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lavoro pubblicato mercoledì 30 settembre 2015
ultima lettura lunedì 21 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 24 - FUGA DAI PRIMORDI

di PatrizioCorda. Letto 418 volte. Dallo scaffale Fantasia

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Le urla dei giganti e i loro pianti ci inseguirono ancora a lungo, facendoci accapponare la pelle ogni volta che raggiungevano le nostre orecchie. Ogni singolo rumore nelle nostre vicinanze ci faceva sobbalzare, e ci voltavamo, con gli occhi sgranati, sperando di non avere nessuna di quelle creature alle calcagna. Nommo era debole e provato dalla prigionia in quell'antro infernale, e rallentammo notevolmente il passo nel tentativo di farlo affaticare il meno possibile. Arrivati a metà strada ci sedemmo momentaneamente al suolo, cercando di prendere un po' di fiato.
«Come avete fatto ad appiccare il fuoco dappertutto?» chiese Nommo cercando di risollevarsi.
«TeePaa ha trovato una pozza di catrame vicino a lui, e facendovi cadere la torcia ha sollevato una grande fiamma. Li avevamo già visti in difficoltà col fuoco in precedenza, e ho pensato che se li avessimo circondati e ostacolati con esso avremmo avuto tempo e modo di fuggire. Per fortuna è andata bene» risposi suggellando la spiegazione con un largo sorriso. Non smetterò mai di ringraziare la mia innata e fanciullesca curiosità: questa infatti mi ha fatto conoscere e ricordare di cose che mi hanno poi puntualmente salvato nel corso della mia interminabile vita.
«Capisco. Veramente una grande idea, Mhadija. Siete stati incredibilmente coraggiosi. Ma su questo non ho mai nutrito dubbi». Nommo sorrise stremato, e allungò la mano verso quella di TeePaa, che lo aiutò a tirarsi in piedi. Pilo intanto si guardava le spalle. La cava era ormai lontana qualche chilometro, ma all'orizzonte un lieve bagliore provava come l'incendio non si fosse ancora spento. Il lemure piagnucolava, grattando il terreno coi suoi piccoli artigli. Decidemmo di fidarci del suo istinto animale, e riprendemmo la marcia a gran ritmo. Due ore dopo, iniziammo a scorgere in lontananza il lago e l'inizio della foresta di conifere.
«Ho ordinato ad Atken di prendere con sé le persone rapite e di riportarle al villaggio passando dalla foresta. Una volta arrivati a Made, radunerà tutti i superstiti e li condurrà a Reeh'ma passando per i monti. Ormai conosce bene il percorso, e i giganti non potranno mai riuscire a inseguirli. Sono troppo grossi e impediti nei movimenti per inerpicarsi su quei pendii». Mi sentivo rinvigorito e orgoglioso di come avevo gestito l'intera situazione: avevo sfruttato ogni singolo elemento attorno a me per ideare un piano in pochissimo tempo, guidandone le manovre con carisma. Quel carisma che molto spesso avevo dubitato di avere. Nommo sorrise soddisfatto della crescita dei suoi allievi, ma si fece improvvisamente dubbioso e preoccupato.
«Che succede, Maestro? Siete ancora stanco?» chiese TeePaa.
«No, non è quello. Mhadija, hai detto che Atken avrebbe condotto i superstiti attraverso la foresta, vero?»
«Sì, è così. Dovrebbero esserne quasi fuori, ora».
«Maledizione. Spero solo che non lo incrocino, allora».
Le sue parole mi insospettirono. Nommo si mordeva il labbro inferiore coi suoi piccolissimi denti, e sembrava divorato dalla preoccupazione.
«Cosa non dovrebbero incrociare? Ci sono ancora dei pericoli?». Nommo si girò verso la cava dei giganti, sempre più lontana alle nostre spalle, e sospirò profondamente.
