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lavoro pubblicato mercoledì 30 settembre 2015
ultima lettura martedì 12 marzo 2019

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ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 23 - L'OSTAGGIO PIU' PREZIOSO

di PatrizioCorda. Letto 423 volte. Dallo scaffale Fantasia

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«Anche questo è morto». TeePaa caricò di peso un altro cadavere, stavolta di un ragazzo appena ventenne, a giudicare da quello che restava del suo viso sfigurato. Caricandoselo sulle sue spalle, TeePaa affondò una mano nella schiena della vittima, praticamente disossata. Un gigante l'aveva travolto senza accorgersene, e il povero ragazzo era finito schiacciato dal peso del suo involontario carnefice. I cadaveri, circa una decina, vennero ammassati e sepolti in una fossa, che fu poi coperta tra i pianti di madri e sorelle.
Atken sembrava volersi addossare tutte le colpe del rapimento di Nommo, ma in realtà dovevamo sentirci responsabili tutti quanti. Troppo impegnati nel confronto col nemico, ci eravamo dimenticati che il nostro maestro, colui che ci aveva reso forti nella mente e nello spirito, non lo era altrettanto nel fisico, e che quindi andava protetto prima di ogni cosa. Le peggiori ipotesi nascevano nelle nostre teste: era fuori dubbio che volessero conversarvi in maniera pseudo civile, quindi iniziammo a temere che l'avessero scambiato per qualche animale insolito e appetitoso, credendolo un pasto ideale. Non ci saremmo mai perdonati una cosa simile: le nostre vite erano votate al seguirlo e al compiere la missione da lui iniziata, non solo per il nostro bene ma per quello dell'intera umanità. Oma era ancora stremato e sotto shock per aver perso altri cari, e non era capace di darci qualsiasi tipo di consiglio. Avremmo dovuto fare tutto da soli.
«Dobbiamo recuperare Nommo, prima che facciano qualcosa di irreparabile» sbottai. La passiva autocommiserazione di Atken mi dava sui nervi, e con TeePaa ci eravamo ormai decisi ad agire, che il guerriero della prateria avesse partecipato o no.
«Con tutto il trambusto che hanno fatto, sicuramente ci saranno delle tracce che potremo seguire, se non addirittura un percorso. La foresta non è molto grande, e dovremmo uscirne abbastanza in fretta. Però non possiamo farci scoprire. Sarebbe meglio agire con l'oscurità. Allora, sei dei nostri o no?». TeePaa si fece sempre più insistente, arrivando a perdere ogni comprensione per il frustrato Atken, che si limitò a darci il nostro consenso muovendo la testa in silenzio.
«Bene. Allora partiremo questa sera stessa. Abbiamo ancora qualche ora. Procuriamoci delle scorte. Nel frattempo, tu andrai a dire a Oma che gli riporteremo tutti quelli rapiti da quelle maledette bestie. Intesi?». Ora anch'io mi ero fatto autoritario. Recuperare Nommo ora era la priorità assoluta, e io e TeePaa avremmo fatto l'impossibile per riprenderci il nostro mentore.
Partimmo verso la foresta quando il pomeriggio stava cedere il passo alla sera. Il sole era ancora discretamente alto, ma in lontananza era già visibile la mistura di giallo, rosso e arancione anticipa la sua discesa. Procedemmo ad ampi passi tra pini e abeti, tra i quali però era stata letteralmente spianata una strada dal passaggio dei giganti. Grossi tronchi coperti di muschio giacevano orizzontali davanti a noi, e fummo costretti a scavalcarli per poter continuare a procedere. Il passaggio di quegli esseri aveva causato proprio quello che ci aveva raccontato Oma. Non c'era, a parte qualche roditore e alcuni uccelli, quasi più un animale in quelle zone. I giganti avevano risparmiato solo le piante, ritenendole inutili, arrivando addirittura a ripiegare sulla carne di altri esseri umani per nutrirsi. Con quella stazza, d'altronde, era abbastanza improbabile che riuscissero a rifocillarsi solo con frutti e verdure, o che potessero addirittura pescare. Impronte di piedi almeno dieci volte più grandi dei nostri marchiavano il fango scuro del suolo, che laddove non era pastoso e putrido mostrava polverose fosse, causate dagli alberi sradicati dai giganti.
