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lavoro pubblicato martedì 25 agosto 2015
ultima lettura mercoledì 10 luglio 2019

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ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 16 - PREDESTINATO

di PatrizioCorda. Letto 564 volte. Dallo scaffale Fantasia

Tre anni. Quel bambino aveva solo tre anni, eppure regnava già su un vastissimo impero. Cosa da non trascurare, aveva inoltre ristabilito in pochi mesi l'equilibrio in una capitale sventrata e privata di quasi tutti i suoi uomini. Si era circond...

Tre anni. Quel bambino aveva solo tre anni, eppure regnava già su un vastissimo impero. Cosa da non trascurare, aveva inoltre ristabilito in pochi mesi l'equilibrio in una capitale sventrata e privata di quasi tutti i suoi uomini. Si era circondato di persone fidate e ligie al dovere, grazie alle quali aveva ridato linfa al commercio e ripopolato i palazzi senza che un solo episodio di violenza o contestazione avesse avuto luogo. Ancora in tenerissima età, riusciva a parlare con sorprendente fluidità e varietà di vocaboli, reggendo il confronto con gli adulti e trovandosi a suo agio in qualsiasi discorso, tollerando chi non aveva la sua stessa opinione. Dentro i suoi occhi neri, nei quali balenavano lampi violacei e azzurri, brillava la luce di chi è illuminato e innatamente destinato alla grandezza, e basarsi solo sul suo inquietante aspetto era l'errore più grande che si potesse commettere al suo cospetto.
«È un onore» disse con un ampio sorriso, «un vero onore avervi qui con me. Ho sentito la vostra storia, e so che vivete nella nostra meravigliosa capitale da prima che io nascessi. Purtroppo, la mia debole salute» continuò con un velo di tristezza «non mi ha mai consentito di vivere alla luce del sole. Espormi a intemperie e malattie mi avrebbe potuto stroncare in pochi istanti. Ma ora sto bene, e quest'oasi mi è utile per adattarmi alla vita esterna. Un giorno, viaggerò attraverso tutto il mio regno, non come un dominatore ma come un fratello del mio popolo, solo con un po' di responsabilità in più». Fece un risolino che trovai adorabile: era incredibile quanta simpatia e amabilità emanasse ora, a dispetto dell'orripilante impressione che aveva fatto su di noi in principio.
«Re Zaki è un sovrano umile e illuminato, come avrete potuto constatare» disse Ayman sorridente. «Egli non mira a nulla se non alla prosperità del suo regno». Ci sedemmo all'ombra del grande salice, dove Zaki ci fece accomodare e ci offrì dell'infuso verde e grosse ciotole di macedonia e insalate ricche di sapore. Il suo legame con la natura, della quale era stato privato sin dalla nascita, pareva più sincero e simbiotico che mai. Guardava estasiato gli alberi e sorrideva agli animali, che non temevano il suo colorito inumano e le sue lunghe dita ossute. Ci spaventammo quando un cucciolo d'orso irruppe dai cespugli, puntando verso il piccolo re. Sorprendentemente, questi scoppiò in una risata bambinesca e abbracciò l'orsetto, affondando nel suo folto pelo bruno. Sentendo suo quel momento, TeePaa raccontò al re del suo rapporto analogo con Pilo, e il sovrano s'interessò a tal punto del nostro amico da chiedere di poterlo incontrare alla nostra prossima visita. Poi, tenendo fisso lo sguardo su Nommo, iniziò a declamare i suoi intenti con un bonario sorriso sulle labbra.
«La Grandezza, amici miei, è come una costruzione piramidale» disse. «Senza i suoi tre lati, essa non potrebbe avere le sue facce e il suo apice, che simboleggia il suo percorso verso l'altezza dello spirito. Amore, Pace e Progresso. Tre lati ugualmente importanti, con l'Amore posto alla base e Pace e Progresso che convergono in nome del medesimo obiettivo: la Grandezza dell'uomo, in pace e armonia con tutti i suoi fratelli». Si fermò e bevve lentamente dalla sua tazza, mentre Ayman sorrideva paternamente. Quel bimbo era semplicemente fuori da qualsiasi logica umana: come poteva esprimere concetti così alti a soli tre anni? Nommo parve perdere tutte le sue perplessità, e strinse le mani del bimbo che arrossì timidamente.