«Quando ci hanno presi e portati nella foresta, i giganti non erano solo in quattro. Un piccolo, se così possiamo chiamarlo, era rimasto tra gli alberi, ad aspettare che gli adulti terminassero di distruggere il villaggio. Quando siamo usciti dalle conifere, però, gli altri giganti si son resi conto di averlo perso. Perciò, quel giovane esemplare dev'essere ancora disperso tra gli alberi. È già un miracolo che voi non l'abbiate incontrato durante la prima traversata. Spero davvero che non incroci la strada di Atken». Dunque, la minaccia non era del tutto estirpata. Ci lanciammo in direzione della foresta, che divenne sempre più visibile con la fine della notte. Il rossore dell'alba stava già prendendo il sopravvento sull'oscurità notturna quando iniziammo a sentire i granelli di sabbia che sfregavano contro le nostre piante dei piedi. Gli alberi erano ormai vicinissimi, e d'un tratto sentimmo un vociare in lontananza. Il suono flebile di voci spaventate e sussurranti si mischiò a quello della marea, e quando a esso si sovrappose un ringhio minaccioso, come quello di una bestia tenuta in trappola, fummo certi dello stato delle cose. Era accaduto proprio quello che Nommo temeva: l'ultimo gigante aveva incrociato e bloccato Atken e la folla che si portava dietro. La luce dell'alba iniziò a specchiarsi nel chiarore del lago Sevan, e dopo una lunga corsa io e TeePaa arrivammo sul posto, lasciandoci dietro Nommo e Pilo per precauzione.
Era peggio di quanto potessimo pensare. La folla di uomini e donne liberati era ai margini della striscia sabbiosa, coi piedi già nell'acqua. Atken stava davanti a loro, ferito e affannante, con il pugnale in mano e una vistosa ferita lungo il braccio sinistro, che era ricoperto di sangue. Davanti a lui, il degno figlio delle creature che avevamo sgominato. Alto circa quattro metri, un enorme bambino, che con le dovute proporzioni avrà avuto otto o nove anni, ringhiava verso il guerriero di Reeh'ma. I suoi capelli, unti e ramati, gli arrivavano alle spalle, e il suo colorito era quasi arancione per via della sporcizia. La fronte era incredibilmente sporgente, e curiosamente già solcata da ampie rughe, mentre incastonati tra essa e gli zigomi stavano due occhi scuri e piccoli come spilli. Il naso gonfio e storto e la mascella lunga, tratti caratteristici della sua immonda razza, completavano il quadro. Batteva i pugni sulla sabbia, incitando Atken a farsi sotto, ma quest'ultimo sapeva bene che non c'era possibilità di salvezza se non tramite la fuga. Ma con tutta quella gente al seguito, salvarsi sarebbe stato praticamente impossibile.
Quando arrivammo, spostando a spintoni la gente sulla riva, Atken ci guardò incredulo. Non parve poter credere che avremmo combattuto, per un'ultima volta, fianco a fianco.
«Ragazzi...Siete riusciti..».
«Certo, deficiente! Cosa credevi, di avere a che fare con dei novellini? Forza, facciamo fuori questo mostro schifoso». Di certo, a TeePaa non era mai mancato il senso dell'umorismo, neppure nelle situazioni peggiori.
In quel momento, il gigante sollevò le braccia, quasi sbalzandoci con la forza d'urto generata dal suo movimento. Digrignava i pochi denti che aveva in bocca, emettendo un verso simile a un rombo che gli nasceva in petto e che sembrava pronto ad esplodere da un momento all'altro. A quel punto, quasi isolandomi mentalmente dalla situazione, sorrisi. Ringraziai Adira, che sin da piccolo mi aveva insegnato l'arte dell'essere previdente. Partire e arrivare in anticipo, fare scorte abbondanti, valutare ogni possibile intralcio o problema. Grazie ai suoi amorevoli insegnamenti, in quel momento portavo, ciondolante sul petto, l'arma che avrebbe sconfitto quel mostro. Le borracce di tutti erano ormai vuote, ma non le mie. Tornando dalla cava, mi ero fermato un istante per riempirne una alla pozza di catrame che avevamo scoperto prima di liberare Nommo. Avevo paura che in un modo o nell'altro i giganti potessero liberarsi e gettarsi al nostro inseguimento; proprio quel mio perenne pessimismo mi aveva portato ad avere in mano la vittoria.
