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lavoro pubblicato lunedì 7 settembre 2015
ultima lettura venerdì 18 gennaio 2019

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Una sera da ricordare - 1°

di Legend. Letto 396 volte. Dallo scaffale Generico

Normal 0 14 false false false MicrosoftInternetExplorer4 Una sera da ricordare 1°   Quella mattina del primo Settembre, a causa del mio insolito comportamento flemmatico, uscimmo di casa...

Una sera da ricordare 1°

Quella mattina del primo Settembre, a causa del mio insolito comportamento flemmatico, uscimmo di casa quando il sole aveva già fatto capolino sulla linea dell'orizzonte.

– Ehi pulcino, – Gridò mio padre per l'ennesima volta dal giardino – vuoi finirla di trastullarti?

Senza concedere risposta proseguii nel mio insolito tran tran, decidendo di uscire di cas e seguirlo, soltanto quando lo sentii sbuffare e borbottare alla sua maniera.

– Cos'avevi da gingillarti? – Chiese sentendomi trotterellare alle sue spalle voltandosi a guardarmi

– Nulla! – Risposi arrestandomi – Dai cammina

Da allora e per l'intero mattino non ci scambiammo una sola parola. Mio padre riprese a trascinare con il trattore le grosse radici estratte dal terreno il giorno precedente, mentre io proseguii nella concimatura del campo sotto la collina.

(Per la verità era già accaduto che il lavoro ci separasse per l'intera giornata, ma mentre le altre volte trovavo sempre un pretesto per avvicinarmi a lui, quel giorno evitai con cura di accostarmi, ma mai avrei immaginato che quel giorno si sarebbe trasformato nel più lungo e importante della nostra vita.)

Per qualche ora l'impegno nel lavoro seppe distogliere mio padre da qualsiasi altro pensiero, ma quando sul tardi si rese conto che non mi aveva ancora vista, con uno dei miei assurdi stratagemmi, iniziò a preoccuparsi da cambiare il suo percorso per osservarmi più da vicino.

Io mi resi subito conto di quelle sua manovre, ma ciò non modificò di una virgola il mio atteggiamento assorto e distaccato.

Conoscendomi fin troppo bene, quel mio strano comportamento suscitò in lui uno stato d'ansia che peggiorò con il trascorrere delle ore e sebbene quei miei mutamenti di umore, che di tanto in tanto mi colpivano non erano più una novità, quando fu l'ora di consumare il pranzo e lui si recò al capanno e mi trovò seduta sul prato, allora fu certo che qualcosa non doveva andare nel verso giusto

– Cos'è che non va? – Mi chiese a bruciapelo

– Nulla, va tutto bene – Risposi avviandomi verso i campi

– Ehi pulcino! Non mangi?

– Ho già mangiato. Ci vediamo più tardi. – Sussurrai offrendogli uno dei miei sorrisi

Il resto della giornata fu l'esatta copia del mattino e quando al tramonto si avviammo verso casa, io mi limitai a seguirlo ad una decina di metri di distanza senza pronunciare una sola parola.

Più volte lui si fermò per attendermi, ma cosa del tutto insolita anche io mi arrestavo riprendendo a stargli dietro soltanto quando, sconsolato, lui riprendeva il cammino.

– Sediamoci un po', io mi fumo una sigaretta e se tu vuoi dirmi cos'hai ti ascolterò senza fare troppe domande

– Sediamoci, ma non ho nulla da dirti...e tu smettila di fumare accidenti a te... lo sai che ti fa male

– Facciamo così, io smetterò di fumare fino a domani e tu mi dici cosa ti sta succedendo...ti sta bene?

– Ti ho detto che non ho nulla da dirti...uffa!

In casa le cose parvero perfino peggiorare e nel tentativo di spezzare quel mio stato di prostrazione, lui mi propose di andare assieme in città il giorno successivo.

– Ti ringrazio, ma ho troppo da fare – mi limitai a rispondere con uno stentato sorriso

– Potremmo passare in biblioteca – Provò ad insistere lui

– Lo sai che è chiusa per restauri

– Ah già! Beh, magari andiamo a prenderci un gelato

– No, preferisco restare a casa. Ho un sacco di lavoro arretrato da completare. Vai pure tranquillo

– Pensavo che un giorno di riposo ti avrebbe fatto bene

– Sei gentile a preoccuparti, ma davvero non posso

– E se dovessi avere bisogno di una mano?

– Stai scherzando? Tu hai bisogno di una mano? Da quando hai cominciato a raccontare balle?

Vista l'inutilità dei tentativi, ma continuando a controllarmi con occhiate furtive, lui decise di occuparsi della nostra cena.

