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lavoro pubblicato martedì 25 agosto 2015
ultima lettura venerdì 4 ottobre 2019

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ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 15 - IL BAMBINO GRIGIO

di PatrizioCorda. Letto 503 volte. Dallo scaffale Fantasia

Tornammo mestamente a Men Nefer dopo poco meno di un mese di viaggio. Ci eravamo preparati ad essere ricoperti d'insulti per la scellerata impresa nella quale ci eravamo lanciati, per poi finire presto nell'ombra, dimenticati in luogo del sovrano, torn...

Tornammo mestamente a Men Nefer dopo poco meno di un mese di viaggio. Ci eravamo preparati ad essere ricoperti d'insulti per la scellerata impresa nella quale ci eravamo lanciati, per poi finire presto nell'ombra, dimenticati in luogo del sovrano, tornato ferito ma ancora vivo. La cosa che avrebbe dovuto essere motivo di giubilo per il popolo, nonostante la disgrazia di decine di migliaia di vite andate perdute.
Invece, appena varcammo le mura della città accadde l'opposto. Nessuno si degnò, salvo qualche dignitario che teneva alla sua posizione, di assicurarsi delle condizioni di Hsekiu. Tra i pianti strazianti delle madri che non vedevano tornare i propri figli e mariti, i pochi superstiti venivano abbracciati dalle famiglie in lacrime, che ringraziavano il cielo e gli Dei per averli riportati a loro sani e salvi. Hsekiu fu rapidamente circondati da uno stormo di sacerdoti e ancelle, e venne condotto in fretta e furia al palazzo reale. Nommo ci venne incontro con un sorriso che tradiva un lungo periodo di terribile tensione e angoscia, e ci abbracciò in silenzio per lunghissimi istanti, felice come non mai. Pilo invece, non appena scorse TeePaa tra i lividi e smunti corpi dei veterani sopravvissuti, ululò di gioia e si tuffò sul suo padrone, sbattendolo a terra e riempendolo di fusa e carezze, piagnucolando come un bimbo che aveva ritrovato il padre dopo una lunghissima assenza.
Azale non fu meno appariscente nel ricongiungersi a Guashi. Gli corse incontro disperata, tenendo sollevata con una mano la lunga veste bianca che era solita portare, per poi abbracciarlo abbandonandosi a un lungo bacio, incurante degli sguardi delle donne più anziane, che non vedevano di buon occhio l'unione di un'ancella con un guerriero dalle origini ignote.
«Allora ci tenevi proprio a rivedermi». La sua voce era inconfondibile: mi girai, e gli occhi cangianti di Leila furono nuovamente su di me. Avevo sognato ogni notte di poter tornare da lei, e l'abbraccio che ci scambiammo - fu l'unica effusione di quel momento - valse più di qualsiasi altra parola al mondo. Era innocente e contenuta come l'avevo lasciata: non un gesto fuori posto, né alcuna avventatezza che potesse far parlare male di lei o di noi. Ad altri sarebbe andato poco a genio tanto contenimento, ma io lo trovavo semplicemente fantastico.
Ci volle del tempo per ripopolare una città che aveva perso oltre la metà della sua popolazione, ma molti soldati prima di partire avevano pensato di regalare un figlio alle proprie mogli e quindi ci fu un inatteso boom di nascite nei sei mesi successivi. Vedevo Guashi sempre più preso da Azale, e iniziai a credere che i due potessero anche prendere in considerazione l'idea di metter su famiglia in futuro. Anche la mia relazione con Leila andava a gonfie vele, seppure continuassimo a mantenere la cosa all'oscuro ai più malevoli. Per le persone più anziane e conservatrici un'ancella che concupiva un guerriero era già assai sconveniente; figurarsene un'altra che faceva lo stesso. Anche TeePaa aveva iniziato nel frattempo a frequentare (piuttosto freddamente, devo dire) alcune giovinette del posto, e sembravamo tutti orientati al voler dimenticare la guerra persa concentrandoci sulla sfera sentimentale. Nommo invece mi pareva assai turbato. Nei sei mesi successivi alla sconfitta contro Scorpione, Hsekiu rigettò qualsiasi sua richiesta di colloquio, e si chiuse in sé stesso nascondendosi ai sudditi che non gli avevano perdonato le innumerevoli morti causate. Ciò nonostante, decise di scatenare una sequela di tributi sulle esequie funebri, cosa che fece infuriare le migliaia di famiglie private dei loro cari, perseverando nell'erezione delle proprie statue idolatre. Fonti vicine a lui, tra cui Ayman che era ormai in confidenza con Nommo, lo descrivevano magro, pallido e in preda a furibondi deliri di onnipotenza, a cui spesso seguivano devastanti periodi di depressione.