«State lontani....Arrostirò quel bastardo in un attimo».
«Che diavolo vuoi fare?» mi chiese TeePaa perplesso, mentre gli agitavo la borraccia in faccia divertito.
«Guarda tu stesso». Stappai la borraccia e urlando la tirai in faccia al gigante, che si portò le mani al volto impiastricciato di catrame grugnendo come un maiale. Senza dargli il tempo di pulirsi gli occhi dal fluido, gli lanciai addosso la mia torcia. In un secondo, la sagoma dell'essere prese fuoco, con un boato che fece indietreggiare tutti i presenti. Urlando come un ossesso, il gigante si gettò a terra disperato, cercando un modo per spegnere il fuoco che lo avvampava. Il suo calvario durò alcuni minuti, nei quali mettemmo in salvo i cittadini di Made scortandoli ai bordi della foresta. In preda alle convulsioni, il mostro, che già puzzava di carne carbonizzata, emise gli ultimi sussulti, abbandonandosi al suolo con la pancia all'aria e le braccia larghe. Gli piombammo addosso senza aspettare che il fuoco si spegnesse, e lo pugnalammo al cuore quante più volte potemmo. Quando il suo petto fu quasi sventrato, ci rialzammo guardandoci soddisfatti. Nommo era seduto a terra, in disparte, quasi più stanco di noi, e Pilo saltò addosso a TeePaa, felice di poter finalmente riabbracciare il suo padrone. Atken si lasciò andare a sua volta al suolo, sbuffando al cielo con fare liberatorio. Io invece, dopo aver tirato un sospiro di sollievo, andai verso l'apertura nelle conifere dove avevamo nascosto la zattera, e la spinsi faticosamente fuori dagli alberi. Non vedevo l'ora di abbandonare quel posto orribile. Qualche minuto dopo, irradiati dalla luce del sole che sorgeva, eravamo tutti nuovamente in piedi, pronti a congedarci per sempre dal nostro fido amico della prateria.
«Avervi conosciuto è stato un onore, e un dono del cielo. Grazie a voi, ora saprò tenere testa a qualsiasi avversario e affrontare qualsiasi difficoltà. La Vostra sapienza, Nommo, mi ha inoltre insegnato ad essere umile e a mettere il bene del mio popolo davanti a ogni cosa. Ve ne sarò eternamente grato». Gli occhi di Atken si fecero lucidi, consci che il momento dell'addio era arrivato. Abbracciò me e TeePaa, accarezzò Pilo sulla testa e indugiò maggiormente con Nommo, che si liberò dolcemente dal suo abbraccio vigoroso guardandolo dritto negli occhi.
«Sei partito che eri un umile cacciatore della prateria. Torni alla tua gente come un re e un valoroso guerriero. Vegliavi già sul tuo popolo; ora dovrai vegliare anche su un altro. So che lo farai nel migliore dei modi». Nommo guardò verso gli abitanti di Meda, e altrettanto fece Atken, sorridendo ai suoi futuri sudditi. Quei poveretti avrebbero finalmente trovato un sovrano che li avrebbe protetti e condotti a una vita migliore.
«Addio, allora. E che il Bene abiti sempre i vostri cuori», disse Atken, voltandosi e scomparendo nella foresta seguito dai suoi nuovi conterranei. Non dicemmo nulla: restammo lì, a guardarlo mentre veniva inghiottito dalla foresta e il calpestio dei suoi passi sul fogliame andava scemando. Volgemmo al lago, meravigliosamente limpido e sul quale si rifletteva la splendida luce del sole ormai sorto. Tirammo in acqua la zattera, e vi salimmo senza esitazioni. Era solida e confortevole, e ci avrebbe condotto lontano. Lasciammo alle nostre spalle i monti, le foreste, i villaggi e i giganti ormai estinti, e ci abbandonammo a un sonno ristoratore, abbracciati dalle acque e dalla volta celeste.


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