«Maestà» esclamò Nommo con la voce rotta dall'emozione, «per anni ho cercato qualcuno che condividesse il mio credo, per la cui diffusione son sceso in questa terra. Ho tanto sofferto per gli errori da me commessi con vostro padre, e sentirla così vicina a me nelle sue idee mi reca una gioia immensa. Servirvi e consigliarvi sarà un onore. Che gli Dei la proteggano». I suoi occhi erano come sempre cerulei e indecifrabili, ma ebbi la sensazione che da un momento all'altro avrebbe potuto piangere, tanta era l'emozione per il primo successo nella sua dura missione sulla Terra.
«Ti prego, Saggio Nommo» rispose il bimbo, ricambiando la stretta carica d'emozione, «Maestà è un appellativo che sarà forse piaciuto al mio defunto padre. Ma io sono Zaki, un vostro fratello e per giunta più giovane, dunque bisognoso d'imparare. Sto cercando di cancellare qualsiasi segno dell'inutile sfarzo che ha caratterizzato il regno precedente al mio, e non desidero altro che poter ascoltare e servire la mia gente. Sono un re, è vero, ma da ora sarò un re del popolo e per il popolo». No, non poteva venire da questa terra. D'accordo, l'aspetto influenzava il mio giudizio. Ma la sua lungimiranza, la sua umiltà, la sua inaudita intelligenza in relazione alla verdissima età non potevano essere proprie di un essere umano. O perlomeno, non di un essere interamente appartenente al genere umano.
Fu una giornata meravigliosa: il cielo era privo di nuvole, e una leggera brezza agitava i rami che erano fioriti con l'estate. Zaki parlò dei suoi piani: sfruttare le cave minerarie circostanti per rafforzare il commercio e poter incrementare i donativi alle famiglie defunte, estendere l'istruzione a tutte le classi sociali del regno e soprattutto consentire la libertà di culto. Chiunque avesse voluto venerare una o più divinità, sarebbe stato libero di farlo nel rispetto della fede altrui.
Ascoltammo estasiati quel bambino discorrere pacatamente, cercando sempre lo sguardo di Ayman e Nommo per ottenere consigli e opinioni spassionate. Nommo gli fece notare l'importanza di rendere più efficienti i reparti amministrativi del palazzo reale, e Zaki concordò subito, scusandosi per la sua leggerezza e auspicando sul momento una serie di selezioni per rinfoltire la sua schiera di funzionari, cosa che a parer suo avrebbe anche motivato i giovani a studiare per poter fare carriera un giorno. Mentre ci guidava lungo i piccoli vialetti lastricati del suo giardino privato, il bambino prese a raccogliere fiori qua e là. Mise su due meravigliosi mazzi di bocche di leone, e improvvisamente si girò e venne verso di me e Guashi, che chiudevamo il piccolo corteo.
«Le donne sono come i fiori: richiedono cure costanti e tante attenzioni, ma ci ripagano con bellezza e candore ineguagliabili» disse con un sorriso bianchissimo. «Ecco perché esse li adorano tanto; rivedono loro stesse in tanta variopinta armonia, e si sentono a loro affini. Vogliate portare questi due umili doni alle vostre amorevoli compagne, amici miei. E che sappiano che sarò lieto di averle come mie ospiti alla vostra prossima visita». Ci porse un mazzo a testa, e ci strinse l'avambraccio con calorosa amichevolezza, tornando poi sorridente in testa al gruppo.
«Io...» disse Guashi guardando il mazzo di fiori che teneva in mano, «...Non può essere vero». Non ribattei, ma non potei che concordare con lui. Forse eravamo davanti al più grande - e al contempo piccolo - sovrano di tutti i tempi.