Di solito, quando era mio padre a doversi occupare dei fornelli, io amavo sdraiarmi davanti il camino, avventurandosi in lunghe e rumorose zuffe con Soffio, ma quella sera sembrava essere tutto tremendamente diverso.

Nè lotte, nè grida e nè risate, me ne stavo seduta sul gradino del camino con lo sguardo perso nel vuoto e ogni volta che cambiavo posizione emettevo sospiri sommessi.

– A cosa pensi? – Azzardò mio padre

– A nulla e a tante cose – Risposi scrollando il capo

Quella frase, mormorata con voce stanca, probabilmente produsse in lui una sensazione di paura che gli serrò lo stomaco in una morsa dolorosa.

– Vai a lavarti le mani, la cena è in tavola – Disse

Mi diressi in cucina, ma neppure la vista di Soffio sul lavabo, pronto a ricevere sul muso la solita spruzzata d'acqua, riuscì a mutare il mio atteggiamento.

Infatti mi lavai le mani ignorandolo e lui, il gatto, dopo avermi osservata sedermi a tavola, saltò sul pavimento andando mogio mogio a strofinarsi alle mie gambe.

Inutilmente tentò di provocarmi con miagolii e colpi di zampa sulle gambe, io non lo degnai di un solo sguardo, rimanendo con il capo poggiato alla mano a giocherellare con le posate.

– Non hai appetito? – Domandò lui

– Non molto

– Qualcosa non va?

– No! – Mi affrettai a rispondere – Va tutto bene

– Allora vuol dire che non riesco più a capirti. È da stamani che ti comporti stranamente

Alzai lo sguardo incorniciando il volto con uno stiracchiato sorriso

– Sai come sono fatta, a volte mi capita

Lui annuì riprendendo a mangiare, mentre io, dopo aver assunto per l'ennesima volta una nuova posizione chiesi – Ti dispiace se salgo in camera?

– Non vuoi proprio parlarne?

– Di cosa dovrei parlare? Non capisco

– Beh, allora stammi bene a sentire, sarò vecchio e forse anche un po' rimbambito, ma ti conosco troppo bene per non capire che qualcosa ti preoccupa

– Ma dai, non mi preoccupa nulla, te l'ho detto, sono soltanto stanca. Può accadere anche a me di non avere appetito

– È proprio questo che non quadra. Sono anni che non salti un pasto. Tu saresti capace di mangiare anche mentre dormi

– E va bene ho mal di pancia, ora sei contento?

– Non dire scemenze non lo sono affatto. Avrai mangiato qualcosa che ti ha fatto male

– Ho mangiato le stesse cose che hai mangiato tu

– Vuoi che ti prepari una tisana?

– Una delle tue tisane? No grazie, ho già il mal di pancia! – Esclamai alzandomi per dirigermi verso le scale

Mio padre fece appena in tempo a sollevare lo sguardo su di me che mi vide sorreggermi alla tavola emettendo un gemito di dolore.

Alzarsi e prendermi tra le braccia fu tutt'uno, ma a quell'atto spontaneo reagii con violenza cercando di staccarmi da lui

– Lasciami! Sono capace di camminare da sola! Pensa alla tua cena – Urlai con voce risentita

Sorpreso per quella mia reazione egli si abbassò per depormi sul pavimento, ma non appena tentai di salire un gradino mi piegai nuovamente emettendo una nuova smorfia di dolore.

– Sta calma ti porto di sopra io – Disse lui sollevandomi di nuovo tra le braccia

– Mettimi giù – Implorai scoppiando a piangere – salgo con le mie gambe, lasciami!

– Accidenti a te, – Reagì lui – ma lo vedi che non sei in grado di camminare?

Spingendolo con le braccia tentai nuovamente di liberarmi – Lasciami brutto testone! Ho detto di lasciarmi!

– Ma cosa ti prende, sei impazzita?

– Non sono pazza, vuoi lasciarmi o no? E poi non sono affari che ti riguardano, mettimi giù!

– Per tua conoscenza non c'è nulla di te che non riguardi anche me

– Ora mi stai facendo arrabbiare sul serio. Porca vacca mettimi giù! – Urlai dimenandosi come un'anguilla

– Ehi! La finisci di urlare? Ho detto che ti metto a letto e sta pur certa che ti c'infilo dovesse cascare il mondo e poi fammi il favore di smetterla di parlare come un boscaiolo. Certe espressioni non stanno bene in bocca a una bambina

– Fred! – Sussurrai abbandonando ogni resistenza e cambiando improvvisamente il tono della voce – Sei proprio un gran testone. Io non sono più una bambina, sto diventando donna, sto sanguinando e ho una fifa da morire

È probabile che se in quell'istante un fulmine fosse caduto sulle scale, lui non se ne sarebbe neppure accorto. Si arrestò e vincendo una sorta di pudore che avrebbe voluto impedirglielo, spostò lentamente lo sguardo sul mio volto.

