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lavoro pubblicato venerdì 2 ottobre 2015
ultima lettura venerdì 20 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Valle Incantata - 1

di Legend. Letto 1411 volte. Dallo scaffale Fantascienza

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La valle incantata - 1

Una lettera da Napoli


Ormai deserta la piazzetta sonnecchiava.

Era quella l'ora in cui, i ragazzi ancora a scuola e i grandi in campagna, cadeva preda del silenzio e d'un sole impietoso che ne arroventava il selciato.

Dall'alto d'un maestoso pino, che sollevava la sua chioma solitaria tra la torre campanaria e la vecchia porta a monte, un affannato e chiassoso pigolio di passeri indicava la presenza d'un oasi fresca e ventilata.

Seduto sotto una stretta lama d'ombra, con gli occhi chiusi e assorto, nella ricerca d'un ricordo che tardava a riaffiorare, Fred fu distolto dall'eco di una voce tanto fievole, quanto chiara, che sembrava invocarlo dalle vette più alte.

– Fred!

Avete mai provato ad appisolarvi in un pomeriggio d'estate all'ombra di una pianta, ed essere improvvisamente svegliati da un suono che, ferendovi, vi fa saltare in piedi, mentre il sentimento vi tiene legati al sogno? E che appena desti tutto ciò che vi circonda, pur essendovi perfettamente noto e famigliare, sembra avere un altro colore?

– Fred! – Ripeté la voce

– Ma da quali distanze mi chiami? – Chiese lui con voce roca volgendo gli occhi al cielo

Un istante dopo, mentre l'aria fu invasa del frullio d'ali di passeri spaventati, un giovane, che smontato dalla moto avanzava con il passo di chi ha perduto l'abitudine a camminare, lo salutò porgendogli una busta.

– Per voi maestro

Fred ringraziò con un cenno del capo, ed egli, dopo un ossequioso inchino, subito si dileguò lasciando dietro di se l'eco scoppiettante d'un motore stanco.

Per alcuni istanti, fremendo per un brivido che lo percorse da capo a piedi, Fred osservò la busta e mentre un sorriso gli increspò le labbra si alzò e trascinando i piedi scomparve nella fresca penombra dell'andito della casa.

Con passo lento salì in casa, ma nonostante la superba invadenza del sole che filtrava attraverso le imposte, ebbe l'impressione che nella stanza aleggiasse una nota di tristezza.

Sedette alla scrivania e ben sapendo che quelle pagine avrebbero riportato in vita tutti i ricordi che con tanta sofferenza era riuscito a nascondere in qualche piega della sua memoria, lacerando la busta avvertì nuovamente quel brivido percorrergli la schiena.

Napoli, 4 Luglio 1952

Gentile professor Demarco,

ora finalmente conosciamo il nome dell'uomo al quale dovremo la più profonda e sincera gratitudine per il resto della nostra vita, poiché senza il suo generoso gesto alcuni di noi avrebbero mancato l'appuntamento con il futuro.

Immagino stia chiedendosi come sia stato possibile risalire a lei, ed io non ho una risposta da darle. Forse qualcuno aveva stabilito che tutto ciò dovesse accadere, giacché alcuni mesi addietro, nell'aprire un plico inviatomi dalla nostra comune amica suor Mary, rinvenni una lettera spedita dal Vermont e indirizzata alla reverenda madre Mary Garrison.

Il mio primo pensiero fu di restituirla così come l'avevo trovata e l'avrei fatto se il destino non avesse provveduto a rovesciare sulla scrivania un bicchiere per metà colmo d'acqua.

Comprenderà che nel tentativo di salvarne il contenuto fui costretto ad estrarlo dalla busta e di li a leggerlo il passo fu davvero breve.

Ad un primo esame riconobbi in quel documento la notifica di una transazione di denaro e stavo già disinteressandomene, quando scoprii che il beneficiario di tale operazione era la nostra comunità(Ed io che credevo nei miracoli).

Può immaginare la mia sorpresa; da mesi la nostra comunità poteva attingere presso un conto bancario in sostanza illimitato e del quale nessuno aveva saputo darmene notizie, ma ciò che tramutò la sorpresa in profondo turbamento, furono alcuni riferimenti a proposito di una persona scomparsa da oltre due anni e al cui ricordo mi sento legato in modo indissolubile.

Avrei dovuto comprendere prima e non attendere il ritrovamento casuale di una lettera, per collegare la mia Cristi al Vermont e alla sua persona, ma deve sapere che sono l'uomo meglio disposto di questo pianeta a credere nei miracoli, poiché ho avuto la fortuna di viverne uno meraviglioso.

Non desidero tediarla con il racconto di come quella notizia seppe scombussolarmi, ma non appena i miei obblighi lo permisero (Immagino saprà che sono l'unico medico di questa comunità) mi recai a Napoli a far visita alla nostra comune amica, la quale, messa alle strette dalla mia insistenza, non poté far altro che parlarmi dell'uomo con il quale Cristi visse gli anni dell'infanzia e dell'enorme influenza che ebbe nella sua formazione.

