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lavoro pubblicato sabato 22 agosto 2015
ultima lettura martedì 2 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 13 - SANGUE FRATERNO

di PatrizioCorda. Letto 509 volte. Dallo scaffale Fantasia

Lo sguardo di Hsekiu sovrastava, colmo di soddisfazione e orgoglio, quella mostruosa opera che andava formandosi sotto i suoi piedi. Sorrideva compiaciuto mentre sorseggiava del vino da una coppa tempestata di gemme rosse e verdi, e lanciava di tanto i...

Lo sguardo di Hsekiu sovrastava, colmo di soddisfazione e orgoglio, quella mostruosa opera che andava formandosi sotto i suoi piedi. Sorrideva compiaciuto mentre sorseggiava del vino da una coppa tempestata di gemme rosse e verdi, e lanciava di tanto in tanto occhiate allusive a noi e a Nommo, come a voler dire "Ora avete capito con chi avete a che fare". Improvvisamente, con uno slancio d'umanità, allargò il braccio e cinse con esso la spalla di Nommo, che era abbastanza più basso di lui, e prese a indicare i lavori alla base della statua armeggiando la coppa che teneva in mano.
«Quelli, Uomo Pesce, sono i migliori operai, architetti e scultori di tutta l'Africa» disse indicando gli uomini sottostanti, che a noi apparivano piccoli come formiche.
«Signore, è un immenso dispiegamento di energie umane. È incredibile constatate quanti abili professionisti abbiate nel vostro popolo».
Hsekiu s'irrigidì e tolse il braccio dalla spalla di Nommo, quasi a volersi distaccare dal suo interlocutore in preda all'indignazione.
«Il mio popolo? Non sarei mai tanto stolto da mettere a repentaglio le loro vite in un'opera tanto rischiosa. Questi sono tutti prigionieri catturati durante le rappresaglie contro i nostri nemici, il popolo dell'Alto Egitto. Sono stati ridotti in schiavitù e costretti a vivere senza agi presso i cantieri stessi in cui lavorano. Le loro esistenze, aldilà di questo progetto, non hanno alcun valore. Non sono che strumenti per il compimento della mia gloria divina. Non hai visto quell'uomo rovinare al suolo e diventare una poltiglia umana? Credi forse che vorrei mai a una simile fine per un mio suddito, per quanto umile?». Il sovrano pronunciò queste parole quasi ringhiando, riappropriandosi della sua espressione di asettico disgusto che aveva avuto durante il primo colloquio.
«Alcuni di loro vengono dalla capitale del regno nemico, Nekhen, altri dai villaggi vicini. Ma per quanto eruditi e utili alla causa possano essere, nessuna delle loro vite ha valore per me, se non in funzione di questa statua, di questo tempio, di questa impronta della mia divina grandezza».
Il sovrano farneticava, apparentemente in preda a un delirio d'onnipotenza. Credeva, in virtù delle sue vesti regali, di essere figlio di una dea e quindi un dio egli stesso, e per lui nessuno, aldilà del suo popolo, meritava di vivere dignitosamente o sottraendosi alla sua legge. Prese a ridere sonoramente, a braccia larghe e con la testa levata al cielo, nel silenzio di tutti i presenti.
«Madre! Madre mia, Luce di ogni Universo! Questo è il simbolo della nostra stirpe immortale! E sotto questo simbolo il mondo intero sarà unito e dominato da noi e dalla nostra progenie!» urlò a squarciagola, convinto di raggiungere chissà quale altezza celeste con la potenza della sua voce, ancora più profonda e tonante del solito. TeePaa mi strinse il braccio destro. Era sconvolto e sudato, e dalla sua espressione capii subito quanto dubitasse, così come me, della sanità mentale dell'uomo che comandava quella terra. Anche Ayman, in disparte e sorretto dal suo bastone, non sembrava più tanto compiaciuto delle affermazioni del suo sovrano. Ciò nonostante, fu presto richiamato dal sovrano, che tramite le sue ancelle gli dette delle disposizioni che inizialmente non udimmo.
«Sua Maestà, lei ha richiesto con me un colloquio. In nome di questo suo onorante invito, le faccio presenti alcune mie riflessioni in merito a quest'opera». La voce di Nommo era debole ma le parole erano ben scandite, e non v'era timore nei suoi occhi. Non appena pronunciò quella frase, capimmo che l'iniziale accondiscendenza era ormai un ricordo lontano. Il nostro maestro avrebbe tentato di riportare Hsekiu sulla via della ragione.