Quelle parole dovettero sembrargli qualcosa di assolutamente osceno, poiché ciò che era visibile del suo volto, prima divenne completamente rosso e subito dopo assunse un pallore mortale.

Poi, in una sequenza rallentata, si chinò per depormi sulle scale, ma io, serrandogli le braccia al collo sussurrai disperata

– Aiutami papà, non lasciarmi! Sto morendo

L'imbarazzo e forse la necessità di nascondere l'evidente turbamento, spinse il povero papà a salire le scale come un fulmine.

Entrò nella mia camera deponendomi sul letto, quindi, fatti due passi indietro rimase ad osservarmi grattandosi furiosamente la barba.

– Papà – Mormorai con voce lamentosa – non startene li impalato, fa qualcosa!

Avete mai visto nulla di eccezionalmente buffo e nello stesso tempo terribilmente drammatico? No? Allora avreste dovuto vedere cosa accadde a quel volto bruciato dal sole e parzialmente nascosto dalla barba.

Vi si dipinse quella bizzarra espressione di chi stenta a credere e non sa se abbandonarsi al sorriso o alla disperazione.

– Papà guardami – Sussurrai mentre lui, fingendo di non avermi udita, tentava inutilmente di frenare un'inquietudine che lo faceva sudare. Poi, dopo aver ingoiato un rospo gigantesco, crollò di peso sulla sedia.

– Santo cielo! – Borbottò dopo essersi schiarito due o tre volte la gola – Santo cielo! – Ripeté

– L'hai già detto papà e se per un momento lasciassi da parte il cielo e mi dicessi cosa cavolo debbo fare, forse sarebbe meglio

– E dovrei essere io a dirti cosa fare? Ma cosa ti dice quella testolina? Io non ne so un accidente di queste cose

– Mi sento male – Sussurri rotolandomi sul letto

– Senti dolore?

– Si, qui! – Rispose lei premendosi l'addome

– E da quando?

– I dolori sono iniziati un paio d'ore fa, ma è da stamani che...

– E me lo dici soltanto ora razza d'incosciente?

Mi strinsi nelle spalle – Porco mondo, mi vergognavo!

– E ora cos'è successo, non hai più vergogna?

– Ho troppa fifa e me ne frego della vergogna

– Ecco fatto! Siamo una bella coppia d'imbranati – Esclamò lui grattandosi la barba – Tu hai fifa e io non so cosa fare

– E tu fatti venire un'idea

– Ah no! – Disse lui saltando in piedi e avvicinandosi alla porta

– Non te ne andare. – Supplicai sollevandosi sui gomiti – Che cavolo, vuoi lasciarmi sola?

– Ma no, che sciocchezze dici!

– Allora torna qui, non andartene – Mi lamentai

Vincendo il desiderio di fuggire mio padre tornò a sedersi sul letto obbligandomi a distendersi

– Sta tranquilla, non vado da nessuna parte

– Oh papà, ho avuto paura che mi abbandonassi

– Non dire scemenze, dove vuoi che vada?

– Te l'ho mai detto che sei un amore? – Sussurrai lei prendendo tra le mie una sua mano – Cosa farei senza te... Accidenti che dolore!

– Fa male?

– Sembra che abbia un rastrello nella pancia

– Però sei una bella testona. Se me ne avessi parlato stamani ora avremmo già risolto

– Vorrei vedere tu nei miei panni, col cavolo ti saresti calato le brache

– Ehi ehi! Qui nessuno si cala le brache. Cerca di mantenere la calma

– E come faccio se tu non mi aiuti

– Lo farei, ma non è proprio possibile. Lo capisci questo, vero?

– No, non ti capisco. Perché non puoi?

– Perché queste cose riguardano soltanto le donne

– Porca vacca! Ma guardati attorno, vedi forse donne?

– Ma tu guarda! Proprio di sera doveva capitarci, dovremo viaggiare tutta la notte per arrivare del dottoressa

– No! Non ti preoccupare, resisterò fino a domani, ce la farò

Mio padre mi accarezzò i capelli

– Ma di questa cosa non ne sai proprio nulla? – Domando con voce imbarazzata

Scossi il capo trattenendo un gemito.

– Porca vacca che dolore, ohi!

– E sui libri? Non hai letto nulla che riguardi questa cosa?

