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lavoro pubblicato lunedì 7 settembre 2015
ultima lettura martedì 19 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 19 - IL GUARDIANO DEI MONTI

di PatrizioCorda. Letto 480 volte. Dallo scaffale Fantasia

Curiosità. Non c'era né paura né ostilità sul volto di quell'uomo. Solo una sincera e improvvisa curiosità, che non ci saremmo mai aspettati da una persona tanto anziana che, presumibilmente, aveva già visto pr...

Curiosità. Non c'era né paura né ostilità sul volto di quell'uomo. Solo una sincera e improvvisa curiosità, che non ci saremmo mai aspettati da una persona tanto anziana che, presumibilmente, aveva già visto praticamente tutto in vita sua. I suoi piedi erano coperti dai ciuffi d'erba che andava calpestando, e man mano che si avvicinava a noi, la sua figura imbiancata dagli anni si faceva sempre più alta e snella. Le piccole abitazioni che aveva dietro di sé si svuotarono presto, e ne uscirono alcune dozzine di uomini e donne, i primi perlopiù anziani. Il loro colorito era lontano da quello olivastro degli egiziani: avevano infatti una pelle poco curata e tendente al color mattone, sopracciglia folte e zigomi squadrati, e i loro capelli erano generalmente di un nero intenso. Le donne non erano sinuose come quelle che vivevano lungo il Nilo, e sebbene tra loro avesse fatto capolino qualche giovinetta, le tracce delle rudi e corpulente fattezze dei popoli di montagna erano visibili sui loro visi freschi e innocenti.
Molto presto, nessuno seguì più il passo dell'anziano dalla lunga barba bianca. L'uomo arrivò a due metri da noi, e ci fissò con sguardo interlocutorio. Era davvero alto, e benché io e TeePaa fossimo ormai giunti al termine del nostro sviluppo, toccando quasi il metro e ottanta, quell'uomo poteva ancora vantarsi di poterci guardare dall'alto in basso. Pur incuriosito da noi ragazzi, non poté fare a meno, tirando per un attimo la testa all'indietro in segno di sbigottimento, di concentrarsi sull'inedita figura squamata che ci stava accanto. Impellicciato e incapace di stare fermo per il prurito causato dalle pelli che portava, Nommo resse lo sguardo dell'anziano, affascinato dalla solennità del suo semplice vestiario. Il vecchio biascicò inizialmente qualcosa che non capimmo, poi, dopo un secco colpo di tosse, riformulò la frase. Aveva una parlata gutturale e che tendeva a marcare la maggior parte delle consonanti, ma ci parve di intuire qualche parola simili a quelle della lingua egizia. Magari in passato quella gente aveva vissuto nelle zone circostanti all'Egitto, per poi migrare sulle montagne.
«A me sembra di capire qualcosa...non ha detto tipo "da dove venite"?» mi chiese TeePaa. Annuii: avevo a fatica intuito le parole "dove" e "venire", insieme a "chi". L'uomo ci stava, a modo suo, facendo un giustificabile terzo grado, e quando anche Nommo confermò la nostra supposizione tirai un sospiro di sollievo. Non avremmo dovuto imparare una nuova lingua daccapo, costringendoci a restare là per chissà quanto tempo. Man mano che l'uomo parlava, ottenendo risposte monosillabiche da Nommo, prendemmo confidenza con quella parlata impastata e arrancante, e il dialogo prese un ritmo e una forma accettabili.
«Da dove venite?» insisté il vecchio, con le lunghe braccia che penzolavano sui fianchi.
«Noi veniamo dall'Egitto, Signore». Nommo aveva deciso di esprimersi nella maniera più semplice possibile. Alla parola "Egitto", l'uomo si passò una mano sulla lunghissima barba, aggrottando la fronte. Non se l'aspettava.
