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lavoro pubblicato lunedì 7 settembre 2015
ultima lettura domenica 10 marzo 2019

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ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 17 - UN CUORE SUL FONDALE

di PatrizioCorda. Letto 447 volte. Dallo scaffale Fantasia

Avevamo visto giusto: con Zaki al trono, il regno di Men Nefer conobbe un periodo di straordinaria prosperità. Grazie alla nuova pace con Scorpione, che entrò nella capitale del defunto fratello accolto dal popolo festante, il commercio r...

Avevamo visto giusto: con Zaki al trono, il regno di Men Nefer conobbe un periodo di straordinaria prosperità. Grazie alla nuova pace con Scorpione, che entrò nella capitale del defunto fratello accolto dal popolo festante, il commercio riprese a fiorire, importando risorse agricole e bestiame in cambio di metalli pregiati e pietre preziose. Zaki volle a tutti i costi esplorare il suo regno, e compì un viaggio di quasi quattro mesi, accompagnato da Ayman e dalla sua guardia del corpo, durante il quale visitò le città più importanti del suo regno, navigando sul Nilo e riuscendo anche a metter piede in alcuni dei villaggi più poveri, distribuendo viveri e donativi.
Quando tornò, raccontò di esser giunto sino al capo estremo del suo regno, là dove il Nilo si unisce al mare in un languido, eterno specchio d'acqua azzurra, profondo e imperscrutabile. Disse di aver visto strani esseri nuotare al largo, dal colorito vivace e dal lunghissimo collo, intenti a compiere grandi balzi per poi ripiombare, squarciando il cielo coi loro versi, nelle profondità marine. Ci tornarono in mente le enormi creature viste al Lago Ciad, e pensammo che il mondo aveva ancora tanto da offrirci, e tanti luoghi ancora dove avremmo potuto portare il nostro credo. Ma in realtà, nessuno di noi voleva lasciare quel posto: con l'avvento di Zaki, Men Nefer era diventata una città fantastica, abbellita da alberi e siepi lungo ogni viale e sprizzante vita da ogni suo poro. Eravamo felici là, con le nostre vite semplici e le nostre bellissime compagne, e anche Nommo, credo, ogni tanto considerava la possibilità di stabilirsi definitivamente in quella terra calda e ospitale. Anche le nostre visite al giardino reale si fecero più assidue, e io e Leila stravedevamo per quel paradiso terrestre. Morbidamente coperta dalle sue vesti sottili ma mai osanti, Leila si adagiava elegantemente sui cuscini, e non di rado discuteva amabilmente con il re, che faceva sempre tutto il possibile per far sentire a proprio agio i suoi ospiti. La tenerezza di quel bambino, abbinata a un'inarrestabile etica lavorativa, ne fecero presto un esempio per tutti i giovani del regno, e le sue riforme vennero accolte dal popolo con grandi elogi.
Un altro gesto significativo fu quello di dare un volto concreto al suo credo, il cui caposaldo era l'ormai arcinota "Piramide dell'Amore". Non molto lontano dal palazzo reale, nel giro di due anni, fu realizzata una grande piazza ovale, lastricata di marmo grigio e circondata da deliziosi salici piangenti, altra grande passione del re bambino. Al centro di questa piazza fu poi fatta erigere una piramide alta una decina di metri: ciascuna della sue facce portava scritto "Amore" alla base e "Pace" e "Progresso" sui lati sinistro e destro. Il marmo faceva poi spazio a una punta d'oro massiccio, che nelle giornate più calde diventava incandescente e brillava di una luce fortissima. Ogni faccia recava, in linea retta, l'elenco dei sovrani che si erano succeduti nei secoli, mentre su ciascuna faccia della punta era impresso un papiro, simbolo del Basso Egitto. Zaki fece sì che assistesse all'inaugurazione anche il Re Scorpione, che finalmente portò al cospetto dei sudditi del nipote il piccolo Narmer I. Il bambino, seguito a vista dalla sempre bellissima Izra, era corpulento e dal viso squadrato: il suo sguardo determinato fece subito colpo su Nommo, che fece notare a Zaki il carisma irresistibile che emanava l'erede al trono dell'Alto Egitto.