Da allora tentai ogni strada per rintracciarla, ma le lettere che inviavo al suo domicilio nel Vermont mi venivano restituite con l'indicazione «destinatario sconosciuto».

Neppure la premura del nostro console ebbe successo, poiché non fu individuata una sola traccia del vostro passaggio in quella parte degli Stati Uniti.

Comprendo bene che potrà sembrarle strano averla rintracciata così lontano dai luoghi in cui visse in compagnia di Cristi, ma il merito è legato al ricordo di una gita che la nostra amata volle fare a Vitulano.

Quella volta, quando lei mi chiese di accompagnarla a far visita a quel paesino di montagna, valutai la sua idea decisamente stravagante, ma se chiudo gli occhi posso ancora vivere tutta l'ansia con la quale si preparò a quel viaggio e con quale rispettoso omaggio percorse quelle stradine immerse nel loro claustrale silenzio.

Che sciocco fui a non comprendere i suoi turbamenti mentre sfiorava, con mani tremanti, ogni pianta e ogni muro saturo di austera e taciturna tranquillità e quanta tristezza seppero esprimere i suoi occhi quando dovemmo abbandonare quell'oasi di pace per far ritorno a Napoli. Sembrava non volesse più abbandonare quelle vecchie mura e in particolare una minuscola piazza dominata da un pino secolare, sotto il quale pianse nel modo in cui non avevo mai visto fare; disperatamente, come se stesse perdendo qualcosa di più caro della sua stessa vita.

Ed ora, amico mio, sono in grado di mantenere la promessa di raccontarle la storia del sentimento che unì un uomo comune ad una donna eccezionale e non me ne voglia se per parlare di lei ho scelto un banalissimo foglio di carta, Vitulano è talmente prossimo a Napoli che avrei voluto e dovuto venire di persona a farle visita, ma ogni volta che mi accingo ad intraprendere il viaggio, una sorta di viltà, che non sapevo di possedere, cancella in me quella serenità e spontaneità che sarebbero necessarie a guardare negli occhi l'uomo che possiede una grandissima parte del cuore della mia Cristi.

È sera e mentre le scrivo e osservo l'oriente che s'imbruna, tremo al pensiero che il chiarore della luna possa ingigantire il suo ricordo. Sarebbe il colpo supremo che il giorno m’infliggerebbe ancora.

Ho vissuto al suo fianco un intero anno e sebbene la sua presenza mi abbia maturato di almeno dieci secoli, ho il rimpianto di aver soltanto sfiorato quanto realmente viveva in lei.

Affermare di averla amata più della vita e confessare di non essere riuscito a comprenderla potrà sembrarle incoerenza, ma è la pura verità; per la mia povera mente fu troppo arduo raggiungere la vera essenza racchiusa in quella stupenda creatura.

Era come se in lei vivessero due anime diverse, ma così simili da non lasciare spazio all'intelletto; quella terrena, dolcissima e dominata dalle umane debolezze, mentre l'altra, che si elevava sovrana sulle miserie mortali, appariva forgiata di una sostanza luminosa e impalpabile.

Vivere al suo fianco era come dipendere da una dea la cui potenza nullificante cancellava ogni volontà, ma così capace di tenerezza che quando quella divinità si distaccò da me m'inflisse sofferenze simili alla morte.

Durante una delle nostre passeggiate serali, mi confidò d'essere nata su di un pianeta d’incomparabile bellezza, ma che l'odio aveva trasformato in un luogo arido e in cui la vita era divenuta inconcepibile. Sorrisi di quelle sue parole pensando ad una burla, ma sentii gelarmi il sangue, quando aggiunse che presto sarebbe dovuta tornare sul suo mondo.

Da allora l'idea di una sua partenza torturò la mia mente per mesi, riuscendo ogni volta, nel modo più chiaro e netto, a turbare i miei sonni, ma mai avrei immaginato che quell'abbandono avrebbe firmato indelebilmente la mia vita.

Io credo d'essere stato assegnato a lei da un disegno superiore. Le volevo bene, l'adoravo e non so perché lo stia scrivendo al passato se è ancora padrona del mio spirito.

Gentile amico, mi auguro possa perdonare questo mio sfogo, ma è tanto tempo che desideravo narrare la storia di un uomo che ha conosciuto l'amore di un essere soprannaturale.

Ricordo la mia dolce creatura ultraterrena così com'ebbi a conoscerla due anni dopo la fine della seconda guerra mondiale; molto alta, magra e slanciata in forme armoniose proporzionate alla sua statura.

Era una donna straordinaria in ogni senso, unica e molteplice e sebbene in lei non vi fosse nulla che destasse la più piccola incertezza, osservando il suo volto si aveva l'esatta impressione di sentimenti estremamente contrastanti.