«Terrificante. Cosa faremo una volta fuori di qua?» domandò Atken. Allontanai una grossa libellula che mi volava attorno e mi poggiai al tronco di una giovane sequoia, fissando lui e TeePaa a braccia conserte. Mi sentivo incredibilmente lucido e sicuro delle nostre prossime mosse.
«Appena usciremo, sarà buio. Come prima cosa, ci accamperemo. Sarebbe stupido lanciarci alla ricerca del loro covo così stanchi e affamati. Dobbiamo essere al massimo della forma, anche se vorrei essere lì quanto prima. Noi, una volta preso Nommo , guaderemo il lago. Quindi appena usciti da qui fabbricheremo un'imbarcazione e la nasconderemo, così da poter salpare subito. Pensavo che tu potresti scortare gli abitanti di Made lungo la foresta, e passando per il villaggio portali poi tutti giù a Reeh'ma. Dopotutto, ormai conosci bene i monti». Avevo pensato a tutto. Avremmo prima scovato l'insediamento dei giganti, poi, una volta al sicuro, ci saremmo divisi. Atken su per le montagne, noi verso il lago. I giganti sarebbero così rimasti isolati, in una terra senza più risorse per i loro pantagruelici organismi.
Atken parve inizialmente stupito, ma poi si rese conto che il piano era effettivamente pulito e ben concertato. Neanche TeePaa ebbe nulla da dire.
«Mi sta bene. Non potevi orchestrare un piano migliore». Riflettei sulla mia capacità di restare calmo nelle situazioni meno agevoli, e me compiacqui. Anche quand'eravamo finiti tra i primati avevo mantenuto la calma, riuscendo a salvare me e i ragazzi. Divorammo letteralmente il terreno, arsi dalla voglia di sbrigare quanto prima quella rischiosissima faccenda. Il percorso tracciato dall'irruenza dei giganti era ben visibile, ma in prossimità dell'uscita, per evitare di finire direttamente tra le loro grinfie, decidemmo di deviare verso Ovest, in direzione del lago. Ci volle un'ora in più, ma alla fine sbucammo, tra i pertugi che si aprivano tra un pino e l'altro, lungo una riva sabbiosa, che interrompeva senza mezze misure la foresta. In una decina di metri, si passava da fittissime file di conifere all'acqua di un lago grandissimo, che brillava alla luce del tramonto. All'orizzonte apparivano colline e altipiani, mentre qualche chilometro a Est si estendeva un'area rocciosa, giallognola e desolata. Là stavano i giganti. Là stava anche Nommo.
Buttammo giù come meglio potevamo i tronchi degli alberi più giovani, e riuscimmo a tirar su una discreta mole di legno che ci avrebbe consentito di costruire una zattera di qualche metro quadro. Pilo fu fantastico nell'aiutarci: balzando tra i rami, e lanciandosi da un albero all'altro, riuscì non so come a trovare dei filamenti fibrosi simili alle nostre care liane africane. Eravamo pronti a sbrindellarci le vesti per tenere insieme i tronchi, ma la tenuta di quei legamenti vegetali ci stupì tanto da fidarci ciecamente di loro. Nascondemmo la zattera, ampia circa cinque metri quadri, tra le prime conifere e ci accampammo a riva. Il buio incombeva, e il sole sparì progressivamente andando a nascondersi dietro all'orizzonte. Sarebbe stato un momento poetico, se solo non ci fosse stata contemporaneamente in ballo la vita dell'essere che aveva cambiato e dato un senso alle nostre.

«No, non ora. Ancora due ore, e partiremo. Agiremo durante la notte». Così avevo deciso, e così sarebbe stato. Senza incontrare alcuna obiezione, aspettammo sulle rive del lago, tentando di pescare qualche pesce che si era pigramente adagiato là dove l'acqua ci arrivava alle caviglie. Neanche a dirlo, noi umani ci rivelammo troppo grandi e goffi per acchiapparne qualcuno, e ancora una volta fu Pilo a portare in tavola. Era strano, pensai: in confronto a quei pesci, eravamo noi i giganti. E, tutto sommato, mangiandoli non stavamo sconvolgendo la loro realtà meno di quanto quegli esseri abominevoli avessero fatto con la nostra.