Una ventina di minuti dopo tornammo al laghetto, e Zaki iniziò a parlare sottovoce con Nommo. In pochi istanti si diressero allo specchio d'acqua, e il bimbo salì su una piccola zattera rassicurando Ayman della sicurezza della sua azione. Nommo invece scese comodamente in acqua, immergendosi sino al busto e iniziando a parlare al bambino, che si era seduto e lo ascoltava con la grande testa sorretta dalle mani. Il conciliabolo, la cui natura Ayman non volle svelarci, durò circa mezz'ora, finché i due non tornarono tra noi, riprendendo il discorso interrotto anzitempo. Venne il pomeriggio, e il bimbo, rammaricato, dovette congedarci in quanto obbligato ad adempiere ai suoi doveri amministrativi. Ancor più caloroso di prima, ci congedò con abbracci e sguardi colmi di bontà, per poi prendere un corridoio secondario insieme al suo coreggente.
Tornammo a casa e cenammo in compagnia delle tre sorelle e di Pilo. Presto tutti caddero in un profondo sonno, cullati dal tepore del braciere che andava spegnendosi, e restai solo, in dormiveglia, a osservare Nommo che guardava dal ciglio dell'abitazione verso l'acquitrino. Mi stropicciai gli occhi e lo affiancai, in piedi sulla porta.
«Cosa ti turba?» domandai sottovoce.
«Nulla, anzi» rispose Nommo senza staccare gli occhi dal canneto. «Non ho mai incontrato un essere capace di infondere tanta sicurezza e calore con la sua sola presenza. Non avverto alcuna minaccia provenire da lui. Temevo potesse rivelarsi una creatura malsana e folle quanto il padre, ma evidentemente...».
«...Evidentemente non è figlio di suo padre. O quantomeno, non lo è del tutto». Le parole mi uscirono involontariamente di bocca, in una constatazione azzardata ma che mi pareva Nommo condividesse.
«Questo non è detto. Non possiamo dire con certezza che sia così; d'altronde, anche nel vostro villaggio vi è un esempio analogo». Avrei voluto rivelargli i miei dubbi anche in merito a Noho Moyi, ma avrei sottilmente implicato di ritenerlo un mentore che in realtà ci teneva all'oscuro delle sue azioni più segrete. Inoltre, Noho Moyi a differenza di Zaki aveva fattezze umane a tutti gli effetti.
«Siamo davanti a un essere unico e straordinario» riprese Nommo, scorrendo la mano lungo la parete di mattoni crudi. «E i suoi piani, se seguiterà a tenere loro fede, non potranno che portare benefici al suo regno».
«A proposito. Di cosa parlavate nel lago? Era tanto segreto da non poterci rendere partecipi?», bisbigliai incalzante.
«Affatto. Domani annuncerà la sua decisione al popolo» rispose serenamente l'anfibio. «Voleva solo avere, diciamo, un consiglio».
«Sarebbe a dire?». Nommo si girò verso di me con un sorriso soddisfatto. Pareva sollevato dalla decisione che il re bambino aveva preso.
«Ha deciso di chiedere scusa al Re Scorpione per le follie compiute dal padre», confessò quasi liberandosi di quel peso con un sorriso appena accennato. «Restituirà tutti gli schiavi catturati durante il regno di Hsekiu, e proporrà una tregua sperando di portare la pace in Egitto nel buon nome della sua famiglia». Quel bambino, che ancora faticava a muoversi nelle larghe vesti di un re adulto, avrebbe quindi compiuto un passo che avrebbe mostrato a tutti i popoli dell'Egitto la sua umanità e la sua volontà di mettere da parte ogni differenza pur di perseguire la pace. Quante altre sorprese ci avrebbe riservato?
La risposta al mio quesito giunse presto. Il pomeriggio seguente, approfittando di una cerimonia pubblica per l'elargizione dei consueti sussidi alle famiglie martoriate dalla guerra, Zaki arringò il popolo sull'importanza di mantenere la pace e sul bisogno di metter da parte qualsiasi orgoglio personale e qualsiasi differenza. L'amore sarebbe dovuto essere il solo tratto comune di ogni popolo, ed era fondamentale combattere perché prosperasse di città in città. La gente ascoltò ammaliata il piccolo re grigio mentre esponeva la teoria piramidale che ci aveva anticipato nel suo giardino, e scoppiò in un boato festante quando annunciò che sarebbe partito l'indomani per raggiungere suo zio, il Re Scorpione, nel tentativo di dar vita una pace solida e fruttuosa per i due regni egiziani. Tutti, donne, anziani e bambini, inneggiarono al nuovo re e al vecchio Ayman, benedicendo il loro nuovo regno e annunciandolo come una nuova età d'oro, costruita su una filosofia pacifista e illuminata. Il bimbo si ritirò nella sua abitazione accompagnato da grida di giubilo e mazzi di fiori lanciati sulle gradinate in suo omaggio, e alla sera spedì un emissario alla nostra porta.