A volte e non senza un profondo turbamento, vi si poteva scorgere l'enorme forza che la permeava e subito dopo, ingentilite nell'intimo di uno dei suoi sorrisi, sapeva offrire quelle dolcissime espressioni che soltanto il volto dei bambini sanno donare.

Quei suoi sorrisi, che sembravano nascerle dagli occhi e la cui dolcezza riusciva sempre ad innamorare, erano un'esultanza per la quale molti degli uomini di allora sarebbero stati felici di morire.

La sua persona, il tono della voce e l'estrema bellezza sapevano disporre al meglio l'animo di chiunque le fosse accanto, ma ciò che in me sapeva provocare il massimo della meraviglia erano le sue splendide mani.

Ne ero affascinato e a volte, osservandole in piena luce, avevo la strana impressione che fossero piccole e fragili come l'alabastro, ma era sufficiente che le tenessi tra le mie per comprendere quanto invece fossero forti e immense.

Era in possesso di una natura difficile da interpretare, piena di interessi e dotata di una sensibilità estrema, inflessibile con se stessa, ma così tenera da commuoversi alla vista di un mendicante. Tant'è che a volte, incurante degli sguardi della gente, si accostava a loro sedendo perfino sui marciapiedi.

Di quei momenti colmi di presenze aliene, sebbene lei mi pregasse ogni volta di non seguirla in quelle difficili situazioni, mi è impossibile dimenticare la semplicità con cui riusciva a far sbocciare su quei volti sofferenti un sorriso o un accenno di speranza… e vedere con quanto calore sapeva offrirsi loro, era per me motivo d’orgoglio misto a gelosia.

Oddio, non che a me mancasse la capacità di aiutare chi ne avesse bisogno, ma osservarla tenerli affettuosamente stretti a se era qualcosa che mi scombussolava nel vero senso della parola.

Così mi piace ricordarla, o come quando stretta a me, in quelle interminabili passeggiate per la città, diceva di amarmi di un amore del quale mai avrei immaginato l'esistenza.

Quel sentimento, come un giorno lei ebbe a confidarmi, era l'eredità del suo primo grande amore, ma poi, avendo notato nei miei occhi un accenno di delusione, si scusò raccontando di un bambino pellerossa che le era morto tra le braccia, quando aveva poco più di otto anni.

Amava tenere i suoi stupendi capelli liberamente sciolti sulle spalle e un po' arruffati sulla fronte per mascherare una piccola cicatrice e quand'era gaia i suoi occhi brillavano di una luce rara, le sue labbra si piegavano al sorriso e tutto il suo essere emanava una forza nascosta che le donava vivo splendore.

Un giorno, in uno di quei momenti in cui mostrava la sua gran capacità di gioire, volle salire sui cavalli di una giostra. Io tentai di dissuaderla ricordandole che quello era un gioco per bambini, ma lei, guardandomi con occhi imploranti sussurrò.

– Tanto tempo fa, quand'ero ancora una bambina impaurita, morì il mio piccolo grande amore e io gli promisi che avrei giocato per lui. Sii buono, lascia che lo renda felice

Dio com'era bella con i capelli al vento e lo sguardo perso nelle profondità del cielo, ma poi tutto passò e lei tornò a vivere il suo mitissimo quotidiano.

A volte le accadeva di essere colpita da un intimo e doloroso sconforto e quando ciò si verificava, dovevo ricorrere a tutta la mia allegria per riportarle il sorriso sulle labbra. E la sera che forse esagerai nel tentativo di farla sorridere, volle confessarmi come in quei momenti il suo pensiero andava a suo padre

– Immagino la sua felicità se potesse vedermi vivere questo momento magico. Ti prego, sii paziente, lascia che il mio orfano cuore possa trasmettergli l'intima dolcezza di questo sentimento.

Quando la vidi per la prima volta, (Io ero iscritto all'ultimo anno di medicina e lei svolgeva il suo lavoro presso l'ospedale degli Incurabili di Napoli) se ne stava tranquillamente seduta in un angolo di una piccola trattoria mangiando e nello stesso tempo leggendo.

Sarebbe sciocco negare che non fu la sua bellezza a colpirmi, anzi, ne fui talmente conquistato che rimasi ad osservarla facendo la figura del babbeo… ma sebbene il suo volto esprimesse una luminosità assolutamente irragionevole, ciò che di lei seppe spaventarmi fu l'assoluta mancanza d'interesse che riservava a quanto la circondava.

Una volta al mio tavolo tentai disperatamente d'impormi un minimo di autocontrollo, ma fu del tutto inutile poiché non soltanto continuai ad osservarla riuscendo perfino a perdonarle quell'eccessivo disinteresse, ma me ne innamorai.

Da quel giorno e per i molti altri che ne seguirono, quella stanza divenne meta obbligata del mio unico pasto giornaliero. Per due intere settimane tentai inutilmente di farle alzare un solo sguardo su di me, ma non ci fu nulla da fare, per lei non esistevo, ero più trasparente dell'aria.