Dal lago, che secondo Oma era stato chiamato Sevan in tempi remoti, proseguimmo verso Est, allontanandoci dalla foresta giungendo in una zona arida e sopraelevata, che dava su un'area circoscritta che sembrava scavata nella roccia. Era un piccolo complesso roccioso che era stato scavato al suo interno, divenendo un recipiente di vita. Ma la vita che vi proliferava era assolutamente terribile. Salimmo facilmente su quel monticciolo che sembrava un catino, e protetti da massi e cespugli rinsecchiti ammirammo la terra dei giganti. Avevano veramente scavato nella roccia come ci era stato detto: le pareti di quella specie di arena erano state modellate per ospitare grotte artificiali, e ne potevamo contare almeno una dozzina. Nel versante opposto rispetto a noi, un'apertura fungeva da uscita verso il mondo esterno, e supponemmo che fosse da là che i giganti passassero per dirigersi poi nei luoghi da razziare. E da lì noi saremmo entrati a nostra volta.
«Staremo qua sino all'imbrunire....Guardate». Dalle cave uscirono alcuni giganti. Orribili e sudici come li ricordavamo, portavano fuori dalle loro tane grossi pezzi di legno, e si sedettero lasciandosi cadere sonoramente al suolo. Causarono un gran polverone, e quando furono nuovamente visibili stavano provando, armeggiando enormi pietre, a far scoccare una scintilla per accendere un fuoco. Dopo numerosi tentativi falliti, seguiti da ruggiti agghiaccianti e qualche alterco, vi riuscirono, spartendosi poi il legno infuocato e portandoselo appresso nelle rispettive dimore. Uno di loro, che dal vistoso zoppicare riconoscemmo come quello con cui avevamo combattuto, era affiancato da uno strano essere, infinitamente più piccolo. Da lontano appariva come un bipede silenzioso e verdastro, costantemente deriso dalle risate e dai rutti di quelle luride bestie. Pilo gemette di sorpresa, indicandolo come qualcuno di familiare. Solo allora, sforzando la vista, capimmo di chi si trattava.
«Ma è Nommo! Sì, non può che essere lui! Che fortuna, è ancora vivo!» TeePaa si trattenne a malapena dall'urlare di felicità, e anche Atken parve rinsavire dalla sua apatia. Nommo fu condotto in una cava vicina all'uscita, e iniziai a pensare a come avremmo potuto eludere la sua mastodontica guardia. Non restava tanto tempo.

Con la notte, iniziammo a muoverci. I giganti erano ritornati gorgogliando alle loro case, e potevamo iniziare la discesa. Speravamo di coglierli nel sonno e di scappare provando a seminarli una volta infiltratici nella foresta, cosa oggettivamente difficile quanto le nostre condizioni, che ci avevano portato ad avvallare un piano tanto scarno quanto disperato. Ma, ancora una volta, la natura venne in nostro soccorso per proteggerci dai suoi stessi abomini. Ci eravamo spogliati di qualsiasi indumento potesse limitare la nostra fuga, e avevamo appena iniziato ad aggirare la cava per giungere al suo ingresso quando TeePaa mollò per un istante la torcia, facendola cadere a terra. Rotolando, questa finì su una piccola pozza scura, che improvvisamente sollevò una fiamma altissima e un fumo intenso e soffocante.
«Merda!» gridò TeePaa scostandosi con un balzo. «Che diavolo è questa roba?». Mi ricordai improvvisamente delle pozze di catrame che sorgevano in alcune radure vicino al nostro vecchio villaggio. Spesso gazzelle o Uri distratti vi finivano dentro, e invischiati letalmente, venivano sepolti vivi da quella sostanza densa e ribollente. Fu un attimo.
«E se usassimo questo liquido per appiccare il fuoco agli ingressi delle cave? A quel punto sarebbero bloccati, e potremmo guadagnare tempo!». Atken e TeePaa mi guardarono sbalorditi. Era la soluzione perfetta per scappare evitando qualsiasi contatto con quei mostri.
«Potremmo vuotare le borracce e metterci dentro una quantità di catrame sufficiente a coprirci qualche decina di metri!». TeePaa sapeva sempre come perfezionare le mie idee. Avevamo due borracce ciascuno, ottenuta da grossi frutti che avevamo raccolto mesi prima. Erano coriacei e simili a grandi zucchine, e avrebbero contenuto un bel po' di catrame. Passammo le borracce aperte sui bordi della pozza, cercando di non scottarci, e in poco tempo fummo riforniti del nostro prezioso materiale incendiario. Ci lanciammo in una corsa impercettibile, correndo sulle punte dei nostri piedi nudi, e circumnavigammo rapidamente i bordi della cava, arrivando ansimanti all'entrata. Era larga un paio di metri, e sicuramente i giganti l'avrebbero attraversata facilmente, se ci avessero avvistati.
