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lavoro pubblicato mercoledì 16 settembre 2015
ultima lettura venerdì 19 aprile 2019

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ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 20 - PIU' IN ALTO DEL CIELO

di PatrizioCorda. Letto 348 volte. Dallo scaffale Fantasia

Togla faticava a parlare. Nommo gli aveva messo addosso una pressione tremenda, e la natura oscura e malvagia di ciò di cui stava per parlare fece sì che non si girasse più verso i suoi conterranei, precludendo loro ciò che ...

Togla faticava a parlare. Nommo gli aveva messo addosso una pressione tremenda, e la natura oscura e malvagia di ciò di cui stava per parlare fece sì che non si girasse più verso i suoi conterranei, precludendo loro ciò che stava per rivelarci. I suo labbro inferiore, appena visibile per via dell'attaccatura della sua barba, tremava in maniera incontrollabile, e dovette stringere le mani con tutte le sue forze per non cedere ai brividi che s'erano diffusi per tutto il corpo.
«Io ho giurato che non avrei mai permesso a nessuno di oltrepassare queste montagne...Nessuno...». Ripeteva queste parole come un mantra, come il residuo di un giuramento studiato a memoria e rimasto nella sua testa per decenni. Probabilmente cercava, mostrandosi affranto e disperato, di smuovere la nostra compassione, ma se c'era qualcuno tra di noi capace di tenere il controllo dei propri sentimenti, quello era Nommo.
«La tua libertà finisce dove inizia la mia, Togla, e così è per i tuoi compiti». Smettendo di chiamarlo "amico mio", Nommo si era innalzato di un'altra spanna al di sopra del vecchio saggio di Reeh'ma, e gli aveva sostanzialmente imposto la sua irremovibile volontà. Saremmo andati oltre quei picchi che salivano al cielo, che lui lo volesse o no.
«Gli avi hanno sempre detto che colui che sarebbe sceso tra noi ci avrebbe guidato, e che il suo Volere sarebbe stato incontestabile, perché orientato al nostro Bene. Così desiderate, Signore, e così so che sarà, che io lo voglia o no. Giusto?». Togla era rassegnato, e teneva lo sguardo basso. Il ruolo che gli era stato assegnato, per quanto importante, non poteva precludere a un essere quasi divinizzato dai suoi avi di ottenere ciò che voleva.
«Viviamo entrambi, amico mio» disse Nommo rifacendosi amichevole «per divulgare la Conoscenza nel mondo. Conoscenza di noi stessi, degli altri, e di ciò che ci circonda. E non v'è spazio per la paura in questo percorso. Fermarsi significherebbe privare il prossimo del Bene che portiamo dentro di noi, e questo sarebbe l'errore più grave che si possa compiere». Il vecchio annuiva; non avrebbe voluto dare ragione a Nommo, ma l'evidenza dei fatti lo costringeva a farlo per onestà intellettuale. Non c'è ruolo che tenga davanti alle leggi non scritte dell'Amore per il prossimo e della Conoscenza.
«Va bene, mio Signore. Se questo è ciò che volete, io vi aiuterò. Vi racconterò ora perché quelle montagne sono così pericolose e terrificanti da aver costretto gli antichi ad eleggere qualcuno per impedire il loro valico». Con un forte sospiro cercò di scrollarsi di dosso la tensione e la paura evocate dai pensieri nella sua testa, e ci guardò con rassegnazione, sinceramente preoccupato.
«I Monti Geghama sono desolati, irti e pieni di pericoli», iniziò Togla in modo poco incoraggiante. «Quando i nostri avi arrivarono qui, alcuni di loro decisero di oltrepassarli per vedere se vi fossero condizioni più agevoli per crearvi un villaggio. Non tornarono mai. Le loro urla strazianti piovvero dai monti, e versi più potenti dei tuoni che cadono dal cielo le accompagnarono. Esseri mostruosi e crudeli abitano le terre oltre quelle montagne. Quelle cime sono maledette, mio Signore. Creature grandi quanto le montagne stesse popolano quelle aride praterie, e nessun'altra forma di vita sopravvive, dovendo cedere ad esse ogni singola risorsa. Oltre i Monti Geghama c'è solo la morte. Così, nei secoli, ci è stato raccontato». Pur non capendo una parola della nostra lingua, quando udirono "Geghama" donne e anziani scattarono in piedi terrorizzati, facendo qualche passo indietro e bisbigliando preoccupati in nostra direzione. Nommo, con le mani chiuse e gli indici che gli sorreggevano il mento, annuì pensieroso.