«Egitto?» ripeté incredulo. «Noi veniamo da quella terra. Migliaia di anni fa, prima dei primi re del Nilo, partimmo per trovare la nostra casa. E arrivammo qui, isolati da tutto e felici della nostra scelta. L'Egitto vive di regole complicate e affoga nella violenza dalla sua nascita. Non siamo certo ricchi quanto loro, ma almeno viviamo con semplicità e senza nemici». Con il passare dei minuti, la parlata dell'uomo si era sciolta, e benché non sempre si esprimesse nel rispetto di sintassi e grammatica era diventato più che comprensibile. Restavamo sempre sull'attenti, ma il fatto che interloquisse con noi ci aveva fatto ben sperare. Dopo pochi secondi, le folte sopracciglia dell'uomo s'inarcarono, e i suoi occhi s'assottigliarono.
«Ma voi non sembrate egiziani». Scrutò i nostri volti, incalzato da una crescente diffidenza. Era un muro umano che ci separava da una terra nuova e affascinante, e che continuava a osservarci, senza che capissimo le sue intenzioni.
«Ha ragione, Signore» disse Nommo cercando di smorzare la tensione. «Abbiamo vissuto in Egitto, ma veniamo dal cuore dell'Africa. E possiamo assicurarvi, Signore, che ora l'Egitto vive in pace, e ripudia la violenza». Forse Nommo aveva esagerato azzardando il verbo "ripudiare". Il vecchio rimuginò per qualche secondo, messo in crisi dal linguaggio già troppo elaborato per lui.
«In pace...» ripeté con voce roca, guardando in terra e massaggiandosi il mento coperto dalla barba. «Ma perché siete qui? Perché siete giunti al nostro sacro villaggio di Reeh'ma?». Bene, ora conoscevamo il nome del villaggio, per quanto fossimo all'oscuro della ragione della sua natura sacra.
«Siamo stati incaricati di compiere una missione, Signore». Ora per Nommo veniva il difficile. «Io, e questi due ragazzi, abbiamo il compito di attraversare il mondo e portare ovunque la Luce, la Verità, il verbo della Grandezza. E io, Signore, son disceso dalle Stelle per compiere questo ». Gli occhi giallastri del vecchio si sgranarono improvvisamente.
«Dalle Stelle?». Agitato, l'uomo imprecò in un dialetto intraducibile, e si avvicinò di altri due passi, iniziando a gesticolare. «Dall'antichità i nostri avi sostengono che un essere sarebbe piovuto dal cielo, per guidare il nostro popolo e svelarci i segreti della vita. Non avrei mai creduto che questa profezia si sarebbe avverata un giorno. Quell'essere...Siete Voi, Signore?». Col passare dei minuti il vecchio parlava sempre meglio e sempre più fluidamente, in un egiziano sgrammaticato ma comprensibile salvo qualche variazione di pronuncia. Evidentemente, aveva parlato in dialetto per anni, senza poi più incrociare nessuno proveniente dall'Africa.
Nommo sorrise, e anche Pilo, che era rimasto appiccicato a TeePaa percependo la tensione nell'aria, si rilassò sospirando sommessamente.
«Che io lo sia non è cosa certa, amico mio» rispose l'anfibio, «ma se me ne darete l'occasione, farò tutto ciò che è in mio potere per esserlo». Da una posizione d'inferiorità Nommo era passato ad essere venerato da quell'uomo tanto solenne e magnetico, che si inchinò maestosamente prima di ritornare a fissare il suo profetizzato ospite non-umano.
«Signore, qual è il Vostro nome?»
«Nommo, amico mio».
«I nostri avi chiamavano il Signore delle Stelle col nome di Mohdai, ma se Nommo è il Vostro nome, Signore, che sia esso a illuminarci e a mostrarci i segreti del mondo. Il mio nome è Togla, e sono capo e padre spirituale del sacro villaggio di Reeh'ma. Ora seguitemi: Voi e i Vostri amici sarete nostri ospiti per quanto tempo vorrete». Si girò, e con ampi movimenti delle braccia ci invitò a seguirlo.