«Maestà», sussurrò Nommo, abbassandosi sulla spalla del re, «converrete che il piccolo Narmer possiede già l'altero atteggiamento di un sovrano. Aldilà della fisicità, indubbiamente simile a quella del suo illustrissimo padre, un'innata carica alberga nei suoi occhi». Zaki annuì, concordando all'istante e cingendo il fianco di Nommo col suo braccio scheletrico, coperto dalla sgargiante manica oro e smeraldo della sua veste.
«Ho notato, amico mio», rispose volgendo lo sguardo a Narmer che lo fissò incuriosito e imbronciato. «Ora lui non può saperlo, ma quel bambino farà grandissime cose in futuro. Le sue mani plasmeranno la futura forma di questa terra». E quanto aveva ragione! Quel bambino, da grande, avrebbe dato il là alla grande epopea dell'Egitto dei faraoni, riuscendo nell'impresa di unificare i due regni e portando la sua terra all'apice del potere e del progresso tecnologico, stabilendo una supremazia millenaria sull'intero continente africano.
Narmer stette per tutta la cerimonia attaccato alla gamba della madre, che gli scompigliava amorevolmente i folti capelli castani e lo teneva stretto a sé. A volte sembrava pensieroso e si isolava, saettando con lo sguardo qua e là. Non sembrò prendere granché in simpatia Zaki, anzi parve irretito dall'aspetto sempre più lugubre del re, che di anno in anno vedeva crescere la sua testa a discapito di torace e spalle.

Molto presto il vecchio Ayman fu colpito da una serie di malattie che lo provarono duramente, costringendolo a letto per lunghi periodi. La sua tenacia, però, gli consentì di partecipare alle riunioni politiche più importanti, e soprattutto di esercitare durante un avvenimento che non dimenticheremo mai. Guashi e Azale annunciarono le loro nozze con poco preavviso, a malapena una settimana. Come io e TeePaa sospettavamo da tempo, il nostro amico avrebbe presto messo su famiglia. Quando Ayman, nel nome del dio Horo (divinità scelta da entrambi e con molto coraggio, essendo Horo stato bandito ai tempi di Hsekiu), li dichiarò marito e moglie, non potei non notare negli occhi di Nommo un alone di cupo risentimento. Eravamo partiti in quattro, ma ora forse avevamo perso un membro della squadra. Poche settimane dopo lo sposalizio, facemmo visita a Guashi nella sua nuova abitazione, una spaziosa casa ornata di pitture verde stagno a qualche centinaio di metri dalla nostra. TeePaa notò immediatamente, incuriosito dallo sguardo intontito di Pilo, un ammorbidimento nelle forme di Azale, che aveva iniziato a vestire più larga e tendeva insolitamente ad accarezzarsi il ventre ad ogni movimento brusco. Non appena questa si recò in cucina per portarci delle tazze d'acqua, TeePaa si avvicinò di soppiatto a Guashi, che guardava incantato la sua bellissima compagna.
«...Maschio o Femmina?», fece quasi strisciando verso il collo taurino di Guashi. Questi girò lentamente il capo verso destra, finendo naso a naso con il curiosone. Lo guardò fisso negli occhi trucemente, e per un attimo TeePaa pensò di essere andato troppo oltre, iniziando a sudare dalle tempie. In un baleno, il sorriso di Guashi si estese fino alle orecchie, formando un mosaico di tasselli bianco avorio, e le sue braccia grosse come tronchi stritolarono il ben più gracile amico.
«Una femmina! Una femmina, amico mio! Una sensitiva ha ascoltato la sua pancia, e dice che sarà una femmina! Sono così felice!». Vedere quella montagna bruna gioire come e saltare un bambino, sollevando TeePaa e lanciandolo per aria, mi riempì il cuore di gioia. Azale tornò tra noi in lacrime e Nommo la abbracciò calorosamente, per poi fissare negli occhi Guashi.
