

– Non so cosa dire – Sussurrò – Mia moglie...

Non riuscì a terminare il suo pensiero poiché la mamma prese tra le sue mani le redini della situazione

– Non c’è nulla da dire, resterete! E non provate a dire una sola parola. Io e mio figlio siamo onorati di ospitare chi ha concesso i suoi favori al nostro uomo. È una notte così terribile, e un uomo solo nella foresta...grazie miei buoni amici

Per un attimo nella stanza scese un silenzio ronzante, e mentre l’uomo e la donna si guardarono e mio padre tentava disperatamente di attizzare il fuoco, io combattevo con qualcosa che sentivo salire prepotentemente su per la gola.

– Ma ora smettiamola di parlare – Riprese mia madre spezzando quell’atmosfera d’imbarazzo – e toglietevi di dosso quegli abiti zuppi. E tu marito non startene li impalato, provvedi al nostro amico che delle donne mi occupo io

– Soltanto fino a domani, – Provò a mormorare l’uomo – poi dovremo riprendere il nostro viaggio

– Va bene, ma il compito di pensare al domani lasciamolo a Dio, ora vediamo di cambiarci gli abiti o ci buscheremo un malanno – Disse mio padre spingendo l’uomo su per le scale fin dentro la sua stanza mentre la mamma aiutava la donna ad alzarsi prendendo tra le braccia la bambina.

Un attimo dopo la casa era tornata silenziosa, ed io, dopo avere alimentato il fuoco nel camino, uscii per condurre il cavallo nella stalla.

Lo asciugai, lo coprii con la sua coperta e gli preparai il sacco con la sua cena, e quando mi decisi a rientrare in casa erano di nuovo tutti attorno il fuoco, tranne la mamma che stava preparando la tavola.

La donna aveva indosso l’abito scuro che mia madre era solita indossare nelle grandi occasioni, mentre alla bimbetta avevano infilato l’altro paio dei miei pantaloni e la maglia che sarebbe dovuta essere il mio regalo di Natale.

Trascorremmo quella notte di vigilia in loro compagnia, mangiando in cordiale allegria quello che la mamma aveva preparato.

La bimbetta, il cui nome era Nora, per tutto il tempo che sedemmo a tavola non disse una sola parola, e siccome la mamma le aveva assegnato il posto proprio dinanzi al mio, ebbi modo di osservare affascinato, oltre che il suo volto, tutte le mute domande che ella rivolse con lo sguardo alla donna ogni volta che la mamma le metteva del cibo nel piatto. Domande seguite sempre da lievissimi sorrisi che le addolcivano il volto, quando con lievi cenni del capo la donna le dava il consenso di mangiare.

Molto spesso, quando sollevavo lo sguardo per osservarla, scoprivo i suoi occhi fissi su di me. E quando questo accadeva, (Per la verità lo facevo spesso) lei li abbassava immediatamente.

Quel gioco a rimpiattino con i nostri sguardi sembrò divertirla, giacché più di una volta ebbi modo di notare sulle sue labbra un pudico sorriso che le addolciva i tratti del volto.

– Oh no, non è nostra figlia, noi non abbiamo avuto figli. – Sentii dire alla donna con voce fine rispondendo ad una domanda di mia madre – Nora è figlia di mio defunto fratello.

– Quanti anni ha?

– Ha soltanto otto anni, ma ha già sofferto molto a causa della donna che mio fratello si prese in moglie quando rimase vedovo.

– L’ha abbandonata?

– No, il mio povero fratello era un buon padre, voleva bene a Nora, ma sapete com’è la vita di montagna, come si fa a curare una bambina se si sta fuori di casa tutto il giorno a tagliare legna. Per questo riprese moglie, ma quella donna non era nata per essere una buona madre, la trascurava, e Dio solo sa quello che le faceva. Quando un anno fa mio fratello mori di febbri, mi raccomandò tanto di avere cura di lei che quando quella donna si portò in casa un uomo io non volli lasciargliela. E ora non gliela rendo più. Povera piccina, è tanto buona

– Non ve l’ha reclamata? – Domandò mia madre

– Non era sua figlia, per lei sarebbe stata soltanto un peso, e ora noi ce la portiamo nelle Americhe. Forse non avrà una vita facile, ma certamente avrà accanto qualcuno che l’ama

– Ma perché andare così lontano?

