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lavoro pubblicato lunedì 7 settembre 2015
ultima lettura martedì 19 febbraio 2019

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ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 18 - INCUBI DI SABBIA

di PatrizioCorda. Letto 401 volte. Dallo scaffale Fantasia

Tornammo dunque a convivere con le durissime condizioni atmosferiche delle zone disabitate e desertiche che avevamo attraversato prima di arrivare in Egitto. Ma stavolta, la prospettiva pareva assai meno rosea. Per prima cosa, avevamo perso Guashi: inn...

Tornammo dunque a convivere con le durissime condizioni atmosferiche delle zone disabitate e desertiche che avevamo attraversato prima di arrivare in Egitto. Ma stavolta, la prospettiva pareva assai meno rosea. Per prima cosa, avevamo perso Guashi: innamorato e con una famiglia sulle spalle, egli aveva trovato la sua Grandezza, la sua causa per combattere, e aveva deciso di abbandonare l'ambiziosa missione nella quale Nommo ci aveva coinvolto oltre dieci anni prima. Senza di lui, cacciare le già rarissime prede che potevamo incontrare avrebbe richiesto molta concentrazione in più, il che equivaleva anche a un bel po' di pressione aggiuntiva da sopportare. Ma non potevamo pensare di sopravvivere mangiando tuberi e insetti. Inoltre, venivamo da dieci anni in cui avevamo vissuto, se non nell'agio, quantomeno da esseri umani. Avevamo sempre avuto un tetto sulla testa, e i pasti caldi, assieme ai giacigli protetti dalle intemperie, non erano mai mancati. Ora, avremmo dovuto vagare per chissà quanto con dei pesanti fagotti sulla schiena, circondati da radure che non offrivano riparo o cibo per chilometri: cose a cui ci saremmo dovuti riabituare in fretta. Nommo inoltre non era più abituato a stare per lunghi periodi senz'acqua: ogni giorno a Men Nefer era solito rilassarsi e rifocillarsi bagnandosi nell'acquitrino o nei tratti meno profondi del Nilo, mangiando alghe e mantenendo la propria temperatura corporea nella norma. Ora, con qualche chilo di alghe secche appresso, avrebbe sicuramente tenuto duro per un po', ma era evidente che avremmo dovuto trovare uno specchio d'acqua, e in fretta.
Lo sognavo spesso. A volte, era un giovane scuro e slanciato, con un grande bastone biforcuto in mano, intento a dare disposizioni e a contribuire attivamente alla vita del villaggio; altre, lo vedevo assiso su un trono, con una pelliccia di leone e un copricapo con delle corna di Uro, che sbraitava e faceva condurre a sé poveri innocenti, ordinando la loro esecuzione e tenendo per sé tutti i loro miseri averi. La sua faccia poteva passare da lungimirante e carica di senso di responsabilità a ghigno diabolico e assetato di sangue nella stessa notte, senza che mi svegliassi per scindere i sogni dagli incubi.
«Di nuovo, eh?». TeePaa era seduto e fissava il fuoco, intento ad accarezzare Pilo mentre questo dormiva beato sulle sue ginocchia. Mi passai una mano sulle tempie: erano madide di sudore, sudore freddo. Tremavo, e avevo il fiatone. Chissà, se fossi stato in Egitto e avessi avuto un pezzo di vetro, come sarei apparso nel mio riflesso.
«Non so perché mi succede. Maledizione, e dire che non ci ho neanche mai parlato con quel bambino». Bisbigliavo, sempre più nervoso: non nutrivo nessun sentimento negativo verso quel bimbo, eppure ero in preda al terrore sapendo che era al villaggio da solo. Più mi allontanavo da casa, e più mi preoccupavo per i compagni che vi avevo lasciato. Volevo solo che vivessero in pace, sotto un leader animato dalle migliori intenzioni.
«Non hai mai pensato che lui potesse essere....Diciamo...Come Zaki?». Eravamo alle solite: TeePaa sapeva insinuare e mettere alle strette come nessun altro. Sapeva che lo pensavo, anche perché, da buon amico, era sempre stato segretamente d'accordo con me in merito.
«Sai come la penso» ribattei sottovoce, mentre guardavo Nommo dormire qualche metro più in là. Accampati sotto un grande baobab rinsecchito, ci prendemmo qualche metro di distanza dal nostro maestro e gli demmo le spalle, guardando il cielo pieno di stelle biancheggianti.