Ora che non avevamo più addosso la paura di un possibile attacco, potevamo guardare meglio il luogo in cui eravamo arrivati. Come già detto, ai nostri lati non v'erano boschi, ma solo un'estesa prateria verdeggiante; davanti a noi invece si era ormai formato un nugolo di persone ansiose di capire chi fossimo. La prateria sembrava limitata da monti lontani, che probabilmente formavano una catena le cui vette più imponenti e massicce sorgevano proprio davanti a noi, oltre il villaggio e il fitto bosco di conifere che seguiva. Faggi e querce crescevano saltuarie nell'area che includeva le case di quel popolo sconosciuto, spesso anche a distanza ravvicinata dalle abitazioni, la cui sommità sembrava in tutto e per tutto una cupola. Togla tenne le braccia aperte per tutto il tragitto urlando qualche cosa che non potemmo discernere. Era evidente che fosse uno degli ultimi nel villaggio ad aver avuto un'istruzione, così come era palese che, in quella piccola realtà, tutti parlassero nella vita quotidiana un rozzo e animalesco dialetto composto più da grugniti che da parole.
Vi erano, in questo sciame umano, alcuni anziani rugosi e ormai stempiati. Probabilmente, assieme a Togla, erano stati gli ultimi ad aver sentito parlare delle origini egiziane del loro popolo. Le ragazze più giovani si stringevano agli abiti sporchi e unti delle madri, che si facevano forza cercando di tenere a bada i bambini, avvolti in grossolani brandelli di pelli animali e sporchi di terra. Questi sembravano gli unici a non essere spaventati dal nostro arrivo.
«A volte mi chiedo come mi sarei sentito se nel mio villaggio di punto in bianco fossero arrivati due tizi di un colore mai visto, un lemure gigante e un uomo-pesce» dissi con leggera ironia. TeePaa ridacchiò e inclinò la testa verso di me, facendo una smorfia come per dirmi che non avevo tutti i torti. Nommo invece mi lanciò un'occhiata poco promettente: non aveva mai amato il termine "uomo-pesce". Lui era un Sireide, un compagno d'un altro mondo, e quella combinazione di sostantivi gli dava parecchio fastidio, tant'è che anche quando Hsekiu osava chiamarlo in quel modo faticava a nascondere il risentimento per un termine che riteneva offensivo e denigratorio. Infossai la testa tra le spalle chiedendo scusa, e tirai dritto in silenzio, mentre il vecchio ci dava le spalle. I suoi monili e i suoi bracciali sembravano essere resti fossili di chissà quale spropositata creatura, e la pelle di cui era fatta la sua veste ricordava, nell'aspetto e nel colore, quella di qualche razza equina.
Arrivati al cuore del villaggio fummo subito attorniati dagli abitanti, e Togla iniziò a catechizzarli indicandoci e continuando a parlare nell'idioma locale, che nessuno di noi riusciva minimamente a capire.
«Amici» disse voltandosi sorridente verso di noi «siete i benvenuti nel nostro umile villaggio. Presto i cacciatori torneranno da una battuta non molto distante da qua. Intanto, vogliate visitare il fulcro delle nostre vite». Circondati da bambini schiamazzanti e da donne non del tutto convinte della nostra affidabilità, passammo accanto alle prime abitazioni. In realtà, mi resi conto che non erano esattamente realizzate a mo' di cupola. Erano più simili a costruzioni circolari che si elevavano a un'altezza massima di circa un metro e sessanta, con ingressi tanto bassi da costringere chiunque a entrarvi chinandosi. La sommità non era del tutto coperta, ma bensì ospitava un buco non molto grande al centro. Dal fumo che usciva dalle case circostanti capii che quella gente, per via del clima rigido, avevano l'abitudine di accendere il fuoco entro le proprie mura, facendo uscire il fumo verso l'esterno tramite quelle aperture. Passai una mano lungo le rocce che, ammassate l'una sull'altra, costituivano la struttura di queste singolari dimore. Erano scure, quasi sempre nere, e irregolari di forma e superficie. La loro porosità suggeriva un'origine vulcanica, cosa sensata date le grandi formazioni montuose che sembravano circoscrivere l'area. Intanto, gli schiamazzi dietro di noi ci fecero notare come Pilo fosse già diventato una celebrità tra i bambini, che se lo contendevano a suon di carezze e abbracci affettuosi. Nommo, invece, non era altrettanto gettonato: più d'una ragazzina fu spaventata dal suo aspetto inumano, e le madri non sembravano vederlo di buon occhio. Per fortuna Togla capì subito il disguido, e con pacati cenni delle mani impose la calma ai suoi conterranei.