Osai perfino seguirla, ma l'unica cosa che scoprii fu che sapeva dileguarsi come un fantasma.

Così, pur essendone perdutamente innamorato, mi arresi all'evidenza e promisi a me stesso che non sarei mai più tornato in quel locale.

E invece quella separazione doveva essere di breve durata, poiché la sera del giorno dopo decisi che l'indomani sarei tornato in quel piccolo locale.

Trascorsi quella stessa notte maledicendomi per il timore di averla persa e quando il giorno successivo varcai la soglia di quel locale e vidi il suo tavolo occupato da altre persone, la mia paura si tramutò in terrore.

Ricordo vagamente che qualcuno m'invitò a raggiungere il mio tavolo e che una volta seduto, un doloroso sconforto si impossessò di me facendomi sudare freddo.

Ero talmente infuriato con me stesso che avrei voluto alzarmi e fuggire via, ma qualcosa di molto potente m'inchiodò a quella sedia. Non so dire quanto rimasi in quello stato, ricordo soltanto che il mio sguardo restò fisso sulla porta del locale fin quando non si aprì e lei entrò illuminando la stanza.

In quell'istante mi sentii scivolare in una sorta di piacevole sfinimento, ma ciò che capitò agli altri avventori dovette essere altrettanto gratificante, poiché quasi certamente dovettero fare i conti con i propri sentimenti.

Com'era sua abitudine degnò la sala di uno sguardo veloce, poi, mentre con passo deciso si diresse verso di me, a me non restò che osservarla avvicinarsi senza neppure udire la sua voce domandare se poteva sedersi al mio tavolo.

Non ricordo cosa risposi, anzi, per la verità non ricordo neppure se risposi, ma da quel preciso istante ebbe inizio la nostra storia e la mia vita.

Malgrado la sua indole schiva e riservata fosse in netto contrasto con il mio carattere decisamente allegro e burlone, tra noi nacque un sentimento che in breve si trasformò in un vincolo assoluto che mi rese parte di lei.

È impossibile definire in modo razionale ciò che provavo. Era come se il mio spirito si fosse fuso al suo cuore e lei, accogliendomi in se, mi concedeva di vivere ogni sua più intima emozione.

Era talmente esaltante sentirsi parte del suo universo che avevo sempre l'incredibile impressione di superare ogni barriera umana.

Un'altra cosa che non cessava di stupirmi era il suo profumo. Il suo corpo emanava una fragranza di mele che mi inebriava in ogni istante della giornata e se a volte durante la notte mi svegliavo, dovevo accendere la lampada per convincermi che non fosse presente nella stanza.

Avevo scoperto che l'aggettivo «dottoressa» la infastidiva e confesso che mi divertivo moltissimo a farla infuriare. Del suo lavoro in ospedale preferiva non parlare, ma erano talmente straordinarie le sue conoscenze nel campo della medicina che mi convinsi a crederla un medico.

Una volta, in uno di quei suoi momenti d’abbandono, le chiesi dove avesse discusso la laurea e lei, con un candore disarmante rispose – Non ho ancora concluso la mia istruzione, ma ho la fortuna di frequentare la più grande scuola d'amore

Commisi l'errore d'interpretare quella frase come un complimento rivolto a me e soltanto in seguito capii per intero il senso di quella risposta.

Stranamente in quel periodo lo studio non mi pesava, era tutto così semplice che a volte riuscivo a sorprendere i miei professori e o me stesso, anticipando le loro conclusioni.

Una sera, mentre eravamo presi dallo spettacolo di una splendida luna che si specchiava in mare e senza che ne avessi fatto richiesta, mi confessò di essere figlia adottiva della Terra, precisando di essere nata due volte; la prima su di un mondo oltre il nostro sole e la seconda nel Vermont, in una grande casa tinta di rosso e circondata di alberi antichissimi.

Di quella casa me ne parlò così dettagliatamente che in pratica divenne parte dei miei ricordi. Mi parlò del grande amore che nutriva per suo padre, di un gatto nero che dormiva sui suoi piedi, di una splendida donna che suonava il pianoforte come mai nessuno al mondo sarebbe riuscito a fare, di una collina che toccava il cielo, della sua amica Holy e del terrore che provava per l'acqua profonda.

Ed era vero, poiché pur considerando il nostro golfo come un'entità che mai avrebbe potuto farle del male, ne aveva un tale timore che se per compiacere me si accostava alla spiaggia, doveva prima vincere quell'angosciosa paura che altrimenti l'avrebbe indotta a fuggire tremante.

Per tutto l'inverno e parte della primavera, il nostro sentimento crebbe a tal punto che soltanto poche ore di separazione erano per noi torture indescrivibili. Nei nostri cuori si accendeva una così prepotente necessità che soltanto quando eravamo mani nelle mani riuscivamo a trovare la pace in un oblio incantato.