«Potrebbe anche essere una cosa buona» continuai. «D'altronde, Nommo ha detto che l'intromissione di esseri delle stelle nelle vite umane è un qualcosa che è sempre esistito. Poi, ci sono razze più e meno buone. Credi che nonostante Nommo si sia fidato a lascirarlo lì in nostra assenza potrebbe rivelarsi comunque un ibrido, diciamo, malvagio?». TeePaa ci rifletté un po' su, e poi scrollò le spalle.
«Naah. Credo che ci si debba fidare. Insomma, se non ci si fida l'uno dell'altro dopo dodici anni...Allora che diavolo ci facciamo qua?». Spiccio, ma indiscutibile. Se Noho Moyi era stato lasciato da solo al villaggio, e instradato sul percorso che l'avrebbe fatto diventare un capo assoluto, voleva dire che Nommo l'aveva ritenuto adatto. Già, doveva essere così. Il ragazzino sarebbe diventato un grande, e la sua stirpe avrebbe regnato per secoli e chissà quanto altro ancora. Ero semplicemente un po' troppo preoccupato per il mio amato villaggio.
Ma le mie notti erano squarciate da altre orribili visioni. Sognavo mio padre, coperto di sangue, intento a combattere insieme agli altri cacciatori del villaggio. Una battaglia infuriava, ma gli avversari erano troppo grossi e forti. Riuscivo a fatica a scorgere le loro sagome scure, le braccia lunghe, i balzi inauditi che compivano. Le donne scappavano verso le capanne, ma venivano inseguite e uccise. Gusa era a terra e veniva finito senza pietà, e del sovrano non v'erano più tracce. Le urla dei nemici echeggiavano nell'aria, salendo sempre più fino ad essere sovrastate da un ruggito già udito e temuto. Il re dei primati. Il rosso scuro del sangue macchiava quello più chiaro della sua pelliccia, e uno dopo l'altro tutti quelli che conoscevo venivano schiacciati dalla sua furia. Dov'era mia sorella? Eccola! Eccola, si guardava alle spalle terrorizzata, e si andava a chiudere in una capanna...No! Non rinchiuderti! Scappa, o sarai in trappola! Dalla montagna da cui vedevo tutto, impotente, non riuscivo a farmi sentire abbastanza. La mano di quell'immane belva si apriva e schiacciava la capanna, mischiando il suono delle frasche secche a quello delle ossa della mia unica sorella che andavano in frantumi.
E ancora una volta mi risvegliavo, stavolta con Pilo che sedeva sulla mia pancia e che mi leccava il viso con sguardo preoccupato.

Verso la fine del primo mese di viaggio, anche Leila tornò ad albergare la mia mente confusa e sull'orlo di un tracollo nervoso. Spesso la rincorrevo attraverso grandi prati coperti di germogli multicolori, o giravamo per la città riscuotendo l'ammirazione dei passanti. Mi meravigliai di quanto la mente umana potesse ritrarre cose e persone con tale fedeltà durante il sonno. I suoi occhi cambiavano colore in continuazione, e le sue guance si sollevavano dolcemente non appena i nostri sguardi s'incrociavano. Ci baciavamo e univamo i nostri corpi, scaldati dal fuoco acceso della nostra casa, e poi andavamo a rinfrescarci, ancora nudi, là dove il Nilo era balneabile. Altre volte, la sognavo mentre sorseggiava dell'acqua all'ombra dei salici del giardino di Zaki. Vestiva una lunga tunica smeraldo, e bracciali argentei e dorati le ornavano sontuosamente le lisce braccia olivastre, che parevano modellate dal più ispirato degli artisti. Il suo naso dalla punta leggermente accentuata era come lo ricordavo, e i suoi capelli ondeggiavano lenti, finendo spesso tra le mie mani. Era proprio tutto come un tempo. Un senso di benessere invadeva il mio corpo e il mio spirito, e seppure coscientemente sapessi che si trattava di un sogno, pregavo gli Dei perché non finisse lì, a costo di non svegliarmi mai più.
Ma poi mi svegliavo ancora una volta, e il demone della depressione mi prendeva di nuovo con sé. Cacciavo stancamente sporadiche antilopi e rettili che cadevano distratti tra le nostre grinfie, e non nego che a lungo fu TeePaa il solo a portare del cibo al rifugio la sera. Persino Pilo era più utile alla causa di me. Saltava e si arrampicava sulle rocce, o si intrufolava sotto grossi massi, tornando con qualche piccolo roditore paffuto simile alle comuni marmotte. Tuttavia, i miei compagni sapevano cosa stavo passando, e cercarono di farmi pesare la mia oggettiva inutilità il meno possibile.