«Re Zaki vi sarebbe infinitamente grato se foste disponibili ad accompagnarlo nel viaggio verso Nekhen; egli vi reputa uomini valorosi e consiglieri accorti e affidabili, e ritiene la vostra presenza indispensabile nella delegazione che gestirà con lui queste difficili trattative». Il gigante olivastro da lui mandato parlava come se avesse studiato a memoria per giorni quelle parole, e quando ricevette il nostro sì si limitò a dire che ci avrebbe prelevato il mattino dopo all'alba. Sarebbe stato difficile convincere il Re Scorpione, ma stavolta sentivamo di essere lontani da pericoli mortali. Inoltre, il compito che Zaki ci aveva affidato ci galvanizzava e ci faceva sentire importanti, non tanto per il prestigio sociale che avremmo acquisito in seguito, quanto per l'opportunità di prender parte a un momento storico così topico e carico di nobili intenzioni. E poi, vivere in pace avrebbe significato potermi finalmente fare una vita con Leila.
Il viaggio richiese il solito mese, diviso tra traversata in groppa ai dromedari e navigazione sul Nilo. Molti funzionari erano sinceramente preoccupati per la reazione del gracile fisico del re al caldo del deserto, ma il bambino mostrò grande tenacia e spirito cameratesco coi soldati della sua guardia personale. Bevve sempre molta acqua e chiese spesso lumi ai suoi dottori personali, e tenne sempre con sé la sua amata frutta, elemento cardine della sua dieta ipervitaminica. Sebbene fosse trattato con ogni possibile riguardo, il bambino, che aveva ormai quattro anni, non si nascose mai agli occhi della sua cerchia, e conversò amabilmente con i suoi uomini per tutto il tempo, dimostrando grandi doti retoriche. Che si parlasse del gioco dei dadi o delle prossime manovre politiche, Zaki sapeva appassionare tutti con la sua parlata semplice e ispirante fiducia. Ayman stravedeva per il piccolo, e i suoi occhi brillavano ogni qualvolta questi si tuffava nei discorsi più disparati. Neppure il sole riuscì a smuovere quell'orribile grigiore dal suo viso, sebbene i suoi capelli si fossero leggermente schiariti per via dei suoi raggi. Con una leggerissima tunica nocciola e argento, Zaki era sempre ben visibile negli accampamenti, e non si tirò indietro nemmeno quando ci furono pesi da spostare o borracce da condividere., Inoltre, rifiutò categoricamente di avere una tenda sulla sua personale imbarcazione. Volle sempre, da buon punto di riferimento, essere visibile e reperibile per i suoi sudditi. Prima uomo, poi re: questo era uno dei suoi precetti imprescindibili.
Quando Nekhen si ripresentò ai nostri occhi, con le sue torrette piene di sentinelle e le sue mura di blocchi giallognoli, ci sembrò più in salute della nostra Men Nefer, ma comunque intrisa della malinconia che segue a qualsiasi conflitto risolto nel sangue. Attraccammo trascinando le nostre imbarcazioni a riva, e un grande portone di legno chiaro si aprì poco lontano da noi. Uno squadrone di alte e potenti guardie munite di lance ci sbarrò la strada, e quando Ayman si fece avanti portando con sé il piccolo sovrano, i soldati di Scorpione ne rimasero più che perplessi. Mandarono due di loro a chiamare un sacerdote, che si presentò a noi con fare diffidente. Disse di chiamarsi Jalil, mentre si passava una mano lungo la grande barba bianca che gli arrivava sino al petto. Sfoggiando la sua preziosa veste color indaco e i suoi gioielli d'oro, assentì ad accompagnarci al il palazzo imperiale dopo aver scrutato con attenzione il bimbo. Le vie di Nekhen erano più pulite e ordinate delle nostre: spesso le strade erano magistralmente lastricate, e le case, per forme e dimensioni, palesavano una condizioni economiche ben superiori alle nostre. Uomini scuri e dai lucenti caschetti neri sbucavano dai giardini per scrutarci e rubare indiscrezioni, ma le guardie di Scorpione ci circondarono subito, rendendo impossibile qualsiasi contatto coi civili.