Il 28 Maggio, mentre la città si svegliava e frotte di turisti iniziavano ad immergersi in quel suo ritmo vitale che la rende unica al mondo, ebbi la certezza che in lei stesse cambiando qualcosa.

Quella mattina, (Aveva voluto accompagnarmi dal dentista per essere certa che non avessi tentato di saltare l'appuntamento ancora una volta) quando c’incontrammo in galleria, mi corse incontro e stringendomi tra le braccia gridò ad alta voce – Ti amo!

Non che mi privasse di slanci affettuosi, ma se fino ad allora i suoi gesti pubblici avevano mantenuto un'impronta di gelosa riservatezza, quella mattina sembrò essere una donna diversa. Si strinse a me con tale forza da togliermi il respiro e le sue mani non fecero che cercare le mie. Mi parlò dei suoi progetti, del nostro futuro, di come sarebbe stata la nostra casa tra gli alberi del Vermont e io mi persi nell'immensità dei suoi occhi.

Né l'aria dolce di quelle prime ore di un mattino di primavera, né la realtà rumorosa di una città che si svegliava allo sferragliare dei tram ci distolsero da quel fantastico e indimenticabile momento.

Non rammento quanto tempo trascorremmo oltre i confini della realtà, non ho altri ricordi se non quello del suo volto sorridente, della sua allegria, di una grande casa tinta di rosso in un paesaggio colmo di alberi e quella di un pastore che celebrò le nostre nozze.

Ma poi, come accade nelle migliori fiabe, tutto finì ed io mi ritrovai ad osservare il volto beffardo del mio dentista.

Una sera venne al nostro incontro con gli occhi arrossati dal pianto. Mi resi subito conto che doveva trattarsi di qualcosa di serio, quando la vidi serrare tra le labbra la piccola pietra verde che custodiva gelosamente appesa al collo.

Quel vezzo era divenuto per me un segnale, poiché quando la mia dea serrava quella pietra tra le labbra, io sapevo che in lei si agitavano forze alle quali non mi era permesso accedere e che soltanto quel contatto era in grado di placare.

Tentai di scuoterla provando ad essere più spiritoso del solito, ma non servì a nulla e fu soltanto quando finsi di adombrarmene che, posta una mano sulle mia labbra, sussurrò con un filo di voce

– Ti chiedo perdono se questa sera non sono una buona compagna, ma ho il cuore colmo di dolore. Oggi ho perduto un amico... se n'è andato senza disturbare e senza che abbia potuto far nulla per aiutarlo. – Poi si strinse a me mormorando – Tu non dovrai lasciarmi mai.

Fu una sera triste, non riuscivo a far sbocciare un solo sorriso sulle sue labbra, ma quando nel tentativo di distrarla le chiesi di parlarmi di quella pietra, di colpo riacquistò ogni interesse.

Si strinse al mio braccio e, serrando nell'altra mano la pietra, mi raccontò la storia dolcissima di una bambina che tanti anni prima l'aveva donata in pegno d'amore a suo padre.

Quando ci lasciammo volle ancora scusarsi – Non accadrà più te lo prometto – Disse tornando a serrare la pietra verde tra le labbra

E invece quello fu l'inizio della parte più triste della nostra storia.

Come al solito ci si vedeva in galleria, ma da quella sera i nostri incontri divennero sempre più brevi. Ogni volta trovava una scusa per lasciarmi solo e pieno di dubbi.

E poi accadde.

Un maledetto giorno scomparve dalla mia vita così come vi era entrata e io non sentii più la sua presenza. Con orrore scoprii di non sapere né dove e con chi vivesse. In ospedale nessuno seppe darmi sue notizie, in parole povere era come se non fosse mai esistita.

La cercai ovunque vagando disperato per la città come uno spettro impazzito. Di giorno per le strade sperando di riconoscere il suo volto tra la gente, di notte ripercorrendo gli itinerari delle nostre passeggiate.

Non so quante volte mi sfiorò l'idea del suicidio. Tante, troppe volte, ma qualcosa di molto potente m'impedì di commettere sciocchezze.

Un giorno, durante il mio girovagare, mi ritrovai al cospetto dell'immenso portone degli Incurabili e improvvisamente sentii nascere in me la pazza idea di entrare a respirare quell'aria che era stata sua. Non so se quell'atto fu dettato da follia o disperazione, ma avevo l'inferno nel cuore e dovevo fare qualcosa per non impazzire.

Varcai il portone con le spalle curve e forse fu il mio aspetto sofferente che smosse la compassione di chi, sorreggendomi come un vecchio, m'introdusse in una stanza dove una suora, dal volto completamente in ombra, ci ricevette.

Lei sollevò lo sguardo su di me per un solo istante, poi, dopo avermi fatto cenno di sedere, riprese il suo lavoro.