Fu in uno di questi momenti che Hsekiu si tolse la vita, incapace di reggere il peso delle contestazioni e dell'odio crescente del suo stesso popolo. Nessuno pianse la morte del re, che si uccise dandosi fuoco nella sua stanza. Alcuni schiavi che camminavano nei corridoi adiacenti dissero di averlo sentito gridare «Madre, ora tornerò a te, tra le stelle!». Qualcuno si permise addirittura di festeggiare, nella piazza popolare, la caduta di un sovrano folle e incapace di preservare le vite dei suoi sudditi. La sua più grande opera, la gigantesca statua scolpita nella roccia, fece la sua medesima fine: fu abbandonata all'oblio dei secoli come una grande e triste incompiuta.
Presto si sollevò il problema della successione dinastica. Hsekiu non aveva mai sposato alcuna donna, ma si vociferava che nelle più remote camere del suo palazzo vivesse un bimbo chiamato Zaki, suo successore diretto. Il bambino era noto al popolo come l'unico nipote di Hsekiu e come figlio di una sua sorellastra, morta per ragioni oscure. In realtà, secondo Ayman che conosceva tutti i segreti del palazzo, questi era il figlio legittimo di Hsekiu, nato da una relazione segreta con un'ancella che aveva poi fatto uccidere in seguito al parto per via dei suoi deliri durante la gravidanza. La donna aveva spesso raccontato di aver ricevuto visite nel sonno da strani esseri demoniaci che avevano violato il suo corpo prima della procreazione del bimbo, e Hsieku, irritato da ciò oltre che dalle conseguenze pubbliche di una relazione nascosta, decise quindi di decapitarla relegando poi il piccolo Zaki in un'ala remota del palazzo, seguito dai migliori medici e precettori del suo regno.
«Sarà quindi un bambino a dover guidare l'intero regno?». Nommo stringeva una tazza d'infuso che scrutava mentre sedeva a gambe incrociate di fronte ad Ayman. Noi sedevamo accanto a lui, poggiando i palmi sulle stuoie. Di tanto in tanto, il mio sguardo e quello di Guashi incrociavano quegli di Leila e Azale, cercando di non destare sospetti nel sacerdote che stava davanti a loro.
«Mio caro Nommo, così è. Il bimbo è il designato, in quanto unico erede diretto di Hsekiu. Tuttavia, è ancora troppo piccolo. Ha solo tre anni, e non ha mai visto il mondo esterno. Si dice inoltre che il suo aspetto sia decisamente anormale, e che diverse ancelle abbiano rifiutato di seguirlo per il timore che incuteva in loro. La prossima settimana, un sacerdote verrà eletto da una commissione formata da uomini di fede di tutto il regno, e costui sarà la sua guida, almeno finché non germoglierà in lui la ragione».
«Sommo Ayman, con tutto il rispetto, ma se questo infante è degno figlio di suo padre, il seme delle ragione troverà un terreno troppo arido per poter germogliare». La battuta di TeePaa fece ridere solo il suo amato Pilo: sia Ayman che Nommo lo fulminarono con lo sguardo, e noi e le tre sorelle chinammo il capo cercando di non ridere della scena. Rima ridacchiò silenziosamente: credo abbia sempre avuto un debole per TeePaa, ma il carattere pungente e introverso di entrambi non fece mai scattare niente che potesse portarli a stare insieme.
«Ciò che posso sperare, amico mio» riprese Ayman versando dell'altro infuso a Nommo, «è che il piccolo Zaki possa trovare un maestro tanto paziente quanto puro e benevolo. Il nostro regno è arrivato a un punto cruciale della sua storia». Sospirò preoccupato, e bevve un sorso a sua volta. Centinaia di migliaia di vite avrebbero pesato sulla schiena di un bimbo di soli tre anni.