«Spargiamone un po' anche qua, non si sa mai». Atken aprì la sua prima borraccia, spargendo il catrame per terra e continuando lungo le pareti dell'apertura. Proseguimmo e davanti a noi si aprì un'area arida, le cui pareti, che seguivano la forma ovale della cava, erano tempestate di aperture. Da esse non proveniva alcun rumore, e decidemmo di iniziare la nostra manovra, borracce alla mano.
«Verseremo il catrame in linea retta lungo le due pareti, e vi metterete ciascuno lungo la rispettiva colata, ok? Appena sentite il minimo suono, appiccate il fuoco! Io entrerò nella grotta dove tengono Nommo. Se non sbaglio, era la seconda qui sulla mia destra». Atken e TeePaa corsero facendo meno rumore possibile, versando rapidamente le loro scorte di catrame. Passai loro anche le mie due borracce, così da assicurarmi che vi fossero abbastanza metri in fiamme quando sarebbe giunto il momento. Con Atken sulla sinistra, e TeePaa che sorvegliava l'entrata della cava sulla mia destra, mi sentii abbastanza sicuro per introdurmi, da solo, nell'oscurità. Un rumore profondo e impressionante veniva dal buio. Alzando la torcia, vidi il gigante che avevamo combattuto a Made appoggiato a una parete. Russava con forza, seduto e con le braccia penzolanti. Faceva la guardia a un muro di rocce eretto momentaneamente, dietro il quale doveva sicuramente esserci Nommo. Sfoderai lentamente il pugnale, e tenendo alta la fiamma, assestai un colpo fulmineo al petto del mostro. Questi aprì gli occhi di scatto, svegliato dal dolore, ma prima che potesse alzare le braccia rigirai con tutte le mie forze il pugnale nella sua carne. Un suono roco, che restò intrappolato nella sua gola, accompagnò il suo abbandono, e con un sussulto che mi fece barcollare si abbandonò sulla parete, con un lungo rantolo. Terrorizzato, cercai di riprendermi, e passai il pugnale lungo la sua gola, per essere sicuro di levarmelo di torno. Poi, mi girai verso l'ingresso. TeePaa fece segno che era tutto silenzioso e tranquillo, al che corsi verso il muro di rocce.
«Nommo! Nommo!» sussurrai furtivamente.
«...Mhadija? Sei tu?»
«Certo, Maestro! Siamo qui per salvarti! Ora ti tirerò fuori».
«Fai piano, figliolo! Hanno un udito molto sviluppato, e un sonno per niente pesante...». Sapevo che Nommo non poteva arrivare in cima alla parete di rocce che lo bloccava, quindi, in punta di piedi, cercai di tirar giù i pezzi di quel muro facendo meno rumore possibile. Arrivato a metà strada però, con la faccia di Nommo che già spuntava da una fenditura, le rocce caddero rovinosamente al suolo facendo un gran fracasso. Sporco di sangue e di polvere, mi girai verso TeePaa, mentre Nommo scavalcava i sassi e si teneva a me. TeePaa fu attratto da un rumore che si andava sollevando in lontananza. Qualcuno si era svegliato.
«Quei bastardi si stanno svegliando! Venite fuori, veloci!». Un sommesso borbottio giunse amplificato dalle pareti della grotta, e il rumore di grandi e pesanti movimenti fu il segnale inequivocabile che i giganti si stavano alzando.
«Correte, maledizione!». Appena uscimmo, TeePaa ci spinse oltre la lunga striscia di catrame, e si girò verso il lato opposto.
«Appicca il fuoco, Atken! Adesso!». Atken si girò verso il fondo della cava. Un corpo gigantesco si era sollevato oltre l'ingresso del suo antro, e guardava verso di lui. Senza aspettare, posò una torcia sul catrame, scattando all'indietro. Una sequela di alte fiamme esplose in pochissimi istanti, generando una coltre di fumo che svegliò tutti gli abitanti della cava. Tra le gambe del gigante iniziarono a correre piccole e terrorizzate creature: erano gli abitanti di Made, almeno una ventina, che si lanciarono gridando verso di noi. Era la confusione più totale. Teste e mani abnormi emersero dalle aperture rocciose, e gli occhi insanguinati di quei mostri tornarono a fissarci.