Ma non sempre ero tanto fortunato da sognare la mia defunta compagna: ben presto, la sua meravigliosa sagoma divenne ben presto protagonista di incubi atroci e agghiaccianti, in cui demoni del passato me la strappavano e la portavano via con loro, torturandola in modo indicibile. Spesso la mia mente ci ritraeva assieme, abbracciati, nella vuota piazza della Piramide a Men Nefer. Le giuravo amore eterno e le chiedevo di sposarmi, ma prima che potesse dirmi di sì un'orda di soldati ci travolgeva. Un carro trainato da due orribili serpenti alati, uno verde e l'altro rosso, piombava dal cielo, e un uomo vestito d'oro e di nero, coperto di gioielli, trascinava Leila afferrandola al volo. I suoi occhi grondavano sangue, e il suo corpo macilento era quasi del tutto carbonizzato, emanando un puzzo atroce e spargendo pezzi caduchi delle sue carni dappertutto. Io venivo travolto dal suo esercito di non morti, e presto venivo fatto a pezzi mentre le urla disperate di Leila si disperdevano nel cielo rosso sangue, svanendo poi assieme al carro del suo rapitore. Un giorno uno di questi incubi si fece tanto realistico che mi svegliai, in piedi, fuori da una grotta in cui ci eravamo riparati, mentre urlavo con le mani nei capelli.
Nommo accorse immediatamente, e mi osservò accasciarmi al suolo, tremante e in preda all'ennesima crisi isterica.
«Ora che non hai più niente attorno a te, né nulla a cui pensare, i traumi della tua vita passata sono venuti a galla» disse posando una mano sul mio fianco. «Lo shock per la morte improvvisa di Leila non poteva latitare ancora per molto. Purtroppo, negli ultimi anni sei stato troppo preso per elaborare le follie, il terrore e le violenze a cui sei andato incontro. Ma dalla tua hai l'età, Mhadija: sei giovane, e hai una vita davanti a te, in cui vedrai cose meravigliose che ti faranno scordare ciò che hai patito. Adesso torna a dormire; ne hai bisogno ora come non mai». Nommo aveva ragione: la mia vita era andata così velocemente, continuamente cadenzata da fatti nuovi ed eccitanti, che non avevo mai avuto modo di elaborare i traumi passati. Ora che mi riaffacciavo al nulla e mi ritrovavo faccia a faccia con me stesso, però, la mia mente mi presentava il conto. Leila era solo la ferita più fresca che avrei dovuto curare; ma se era vero che il tempo mi aveva esposto a tante dolorose sofferenze, era anche vero che mi avrebbe aiutato ad offuscarne progressivamente l'amaro ricordo.
Col passare dei mesi, ci lasciammo alle spalle le aree semidesertiche e ci imbattemmo in delle irte salite rocciose, nella zona attualmente riconducibile alla Siria. Il tempo si fece rigido, e fummo costretti a usare le pelli delle nostre prede per vestirci più pesantemente. Se per me e TeePaa non era una novità, anzi era abbastanza comune che ci vestissimo in base al tempo, la coppia Nommo-Pilo era quanto mai buffa e male assortita: il primo era un anfibio squamoso e umidiccio, costretto a vestirsi di pelli arruffate e zeppe di batuffoli addirittura coprendosene i piedi palmati; il secondo era un lemure ormai adulto e alto tanto quanto il nostro maestro, e che aveva reagito sorprendentemente bene al cambio di clima.
Fortunatamente in quella zona le grotte non mancavano, sebbene spesso vi udimmo dei ringhi e dei gorgoglii poco rassicuranti che ci fecero girare alla larga. Nommo si ristorò pressò alcune isolate sorgenti lungo i pendii, e alcuni mammiferi lanosi simili a grossi alpaca ci fruttarono buone scorte di carne e pellicce. Mi stavo pian piano liberando dei miei fantasmi, e sebbene Leila fosse sempre nei miei pensieri cercai di essere fiducioso per il mio futuro, ritornando anche un'utile componente attiva durante la caccia. Era una vita dura, aspra per il fisico e per la mente, ma ricordarsi il nobile compito che ci era stato assegnato ci aiutava a combattere ogni giorno con tutte le nostre energie. Alla notte, accampati alla bene e meglio sotto quale piccolo strapiombo riparato, ammiravamo lo spettacolo del cielo: una tinta rosa e porpora abbracciava il blu della notte, creando una miscela armoniosa che riconciliava col mondo intero. Le stelle brillavano, più bianche che mai, e il soffio del vento, benché gelido, ci portava alle orecchie versi di animali e piante che non avevamo incrociato lungo il nostro cammino.