La settimana dopo, un viavai di sacerdoti e funzionari minori attraversò la città. Le loro vesti erano di ogni colore: arancione, oro, porpora, smeraldo, celeste e rosso, con fini decorazioni geometriche in rilievo e piccoli amuleti ciondolanti. Insieme a essi, contadini e allevatori affluirono da tutto il Basso Egitto: l'evento dell'elezione del sacerdote coreggente era divenuto anche un motivo per trasferirsi in una città spopolata e bisognosa di forza lavoro. Il conciliabolo durò un'intera giornata, e all'alba successiva i funzionari si presentarono in cima alla gradinata del palazzo reale, brandendo contenitori fumanti d'incenso. Dall'oscurità dell'entrata emerse una sagoma rivestita di una tunica verde e ricoperta di medaglioni d'oro. Il suo volto ci lasciò a bocca aperta. Il vecchio Ayman, per i servigi prestati negli ultimi sessant'anni, era stato eletto sacerdote coreggente del Basso Egitto. All'età di ottantaquattro anni, e nonostante la salute cagionevole, era stato incaricato di un compito che avrebbe richiesto tutta la sua saggezza e la sua sensibilità.
«Amici concittadini» esordì con tono amorevole e paterno, «questo è per me il compimento di un percorso di fede durato tutta una vita. Sarebbe inutile provare a descrivere la gratitudine e la felicità che provo nell'annunciarvi la carica da me ottenuta. Posso solo chiedervi di pregare gli Dei, affinché mi assistano in questo arduo compito, dal quale dipende la sorte del nostro glorioso regno. E ora, sia accolto con giubilo il nuovo sovrano del Basso Egitto». Ayman abbassò le braccia protese e camminò a passo lento verso l'entrata, dalla quale tornò con un bimbo preso per mano. La prima cosa che pensai fu che quel bimbo non poteva essere umano.
Era grigio. La prima cosa che notai fu quella. Non era pallido, come poteva essere un bimbo malato o a lungo sottratto alla luce del sole. Era letteralmente grigio, dalla testa ai piedi. Il contrasto della sua pelle con la tunica viola ornata d'oro e i sandali marroncini che indossava era raccapricciante, e la sensazione che emanava era quella di una profonda freddezza, che raggelava il sangue e irrigidiva anche a distanza. La testa era molto più grande rispetto al corpo, sviluppata in altezza e in profondità, e gli occhi erano grandi e nerissimi ma poco espressivi. Sul viso aleggiava un'espressione apatica, come se avesse già capito dov'era e perché si trovava lì ma non gli interessasse per niente. Gli occhi erano circondati da ampie occhiaie violacee, e il naso era minuscolo, appena pronunciato, così come le orecchie. I capelli crescevano corti e scuri sulla sua grande testa, e sebbene le sue fattezze fossero umane a tutti gli effetti, il suo colorito e il suo comportamento facevano pensare l'opposto. Quel bambino grigio sembrava sapere già tutto, esattamente come qualcuno che conoscevamo.
«Maledizione» disse Guashi, «è esattamente la stessa sensazione».
«A cosa ti riferisci?», dissi intromettendomi senza distogliere lo sguardo dal bambino. In realtà, sapevo esattamente a chi si riferiva.
«Noho Moyi» rispose prontamente Guashi. «Lui e quel moccioso emanano la stessa aura. L'aspetto è umano, ma sembrano venire da tutto un altro posto». Ripensai tra me e me alle mie supposizioni sul fatto che Noho Moyi, che al quel punto sarebbe già dovuto essere un ragazzino, potesse essere figlio di Nommo. Ma riuscii a sottrarmi solo per poco allo sguardo gelido di Zaki: quel bambino ci guardava con le palpebre per metà abbassate, senza parlare. Eppure, sembrava già averci tutti in pugno.
D'incanto, la sua bocca si aprì. Un sorriso, un meraviglioso e dolcissimo sorriso fece capolino tra le sue labbra. Le sue guance smunte si sollevarono in modo tristemente buffo, e la sua piccola mano destra si alzò salutando timidamente le migliaia di persone che lo fissavano. Guardò titubante Ayman, che col capo gli fece cenno di parlare se voleva.