«Cosa aspetti? La torcia!» gridai a TeePaa. Paralizzato dalla paura, questi si scosse e gettò la torcia sul catrame, alzando un'altra palizzata di fuoco. Gli abitanti di Made arrivarono da noi stringendoci e urlando, incrementando il caos della situazione.
«Atken! Vieni qua!» gridai. «Prendili e scappa con loro come abbiamo detto! Li porterai nella foresta e li farai subito salire sulle montagne. Al villaggio hanno già tutto pronto, e i giganti non potranno mai raggiungervi su quei pendii. Capito?». Atken annuì trafelato, e corse verso l'uscita seguito dal chiassoso corteo di uomini e donne. I giganti urlavano, accecati dai fuochi che si erano eretti davanti a loro. Quello a cui erano scappati i civili, però, aveva superato le fiamme con un balzo, e si stava dirigendo verso di noi sbraitando e urlando come una belva, esortando i compagni a fare altrettanto. Delle ripugnanti e sfigurate femmine uscirono dai loro covi, ma si ustionarono provando a camminare attraverso il fuoco, e lasciarono ai maschi l'incombenza. Ora anche un altro si era liberato del fuoco, indugiando però a causa del fumo che gli stava facendo bruciare gli occhi.
«Andiamo! Veloci, oltre l'uscita!». Condussi gli altri di corsa, là dove Atken era appena passato. Tra i boati assordanti dei giganti e i loro passi sempre più vicini balzammo oltre il catrame versato all'entrata, e ordinai a tutti di stare indietro. Posai la fiamma della torcia sul liquido nero, e il fuoco s'impossessò del terreno, risalendo sino alle pareti rocciose. Ne nacque una fiamma alta diversi metri che sollevò altro fumo, gettandoci per un attimo nella confusione. Quando questo però si diradò volgendo al cielo, tra le fiamme scorgemmo un viso orribile, sfregiato e con due occhi famelici. Il palmo della sua enorme mano si protese verso di noi ma venne inghiottito dal fuoco, al che il gigante si ritrasse squarciando il cielo con un urlo spaventoso. Si agitava tenendosi la mano, che puzzava orribilmente di carne bruciata. Un altro avvicinò il viso a noi ma il calore lo fece indietreggiare. Così come erano in difficoltà nel generare un fuoco, erano incapaci a gestirlo e a interagire con esso.
«Via, adesso! Via!!». Scattammo verso la risalita a Est dell'uscita, e iniziammo a circumnavigare la cava. Il fuoco era ancora alto, e avremmo avuto qualche decina di minuti per fuggire. I giganti saltavano, vedendoci in cima alla cava, ma per una volta il loro fisico non li avrebbe portati ovunque volevano. Alcuni erano stupidamente atterrati sul fuoco stesso, finendo avvolti dalle fiamme, orribili e gigantesche torce umane. Il caos si estese a tutta la cava, e quei mastodontici esseri iniziarono a cozzare l'uno contro l'altro, accecati dal fumo e pazzi di dolore per le ustioni. Ormai all'altro capo rispetto all'entrata, vedemmo uno di loro sbattere su una parete, cadendo e generando una frana che ostruì ulteriormente la loro unica uscita. Le fiamme che ardevano sulla stessa lo aggredirono, creando un'altra torcia ambulante, ora giacente quasi per magia sull'unica via che poteva ricondurli all'esterno. Dopo aver disceso definitivamente i bordi della cava, guardammo al cielo. Il calore delle fiamme illuminava a giorno quel regno scavato nella roccia, dal cui fondo si alzavano disumane grida di dolore. In alto, il cielo, violaceo e ricamato di miliardi di stelle iridescenti, non sembrava nemmeno curarsi di ciò che accadeva sotto di lui..
Restammo in silenzio, mentre prendevamo fiato e coscienza di ciò che stavamo vivendo. Il mondo di quei mostri era giunto alla sua fine. Il nostro, invece, sarebbe continuato a esistere.



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