Il palazzo imperiale era esteticamente analogo a quello di Zaki, e in breve tempo fummo condotti all'anticamera della stanza reale, dai tappeti lussuosi e con geroglifici campeggianti su tutte le pareti. Sedevamo su sedie di vimini munite di braccioli, e mentre ammiravamo un affresco raffigurante Scorpione intento a guidare i suoi in battaglia, osservai attentamente il bambino. Non vi era un accenno di tensione sul suo volto, né un barlume di timore nei suoi occhi. Quando la porta si aprì, si alzò serenamente e camminò goffamente verso la sala reale, disturbato dai pantaloni un po' troppo larghi. Con Ayman alla sua destra e Nommo sulla sinistra, percorse un lungo tappeto porpora che portava a una scalinata in cima alla quale, su due troni d'ebano, stavano assisi Scorpione e la sua bellissima regina. I capelli biondi e mossi di questa e la sua carnagione appena colorata dal sole suggerivano che le sue origini non fossero propriamente egizie, cosa che non poteva che incrementarne fascino e prestigio. La sua veste turchese, benché larga, non riusciva a nascondere un rigonfiamento dell'addome sintomo di gravidanza, e forse anche per quello la vista di quel bambino, seppure inquietante nelle fattezze, la sciolse in un benevolo sorriso. Scorpione invece era esattamente come lo ricordavamo, solo leggermente brizzolato nella sua barba caprina. Non v'era un muscolo del suo fisico erculeo che non sembrasse duro come la roccia, e la frugalità delle sue vesti non faceva che incrementare la sensazione di selvaggia potenza che trasmetteva a prima vista. Il sacerdote indigeno fece per inchinarsi e introdurre gli ospiti, ma Zaki, come sua consuetudine, preferì anticipare tutti sul tempo, superandolo e andando a inginocchiarsi davanti al re sotto lo sguardo esterrefatto di guardie del corpo e consiglieri reali.
«Grande Hedj Hor» disse guardandolo negli occhi, «davanti a te c'è Zaki, coreggente del regno del Basso Egitto. Sono qui a rendervi omaggio e a decantare la Vostra grandezza, nella speranza di poter trovare un accordo per una definitiva tregua tra i nostri regni fratelli, cosicché sia la pace, prima ancora di noi uomini, a regnare sulle nostre terre. In segno della sincerità della mia richiesta, prometto di rimettere a Voi tutti i Vostri sudditi fatti schiavi durante il regno del malvagio re Hsekiu, che risparmiaste con enorme magnanimità nell'ultima sanguinosa guerra da Voi condotta». Lo sguardo del bambino resse quello pieno di disprezzo di Scorpione, turbato e meravigliato dall'eloquio di quello che era solo un bambino indifeso, e per giunta abbastanza malaticcio alla vista. La regina Izra mosse i suoi occhi chiari verso il marito e strinse il suo possente avambraccio, provando a convincerlo nel dare al piccolo un'opportunità di poter parlare senza avere le lance puntate addosso. Scorpione annuì gravemente col capo.
«Re Zaki», disse con voce cavernosa, «la tua scelta di presentarti presso il mio palazzo è coraggiosa e scellerata, quasi quanto quella di chiamarmi con il mio nome originario, cosa vietata a chiunque in questo regno. Un gesto impulsivo e pericoloso, degno del tuo predecessore». Il bambino mantenne lo sguardo fisso, e fece un cenno col capo.
«Chiedo umilmente perdono, Maestà. Ma Vi assicuro che i miei intenti e i miei gesti son ben diversi da quelli che furono di mio padre». Zaki colpì dritto nel segno. Era stato in posizione di svantaggio sino ad allora, ma adesso, rivelando la parentela col suo interlocutore, forse l'equilibrio si sarebbe spostato. Scorpione fece per alzarsi, tenendo le mani sui braccioli con gli occhi sgranati.