«Mio Signore, non Vi offendete. Purtroppo, non abbiamo mai visto un essere come Voi» disse imbarazzato. «Molti non conoscono la leggenda che predisse il Vostro arrivo, e temono di essere al cospetto di un'entità malintenzionata. Non è cattiveria, ma solo innocente ignoranza. Io stesso fatico ancora a credere a ciò che sto vivendo in prima persona». Nommo sorrise accondiscendente: dopotutto, non potevamo aspettarci un'apertura mentale pari a quella del popolo che avevamo da poco lasciato.
Sedemmo in uno spiazzo dove l'erba cresceva più corta rispetto ai margini del villaggio, e Togla ordinò in dialetto ad alcune donne di portare degli omaggi ai nuovi arrivati. Ci furono mostrate delle bellissime lame in pietra, assieme a grandi archi e a frecce appuntite e dal fusto di un legno coriaceo ma molto flessibile. Poco dopo, delle giovani dai capelli bruni, vestite di pelli scure e folte, ci porsero un'anfora fumante. Dentro vi era dell'acqua calda, in cui erano state messe ammollo delle bacche rosse e alcuni germogli delle conifere vicine. Bevemmo a turno insieme a Togla, e la sensazione di benessere che provammo grazie a quell'infuso fu straordinaria. Il suo sapore era dolce e pungente allo stesso tempo, e non appena deglutimmo sentimmo le nostre membra rinfrancarsi e i polmoni depurarsi istantaneamente. Annuimmo compiaciuti, congiungendo le mani per ringraziare del toccasana di cui avevamo gradito il sapore e gli effetti rinvigorenti. Con una ventina di persone che sedevano incuriosite e mormoranti, Togla si rivolse a noi cercando di spiegarci la situazione.
«Viviamo qui da secoli, ormai. La pace e la tranquillità di questo luogo valgono infinite volte più della frenetica vita delle città da cui venite. La smania di potere e l'ambizione hanno accecato gli uomini di quelle terre sin dal principio, e noi, gente semplice e umile, non potevamo vivere in un mondo del genere. Non vi sono agi né grandi conquiste nelle nostre esistenze, è vero, ma preghiamo costantemente gli Dei perché la semplicità e le privazioni del corpo ci conducano alla Grandezza dello spirito». Togla sembrava poter trovare un buon punto d'incontro con la nostra filosofia.
«Per questo io son sceso sulla Terra, caro Togla. L'amore, la purezza dello spirito, la devozione verso il prossimo. È questo che determina la vera qualità della vita, ed è agendo per noi e per gli altri che dobbiamo affrontare i giorni delle nostre esistenze». Nommo enunciava con l'indice destro alzato, mantenendo su di sé l'attenzione del vecchio saggio.
«Sembrano proprio le parole dei nostri grandi avi, Signore». Togla aveva gli occhi lucidi, e teneva le mani congiunte come in preghiera. Avevamo trovato il posto giusto per compiere nuovi passi in avanti nella nostra missione. Togla si esaltava, parlando con Nommo di Amore, di ricerca giusta e non smodata del progresso, del potere dei sentimenti, il solo potere a cui si dovesse veramente ambire. Convennero che fosse comunque giusta la gerarchizzazione nella società a prescindere da evoluzione e dimensioni della stessa, e che valori e potenzialità umane andassero esaltate tanto quanto quelle divine. Credere nei propri mezzi, in un mondo come quello, d'altronde non poteva che essere un credo per quella gente.