– Mio marito è un bravo falegname, ma per lui non c’era più lavoro. Così abbiamo deciso di vendere le nostre cose e andarcene. Dicono che al di là del mare, in quelle Americhe…dicono che ci sia lavoro per tutti

– Quando dovreste partire?

– La nave prenderà il mare tra quattro giorni

– Oh mio Dio! Partire così lasciando tutta una vita? Ma sapete almeno cosa vi aspetta in quelle Americhe?

– Ci hanno assicurato che mio marito avrà un lavoro in un cantiere. Non so cosa voglia dire, ma ci hanno spiegato che in quelle Americhe i cantieri costruiscono le case.

– Da quanto siete in viaggio?

– Siamo partiti lunedì passato

– Andate a piedi?

– Siamo povera gente

– Mio Dio! Ma come farete? La città è così lontana, e se perdeste la nave?

– Qualche santo ci proteggerà. Dio non può essersi dimenticato di noi

– Ma si che arriverete in tempo! – Intervenne mio padre – Sono soltanto una cinquantina di chilometri, un giorno e mezzo di viaggio

– Volete scherzare? – Soggiunse l’uomo – Come potremo percorrere tanta strada in un solo giorno e mezzo?

– Con un carro

– Ma noi non possediamo un carro

– Oh si che lo avete. Proprio domani alcuni nostri amici partiranno per consegnare un carico di legname per la città, e vedrete che un posticino per voi su uno dei carri si troverà

– Domani è il giorno di Natale – Mormorò la donna – Lavorare è peccato

– Quelli che stiamo vivendo sono tempi difficili, e io credo che il Signore saprà capire le nostre esigenze

– Amen! – Rispose l’uomo segnandosi

E per rallegrare un po’ l’atmosfera mio padre sollevò il bicchiere esclamando – Credo che sia ora di fare onore a questo buon vino!

Lasciai i grandi ai loro discorsi e al prezioso vino di mio padre per avvicinarmi a Nora, che seduta sulla panca osservava in silenzio le fiamme.

Lei dovette avvertire la mia presenza, perché interrompendo le sue meditazioni posò su di me due occhi così grandi da occuparle tutto il volto.

– Ciao! – Le dissi a bassa voce

– Ciao – Rispose lei sorridendomi

– Posso sedere? – Balbettai sorpreso della mia audacia

Lei annuì accarezzando lievemente la panca per indicarmi di sedermi al suo fianco, e siccome per qualche istante rimasi a guardare indeciso quella mano, lei ripeté l’invito.

Quella fu la prima volta nella mia vita che sfiorai il corpo di una donna che non fosse quello di mia madre, e sinceramente debbo confessare che mi scombussolò come non avrei mai immaginato. Una valanga di sensazioni si presero il mio spirito sollevandolo talmente in alto che ebbi paura che anche gli altri si accorgessero di quel mio turbamento.

Ma non accadde nulla di quanto temetti, fu invece lei a venire in mio soccorso spezzando il mio imbarazzo con poche parole

– Mi hanno fatto indossare i tuoi pantaloni, non ti dispiace vero?

Compresi la domanda ma non riuscii ad aprire bocca, e dovetti sembrargli molto stupido

– Sta tranquillo, te li renderò – Aggiunse lei mentre il mio volto si fece rosso fin sulle orecchia

Poi, senza guardarmi chiese

– Voi siete ricchi?

– Perché me lo chiedi? – Balbettai sempre più impacciato

– Tu possiedi due pantaloni

– Anche mio padre – Risposi senza pensarci

Allora lei sollevò lo sguardo e mormorando con voce bassissima disse – Mio zio ne ha uno soltanto

A quel punto il mio disagio raggiunse vette fino ad allora inesplorate, e non sapendo più a quale santo voltarmi trassi dalla tasca dei pantaloni uno di quei vecchi rocchetti di legno sui quali le donne avvolgono il filo per i loro rammendi, il quale seppe suscitare in lei tanto interesse ad ricondurmi con i piedi in terra e trovare il coraggio di dire – Lo vuoi?

È difficile pensare che un simile attrezzo non sapesse accendere la fantasia di qualsiasi bambino, eppure lei dopo averlo guardato scosse il capo in segno negativo.

– Puoi prenderlo – Dissi spingendoglielo tra le mani che lei ritrasse scuotendo ancora violentemente il capo.

– Non ti piace? – Chiesi

Lei annuì accennando un sorriso.