«Sarà valorosa e irriducibile come suo padre».
«Grazie, Maestro. Senza di te non avrei niente di tutto questo», rispose Guashi in preda all'emozione. «E grazie a voi, amici miei, per avermi preso con voi. Ora sono finalmente felice, e non desidero più combattere, se non per la mia meravigliosa famiglia». Si strinse alla moglie incinta, e piansero commossi reggendosi la testa l'un l'altra. Non l'aveva detto, ma l'aveva mostrato coi gesti e con lo sguardo: Guashi presto ci avrebbe lasciato.

Mancavano pochi mesi al compimento del nostro decimo anno in Egitto, ma nessuno riusciva a capacitarsene. Avevamo subito un'era di costrizioni, di follie e di scelte scellerate compiute da un sovrano invasato e fuori di sé, e avevamo visto una città quasi morire per l'emorragia umana dovuta all'insensata guerra con l'Alto Egitto. Ma poi, la luce era trapelata da una strettissima feritoia, e la nostra prigionia aveva avuto finalmente fine, con l'arrivo di un bambino inquietante ma dalle incredibili capacità. La città era rifiorita e aveva abbracciato una nuova epoca di ricchezza e di impeccabile diplomazia, grazie anche all'ordine sacerdotale che si era riscoperto, con a capo l'irriducibile Ayman, come il cuore della nuova ed efficientissima amministrazione statale. La pace con il regno di Scorpione, poi, aveva reso nuovamente saldi i legami nella dinastia imperiale, e i traffici commerciali erano estesi, prolifici e ventricolari, lungo tutta l'area attraversata dal Nilo, non più percorso di guerra ma bensì vettore di ricchezze e comunicazioni d'ogni sorta.
Ma il tempo chiede sempre il conto, e quando bussa non v'è possibilità di sottrarvisi. Ayman aveva sempre sperato di vedere Zaki crescere e diventare un adulto autonomo nella gestione del regno; purtroppo, non vide mai quel giorno. Una notte di Giugno, serenamente disteso sulla sua stuoia disseminata di cuscini amaranto, Ayman cadde tra le braccia del sonno e della morte allo stesso tempo, giungendo al capolinea di un'esistenza votata al sacrificio sino al suo ultimo istante. Quando fu comunicato il decesso del coreggente, una fiumana di persone si recò in presenza della salma, che venne inserita in un sarcofago di lamina d'oro e scortato da una decina d'imbarcazioni lungo il Nilo. Zaki e Nommo salparono su una di queste, e uno squadrone di esperti navigatori condusse la zattera col sarcofago fino alla foce del Nilo. Un corteo di migliaia di persone, compresi noi, seguì a piedi e in groppa a dromedari finché poté, abbandonando l'impresa quando il tramonto si fece inesorabile, portando a sé le barche ormai invisibili all'orizzonte. Ayman se ne era andato per sempre, tornando alle acque e alle loro profondità, che come ci aveva sempre detto Nommo sono la culla della vita stessa.
Zaki passò diverse settimane in uno stato di profonda costernazione, e a poco valsero le nostre visite.
«Avete perso un grande compagno e un aiuto inestimabile, Signore» soleva dirgli Nommo posandogli una mano sulla spalla. «Ma piangendo questa perdita troverete Voi stesso, e scoprirete la Vostra straordinaria forza, come uomo e come reggente». Il bimbo, che ormai aveva otto anni, annuiva quasi senza ascoltare, e a breve chiuse in sé stesso senza dare notizie per alcuni giorni.
Quando riapparì al pubblico, era l'ombra di se stesso: era magrissimo, con delle occhiaie ancora più ampie e violacee, che lo facevano sembrare un morto vivente data la sua enorme testa e l'agghiacciante pallore del viso. La larga veste azzurra che portava non faceva che accentuare i disastrosi effetti del suo digiuno, ma la fermezza del suo sguardo catturò comunque l'attenzione dei sudditi.