Il vecchio parlava con noi e con Nommo, e poi riformulava il tutto in dialetto locale, ottenendo consensi e lasciando i presenti stupefatti ed estasiati. Ben presto, ci fu chiesto di sostare a Reeh'ma per un periodo sufficiente ad erudire tutti i suoi abitanti, e accettammo senza rifletterci troppo.
«Questo è un segno del cielo! Non Vi sarò mai abbastanza grato per il dono che ci state facendo, gentilissimi amici miei. I nostri compagni cacciatori stanno per tornare, e potremo finalmente mangiare insieme». Nemmeno mezz'ora dopo, iniziammo a udire degli strani versi da Est, ma pur sforzandoci non ci fu possibile vedere anima viva all'orizzonte. Solo dopo un altro po' risentimmo dei fortissimi muggiti, e finalmente delle sagome furono visibili; molte di loro, però, non erano umane. Una mandria di una decina di animali, che scoprimmo essere bisonti, con grosse corna e tratti bovini resi poderosi e selvaggi dalla vita all'aria aperta, trotterellava tranquillamente verso il villaggio. TeePaa fece per alzarsi e impugnare un'arma temendo un assalto, ma Togla lo calmò. Quando vedemmo alcuni uomini, del tutto simili alle persone del villaggio, cavalcare con controllo assoluto quelle bestie selvagge, ci rendemmo conto che forse non eravamo al cospetto di una civiltà tanto arretrata. I bisonti, con i loro lanosi mantelli bruni, si fermarono a poche decine di metri dal villaggio, sbuffando e brucando l'erba accompagnando il loro masticare facendo mulinare le loro sottili code. Ci eravamo appena rimessi a sedere, quando i bambini si alzarono e presero a gridare, saltando e indicando verso l'orizzonte. Una schiera di uomini precedeva una bestia gigantesca, accompagnandone il lentissimo incedere. Un enorme animale grigio, col corpo di elefante, il collo da giraffa e la testa di rinoceronte emetteva muggiti assordanti, facendo tremare la terra sotto di sé. Sarà stato alto almeno sei metri, e la sua testa ricordava in tutto e per tutto quella di un rinoceronte, a parte l'assenza di corna sul muso. Le sue orecchie svolazzavano ritmicamente, e accanto a esso dondolava un cucciolo, alto almeno quanto un uomo adulto.
«Non vi preoccupate, amici. Non sono animali selvaggi, ma esseri che abbiamo incontrato tempo fa e che da allora teniamo con noi. Li abbiamo addomesticati e li utilizziamo per intimorire i predatori quando ci rechiamo a caccia in zone poco accoglienti». Togla fissava serenamente quell'essere immane, mentre Nommo lo osservava a braccia conserte con espressione meravigliata. Il mammifero, che gli studiosi odierni avrebbero definito un Indricoterio, arrivò lentamente in una zona contigua a quella dove brucavano i bisonti, e scelse, data la sua altezza, di cibarsi direttamente delle foglie di una bella quercia poco più alta di lui. Il cucciolo brucava dai rami più bassi, e della decina di uomini che li avevano scortati ne rimasero solo cinque, assicurandosi che non si creasse scompiglio in quell'inusuale pascolo. Gli altri uomini giunsero a noi, carichi di grossi pezzi di carne, e li porsero alle loro donne. Avevano sguardi fieri e occhi spesso verdi, capelli scuri e corti e corporature muscolose e slanciate. Le pellicce striate e fulve che indossavano facevano intuire che si fossero ben districati in alcuni scontri con grossi felini, e non appena Togla spiegò loro del nostro arrivo s'inginocchiarono in segno di devozione. Uno di loro, un uomo sulla trentina con occhi neri e una lunga chioma castana, si presentò parlando sorprendentemente la nostra lingua.