– Prendilo, è tuo – Mi sentii di dire

Lei guardò ancora per qualche secondo quel rocchetto che le offrivo, poi accadde una cosa incredibile. Sollevò su di me i suoi grandi occhi brillanti, e con le mani congiunte, come se stesse per ricevere un prezioso gioiello, prese il rocchetto osservandolo attentamente.

Per qualche secondo lo rigirò in tutte le sue angolazioni, poi lo accostò alle labbra e pian piano ve lo lasciò scivolare una, due, tre volte.

– Com’è liscio, l’hai fatto tu? – Sussurrò guardandomi

Gonfiandomi come un pallone annuii sapendo di mentire.

– A cosa serve?– Chiese

– Mia madre ci avvolge il filo

– Quale filo?

– Quello per cucire

– È vero – Sussurrò lei annuendo – Lei ne aveva uno uguale nella cassetta della lana

– Lei chi? – Domandai senza pensarci

Non rispose subito, ma quando tornò a sollevare gli occhi su di me notai che era scomparsa quella luce che fino ad allora li aveva illuminati.

– La moglie di mio padre – Rispose con voce ferma

Per attimi lunghissimi tra noi scese un silenzio colmo di imbarazzo. Provavo rimorso per averla costretta a rispondere a quella domanda che doveva averle riaperto ferite recenti, e me dispiacevo sinceramente, ma in quel momento riuscii soltanto a farle una domanda piuttosto banale.

– Ti chiami Nora?

Lei annuì con il capo continuando a far girare tra le mani il rocchetto.

– È un bel nome – Farfugliai nel tentativo di farmi perdonare

Lei scrollò il capo – Al mio paese mi prendevano in giro. Dicevano che Nora è un nome da vecchia

– Non è vero, a me sembra bello

– Federico è più bello. – Disse lei di slancio, riprendendosi subito per continuare con voce sommessa – Ho udito quando tua madre ha fatto il tuo nome

A quel punto il mio coraggio vinse su tutto – Posso svelarti un segreto? – Chiesi

– Certo, so mantenere i segreti, io

– Quel rocchetto non...

– Vuoi che te lo renda? – Disse porgendomelo

– Oh no! Non volevo dire questo, puoi tenerlo

– Non è tuo?

– Si è mio, ma volevo dire che non l’ho fatto io

Ecco fatto! C’era voluto tutto il mio coraggio per sputare il rospo, ma non appena pronunciate quelle parole ebbi l’impressione di sentirmi più leggero.

– Non l’hai fatto tu? – Chiese lei con su il volto quella espressione di chi stenta a credere

– No! L’ho avuto in regalo da mia madre

Lei allora tornò a guardare il rocchetto mormorando

– Tu sapresti farlo più bello

– No – Replicai ormai consapevole della mia onestà – Non saprei essere tanto bravo

– Io invece credo che sapresti farlo ancora più liscio

Quelle parole dette con spontaneità spezzarono definitivamente il mio imbarazzo.

– Sono soltanto un bambino come te

– Non lo so, – Disse – Tu non sei come gli altri. Anche tuo padre e tua madre sono come te, siete diversi. Avete gli occhi puliti.

– Cosa vuol dire gli occhi puliti?

– La gente del mio paese non era tranquilla, e quando mi guardava mi faceva star male. Qui con voi invece sto bene, non ho paura

– Capisco – Mormorai, anche se in realtà compresi il senso delle sue parole alcuni anni più tardi, quando al di fuori del guscio della mia famiglia ebbi a che fare con molte specie di uomini. Poi mi chiese se potevo lasciarle tenere ancora un po’ il rocchetto e io risposi – Certo che puoi, vorrei che lo accettassi come mio ricordo

Lei portò nuovamente il rocchetto alle labbra, e sussurrando un lievissimo – Grazie – mi volse le spalle

Quel gesto mi sconvolse e non riuscendo ad interpretarne il senso, mi sentii perduto...»


– Non potevi capirlo perché sei sempre stato uno zuccone. – Borbottò Lei – Lo avrei fatto anch’io

– Perché? – Chiesi con un sorriso beffardo sulle labbra

– Perché non sempre si desidera che gli altri ci vedano piangere

– Tu credi che lei avesse voglia di piangere?

– No, Nora non voleva piangere, stava piangendo!

– Come fai a saperlo?

– Non lo so, ma io avrei pianto. Sei proprio un testone...e poi cosa accadde?


– «...Fui tentato di riprendere il dialogo ma la sua espressione raccolta m’impedì di disturbarla...»

