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lavoro pubblicato mercoledì 16 settembre 2015
ultima lettura martedì 26 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 22 - COME FORMICHE

di PatrizioCorda. Letto 362 volte. Dallo scaffale Fantasia

Se il panorama si faceva di giorno in giorno sempre più suggestivo, le condizioni nelle quali versavamo erano tutto fuorché incoraggianti. Dopo qualche settimana eravamo ormai a metà tragitto, ma provati dal freddo e dall'impossibi...

Se il panorama si faceva di giorno in giorno sempre più suggestivo, le condizioni nelle quali versavamo erano tutto fuorché incoraggianti. Dopo qualche settimana eravamo ormai a metà tragitto, ma provati dal freddo e dall'impossibilità di trovare un riparo degno di tale nome. Mi stupii di come, ancor più di noi, Nommo resistesse più che dignitosamente. La notte portava con sé un'umidità incredibile, e credo che la cosa lo aiutasse a ristabilire il suo equilibrio corporeo, sicuramente più affine a un ambiente ricco di neve (e quindi di acqua) che a uno desertico e arido, con temperature altissime. La vegetazione era ormai scomparsa da giorni, e aveva fatto spazio a rocce grigie e tristi. Molte volte ,trovandoci di fronte pareti di roccia impossibili da scalare, fummo costretti a fare giri più ampi. L'aria si era fatta scarsa, e di notte faticavamo anche a trovare qualche ramoscello da bruciare. TeePaa spesso usava una seconda pelliccia come coperta, dando così riparo anche a Pilo, che nonostante l'incredibile cambiamento rispetto al suo clima originario era riuscito ad adattarsi. Zampettava coraggioso col pelo arruffato e coperto di nevischio, ed ebbi l'impressione che col tempo il suo manto si fosse inspessito e la sua pelle fosse divenuta più coriacea.
La catena montuosa era di origine vulcanica, e fortunatamente di tanto in tanto incappavamo in vecchi crateri che si erano riempiti d'acqua con i periodici scioglimenti dei banchi di ghiaccio. Circondati da grossi ciottoli rotondi, questi crateri erano fondamentali per noi, in quanto ci davano modo di ristorarci e di riempire le nostre borracce perennemente in riserva. La fauna, a parte qualche marmotta e qualche coniglio che appariva fugace qua e là, era assolutamente assente. Tuttavia, Atken ci suggerì di essere prudenti, specialmente nelle vicinanze degli specchi d'acqua.
«Non sappiamo realmente quali animali abitino questi monti. Ma ciò che è sicuro è che anche loro necessitano di bere; quindi, ogni volta che ci avviciniamo a luoghi come questo, restiamo in guardia». Si guardava attorno, con una mano sul pugnale e lo sguardo che andava da una parte all'altra, pronto a dare un allarme. Paradossalmente, fu in uno dei punti più ostili alla vita che facemmo un incontro indesiderato. Ci eravamo ormai addentrati là dove la neve era l'unica cosa si potesse presentare alla nostra vista. Le vette dei Monti Geghama non erano lontanissime, ma erano ancora difficili da vedere nella loro interezza, per via delle nubi che le attorniavano perennemente. Un gelido vento ci rovinava la pelle e spaccava le nostre labbra, e fummo costretti a cedere piccoli brandelli delle nostre pellicce per vestire Pilo, coprendo almeno i suoi piccoli piedi esposti al gelo. Temevamo di svegliarci il giorno dopo e di non ritrovare più uno di noi, e benché fossimo ormai maestri nello scovare aperture e piccoli pertugi dove ripararci, la temperatura era veramente insopportabile. Inoltre, la penuria di prede ci aveva costretto a intaccare pesantemente le nostre scorte di cibo.
Nella bufera di neve intravvedemmo, mentre risalivamo una pendenza innevata in cui affondavamo sino ai polpacci, una sagoma che saettava in lontananza.
«Tenetevi pronti» disse Atken. Sguainammo i pugnali pronti all'assalto nemico, quando l'animale, che correva in preda al panico verso di noi, rivelò delle grandi corna sul suo capo.