«Il re è molto malato» affermò Nommo osservandolo immobile. «E non credo che la morte di Ayman c'entri qualcosa. Governare su un regno può fiaccare un uomo adulto, figurarsi un bambino. Chissà quale peso sta sopportando». Il Re Scorpione, venuto in visita per confortare il nipote, gli stava alle spalle e lo osservava preoccupato, sempre pronto a scattare nel caso il grigissimo bambino avesse un malore. Questi appariva incerto sulle gambe, ma quando sollevò il capo e guardò davanti a sé, verso i palazzi e le loro finestre piene di persone affacciate, parve improvvisamente rinvigorito.
«Popolo mio!». Quell'affermazione mi fece raggelare il sangue: mi ricordava terribilmente gli appelli del padre, e temetti che qualcosa nella testa di Zaki fosse andato storto.
«Amici miei, come sapete, il nostro insostituibile e compianto Ayman ha lasciato questo mondo. Ma prima di farlo, ha adempiuto al suo dovere ancor più di quanto gli fosse stato chiesto. Ha regnato con me e per me, e mi ha insegnato tantissime cose, e non solo del duro mestiere del sovrano. È stato il padre che non ho mai avuto, e per questo vedete la sofferenza sul mio volto». Fece una pausa, chinando il capo e prendendo faticosamente fiato. Già, era molto malato.
«Ma non temete!» esplose a gran voce, riprendendosi la totale attenzione della piazza. «Se in principio navigavo nel dubbio, ora non è più così. Il grande Ayman m'è apparso in sogno, e mi ha rincuorato, rassicurandomi e dicendomi che ora il mio regno, il nostro regno, sarà ancora più grande! Nessuna minaccia colpirà mai la nostra terra, nessuna guerra o carestia! Un tassello importante della mia vita è andato perso, ma ho ancora la mia famiglia». Si girò verso Scorpione, che con le braccia incrociate gli sorrise, facendo un cenno affermativo col capo.
«Voi siete la mia famiglia! Voi sarete con me e mi sosterrete, e se sarò in errore farete sì che me ne avveda! Con voi e per voi regnerò e combatterò per la pace, così come Ayman ha combattuto per me! Che gli Dei lo custodiscano!» concluse issando il vecchio bastone di Ayman al cielo, in un gesto dalla potenza evocativa incredibile, che sollevò un'onda assordante di acclamazioni e invocazioni al defunto sacerdote. Le braccia dei sudditi si sollevarono, a pugni chiusi, invocando ritmicamente Zaki, Scorpione ed Ayman, e son tutt'ora certo che dall'alto il vecchio poté osservare felice e orgoglioso il suo piccolo, grande allievo.
«Che pellaccia» ridacchiò TeePaa, tenendo Pilo mentre questi si agitava alla maniera degli umani. «Re Zaki è veramente pieno di risorse». Nommo annuì e gli sorrise, mantenendo però un velo di preoccupazione sul suo volto. Se il regno avesse perso il suo giovanissimo sovrano, cosa poco auspicabile ma comunque possibile, il rischio di ripiombare in un'epoca di oscurità e carestia sarebbe tornato minacciosamente a galla.

Dalia nacque non molto dopo, e fu il giorno più bello della vita di Guashi. Come aveva predetto la sensitiva, era una bambina, ed era una degna erede dei suoi genitori. Aveva i delicatissimi tratti della madre e lo sguardo fiero ed energico del padre, qualche capello nero e appariva robusta e in ottima salute. Azale stava distesa, sorretta da abbondanti cuscini dietro la schiena e ancora provata per il grande sforzo, e prese con sé la piccola quando ci allontanammo dalla sala principale, uscendo fuori verso il cortile. Nommo aveva fatto capire da subito a Guashi che aveva intenzione di parlargli e non solo di recare visita alla sua famiglia, e ben presto la smania di sapere l'argomento della discussione ci portò all'infuori dell'abitazione.