«O...Ossequi a tutti», disse con voce fine e tenera.
«Io mi chiamo Zaki, e sono il nuovo Re del Basso Egitto. Sono figlio del defunto sovrano Hsekiu I, e giuro che farò del mio meglio perché il mio regno prosperi e viva in pace. Per ora, regnerò insieme al sommo sacerdote Ayman. Vogliate quindi congratularvi con lui e augurargli buona fortuna per il percorso che stiamo per iniziare insieme. Vi ringrazio». Quel deforme bambino grigiastro si era pronunciato impeccabilmente nonostante l'indecisione iniziale, e mi parve di risentire Noho Moyi mentre parlava, leggeva e scriveva con allucinante fluidità sotto gli occhi di Adira. Il nuovo re era poco più che un bimbo, ma intellettualmente sembrava già un sovrano adulto.
La folla acclamò festante ma un po' perplessa il piccolo, che ritornò, salutando e sorridendo, al suo palazzo accompagnato da un gruppo di sacerdoti. Notai che era malfermo sulle gambe, e che non poteva stare in piedi senza tenersi ad Ayman, che sì non era messo tanto meglio vista l'età. Cercai di convincermi che si trattava solo di un bimbo che era stato sottratto al mondo esterno per tutta la sua vita, giustificandone così l'aspetto tanto anormale. Ma il suo sguardo penetrante e le sue fattezze raccapriccianti continuarono ad inseguirmi per tutta la notte.

«Che cosa ne pensi?». TeePaa stava facendo ammattire Pilo agitandogli davanti un giunco ed eludendo i suoi tentativi di presa, ma alla fine era finito per le terre come al solito, abbracciandosi e facendo alla lotta col suo amato lemure.
«Che vuoi che ne pensi» risposi mentre bagnavo i piedi nell'acquitrino, scalciando la fanghiglia. «Per me c'è qualcosa che non torna. L'hai visto anche tu. Sembra così intelligente, così gentile...Però non sembra umano. Anche se è vero che l'hanno tenuto rinchiuso dalla nascita. Ieri è stata la prima volta che ha visto il sole...Pazzesco». TeePaa smise di giocare con Pilo, e grattandosi in modo simile a lui alzò lo sguardo verso di me con aria concordante.
«Già, hai ragione. Aspettiamo a rivederlo. Dopotutto, è solo un bambino. Non è giusto che subisca la diffidenza che non ha subito quel pazzo del padre». Nei primi mesi di regno fu Ayman a farsi carico dell'amministrazione del regno. Il commercio riprese a portare guadagni ingenti, e anche i donativi religiosi furono più generosi. Le statue erette da Hsekiu furono, su ordine del piccolo Zaki, fatte fondere e i metalli ricavati da esse spartiti in quantità uguali tra le famiglie rimaste orfane di figli e padri. La cosa fu ampiamente gradita, e quando il bimbo si rifece vivo pochi giorni dopo fu acclamato e ringraziato dalle vedove dei soldati, che lo pregarono di accettare doni floreali e dipinti in suo onore.
Eppure, ad ogni apparizione, l'aspetto del piccolo re non cambiava. Anzi, era sempre più grigio: un piccolo, esile e adorabile bambino color marmo. Pochi giorni dopo, Ayman contattò Nommo e gli fece sapere che il re avrebbe avuto immenso piacere nel parlare con lui, invitandolo a vedere un'area del palazzo reale che aveva da poco finito di costruire. Si trattava di un progetto iniziato da Hsekiu e che il bambino aveva preteso di portare a termine. La notizia generò scompiglio in casa, e quando le tre sorelle vennero a saperlo (dopo l'ascesa di Ayman erano divenute donne libere e s'erano trasferite da noi) non mancarono di tranquillizzare Nommo, che era stranamente teso all'idea.