Stava avvenendo tutto troppo in fretta e il silenzio che regnava nella stanza amplificava il mio disagio. Mi sentivo come svuotato di ogni energia e quando provai a mormorare con un filo di voce – Madre... – Lei sollevò di nuovo il capo e sorridendomi rispose in uno strano italiano – Sono soltanto una suora. Il mio nome è Mary... Ancora un poco di pazienza

Il tempo trascorse ingigantendo le mie paure e quando improvvisamente lei domandò senza guardarmi – L'amavi? – sentii mancarmi il fiato.

Mio dio, ma che domanda era quella? Avrei voluto gridarlo quel si, ma la voce mi tradì e seppi soltanto annuire

– Immagino tu voglia avere sue notizie, non è così? – Chiese ancora lei interpretando il mio imbarazzo

Ero nella più completa confusione mentale quando lei lasciò la scrivania e venne in mio soccorso tendendomi le mani

– Vieni, – Sussurrò – ora posso condurti da lei

Non fui certo di aver compreso, ma la seguii con il cuore che batteva forte e le gambe che sembravano aver ritrovato tutto il loro vigore. Oltrepassai una porta avanzando lungo le corsie totalmente cieco di quanto mi circondava, ma quando ripresi coscienza e mi resi conto di muovermi tra povere culle di dolore, un malessere indicibile s'impossessò di me. Era una tale scena di desolazione, quella che mi circondava, da mettere i brividi al più cinico degli uomini.

Improvvisamente sentii d'essere nudo come la morte, il mio animo si colmò di una fredda tristezza e quella gioia, che fino a pochi istanti prima aveva riempito il mio cuore, mi cadde sulle gambe e sarei certamente crollato se lei non mi avesse sostenuto mormorando

– Coraggio!

Fu allora che vidi il suo volto infinitamente stanco, ma nel quale ebbi l'impressione di riconoscere la mia Cristi.

– Questi erano i suoi amici – Disse lei riprendendo a camminare

– È questo il suo lavoro? – Chiesi

– Oh no! No, lei non lo considerava tale, lei li amava, viveva per loro, li accudiva, li consolava e li accompagnava serenamente alla morte

– Perché? – Chiesi rabbrividendo

– Conosci un motivo migliore dell'amore? – Rispose lei a voce bassissima

– Posso vederla? – Domandai

– Si, – Mormorò lei annuendo – ti mostrerò dov'è sepolta

Quelle parole mi caddero addosso frantumandomi e facendomi crollare sul pavimento come un povero cencio e soltanto quando in un letto di quello stesso ospedale riaprii gli occhi al mondo che suor Mary mi parlò di lei.

Mi disse di come quell'angelo aveva vissuto per oltre un anno tra quei diseredati, immersa in orribili tempeste di urli, di rantoli, di malattie di ogni genere e di orrori indescrivibili e che fu uno di quei morbi a contaminarla uccidendola giorno dopo giorno senza che nessuno se ne accorgesse.

Contravvenendo ad una regola dell'ordine, avevano voluto darle sepoltura in un angolo di un piccolo giardino riservato alle loro tumulazioni. E quando fui in grado di reggermi sulle gambe, mi recai sulla sua tomba per deporvi un fiore e la mia anima.

Il giorno che lasciai l'ospedale suor Mary mi strinse in un abbraccio lunghissimo, sussurrandomi alcune parole che riuscii a comprendere soltanto qualche tempo più tardi

– Non abbandonare la speranza, lei non ti deluderà

Tornai a vivere in famiglia, ma quel dolore che mi portavo dentro non mi consentì di riprendere una vita normale. Era come se un male oscuro avesse assorbito la mia energia. Di giorno cadevo preda di un apatia insensata che mi estraeva dal mondo e quando di notte mi svegliavo da sonni brevi ed agitati, mi ritrovavo sempre in lacrime.

Per un anno lottai con la pazzia, ma neppure il tempo seppe mitigare il mio dolore, ed io finii con l'abbandonare gli studi, la famiglia e gli amici per riprendere il mio folle girovagare tra una moltitudine di esseri che, più disgraziati di me, non avevano più nulla da cercare.

Accanto a loro conobbi la più profonda e umiliante delle condizioni umane, i morsi della fame, le punture del freddo, la violenza e quella dignitosa rassegnazione di chi, rimasto solo, ha come ultimo desiderio che tutto finisca il più presto possibile.

Se possedessi il genio dell'artista saprei dipingerla quella disperazione, tanto era tangibile e concreta e se ne fossi capace racconterei di quante volte ho provato un nodo alla gola sentendomi impotente ad aiutare chi mendicava una briciola di calore umano e di quante volte ho sentito l'impulso di pregare, scoprendo d'averne perduto la capacità, poiché non è possibile che dio possa permettere tanto dolore.

La mia vita proseguì trascinandomi da un punto all'altro della città come un qualsiasi vagabondo, dormendo sulle panche del parco o nei portoni e mangiando quando era possibile.