«Questi ragazzi» disse muovendo il capo verso di noi «sono sopravvissuti a pericoli incredibili. Hanno affrontato guerre sanguinose e terrificanti, una di queste addirittura contro creature non umane. Siamo preparati e non temiamo nulla. Porteremo là il nostro credo, a prescindere dagli esseri che vi incontreremo». Togla, e soprattutto Atken, che ascoltava alle sue spalle, rimasero interdetti sentendo parlare di esseri non umani. Passandomi il testimone con TeePaa, raccontai brevemente l'avventura nel covo degli uomini-scimmia, ponendo l'accento sulla nostra giovane età in quella circostanza. Aggiungemmo anche aneddoti riguardanti la guerra che combattemmo in Egitto, e percepii nel giovane cacciatore un'irrefrenabile voglia di mettersi alla prova, e di elevarsi al nostro livello.
Le nostre avventure divennero di dominio pubblico nei giorni a seguire, così come la nostra filosofia di vita. In nome di essa, ci prodigammo col tempo a insegnare agli abitanti di Reeh'ma i fondamenti della lingua egizia, cosicché fosse possibile comunicarvi in qualsiasi istante. Seppure con difficoltà, specie tra i più anziani, ancora restii a fidarsi, il popolo del villaggio fu capace in due soli mesi di riuscire a comunicare in egiziano, almeno per quanto riguardava le frasi più semplici. Togla ascoltava come un bimbo le nozioni astrologiche di Nommo, e appuntava tutto su lembi di pelle di capra. Atken ci portò a caccia con lui e i suoi compagni, e provai nostalgia di casa nel vedere che le loro tecniche di caccia assomigliavano a quelle che avevamo imparato al villaggio. Riparato su una piccola altura, mi tornò in mente mio padre, e mi nascosi per un istante in preda alla commozione. Ma nulla sfuggiva agli occhi guizzanti di TeePaa; non appena mi rimisi in piedi, acquattato dietro le rocce, la sua voce giunse alle mie orecchie.
«Bei tempi, vero?». Non aveva il solito tono canzonatore: una forte empatia scorreva assieme alle sue parole, e non potei fare a meno di annuire, tirando su col naso ancora visibilmente emozionato. Quegli uomini, apparentemente rudi e macchinosi, formavano un unico corpo sul terreno di caccia: in due o tre attiravano la preda, e nel frattempo il resto del gruppo la circondava, abbattendola con lance e frecce. L'enorme Indricoterio muggiva furente poco distante da loro, intimando a ogni altra bestia nei paraggi di non azzardarsi ad avvicinarsi ai suoi padroni. La preda del giorno fu un grande rinoceronte dal pelo bruno: aveva un unico e lunghissimo corno d'avorio sul muso, e il pelo, cosa mai vista nelle nostre specie africane, era molto corto e diventava nero lungo la testa dell'animale, formando una sorta di cresta equina. Attenti alle sfuriate della bestia e al suo lungo corno, Atken e compagni lo ferirono pesantemente tenendolo a distanza con le loro frecce, girandogli poi intorno per finirlo trafiggendolo con le lance.
Dopo due ore eravamo di nuovo a Reeh'ma, celebrati dai bambini che subito si misero a danzare intorno alla testa del povero rinoceronte, cosa che onestamente mi parve tanto innocente quanto macabra. Passammo la serata a consumare quella gustosissima carne mai assaggiata, e quando la notte scese, Atken ci prese da parte e iniziò a farci delle domande.
«Cosa pensate che ci sia oltre i Monti Geghama?» chiedeva mentre camminavamo ai margini del villaggio, con l'erba umida che ci sfiorava le tibie. «Togla e gli anziani hanno il terrore di quelle vette, ma in realtà anch'io ho sempre voluto vedere cosa c'è oltre. Vivere sapendo che qualcun altro ha posto dei limiti alla tua traiettoria è inaccettabile». Camminava con la testa all'insù, giocherellando con un sasso che scagliò poi a diverse decine di metri di distanza. Con un tonfo sordo, questo cadde oltre la quercia sotto la quale l'Indricoterio era solito appisolarsi, sollevando una frotta di uccelli notturni nascosti nell'erba.