«Benvenuti nel nostro villaggio, amici. Mi chiamo Atken. Sono il capo dei cacciatori di Reeh'ma, ed è per me un onore fare la Vostra conoscenza. Sono anche il successore di Togla, sebbene egli non sia mio padre. Sarete benvenuti nel nostro villaggio per quanto lo vorrete, e spero che ci farete dono della vostra sconfinata saggezza». Quel ragazzo aveva tutti i tratti distintivi del leader nato: abile nella caccia, educato e colto al punto di parlare una lingua sconosciuta alla maggior parte dei suoi simili. Inoltre, nei suoi occhi si poteva leggere la voglia di regnare e di fare la storia della sua terra.
La caccia era stata prolifica, e sebbene Togla si prodigasse in un costante servizio di traduzione per i suoi compagni meno eruditi, la discussione fu scorrevole e amabile.
«La nostra terra non sarà fertile quanto l'Egitto, che può vantarsi di essere bagnato dal Nilo, ma offre anch'essa grandi ricchezze» disse Atken mangiando educatamente un grosso pezzo di carne arrostita.
«Grandi ricchezze e grandi creature» puntualizzò Nommo. «Non abbiamo mai visto un essere come quello», disse indicando l'Indricoterio che brucava disinteressato ai rumori del villaggio. «Eppure, sembra essere totalmente a suo agio con voi».
«Assolutamente». Togla aveva smesso di rosicchiare una grossa costola, e aveva risollevato lo sguardo cercando quello di Nommo. «Credetemi, quello che vedete è in realtà l'animale più mansueto che si possa trovare qui. Non fatevi ingannare dalle sue dimensioni. È innocuo, si riproduce con regolarità e la carne che ci dà è semplicemente squisita».
«Pazzesco» osservò TeePaa, mentre porgeva a Pilo una piccola ciotola piena di bacche e radici. «Questo posto è fantastico. Chissà cosa c'è oltre quei monti». Nommo udì TeePaa, e la curiosità del nostro amico parve contagiarlo immediatamente.
«Effettivamente...Amico mio, la vostra terra è senz'altro ricca di risorse, e le creature che la popolano sono incredibili, per quanto poco abbiamo avuto modo di vedere. Sarebbe veramente interessante poter vedere cosa c'è aldilà di quelle...». Nommo non poté finire la frase: Togla scattò sui reni e si alzò in piedi, facendo cadere la sua porzione di carne con un'espressione stralunata.
«No! Per gli Dei, non Vi venga in mente di farlo!». Atken lo osservava costernato, e ricordo che stetti a fissare il vecchio, paralizzato in una smorfia terrorizzata, mentre agitava le mani cercando di dissuadere Nommo dal suo desiderio.
«Nessuno deve valicare quelle montagne! Nessuno! Quando nacqui, fui designato come Guardiano di questi monti, e giurai che mai nessuno li avrebbe oltrepassati, a costo di sacrificare la mia stessa vita. Mio Signore, Voi non potete sapere cosa si cela aldilà di quella catena montuosa».
Era passato un istante dall'ammonizione di Togla, e già la smania di scoprire quale mondo si nascondesse aldilà di quelle vette azzurre ci aveva pervaso. Non ci sarebbe stato nulla da fare per il vecchio: avremmo oltrepassato quella barriera insuperabile, e niente e nessuno avrebbe potuto fermarci. L'espressione di Nommo si fece fredda, ma era solo una maschera. Dentro di sé, anche lui fremeva dalla voglia, e sapeva che quel luogo ignoto e temuto dagli abitanti di Reeh'ma sarebbe stato la nostra prossima meta. Si curvò leggermente, congiunse le mani posando le braccia sulle gambe incrociate, e fissò Togla negli occhi.
«Hai ragione amico mio, io non ne so nulla. E per questo, adesso, tu me ne parlerai».



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