«Non vi preoccupate, Saggio Nommo. Sa bene quanto Ayman tenga a Voi e ritenga la Vostra opinione fondamentale per le manovre da attuare sul regno» lo rassicurò Azale. «Sono certa che Re Zaki è ansioso di sentirla parlare, e stavolta troverà un sovrano disposto ad ascoltarla veramente». Nommo annuì in silenzio: era rimasto profondamente scottato dal suo fallimento con Hsekiu, e credo si sentisse in parte responsabile per le sue scelleratezze. Ritentarci, per giunta col suo erede diretto, lo spaventava. Come per noi, quel piccolo così intelligente lo faceva sentire vulnerabile.
Ayman fu tanto gentile da estendere l'invito anche a noi in quanto eroi di guerra, e tre giorni più tardi fummo scortati presso il palazzo reale. Esteticamente era delizioso come durante il regno di Hsekiu, ma vi erano ora molte più luci ovunque. Inoltre, notammo la costante presenza di piante agli angoli e su un mobilio che prima non c'era. L'antica sala del re era diventata uno studio, e il trono era stato rimpiazzato da una lunghissima scrivania d'ebano con due seggi. Ancelle e scribi affollavano la sala: eravamo nel cuore pulsante del regno bicefalo del bambino e del sacerdote. Tramite un corridoio secondario illuminato e pieno di raffigurazioni di prati, fiumi e montagne, giungemmo a un'arcata che aprì davanti a noi uno spettacolo fantastico.
Un grande giardino verde era stato costruito e protetto da mura di cinta che lo separava dal resto della città; lì alberi di tamarisco, acacie e salici piangenti si alternavano, dando spazio anche a piccoli arbusti sui quali crescevano bacche rosse e succulente. C'erano anche piante di rosmarino e cespugli di mirto, cose che mai avevamo visto, e un fitto boschetto di canne lambiva il lato di un graziosissimo laghetto artificiale dalla forma circolare. Avrà avuto almeno quindici metri di raggio, e la sua limpida superfice era coperta di ninfee e abitata da rane, pesci multicolori e oche dal piumaggio castano. Sui rami degli alberi si posavano piccoli uccelli gialli e verdi, e vedemmo addirittura due adorabili cuccioli d'elefante sbucare da dietro alcune palme da datteri. Il re bambino aveva creato un piccolo pianeta a sé, in cui anche scimmie e lepri erano libere di zampettare qua e là per i prati. Vedemmo, all'ombra di un grande salice, una larga stuoia gialla coperta da raffinati cuscini rossi, e su uno di questi scorgemmo un bimbo che giocava con un cucciolo di volpe del deserto. Non appena ci vide, questi si alzò faticosamente e venne lentamente verso di noi: indossava una larga veste arancione, con i bordi del colletto e delle maniche decorati da motivi quadrangolari bianchi e neri. Un piccolo medaglione argenteo brillava sul suo petto, e le sue movenze parvero da subito eleganti e amichevoli, mentre ci salutava da lontano con la mano. Sulla sinistra vidi anche Ayman venirci incontro. Indossava una stupenda tunica fucsia, e si reggeva al suo immancabile bastone.
«Saggio Nommo; amici miei. È un immenso piacere avervi qui nell'oasi reale» disse sorridente il rugoso sacerdote. «Vogliate fare i vostri omaggi al nostro Re Zaki». Facemmo per inchinarci, ma prima ancora di poterlo fare il bambino anticipò i nostri movimenti, fermandoci con un sorriso pieno d'amore e simpatia. Abbracciò Nommo come un vecchio amico, e lo fissò con fare deciso ma colmo di buone intenzioni.
«Amici, sono felicissimo di avervi con me. È un onore per un bambino della mia età avere al proprio cospetto guerrieri tanto valorosi e menti tanto sagge» disse con tono vivace guardandoci tutti per soffermarsi poi su Nommo. «Sono impaziente di sentire le vostre mirabolanti storie e di ricevere i vostri consigli. Un re non deve mai credersi esente dal poter compiere errori. Imparare è il primo indispensabile comandamento per chi insegue la Grandezza». Sorrise ancora, e nonostante il suo aspetto tetro e quasi moribondo, si fece avanti stringendoci calorosamente le mani e profondendosi in grandi inchini. Fece così con tutti, e venne infine da me. Quando guardai negli occhi mentre mi sorrideva con sincerità, fu come se tutto l'universo si fosse dispiegato davanti a me.



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