«Dunque, è questo che vuoi?»
«Sì, Maestro. Abbiamo iniziato un grande viaggio insieme, ma sapevamo dal principio che solo uno di noi tre ti avrebbe seguito in capo al mondo e oltre. Qui ho trovato l'amore sincero di una compagna, l'affetto di un popolo onesto e una vita agiata, grazie anche al nostro giovane re» sorrise Guashi. Nessun rimorso, nessun risentimento nella sua voce. Era una rinuncia, sì, ma una rinuncia in luogo di una ricchezza ben più preziosa, quella di una famiglia e della definitiva serenità.
«So che Vi duole sentire queste parole, Maestro. Voi avete fatto tanto per me, e ve ne sarò eternamente grato. Ma il mio viaggio finisce qui. In tanti percorrono le stesse strade, ma non tutti con la stessa meta. La mia meta è questa. La mia meta sono gli occhi di mia moglie e mia figlia».
«Che gli Dei ti proteggano, figliolo». Nommo non disse altro e abbracciò con tutte le sue forze quella montagna di muscoli che aveva visto crescere, che aveva faticato più degli altri con calcoli e filosofia ma che nella semplicità dei gesti sapeva trovare la sua grandezza. E la semplicità della sua vita in quel momento, con una piccola casa e due donne al suo fianco, era tutto ciò di cui avrebbe sempre avuto bisogno. Ci abbracciammo intensamente senza dirci molto. In realtà anche io ero preoccupato: il bivio tra Leila e il compimento della mia missione si stava avvicinando sempre di più.

Non ci fu scelta. L'estate e l'autunno in Egitto si passavano sempre il testimone improvvisamente, e dagli acquitrini e dai canneti solevano emergere insetti maleodoranti e pericolosi, spesso portatori di febbri. Io stesso ne avevo sperimentato i fastidiosi e duraturi sintomi; ma quando neppure i migliori antidoti provenienti dal regno di Scorpione fecero effetto sul moribondo corpo di Leila, mi convinsi che si trattasse di una sorta di segno del cielo. Si era ammalata e ridotta a un cadavere ansimante nel giro di sole due settimane. Un mattino aveva accusato forti brividi e nausea, e spogliandola avevo notato un morso rossastro sul suo polso destro. Non vi fu modo di trovare l'insetto incriminato, e quindi decidemmo di trasferirci in fretta e furia in una zona vicina al palazzo reale, priva di canneti e dove soprattutto potevamo consultare nell'immediato i medici di re Zaki, tra i più dotti del mondo allora conosciuto. La febbre salì a livelli vertiginosi, e per tutte e due le settimane successive Leila delirò, arrivando anche a perdere la parola. Le tenevo la mano disperato, mentre ci cercavamo a vicenda con lo sguardo e ci facevamo forza, illudendoci che le cose potessero migliorare. L'inappetenza permanente la rese pallida, quasi violacea, e calure insopportabili si alternavano a momenti in cui sembrava di accarezzare un blocco di ghiaccio. Vegliai su di lei giorno e notte, e a nulla valsero gli sforzi dei medici reali. Anche Scorpione si mobilitò, mandando i suoi migliori esperti, i cui infusi però non portarono alcun miglioramento. Un mattino, fui svegliato dalla presa di Leila. Mi guardava sognante, e mi stringeva la mano con una forza che non aveva mai avuto. Continuò a fissarmi, ma non riuscì a emettere un suono, se non un flebile sospiro. Se ne andò candida come l'avevo incontrata. La crisi sembrò non avere più fine quando si sparse la notizia che anche Zaki era in punto di morte. Già distrutto dalla perdita della donna che amavo, mi ritrovai a vagare per le strade di Men Nefer mentre le donne piangevano e pregavano per il loro re, accasciate a ogni angolo di strada. Dopo la cerimonia funebre di Leila non volli più sapere nulla della vecchia casa, e ci trasferimmo tutti al palazzo reale per gentile concessione del consiglio di sacerdoti che il re era solito consultare e delegare in sua assenza.