«Dev'essere un cervo, o un alce! Dobbiamo approfittarne!» ringhiò TeePaa. Non potevamo lasciarci perdere una simile occasione. La fame ci aveva fatto pregare il cielo di incorrere in una preda facile, e i nostri desideri erano stati esauditi. Improvvisamente il grande cervo, maestoso e dal pelo ormai bianco per la neve, rovinò rotolando verso di noi, dopo essere inciampato sulle zampe anteriori. Con un verso stridulo, ci finì alle spalle dopo che ci fummo aperti per farlo passare. Le sue zampe anteriori erano fratturate, e non si poteva più muovere. Atken si avventò sopra di lui e gli tagliò la gola in un baleno, macchiando il candido suolo di sangue e diffondendo quel colore rosso scuro che da tanto non vedevamo. Facemmo capannello attorno alla nostra preda e ci inchinammo per iniziare a sezionarlo, quando un ruggito venne giù dalla cima del pendio. Dei sordi e ritmici passi animali si stavano avvicinando a noi, e quando la bufera si diradò capimmo che i problemi non erano che cominciati. Avevamo visto diversi tipi di orso durante i nostri viaggi, ma mai uno interamente bianco. Esageratamente grande, si alzava in piedi e ruggiva furente verso di noi, per poi ritornare, a quattro zampe, a dirigersi verso chi gli aveva sottratto la preda. Si alzò un'altra volta e il ruggito fu ancora più intimidatorio. Pensai che fosse semplicemente coperto di neve, ma quando scosse il suo corpo immane per scrollarsi di dosso la neve constatammo che era realmente una specie che non avevamo mai visto, e che ora per giunta puntava verso di noi.
Pilo e Nommo si fecero subito da parte, e restammo in tre a cercare di difenderci contro gli artigli letali del mammifero. Lo circondammo muovendoci a passi laterali, schivando a fatica le sue terribili zampate, veramente rapide per un animale di quella stazza. Quando si alzò nuovamente in piedi, mi resi conto che era alto almeno il doppio di noi.
«Muoviamoci più veloci! Dobbiamo disorientarlo! Approfittiamo della poca visibilità!». Atken aveva visto bene. Non potevamo usare la solita tecnica dell'esca e dell'attacco alle spalle, perché l'esca avrebbe sicuramente perso la vita nell'uno contro uno. Potevamo solo sperare di essere abbastanza veloci per confonderlo e poi colpirlo nel momento giusto. Sempre che ci fosse stato un momento giusto.
Iniziammo a correre attorno all'orso, che ci guardava spaesato e sempre più irritato. Una zampata sfiorò TeePaa e lo fece cadere con la sua sola forza d'urto, ma fummo abbastanza lucidi e freddi da riprendere subito in mano la situazione. Con i pugnali in mano, continuammo sempre più veloci, finché l'orso si girò scoordinatamente, fissandomi negli occhi. Paralizzato per la paura, riuscii solo a vedere l'attacco simultaneo di Atken e TeePaa, che conficcavano i rispettivi pugnali nei fianchi dell'enorme bestia, che ruggì di dolore cadendo in avanti. Mi spostai gettandomi alla mia destra, e prima che si rialzasse, col pelo ormai intriso del suo stesso sangue, gli fummo addosso, pugnalandolo con isterica ferocia. Per non rischiare nulla, ci accanimmo sulla gola, e quando gli assestammo l'ultima pugnalata eravamo sudati, tremanti e sporchi di sangue. Restammo per un po' in silenzio, non sapendo se festeggiare o meno per aver ucciso una bestia che aveva sì attentato alla nostra vita, ma che era anche un esemplare unico e fantastico. La carne del cervo rimpinguò le nostre scorte, e pensammo anche di conservare parti delle sue corna per farne utensili e lame. Scuoiare l'orso invece fu triste e difficile, ma la sua candida pelle fu un'eccellente protezione dal clima sempre più duro.
Ci vollero altre settimane di generosa risalita per arrivare in prossimità della cima. Per fortuna, questa non era inaccessibile, e il pendio si era fatto sempre meno impervio. La nebbia ci avvolse, e oltre all'aria sempre più rarefatta, si aggiunse un aumento dell'umidità, che piacque a Nommo ma che ci costò qualche febbre e quindi pause e accampamenti di fortuna.
Arrampicandoci con le mani ormai scorticate sulla salita pietrosa e resa scivolosa dalla neve, iniziammo a capire che in realtà non c'era una vera e propria cima. Non c'era una punta rocciosa, ma le nubi che ancora ce lo nascondevano alla vista sembravano circondare un grande altopiano. Pensai a quanto strana fosse quella terra: ogni volta che sembrava ci dovessimo arrendere all'asperità della natura, questa ci svelava un passaggio meno difficoltoso del previsto, o un luogo dalle fattezze inaspettate. Forse, ci stava premiando per il nostro coraggio. Quando con tutta la forza rimasta nelle nostre gambe ci issammo in superficie, restammo stupefatti. Ci saremmo aspettati qualsiasi cosa in cima a quei monti, ma non un lago.