«Guardate l'armonia delle stelle, il fantastico compimento di ogni cosa» diceva Nommo con tono solenne, mentre stava seduto, le braccia sulle ginocchia, a cercare la sua casa. «Un giorno, uomini e Sireidi vivranno nella stessa gloriosa armonia». In quei momenti i suoi occhi si tingevano di ogni colore, e son certo che, preso dal momento, assaporasse la Grandezza stessa, sfiorandola appena col pensiero.
Fortunatamente, i pendii rocciosi si rivelarono l'anticamera di un altopiano verdeggiante, una specie di piccola oasi nella sterilità del niente. Alti monti bluastri svettavano in lontananza verso Nord, ma noi intanto restammo a goderci quel piccolo trionfo di verde lussureggiante. Questo era il mondo che nessuno aveva mai visto, dunque: l'erba era chiara e arrivava appena alle caviglie, e le conifere abbondavano, senza però crescere raggruppate. L'ordine sparso di alberi e cespugli ci fece subito dedurre che fosse un'area pressoché incontaminata. Pilo s'impiastricciò una zampa giocherellando con della resina che colava da un tronco, e dovemmo penare un po' per pulirlo perché pensò bene di passarsi la mano appiccicosa su tutto il corpo. Mentre cercavamo, procedendo diritti, una sorgente d'acqua per ristorarci e per lavare il nostro amico pasticcione, TeePaa, che procedeva qualche metro più avanti, si bloccò improvvisamente.
«Case! Ci sono delle case!». Era incredulo, e agitava all'impazzata un pugnale che s'era portato via da Men Nefer. Corremmo giù per una discesa verdissima, che portava a una piccola vallata sottostante ancora più bella e immersa nella natura. La discesa si rivelò più ripida del previsto, e mentre io e TeePaa correvamo, girandoci a destra e sinistra e guardando i monti in lontananza, sentimmo un rombo alle nostre spalle. Nommo, più macchinoso di noi per la poca abitudine al muoversi vestito, era inciampato e aveva preso a ruzzolare senza riuscire a fermarsi, coinvolgendo nella formazione di una stranissima valanga anche Pilo, che il giorno era in vena di combinare guai. Ci schizzarono affianco e caddero alla base del pendio con un tonfo sordo, e quando provammo a sincerarci delle loro condizioni notammo che a stento riuscivano a respirare per le grandi risate. Finalmente, un po' d'allegria!
Avevo trascorso mesi terribili, e avevo seriamente creduto d'aver perso la testa, ma ora il periodo nero sembrava alle spalle. Davanti a me, si presentava una nuova avventura, immersa in un inebriante profumo di prati e piante in fiore, e non sentivo altro che il desiderio di tuffarmici senza più indugiare. A circa trenta metri da noi, delle strane costruzioni a cupola, apparentemente fatte di blocchi vulcanici, sorgevano in ordine sparso. Ne contammo una decina, sparpagliate lungo una piccola radura interamente coperta d'erba. Né a destra né a sinistra si intravedevano foreste; notammo solo un bosco alle spalle delle ultime abitazioni e qualche altro albero sparpagliato. Sembrava senz'altro un'area fertile, e a noi parve subito una manna dal cielo, visti gli stenti degli ultimi mesi. Da una delle prime casupole uscì, prima ricurvo e poi eretto, un uomo. Era anziano, e sia la sua barba che i capelli erano bianchi e lunghi sino allo stomaco; indossava una lunga veste di pelle animale color ocra e portava anche calzature in pelliccia e svariati monili. Il suo passo fu inizialmente incerto, ma presto iniziò a camminare, a passi lenti e lunghi, verso di noi. Altri anziani e donne con bambini si affacciarono furtivamente dalle loro piccole dimore di pietra. Contrariamente alle nostre previsioni, avevamo ritrovato la civiltà ben prima di quanto avessimo pronosticato.



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