Una sera, mentre ci dirigevamo verso le nostre stanze, Nommo mi fermò e guardò con aria decisa. Aveva qualcosa di importante da rivelarmi.
«Mhadija, credimi, non mi permetterei mai di disturbarti in questo momento di cordoglio, se non avessi una richiesta importante da farti».
«Dimmi, Maestro. Ti ascolto». In realtà non me ne importava nulla.
«Ho la sensazione che qualcosa, non so ancora se buona o cattiva, stia per accadere al re. È chiuso nella sua stanza da giorni, e non si sa neppure se sia vivo o morto. Andremo a controllare di persona».
«Di persona? Ma sarà sorvegliato ventiquattr'ore su ventiquattro!».
«Ogni stanza reale che si rispetti ha un'entrata e un'uscita secondaria, segreta a tutti meno che al re stesso. Ma si dà il caso che tanti sono stati i miei colloqui privati col re che sono riuscito a venire a conoscenza anche di questa strada nascosta, che lui stesso mi ha mostrato, e che mi ha pregato di usare se avessi temuto per la sua vita. Lui ci ha dato tutto, ricordalo. È giunta l'ora che noi ci mobilitiamo per lui. Ma ti prego, TeePaa non deve saperne nulla. Se venisse con noi, Pilo potrebbe seguirlo, e il suo schiamazzare potrebbe attirare l'attenzione delle guardie».
Promisi di non farne parola con TeePaa, e a metà notte sgattaiolammo attraverso il corridoio della nostra stanza. Da una botola di legno in un innocuo magazzino, Nommo mi guidò lungo un'interminabile scalinata, che parve inizialmente portarci in basso per poi farci risalire sino all'altezza del pavimento iniziale. Quando tornammo in superficie, mi guardai attorno: la mia torcia illuminava un corridoio mai visto prima, umido e fatto di grandi blocchi di pietra scuri e senza iscrizioni. Del muschio cresceva nelle fenditure tra un blocco e l'altro. Nommo scostò leggermente una spessa porta in legno, e intravedemmo la stanza del re. Era enorme, e con un soffitto altissimo. La stanza era illuminata da grandi torce agli angoli, e su ogni parete poggiavano fornitissime librerie. Al centro, sontuosi tappeti coloravano il pavimento, e su di essi stava un ampio letto dalle lenzuola bianche. Un lungo scrittoio, coperto da libri e carte, apparve alla nostra sinistra. Ma del re non v'era traccia. Il letto nella penombra sembrava sfatto, come se qualcuno si fosse alzato di scatto per una necessità improvvisa.
«Per gli Dei...» sentii bisbigliare Nommo. Seguii con lo sguardo il suo volto che si sollevava verso il soffitto e restai scioccato. Zaki galleggiava inerme per aria, con le braccia e le gambe penzoloni. Un alone verde ricopriva il suo corpo, e attorno a lui fluttuavano, imponendo le mani, tre esseri mai visti. Non portavano alcuna veste, e il loro corpo era minuto e interamente grigio. Non avevano né orecchie né naso, e la loro testa era spropositata rispetto al tronco tozzo e alle braccia, lunghissime e scheletriche. Le gambe erano anch'esse ridotte all'osso, e i loro occhi erano grandi, simili nella forma a quelli delle mosche e coperti di una patina nera che si estendeva uniformemente. Bisbigliavano con voce metallica delle parole per noi prive di significato, e col tempo il bagliore verde si fece sempre più intenso, fino a diventare un cilindro attraverso il quale Zaki fu fatto tornare supino sul letto. Gli esseri scomparirono rapidamente, ma prima di dileguarsi in un bagliore ronzante uno di loro ci intravide e rimase per qualche secondo a fissare Nommo in silenzio. Quando furono scomparsi corremmo da Zaki, che si svegliò ansimante. Alla finestra, vidi un lampo attraversare il cielo stellato per poi sparire del tutto.