«Dobbiamo essere sul monte Azdahak» disse Atken affannando. «Gli anziani hanno sempre detto che questo è il punto più alto dell'intera catena dei Geghama. Raccontavano di un grande lago che sorgeva in cima al monte, e dicevano che da là fosse possibile vedere il mondo intero». Gli anziani avevano avuto ragione, pensai. L'aria era quasi irrespirabile, quindi dovevamo essere parecchio in alto. Presumibilmente, l'Azdahak non era altro che un antico vulcano, cosa che avrebbe spiegato quello che stavamo ammirando. Un grandissimo lago azzurro campeggiava al centro dell'altopiano, incastonato tra bordi ricoperti di ciottoli e rocce a volte rossastre, a volte quasi nere. Pochi chilometri sembravano separarci da quel vivido specchio d'acqua, e alla neve in alcuni punti si sostituiva un terriccio umido sul quale germogliava un abbozzo di prato verde. In quella giustapposizione di neve, terra e vegetazione scorgemmo, dall'altra parte del lago, delle sagome quadrupedi che camminavano, incerte, sui ciottoli.
«Ce n'è voluto, ma siamo arrivati». Atken era soddisfatto, e non vedeva l'ora di arrivare dall'altra parte dell'Azdahak per iniziare la discesa verso il nuovo mondo.
«Sono orgoglioso di voi». Nommo non si sbilanciava spesso con i complimenti, se non nelle occasioni veramente importanti. Per tutto il viaggio ci aveva incoraggiato, esortandoci a tenere duro e a stare uniti, ma sentirlo esprimere il suo orgoglio per noi così improvvisamente e in modo così genuino ci restituì tutte le energie spese in quella terribile salita verso il cielo.
Il pomeriggio si avvicinava, e decidemmo di fare un giro dell'altopiano per farci un'idea di quello che poteva offrire. Quando ci avvicinammo al lago, notammo delle enormi ossa là dove era ancora possibile scorgere il fondo, tra ciottoli e sassi di varie forme. Più in là, il lago si faceva sempre più profondo, e probabilmente, essendo un cratere vulcanico, doveva arrivare a parecchie decine di metri di profondità. Nulla di strano, quindi, che in quello scavo simile a un imbuto si potesse nascondere una fauna acquatica di grosse dimensioni. Arrivando a qualche decina di metri dai mammiferi che si abbeveravano al lago, riconoscemmo i rinoceronti a pelo corto e dall'unico corno che avevamo visto durante la nostra permanenza a Reeh'ma.
«Se sono riusciti ad arrivare fin qua» disse Atken, «dev'esserci sicuramente qualche passo che consente di arrivare all'altra parte. Certo che son capitati in un pessimo posto. Non c'è vegetazione, e credo che a loro interessi ben poco della splendida visuale». In effetti, le povere bestie erano stanche e affamate, e sbuffavano accontentandosi di qualche germoglio che strappavano a fatica dal suolo. Se l'esemplare che avevamo visto nelle praterie era fiero e robusto, questi suoi simili erano deboli e magri, e le costole sporgevano dai loro fianchi un tempo possenti. Dalle rocce, invece, spuntavano simpatici roditori, a volte marmotte, a volte donnole e faine. Pilo aveva ingaggiato una singolare corsa con una marmotta, e testardamente aveva cercato di acciuffarla, pur sapendo che si trattasse di una sfida impari. Nommo, intanto, si ristorava, cercando di abituarsi alla freddissima acqua del lago. Mentre noi continuavamo a dissertare sui rinoceronti bruni e su come fossero arrivati in cima, l'anfibio trascinò con fatica un grosso frammento osseo che ricordava la pinna di un essere acquatico. Grande almeno mezzo metro, la pinna conservava ancora tutte le minuscole ossa che la componevano, intatte e corrose dal tempo. Nommo si girò verso il centro del lago che brillava alla luce del sole, e rifletté.
«Evidentemente, il lago è molto profondo. Altrimenti, non potrebbero esservi vissuti animali tanto grandi». Osservò ancora la pinna, girandola ed esaminandola attentamente. «Potrebbe trattarsi di un animale dalla lunghezza compresa tra i tre e i quattro metri». Mi ritornò in mente il giorno in cui vidi il Mosasauro lungo il fiume Niger. Non avrei mai voluto avere a che fare con un mostro simile.