«Quanti secoli fa siete arrivati su questo altopiano?» chiesi io, cercando di scavare più a fondo nella questione.
«Cinque, o sei. Non di più».
«Bè, allora potrebbe anche essere che le minacce di cui parlavano i vostri anziani non vivano più lì, e che col cambiare delle condizioni atmosferiche si siano estinte. In Africa abbiamo incontrato esseri che credevamo morti da millenni, ma non credo che questo possa essere il caso dei Monti Geghama. È un luogo piuttosto ostile per garantire la sopravvivenza di simili creature».
Atken ci guardò, e fece finalmente la domanda che voleva farci da tempo.
«Voi...Voi mi vorreste? Pensate che potrei essere d'aiuto?». I suoi occhi luccicavano al buio; desiderava risposta positiva più di ogni altra cosa.
«Ma certo, amico» si intromise TeePaa. «Sei forte in battaglia, coraggioso e anche abile nella caccia. Potresti tornarci utile, e questo è un dato di fatto. Ma l'ultima parola non spetta a noi...».
Atken si voltò verso la casa dove dormiva Nommo. Era collocata vicino a un alto abete solitario, e il fuoco, a giudicare dall'assenza di fumo attorno a essa, doveva essersi già spento.
«...Se il vostro maestro acconsentirà, mi insegnerete a usare le vostre armi? Voglio imparare a combattere come gli uomini del mondo evoluto. E voglio compiere questa grande impresa con voi. Il mio popolo avrà bisogno di un re valoroso in futuro, e quest'avventura con voi farà di me ciò che aspiro ad essere. Non ci sarà più un Guardiano dei Monti, ma bensì un Signore dei Monti». In un crescendo di esaltazione, la sua voce si fece sempre più sicura di sé, e guardando verso il cielo i suoi occhi divennero ancora più luminosi. Atken vedeva per sé un grande futuro, e l'avventura che ci apprestavamo a vivere sarebbe stata il crocevia della sua maturazione, da semplice cacciatore a signore del suo popolo.
«Ti insegneremo tutto quello che vuoi, ragazzo» disse TeePaa sorridendo e mettendogli una mano sulla spalla. «Se Nommo ti riterrà in grado, sarai dei nostri a tutti gli effetti e ci darai una mano enorme». Nulla da dire, TeePaa era più tagliato di me per questi momenti enfatici. Io, più chiuso e riservato, mi limitai a sorridere bonariamente, accodandomi al mio amico. Atken non parve curarsene. Ormai era già immerso nel suo sogno diventato realtà.

«Anche tu, Atken? E chi proteggerà il villaggio?». Togla sedeva davanti al fuoco incredulo. Scuoteva la testa, in segno di diniego, e agitava le mani come suo solito. «Come pensi che faremo senza di te? E se muori? Chi ti succederà al comando?»
«Non morirò, vecchio Togla. I ragazzi e il Saggio Nommo mi insegneranno come combattere alla loro maniera, e imparerò a usare le loro armi letali. Nessuno potrà mettere a repentaglio la mia vita. E poi, al villaggio sanno cacciare anche senza di me. Non vi mancheranno né viveri né protezione». Atken sorrideva, il viso squadrato immerso nei suoi folti capelli scuri, sempre più convinto della sua scelta.
«E tra quanto vorresti partire, figliolo?»
«Due mesi».
Il vecchio chinò il capo. Dovevamo proprio avergli sconvolto la vita, pensai. Arrivavamo dal nulla, e per iniziare violavamo un'imposizione secolare per poi portargli via il suo successore nonché il leader indiscusso della comunità. Sembrava la storia di me, TeePaa e Guashi, solo che stavolta le parti erano invertite. Eravamo noi i forestieri.
«Mio Signore, ritiene veramente il giovane Atken in grado di assistervi degnamente?»