Fu allora che conobbi un male terribile a me del tutto sconosciuto, ma del quale molti dei miei disperati compagni ne erano schiavi, giungendo perfino a compiere atti di violenza per crearsi paradisi artificiali in cui racchiudere la loro disperazione e prego Iddio che nessuno possa mai scoprire cos'è quel tormento che prende chi violenta il proprio corpo diffondendovi quella dannazione bianca.

Fu un periodo estremamente difficile. Quell'inferno si era impossessato della mia mente inducendo il corpo in una confusione di false necessità e ogni sera, addormentandomi, rivolgevo un addio al mondo.

Una notte, mentre mi trascinavo nel parco piangendo senza vergogna, colpevole d'aver visto morire un timido ragazzo con gli occhi così buoni e teneri, ma che in un momento di disperazione aveva preferito darsi la morte, quando un lampo si accese nella mia mente e udii la sua voce.

Avevo sognato quel momento così a lungo che credetti d'essere in punto di morte, ma quando sollevai il capo e ai miei occhi apparve la più desiderata delle visioni, nulla m'interessò più, il dolore, la fame, la morte, tutto fu cancellato dalla mia mente.

Cristi era lì ad un passo da me...più bella che mai, in un silenzio primordiale e illuminata dal chiarore di una luna mai stata così brillante.

E come un lembo di terra sa riaccendere la speranza nel cuore del naufrago, le sue braccia tese ebbero la forza di vincere la mia follia.

Provai una gioia così grande che bruciò ogni mia residua energia e sarei certamente crollato in terra se le sue braccia non mi avessero accolto nel suo regno incantato

– Perché quel pianto? – Domandai quando ripresi coscienza e mi ritrovai nel parco stretto al suo corpo scosso dai singhiozzi.

– Debbo ancora lasciarti – Singhiozzò lei

– No! – Gridai disperato – Non puoi uccidermi due volte

Lei si staccò da me asciugandosi gli occhi con le mani come fanno i bambini

– Debbo farlo per la salvezza del mio popolo – Sussurrò prendendo le mie mani tra le sue – ... ricordi quando ti dissi che la Terra non è la mia patria? Non ti raccontavo storie, il mio mondo è oltre la vostra stella, un posto dove, bandendo dal cuore ogni sentimento, la mia gente vive un'esistenza che voi uomini della Terra non riuscireste a concepire. Milioni di secoli or sono alla mia razza fu concesso l'immenso potere di guidare la vita, ma ne abusammo trasgredendone le regole e per questo fummo condannati alla sterilità. Io sono l'unica donna del mio mondo in grado di procreare, ma questa dote ha impaurito il mio popolo, che per tenermi lontana mi addestrò a svolgere i compiti più ignobili. Da allora ho vissuto milioni di anni con l'unica compagnia del mio rancore e della mia rabbia e quando mi fu assegnato il compito di ricondurre a casa la nostra gente, che da migliaia di anni vive tra voi, credetti di avere scontato il peccato d'essere diversa... ma sbagliavo, il mio mondo m'inviava sulla Terra a compiere l'ennesimo misfatto; avrei dovuto ricondurre a casa soltanto le donne, separandole dalle loro famiglie e dai loro affetti... Quando scesi tra voi ero un essere capace di ogni nefandezza, priva di sentimenti, brava a compiere soltanto crudeltà... e il ricordo di quella che fui mi umilia profondamente. Ma poi accadde qualcosa che nessuno del mio mondo aveva previsto, incontrai un uomo meraviglioso che con infinita pazienza seppe ricucire le mie ferite e rischiando di perdere la ragione mise a nudo la mia anima. Egli m'insegnò a vivere come una semplice donna, a comprendere e perdonare... ed io non seppi e non volli impedirlo. Al suo fianco ho vissuto anni indimenticabili che custodisco gelosamente nel cuore, anni in cui egli mi ha amata come il più tenero dei padri, ed io imparai ad amarlo più di quanto amassi dio. Quando divenni più grande, lui mi parlò di un sentimento del quale disse di non potermene far assaggiare le dolcezze, ma io non volli credergli e lo ferii a morte offrendomi di essere la sua donna... Ora conosco l'enormità del mio peccato, ma allora non potevo credere che esistesse un amore più grande di quello che provavo per lui... E soltanto quando m'impose di lasciare la sua casa che compresi quanto male gli avessi fatto. Da allora ho vissuto con questo terribile dolore nel cuore e per riscattarmi ho dedicato ogni mia risorsa ad aiutare i sofferenti. Ho trascorso i miei anni elemosinando il perdono come mi aveva insegnato e quando ho sentito di esserne degna sono tornata da lui, ed egli ancora una volta mi ha fatto dono del suo amore indicandomi la strada per incontrare la tua dolcezza, la tua tenerezza, la tua pazienza. Si amore, è accanto a te che ho compreso che quel sentimento esiste, ed è talmente grande da addolcire e modellare lo spirito. Questa è la ragione per la quale ti ho lasciato, dovevo tornare dalla mia gente per spiegare loro cos'è l'amore, ma non hanno voluto ascoltare... per loro ho fallito, ed ora dovrò battermi affinché possano cambiare. Capisci? Sai cosa vuol dire?