«Amici» ansimò il bambino, che però appariva in migliore salute rispetto a prima, «cosa mi è successo? Ho sognato di correre incontro a una fortissima luce verde, e poi degli esseri simili a me...».
«Esattamente, Signore. Sono simili a Voi». Nommo ruppe il silenzio, e il bambino lo guardò perplesso. «Maestà, da sempre ho pensato che voi non foste del tutto umano. La vostra straordinaria intelligenza a un'età così giovane non poteva essere di matrice umana. Quegli esseri sono tanto simili a lei perché appartenete alla stessa razza; probabilmente, i deliri della vostra defunta madre erano fondati. Dev'essere stata fecondata da uno di loro. Questo spiegherebbe la sua natura. Voi, come me, venite dalle stelle». Zaki non sapeva come prendere la cosa, ed era palesemente sotto shock.
«Ma non temete, mio Signore. La razza dalla quale provenite, quella dei Grigi di Zeta Reticoli, è pacifica e incredibilmente avanzata. Su questa terra» continuò voltandosi verso di me «vi sono più razze provenienti da altri mondi intente a studiare gli umani. Alcuni lo fanno per spirito scientifico, altri per interesse a convivervi in futuro. Altre, purtroppo, con mire espansionistiche». Il suo sguardo si fece per un attimo serio, per poi stemperarsi subito. «Temevo per la Vostra vita, Maestà. Ma ora che so chi veglia su di Voi posso stare tranquillo. Proviene da una razza elitaria, e niente se non gloria e progresso accompagneranno il Vostro regno. Il mio compito qua è concluso». Disse ciò alzandosi in piedi, ma Zaki subito lo interruppe.
«Saggio Nommo, perché volete andarvene? Abbiamo ancora bisogno di Voi!».
«Non più, mio Signore. Conosco il suo sangue e le intenzioni del suo popolo. Non vi hanno salvato la vita per niente. Un giorno scenderanno tra voi egiziani, e renderanno la vostra terra ancora più evoluta e grandiosa. Nel frattempo, Voi regnerete e aiuterete gli uomini nel loro nome, e credetemi, sarete uno dei più grandi sovrani della storia». Chissà quanto impiegò il piccolo Zaki per capire tutto quello che Nommo gli disse in quel momento. Il mattino dopo raccontammo per filo e per segno a TeePaa ciò che avevamo visto e vissuto, e il nostro amico non tardò ad acconsentire a lasciare l'Egitto per continuare la nostra missione.
Il popolo ci salutò con onorificenze e feste, e l'addio a Guashi si rivelò piuttosto triste. Ci promettemmo di rincontrarci un giorno, che fosse da vivi o da morti, e ci separammo augurandogli la più serena vita possibile. Un pezzo della nostra squadra ci aveva lasciato, ma questo non ci avrebbe fermato dal raggiungere il nostro scopo.
All'alba partimmo accompagnati da uno stuolo di civili che ci caricò di provviste e utensili da viaggio; tra di loro scese Zaki, il volto nuovamente in salute e una nuova coscienza di sé negli occhi.
«A questi amici» dichiarò a braccia larghe «vanno i miei e i vostri più sinceri auguri. Avete contribuito a rendere grande questo regno, forse anche più di quanto non abbia fatto io con le mie mani. Incrollabile è la vostra determinazione, e incastonata nel vostro animo è la dedizione alla causa della Grandezza. Che possiate continuare a portarla per tutto il mondo, e che essa continui a splendere in voi. Pregheremo perché ciò accada». Ci abbracciò uno per uno, e si inginocchiò visibilmente commosso. Lasciavamo un amico, lasciavamo un re dal futuro luminosissimo ma soprattutto lasciavo, io, la prima donna che avessi mai amato.
Le porte di Men Nefer si chiusero dietro di noi, e il mondo tornò a essere la nostra smisurata dimora.



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