– Sui tuoi libri? Papà, mio dio non scherzare – Dissi sbuffando aria come un mantice

– Va bene, non ti agitare. Dimmi se hai notato nulla di strano?

Lei annuì.

– Cosa? Oh no, non è necessario che me lo dica, ho capito. Oh signore! E ora cosa faccio?

– Papà! Accidenti a te, non farmi paura. È davvero così grave? – Domandai preoccupata

– Ma no, cosa ti salta in mente. È una situazione inaspettata, ma è del tutto naturale. Sta tranquilla – Rispose lui sfoderando un sorriso che avrebbe impensierito un cavallo

– Mi dici come cavolo faccio a restare tranquilla se tu stai bollendo e non mi dici cosa debbo fare?

– Certo che te lo dico. Per prima cosa devi...

– Debbo spogliarmi?

– Spogliarti? E perché dovresti?

– Oh cavoli ! Ci risiamo borbottai

– Se ho detto che non posso vuol dire che non posso – Gridò lui

– Come sarebbe non puoi?

– Cos'è, ora non mi capisci più?

– Eh no! Poco fa hai detto di stare tranquilla che si tratta di una cosa del tutto naturale e ora dici che non puoi. Papà, io sono sempre la stessa. Guardami, sono il tuo pulcino, sono tua figlia!

– Certo che sei mia figlia, però dirti cosa fare non fa parte dei doveri di un padre. Porco mondo, ma lo capisci che non sono un medico? Non posso toccarti, cerca di capirmi, ora non sei più una bambina

– Ma che cavolo dici ! Tu mi hai sempre curata, perché ora non puoi?

– Perché so già cos'hai

– Allora che cavolo aspetti a dirmi cosa fare

– Nooo, non posso!

– E chi accidente dovrebbe dirmelo? – Chiesi con voce adirata

– Una donna!

– Fred... sono io l'unica donna di questa stanza e non ne so un accidente di questa cosa

– Allora dovrai inventarti qualcosa

– Porca vacca tra poco morirò dissanguata e tu mi vieni a dire d'inventarmi qualcosa?

– Non si muore per così poco, puoi stare tranquilla

– E secondo te questa emorragia significa che va tutto bene?

– Beh, significa che certe funzioni del tuo corpo sono entrate in azione, tutto qua

– Oh beh, almeno so che non morirò. Però resta il problema di come debbo fare per arrestare l'emorragia

– Non puoi arrestarla

– Come non posso? Debbo lasciare che imbratti ogni cosa?

– No, non volevo dire questo. Il problema è più semplice di quanto credi, basta tamponare. Ecco, ora l'ho detto, bisogna tamponare

– E allora cosa aspetti? Fa quello che devi fare

– Io? Ma tu sei pazza piccola mia! Porca miseria ti rendi conto di cosa mi stai chiedendo?

– Forse si, ma tu non mi ami più – Mormorai sconsolata

– Non è vero ti amo moltissimo. – Mormorò lui voltandosi – Sai bene che darei la vita per te, ma in questo non posso aiutarti

– Oh signore aiutalo! Quest'uomo sta diventando pazzo! – Esclamai scuotendo il capo

– Cerca di capire, non sarebbe corretto. Questa è una cosa che devi fare da sola, è troppo personale

– Papà, io sto morendo e tu mi parli di correttezza, ohi! Se aspetti ancora un po' morirò di dolore

Lui scosse caparbiamente il capo – Non puoi chiedermelo, non posso!

Tra noi scese un imbarazzato silenzio, poi mi scossi e presi tra le mie le mani di mio padre

– Hai ragione tu, sarebbe imbarazzante. Va bene, credo di aver capito cosa t'impedisca di aiutarmi, ma almeno dimmi come cavolo debbo fare a tamponare. Che accidenti vuol dire? Ci debbo mettere un tappo? Ti rendi conto che nessuno mi ha detto nulla? Porca vacca ci sarà pure su questo pianeta qualcuno che abbia un po' di compassione per me!

Colta da un'altra crisi di dolori mi piegai in due gemendo.

– Ora scendo a prepararti una tisana. Ti porterò un'aspirina e vedrai che riuscirà a calmare il dolore – Disse lui avviandosi verso la porta

– Aspetta, non andartene, sto combinando un disastro sul letto. Ti prego papà lasciami aprire i cassetti della mamma nella tua stanza, li troverò qualcosa, no?

– Ottima idea! – Disse precipitandosi fuori dalla stanza

– Ma dove vai, aspetta!

– Non ti preoccupare, vai nella mia stanza, nel frattempo scendo a preparare la tisana – E fuggì via

Continua…



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