«Assolutamente, Togla». Nommo aveva messo gli occhi sul ragazzo sin dal principio, reputandolo un Guashi delle montagne, e pensando subito in grande per lui. Non che io e TeePaa fossimo dei principianti armi alla mano, anzi, però l'apporto di Atken sarebbe stato oggettivamente più che gradito.
«Ancora una volta» sospirò Togla un po' afflitto «non posso che rimettermi alla Vostra volontà, mio Signore. Nulla potrà mai saldare il debito che abbiamo con Voi, per averci insegnato la Vostra lingua e averci reso un popolo colto. Che gli Dei ti conservino, giovane Atken, e che sia questo il viaggio in cui nascerà il prossimo signore di Reeh'ma». Si profuse in un inchino da seduto, e chiuse gli occhi restando in silenzio. Uscimmo dall'abitazione del vecchio, e quando fummo di nuovo in posizione eretta il giovane corse da noi, abbracciandoci pazzo di gioia.
«Grazie infinite, ragazzi! E grazie, Saggio Nommo! Non Vi deluderò, è una promessa».
«Ne sono certo, figliolo. Il tuo spirito è nobile e il tuo corpo indistruttibile. Sarai un grande aiuto per noi, e un grande sovrano per il tuo futuro popolo».
Aiutammo Atken a costruire un'arma simile ai nostri pugnali: un'affilatissima lama in pietra, incastonata in un piccolo manico di faggio duro e resistente. Seppure non all'altezza dei nostri pugnali egiziani, era un oggetto d'offesa temibile, e nei due mesi seguenti ci esercitammo ogni giorno, seguendo Atken nei movimenti e coinvolgendolo in simulazioni di corpo a corpo. Aveva una forza mostruosa, quasi pari a quella di Guashi: non volli pensare a quanto questa sarebbe aumentata in un combattimento vero. Anche altri cacciatori di Reeh'ma, in previsione dell'assenza del loro leader, decisero di armarsi e seguire le nostre lezioni, che per comodità divennero pomeridiane, cosicché potessero dedicarsi alla caccia in mattinata. Vedere alcuni di loro ferire cervi, bisonti e alci bianche con quei nuovi strumenti fu un'enorme soddisfazione, incrementata dal notare come ne facessero buon uso anche in attività giornaliere come tagliare carne, rami o lembi di pelle. Con una simile manualità, e con le loro nuove armi, difficilmente avrebbero avuto problemi di alcun genere.

Il giorno in cui ci lasciammo dietro l'ultima casa di pietra di Reeh'ma la brina ricopriva i prati, e anche se coperti da spesse pellicce di bisonte potevamo comunque sentire l'umidità del suolo che calpestavamo. Ricevemmo una rapida benedizione da Togla, che trattenne più del dovuto Atken raccomandandogli di tornare vivo al suo paese, e poi ci chinammo, colmi di gratitudine, verso il popolo che ci aveva ospitato negli ultimi quattro mesi. Ben armati, con lance, pugnali e archi, portavamo un grosso carico di provviste a testa, tenendole avvolte in ampi lembi di pelle di alce. Entrammo nella fitta foresta di conifere, e dopo pochi minuti di camminata fummo avvolti dal silenzio.
La luce del caldo sole primaverile penetrava moderatamente sotto forma di molteplici fasci di luce, dando alla foresta un aspetto incantato e fiabesco. Pilo sgambettava attorno a TeePaa, annusando impronte e raccogliendo qualche pigna, sperando di trovarvi qualcosa di succulento.
«Non vi sono molti predatori qua» ci fece notare Atken, a suo agio tra rami, fossi e il terreno molle. «Preferiscono vagare per la prateria, dove gli spazi sono più ampi e dove gli erbivori possono pascolare senza le sagome opprimenti degli alberi. Certo, qualche animale ci sarà anche qua, ma non dovete avere paura». In effetti, qualche animale apparve durante il nostro passaggio in quella foresta verde e rigogliosa. Un giorno, notammo uno di quei grandi bradipi che avevamo visto in Darfur aggirarsi di soppiatto tra gli alberi, cercando di strappare coi suoi grossi artigli i rami di un'altissima sequoia. Delle agili scimmie bianche volteggiavano in alto confondendosi coi raggi del sole, e lungo qualche ruscelletto dal fondale ciottolato potemmo anche ammirare qualche cavallo dal pelo striato di nero, fulvo sul dorso e bianco sull'addome. Gli equini si spaventarono subito e corsero via, ma non a causa nostra. Non molto distante, dei grossi felini maculati con zanne lunghissime avevano fatto la loro comparsa, annusando il terreno marcato dalle orme delle loro prede.