La notte passò serena, e al mattino decidemmo di esaminare il posto per trovare un passo valicabile. Trovammo un rinoceronte morto, e pensammo bene di approfittarne per tagliarne la poca carne che si portava ancora addosso. Camminando sui bordi dell'altopiano, la vista era impressionante. Eravamo immersi tra le nuvole, e il mondo intero sembrava essere ai nostri piedi. Foreste, fiumi, praterie e monti stavano sotto di noi, prostrati, mentre spaziavamo con gli occhi sino all'orizzonte, dove tutto sembrava finire e iniziare di nuovo, mischiandosi al chiarore del cielo. Il marrone, il verde e anche il giallo dei deserti lontani si mischiavano, così diversi eppure parte dello stesso incredibile pianeta. Cercai pazientemente la prateria di Reeh'ma, ma non ci fu modo di scorgere il villaggio. Eravamo troppo in alto, ormai. Chissà se il vecchio Togla avrebbe mai creduto a quello che eravamo riusciti a fare.

«Nommo! Vieni qua!». L'agitazione aveva fatto passare di mente ad Atken l'etichetta: ai suoi piedi, visibile nonostante il buio incombente, sorgeva una morbida depressione, a Nord Ovest rispetto al nostro punto d'arrivo. L'inizio della discesa era un po' ripido e avremmo dovuto fare attenzione, ma i segni sul terreno testimoniavano inequivocabilmente come i rinoceronti fossero passati di lì.
«Questo spiega tutto» asserì Nommo. «Ora però è veramente tardi, e non vorrei che lungo il percorso si celassero altri animali, stavolta più pericolosi. Abbiamo già rischiato una volta. Dormiremo nel solito punto, e domani ci incammineremo. Sei stato eccezionale, figliolo». Diede una morbida pacca sulla spalla ad Atken, che si era comportato veramente bene durante tutta la spedizione, e che come previsto, era stato di grande aiuto. La sua voglia di diventare un grande re e un esploratore provetto era stata la nostra marcia in più.
Fu una discesa rapida e indolore. Il terreno divenne presto morbido, e la pendenza via via più accessibile, fino a sembrare quasi un saliscendi su un numero interminabile di monticcioli e complessi collinari. Piccoli prati ricoprivano le zone più basse dell'Azdahak, e il paesaggio era ben diverso rispetto a quello del versante dal quale venivamo. Le rocce erano ancora la componente principale del luogo, chiaro, però un barlume di colore appariva di tanto in tanto. Alcune fenditure nelle rocce davano sfogo a sorgenti d'acqua fresca e dissetante, e arrivati a qualche centinaio di metri d'altezza iniziammo a distinguere i primi dettagli della zona sottostante. Una foresta smisurata, apparentemente di conifere, si estendeva sino alla riva di quello che ritenemmo un lago. Pur essendo convinti della nostra impressione, le sue dimensioni erano talmente esagerate da farlo sembrare un mare, se non fosse stato per alcune sottili strisce di terra che s'intravedevano dall'altra parte. Una zona semi paludosa sembrava precedere la foresta, immersa in una piana verde bagnata da alcune aree stagnanti. Poi, mi parve di vedere delle forme familiari.
«Ma quelle sono case! Non può essere altrimenti!». Era così, infatti. Anche se molto in alto, avevo avvistato delle piccole case, fatte di legno, sparse sull'area verde che precedeva le conifere. Fremetti di gioia: dopo quasi un mese di durissima scalata e discesa, saremmo tornati in contatto con degli esseri umani. Gridavo e mi sbracciavo, sebbene aprire la bocca mi ricordasse quante spaccature mal curate avessi sulle labbra. I miei compagni, però, non si unirono alle mie celebrazioni per la felice scoperta.
«Che succede?» dissi voltandomi. Nommo, TeePaa e Atken erano riversi su un enorme masso che, a goccia d'ambra, era poggiato su un cumulo di ciottoli grigiastri. Osservavano in silenzio, scorrendo gli indici su qualcosa che doveva essere inciso sulla superficie rocciosa.
«Che succede?» ripetei. Mi intrufolai nel mucchio con la forza, e vidi l'oggetto della loro attenzione. Qualcuno aveva usato una pietra appuntita per fare un disegno, le cui proporzioni ci lasciarono di stucco. Una figura umana, con le braccia aperte, si ergeva accanto a un elefante. Nulla di singolare, fin là. Già da piccoli avevamo visto i più grandi ritrarre scene di caccia su pareti rocciose e pezzi di legno. Ma in questo caso, l'uomo era grande tanto quanto il pachiderma, se non di più. Lo sguardo di Nommo si fece immediatamente serio e preoccupato, e sollevando il capo dallo strano e inquietante disegno, imboccò l'ennesima discesa senza dire una parola.



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