«Tuo padre? Hsekiu?» gridò con voce quasi stridula. Zaki confermò facendo sì con la testa, e Scorpione scese con passo deciso i gradini fino a fermarsi davanti al bambino.
«Alzati, Re Zaki». Quando il piccolo fu in piedi, ironicamente arrivando appena alla coscia dello scultoreo zio, questi si chinò e lo strinse con inatteso calore. Non potemmo che restare in silenzio, e ringraziare gli Dei per la piega positiva che la faccenda sembrava aver preso. Anche per Scorpione, forse, l'imminente vita da genitore aveva portato maggiore bontà d'animo, e la scoperta di un nipote tanto giovane e tanto straordinario sembrava averlo segnato nel profondo. Si girò e guardò commosso la compagna, che sorrise accarezzandosi la pancia prominente e irradiandosi di una luce ancora più bella, e poi tornò a fissare gli occhi scuri come la notte del suo incredibile nipote.
«Mio padre si è tolto la vita, Maestà. Avrete saputo. Io nacqui quattro anni fa, ma come vedete, il mio aspetto e poi i deliri di mia madre lo convinsero che fossi un essere maledetto, e non avendo il coraggio di uccidermi mi rinchiuse nelle stanze più remote del palazzo reale. Alla sua morte, sono asceso al trono, e ora governo insieme al mio fido e inseparabile Ayman», fece allargando un braccio verso il vecchio che si inchinò imbarazzato. «Voi siete stato magnanimo con mio padre, quand'egli aveva follemente attentato al Vostro regno, catturando schiavi e sacrificando vite innocenti. Io posso solo chiedervi una pace duratura e restituirvi tutti i vostri sudditi, nel nome del nostro stesso sangue». Finito il discorso, Zaki abbassò umilmente il capo, ma Scorpione gli sollevò prontamente il mento, per poi rialzarsi e squadrare con ampi movimenti della testa tutti i presenti.
«Oggi è un grande giorno nella storia di Alto e Basso Egitto» tuonò rimbombando attraverso le pareti. «Anzi, un grandissimo giorno per il mondo intero. Ho scoperto un nipote, un erede, un amico e un alleato di inestimabile valore. Dal carbone del rogo di Hsekiu è nato un diamante, un re giovane e illuminato, nonché mio consanguineo. La sua proposta di pace è stata umile e sincera, e in ragione di ciò, da oggi Alto e Basso Egitto saranno ufficialmente alleati e amici, e potremo finalmente riavere tra noi i nostri cari fratelli, strappati per troppo tempo alle loro famiglie». Partì un applauso generale, e i due re si abbracciarono. Zaki sfoderò il più tenero dei suoi sorrisi, e Scorpione, dimenticandosi di avere davanti a sé un sovrano - per quanto giovanissimo - lo sollevò in aria, in preda all'euforia assoluta. Dopotutto, era anche il suo nipotino.
La piazza popolare di Nekhen si gremì la sera stessa, e tra fuochi, giochi e danze Scorpione annunciò la rinnovata pace tra i regni, introducendo Zaki alla folla in visibilio. L'esaltazione toccò poi vette inaudite quando Scorpione, levando lo scettro al cielo, annunciò il ritorno a casa degli schiavi rapiti da Hsekiu, inneggiando alla gloria del nipote. Questi sorrideva, salutava e mandava baci alla gente, e fu artefice del momento culminante della cerimonia quando abbracciò davanti a tutti lo zio ritrovato, inducendolo quasi alle lacrime. Nommo, dalle retrovie, sorrideva e annuiva soddisfatto, mentre Guashi e TeePaa si davano pacche e gomitate complici, esaltati dall'allegria generale. Ayman piangeva dalla felicità, e io non potei fare a meno di tenere gli occhi incollati su Zaki sino alla fine della cerimonia, ammirato e incredulo. In nemmeno otto mesi di regno, quel bambino era riuscito a porre fine a una situazione che aveva portato morte e disperazione per decenni.



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