«..Parla, Uomo Pesce. Hai la mia attenzione». Nommo deglutì, ma non staccò lo sguardo dal re.
«Questa è senz'altro una grandiosa impresa, un'opera che resterà impressa nei secoli, e non è affar mio sindacare sulle ragioni della sua costruzione». Fece una pausa, sperando di lasciar intendere a Hsekiu la sua poca convinzione sulla sua natura divina, poi riprese a parlare per non sembrare troppo insolente e insinuante.
«Voi auspicate alla grandezza, Maestà. Dite anche di farlo così come lo faccio io, ma in realtà vi sono diversi tipi di grandezza. Quella materiale, e quella dello spirito. E senza la seconda, mio Signore, la prima non ha ragion d'essere. La grandezza del singolo si riflette nella grandezza della comunità, delle genti, anche delle più povere e delle più lontane», disse volgendo lo sguardo agli operai in basso, mentre questi venivano frustati gratuitamente.
«Glorificare se stessi ha poco valore se nella propria essenza non vi è anche l'amore per l'altro. Questi uomini meritano lo stesso amore e gli stessi riguardi del suo popolo, eppure per Voi le loro vite hanno un valore pari a quella di un insetto...Mio Signore, un grande uomo fa della sua grandezza anche la grandezza di qualsiasi persona sulla quale si posi il suo sguardo. L'unico regno imperituro e davvero immortale, sia o no di matrice divina, è quello del Bene e dell'Amore». Nommo espose la sua dottrina in maniera tanto sintetica ed esaustiva che Hsekiu, per alcuni secondi, non trovò alcuna parola per rispondere. Guardava il cielo e le montagne, e i pensieri si affollavano nella sua mente. Si sentiva colpito: per un attimo la sua corazza da semidio era stata scalfita da un essere proveniente da un mondo lontano. Era in errore, e lo sapeva. Avrebbe potuto accusarlo di lesa maestà, di blasfemia, e farlo giustiziare sul posto; eppure, stette in silenzio. L'aura carismatica di Nommo aveva fatto breccia anche in lui. Hsekiu, come anche Nommo aveva intuito, auspicava a dominare il mondo. E sapeva che una volta avvenuto ciò, tutti i popoli avrebbero meritato e chiesto un eguale trattamento, e che quindi ciò che stava facendo era crudele e insensato. Parve anche rammaricarsi di aver estromesso il suo "prezioso" popolo da una simile opera, e credo che per un attimo abbia anche dubitato della sua natura divina. Un Dio ama, e lo fa indiscriminatamente: egli crea, dà vita, e glorifica le sue creazioni col suo amore incondizionato e costante.
Il sovrano si girò alla sua sinistra, nascondendo il volto a Nommo, che strinse i pugni nervosamente. Con uno dei suoi scatti improvvisi, si girò e fissò l'anfibio con i suoi occhi di ghiaccio. Per alcuni secondi restò ancora in silenzio, poi d'incanto i tratti del suo viso si fecero più morbidi e rilassati, come segni di una illuminante presa di coscienza.
«Rifletterò sulle tue parole, Uomo Pesce. Grandezza è anche aspirare al costante progresso, e non v'è progressione senza pause ed errori da correggere. Penserò a lungo a ciò che mi hai coraggiosamente fatto notare, e non mancherò di invitarti presso il mio palazzo per dei nuovi colloqui. I miei uomini ora vi scorteranno lungo i cantieri, per ammirare da vicino la maestosità dell'opera che sto costruendo. È tutto. Riceverete mie comunicazioni a breve». Detto questo, tornò a fissare la macroscopica statua di se stesso, e incrociò nuovamente le braccia dietro la schiena. Il suo portamento tornò quello fiero e impassibile di sempre, e Nommo chinò il capo, capendo di aver fatto anche troppo per il momento. Fummo fatti scendere dall'altopiano dalle guardie del corpo, e girandomi potei vedere il re sedersi sul suo trono, restando ancora una volta immobile, proprio come la statua che andava formandosi nei monti dinanzi a lui.