Annuii e mentre la paura mi torceva lo stomaco mormorai senza più forze

– Ho soltanto te

– Anche loro hanno soltanto me

– Non mi abbandonare

– Io dovrò lottare, – Sussurrò lei baciandomi sugli occhi – e tu non potresti sopravvivere... perderesti la vita e io non lo voglio

– Allora abbandonali al loro destino

– E come potrei? È la mia gente... ed io sono la loro ultima speranza

– Ed io cosa sono per te, nulla?

– Non essere crudele mio dolcissimo tutto, tu sei una delle cose più belle che mi è stato concesso amare

– Io non temo la morte. Mi farò piccolo piccolo e se tu sarai al mio fianco saprò soffrire in silenzio. Ti scongiuro e se ancora provi qualcosa per me non abbandonarmi

– Ssst, tu non lo sai, ma questo tuo dubbio mi uccide. Vuoi sapere se il mio cuore ti appartiene? Allora stringimi e brucia del fuoco che arde in me. Ascolta come il tuo amore mi fa sentire utile la vita. Guarda cosa sta crescendo in me, è il tuo bambino. Oh amore mio! Non dubitare, non farlo mai più

– Saresti sola

– Tuo figlio mi aiuterà a ricordare il tuo amore e la tua dolcezza, ed io ti prometto che lo amerò e lo guiderò come avresti voluto fare tu

– E di me? Cosa sarà di me?

– Oh mio unico dolcissimo tutto! A te dovrò domandare perdono in eterno per il dolore che ho arrecato al tuo cuore e tu dovrai riuscire a non odiarmi... Accogli questa mia preghiera nella tua mente compassionevole, ricorda quanto ti ho amato, quanto ti amo e quanto ti amerò. Oh mio tutto, mio dolcissimo, mio cuore... che cosa grande ti sto chiedendo. Aiutami a sopportare l'intollerabilità del nostro distacco

– Cosa mi rimarrà di te?

– Ti lascio i miei amici. Li hai visti, ora tu sai cosa soffrono. Forse agli occhi di chi non vuol vedere possono sembrare diversi, ma noi abbiamo il dovere di comprenderli, di accettarli. È colpa nostra se hanno perduto la capacità di sognare e non aspettano più nessuno. Sono uomini che vivono senza più credere nei miracoli e tu dovrai compierli per loro. Oh ma non devi spaventarti, non sarai solo, loro ti aiuteranno e il mio spirito sarà sempre con voi. Non abbandonarli, hanno bisogno di aiuto, di un sorriso, una carezza...e costa così poco. Amali come hai saputo amare me, ma non dimenticarmi, non cancellarmi dal tuo cuore, ricordami

Poi volgendo gli occhi al cielo gridò con voce altissima

Dio! Sei stato tu ad aprire il mio cuore a questo sentimento. Tu l'hai voluto e ora m'abbandoni. Abbi pietà, concedimi di vivere e morire. Ti supplico dio, ascoltami

Ma dio non raccolse la sua invocazione e lei, dopo essersi ripresa, strinse forte le mie mani sussurrando con voce calma

– Quando sarò andata racconta la nostra storia all'uomo al quale ho saputo dare soltanto pochi attimi di gioia, ma che per me ha rinunciato a vivere la sua vita. Di a mio padre cosa sono diventata, digli che cambierò l'animo della nostra gente. Promettimi che lo farai

Ed io promisi.

Poi, lasciate le mie mani, si allontanò da me come se scivolasse nell'aria, mentre io, incapace di un solo movimento, restai a guardare un raggio di luce vivissima scendere dall'alto e portarmela via.

Con sincero affetto

Aldo Sartori

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Fred si sentì mortalmente stanco, depose i fogli sulla tavola, chiuse gli occhi e senza opporre la minima resistenza accettò l'invito del ricordo di lei.

Continua...



Commenti

pubblicato il martedì 27 ottobre 2015
Estephany, ha scritto: Confesso di non averlo letto tutto; ho trovato per caso il capitolo quindici e ho voluto vedere come cominciava lo storia, perché mi piaceva il conteso, ma sono un soggetto che si distrae molto facilmente. Però ho voluto scriverti lo stesso, perché mi premeva complimentarmi con te. Hai un talento espositivo davvero ammirevole, usi un linguaggio ricercato degno di essere messo a confronto con quello di testi antichi che erano in grado di catapultare il lettore in mondo placidi, dove il tempo sembrava scorrere pigro e i profumi, i suoni e colori venivano esaltati in una maniera fantastica. La scena iniziale del dormiveglia sotto l'albero mi ha del tutto rapita. Sono quasi riuscita a vedere la luce calda del sole che filtrava attraverso la chioma rigogliosa. Mi è piaciuto davvero molto :)

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