– Almeno quello riuscisti a capirlo

– «...Rimasi lungamente a guardare il profilo del suo volto, scoprendo che neppure la sofferenza riusciva a cancellarne la viva luce che emanava...»

– Piangeva? – Chiese Lei

– «...Mentre l’osservavo vidi scivolare sulla gota una lacrima, e poi un’altra ancora...»

– E tu? Cosa facesti?

– «...mi accostai ancora di più a lei e con una mano le asciugai le lacrime – Non si deve piangere, questa notte non è permesso – Sussurrai

Ella annuì e si voltò a guardarmi.

E allora quei grandi occhi, colmi di lacrime che la tremula luce delle fiamme avevano trasformato in una magica forgia di vivide luci, mi commossero. Piansi anch’io, e non so perché lo feci.»


– Vai avanti! – Esclamò lei asciugandosi gli occhi con il lenzuolo


– «...Trascorremmo le prime ore della notte raccontandoci vecchie storie, e quando si decise che era ora di riposare i miei, dopo aver vinto una infinità di resistenze, cedettero il loro letto alla coppia e alla bambina.

Io e mia madre ci sistemammo nel mio letto, mentre mio padre, dopo aver fatto visita al cavallo nella stalla, trascorse il resto della notte accanto il camino prendendosi cura degli abiti bagnati dei nostri amici.

Il mattino successivo il tempo si era rimesso al bello. Quella mattina ebbi modo di assistere al saluto tra la mamma e la sua nuova amica.

La mamma aveva preparato del cibo, e dopo averlo sistemato nella sacca di lei si sedettero alla tavola tenendosi per le mani e parlottando fitto fitto come due vecchie amiche. Io le guardavo affascinato, incredulo di quella loro spontaneità, domandandomi quante cose sarebbero riuscite a dirsi in quei pochi minuti, e quando giunse l’ora di lasciare la nostra casa, si strinsero in un lunghissimo abbraccio silenzioso carico di commozione.

Mio padre ed io li accompagnammo fin fuori il paese dove avremmo dovuto incontrare i carri della legna per la città, e quando giunsero il babbo parlò con il capo della carovana che accettò di condurli con loro.

Ci salutammo con un po’ di commozione nelle voci. L’uomo strinse la mia mano tra le sue grandi e forti

– Addio figliolo, buon Natale – Disse – E chissà che un giorno non ci s’incontri ancora

Fu buon profeta, poiché molti anni più tardi ebbi la fortuna di riabbracciarlo proprio in America.

Sua moglie, dopo avermi salutato con una carezza sui capelli, lasciò scendere dalle sue braccia la bimbetta che mi venne incontro a testa bassa.

Quando Nora mi raggiunse sollevò lo sguardo fissandomi come se avesse voluto dire qualcosa, e mentre i suoi grandi occhi mi guardavano intensamente, si sfilò dal collo un cordoncino scuro che mise tra le mie mani. Poi, prima di scappare vergognosa tra le braccia della donna, si sollevò sulla punta dei piedi e mi baciò sulle labbra.

Restammo a guardare i carri fin oltre gli alberi che delimitavano la strada, e quando l’ultimo di essi scomparve, iniziai a sentire dentro di me qualcosa che saliva prepotente e che non riuscivo a frenare. Piangevo senza riuscire a nascondere i singhiozzi.

Mio padre mi strinse a se con un braccio e con voce calma sussurrò – Sta tranquillo, Dio non li abbandonerà

Mentre percorrevamo la strada per far ritorno a casa dedicai molta attenzione alla piccola pietra verde infilata nel sottile cordoncino che Nora aveva messo tra le mie mani.

La mostrai a mio padre.

– Guarda babbo, è bellissima. Sembra un gioiello

– È soltanto una pietra, – Rispose lui sorridendomi – ma è assai più preziosa di un gioiello. In lei v’è racchiuso un sentimento purissimo, e tu dovrai custodirlo gelosamente»


– Ed ora mettiti sotto le coperte e vedi di dormire!

– Si nonno...ma dimmi la verità, questa storia l'hai inventata per me o è vera?

– Cosa vuoi che ti dica, ormai tutto il mondo sa che sono un gran bugiardo

– Vuoi vedere che questa notte me li sognerò questi tuoi amici...Dio nonno vorrei saper raccontare storie come questa per far sognare la gente come tu fai sognare me!

– Un giorno saprai raccontare storie bellissime. Buonanotte pulcino!





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