Scendemmo alla base del cantiere, e lentamente passammo accanto ai piedi della statua. Era inimmaginabilmente grande: pur tirando il naso all'insù, restava difficile vederne la testa, mentre urla e richiami nervosi giungevano a noi dalle impalcature più in alto. Una dozzina di uomini trascinava una zattera di legno sulla quale stavano delle grosse rocce bianche, probabilmente detriti caduti in seguito alle scalpellate degli operai. Su queste rocce stava seduto un corpulento uomo bruno, vestito solo di un gonnellino bianco e di un copricapo, che frustava i poveretti a intervalli regolari.
«Povere bestie» bofonchiò Guashi scuotendo il capo, «guarda che ferite hanno sulla schiena. E quello si proclama un Dio. Quale divinità farebbe mai una cosa simile al sangue del suo sangue?»
«Nessuna divinità avvallerebbe mai un simile scempio. Nessuna religione promuove lo spargimento di sangue, che sia in guerra o no. Ma forse Nommo l'ha fatto rinsavire» risposi seccamente. Tutta quella violenza per creare il ritratto di una divinità benevola mi aveva reso cupo e voglioso di cambiare aria. Man mano che ci allontanavamo dalla statua, vedemmo diversi animali adoperati per trascinare pesi che gli uomini non potevano smuovere. Rinoceronti e razze di elefanti più piccole di quelle odierne trainavano grandi carichi di rocce, e addirittura potemmo osservare un ippopotamo costretto a fare altrettanto, salvo poi vederlo stramazzare a terra esanime per il troppo caldo.
«Scellerati. Snaturare a tal punto un povero animale indifeso. Se fossero in una zona paludosa li sbranerebbe in un secondo» sbottò TeePaa. Quella gente, o meglio il comandante di quella povera gente ci piaceva sempre meno. Nommo rimase silenzioso e assorto nei suoi pensieri per tutta la durata del viaggio, sino al ritorno a casa. Varcato l'ingresso a tarda sera, ripiombammo nella realtà quotidiana assistendo a una scena che ci strappò più di un sorriso. Pilo dormiva accoccolato accanto al braciere in posizione fetale, respirando morbidamente mentre teneva vicino alla bocca un tubero che doveva essere il suo pasto per il risveglio. Quando ci vide, balzò affettuosamente addosso a TeePaa, mugolando e facendogli le fusa come ogni cucciolo che ritrova il suo padrone.
Nei mesi a seguire, Hsekiu non si fece più vivo. Continuavamo a procurarci da vivere aiutando i pescatori nelle loro battute lungo il Nilo, mentre Nommo continuava a intrattenersi con Ayman, discorrendo di religione, etica e via dicendo. All'inizio dell'anno giunse finalmente la convocazione del re, ma noi ragazzi ne fummo estromessi. Nommo tornò dicendo che il sovrano avrebbe nell'anno successivo intensificato i lavori sulla sua statua, includendovi anche le migliori professionalità di Men Nefer. Sembrava una scelta saggia, specie se abbinata alla novità di alloggi e pasti degni di tale nome per gli operai che già vi lavoravano; eppure, l'impressione che qualcosa fosse in procinto di accadere non svaniva.
Passarono tre anni e mezzo. Nommo aveva intanto iniziato a tenere colloqui semestrali con Re Hsekiu, e continuava a tornarne con risultati altalenanti: a volte il sovrano sembrava condividere le sue idee votate all'amore e all'agire per il prossimo, mentre altre pareva fagocitato dal suo culto personale, come preso da una smania di dominio che non sembrava aver fine. Se era vero che le situazioni dei lavoratori alla cava erano state perlomeno umanizzate, andava anche detto che ora per la città, divenuta molto più grande e bella, sorgevano innumerevoli statue d'oro raffiguranti il Supremo Sovrano del Basso Egitto. I cittadini idolatravano quei simulacri e sacrificavano capre e galline al loro cospetto, e anche il culto di Uadjet, la supposta madre di Hsekiu metà donna e metà cobra, era notevolmente incrementato.