«Quelle tigri sono i felini più temibili che si possano incontrare in tutta la prateria» sussurrò Atken nascondendosi tra i cespugli, «è sorprendente che siano qua. Non è esattamente l'ambiente ideale per loro».
A parte questi incontri, furono due settimane relativamente tranquille. Mantenemmo intatte le scorte riuscendo a catturare roditori simili a ghiri e qualche cucciolo di cervo che si era perso, e quando uscimmo dalla foresta, che ci aveva a lungo privato della vista del cielo, potemmo ammirare sopra di noi una volta ancora più bella e celeste di quanto non la ricordassimo. L'estate si avvicinava, e davanti a noi un ampio prato anticipava l'inizio della catena montuosa di Geghama. Fiori viola e gialli crescevano su quel bel manto erboso, e fortunatamente ci trovammo davanti a un percorso non troppo ripido, formato da un susseguirsi di formazioni rocciose via via sempre più alte ma per nulla inaccessibili.
«Ebbene, aldilà di questi monti si cela ciò che i tuoi antenati hanno temuto ed evitato per secoli» disse Nommo, interamente coperto di pelli feline, ad Atken, che rispose annuendo.
«Non so se nei secoli sia cambiato ciò che sta aldilà di queste cime, Signore. Ma di certo, è cambiato il mio atteggiamento verso di esse: a differenza dei miei avi, non vedo l'ora di affacciarmi su quel mondo sconosciuto». L'energia e la voglia di esplorare di Atken ci contagiarono silenziosamente, e decidemmo di iniziare subito la scalata.
Come già detto, l'inizio della catena montuosa, le cui massime vette sparivano tra nuvole bluastre, era composta da una serie di altipiani posti come gradini di una scala, con pendenze fortunatamente tutt'altro che ardue da affrontare. Sui primi di questi passi era possibile trovare ancora della vegetazione. Era bassa e si alternava tra germogli di un verde vivo e altri marroncini, con l'aggiunta di qualche arbusto e qualche alberello sofferente per l'alta quota. Man mano che risalivamo, il fiato si faceva pesante, e la vegetazione iniziava a scomparire. Le pendenze si facevano più aspre, e il terreno, col suo colorito a volte grigiastro a volte marrone, si preannunciava sempre più spoglio. I monti, quelli veri, ci avrebbero sottoposto a sforzi ben maggiori, con le loro sagome scure ancora occultate da nebbia e nuvole. Stremati, decidemmo di sederci per consumare un rapido pasto e riposare le gambe affaticate. Pilo aveva raccolto strada facendo dei funghi, che Atken riconobbe e sui quali ci rassicurò, invitandoci a mangiarli. Mentre quest'ultimo si riposava, poggiando la testa su un masso tondeggiante, vidi TeePaa e Nommo in piedi, a dieci metri da me, intenti a fissare il paesaggio sottostante. Mi avvicinai a loro, e fu incredibile vedere quanta strada avessimo fatto in una decina d'ore. La foresta appariva bassa e piatta, come un mucchio di foglie distante pochi metri, e oltre di essa una grande distesa verde, la prateria del villaggio di Reeh'ma, si estendeva sino a sposarsi con l'ocra e l'azzurro del cielo pomeridiano. La Luna era già apparsa in alto, pronta a entrare in scena di notte, e riflettei, contemplando quella vista fantastica, su quanto in alto potessimo essere.
«Non lasciatevi impressionare troppo» irruppe Atken dalle retrovie, ancora sdraiato e con il berretto di pelo che gli copriva gli occhi. «Non siamo che all'inizio. Le vette dei Monti Geghama sono almeno dieci volte più in alto rispetto a dove siamo adesso. Abbiamo fatto tanta strada. Adesso rilassatevi, e mangiate ancora un po'. D'ora in poi sarà sempre più faticoso».



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