Guashi e Azale erano ormai una coppia fissa; non di rado li avevamo sorpresi ad amoreggiare lungo le rive dell'acquitrino, e dopo il lavoro presso la casa di Ayman la stessa ancella non aveva avuto timore a mostrarsi per le strade della città in compagnia dell' "eroe d'ebano". TeePaa, benché in età adulta, restava ancora sulle sue, mentre io ero preso dalla mia frequentazione con Leila. Col tempo andava facendosi sempre più bella, coi suoi lunghi capelli scuri che erano cresciuti ulteriormente fino a sfiorare i suoi deliziosi fianchi. Ormai era una donna a tutti gli effetti, prorompente nelle curve che la sua veste non poteva più celare, eppure conservava quel candore adolescenziale che aveva quando l'avevo conosciuta. Ci scambiammo il primo bacio poche settimane prima che la venisse fatto l'annuncio. Guashi e Azale si erano appartati a casa di lei per la notte, e finalmente l'acquitrino, baciato dalla luce lunare, fu per una volta tutto nostro. Prima di abbandonarci alle effusioni che avevo sognato per anni, Leila si confessò, dicendo ciò che avevo sperato di sentirmi dire per chissà quante notti:
«...Tu saresti il compagno perfetto per me. Non vorrei mai tu lasciassi questa terra, o se non altro...Non vorrei mai tu lo facessi senza di me».
L'anno si aprì con un'incredibile notizia: il re in persona sarebbe sceso nella piazza popolare per fare un grande annuncio. Il giorno, tutto il popolo si riversò nella piazza, e chi non poté trovarvi spazio fu ospitato nelle case adiacenti cosicché potesse osservare dalle finestre. Qualcuno issò addirittura scale e tirò su impalcature momentanee per non perdersi l'avvenimento. Il corteo regale si presentò alla ora dodicesima del mattino: due file di sacerdoti vestiti di color smeraldo passavano ai lati del seggio imperiale, sorretto da otto giganteschi uomini olivastri, alti almeno due metri. Attorno al seggio, una formazione circolare di guerrieri in abiti di lino bianco con rifiniture d'oro si accertavano, lancia alla mano, che nessuno osasse muovere un dito contro il re. Dietro di questi, il corteo si concludeva con ancelle e altre figure sacerdotali, tra cui il vecchio Ayman, sempre più malandato.
Hsekiu indossava una corta veste nera e lucida, un copricapo con bande rosse e nere col consueto serpente smeraldino incastonato sulla fronte e i soliti gioielli in oro su collo, polsi e dita. Il corteo si fermò al centro della piazza, dove sorgeva una statua di Uadjet, e il re, dopo essersi sollevato e aver mandato un bacio verso il simulacro materno, ruppe il silenzio.
«Sudditi miei!» incominciò. «Per anni ho regnato su di voi, nobile popolo di Men Nefer, e su tutto il Basso Egitto, in quanto suo sovrano incontrastato. Per anni ho combattuto per la prosperità di questa terra, bagnata dal Nilo e scaldata dal Sole. È giunto il momento di portare la nostra innata superiorità oltre i nostri confini». Tutti stettero in silenzio; l'ansia di capire dove voleva andare a parare il re era sempre maggiore.
«Da quando siedo su questo trono, io, Hsekiu I, Dio e Re del Basso Egitto, ho dovuto sopportare l'insolenza dei popoli dell'Alto Egitto, che hanno spesso risalito il Nilo depredando i nostri raccolti, rapendo le nostre donne e offendendo la nostra divina madre. E ancor di più mi duole parlarne, se penso che a capo del regno nostro nemico è colui nelle cui vene scorre il mio stesso sangue, mio fratello maggiore Hedj Hor, che molti di voi avranno conosciuto col nome di Re Scorpione». Tra la folla si sollevò un mormorio generale: apparentemente, i due fratelli avevano generato con le loro liti passate la scissione del regno egiziano, a differenza di quanto gli studiosi sostengono ancora oggi. Le guerre tra i due avevano portato alla distruzione di tutte le prove esistenti circa le dinastie antecedenti, in una sorta di scellerata damnatio memoriae dei sovrani a loro precedenti. Hsekiu inspirò a fondo e parlò con ancora più forza.
«Non solo mio fratello, il Re Scorpione, sovrano di Nekhen, ha ripudiato la dea sua madre, ma ha voltato la faccia al grembo materno in nome di Horo! Il Dio Falco, sudditi miei, la divinità venerata dal popolo del Basso Egitto. Quello che si prospetta, popolo mio, è lo scontro definitivo per sancire non solo il reggente del mondo a noi conosciuto, ma anche per stabilire quale culto regnerà indiscusso e quale divinità sarà quella che ci salverà o che ci condannerà a un destino mortale, cui non potremo sottrarci». Dal fianco destro estrasse un lungo pugnale metallico tempestato di pietre preziose, e tendendo ogni muscolo del suo corpo, gridò:
«Popolo...Alla guerra!!!!». Un secondo di esitazione e poi l'intera piazza, gremita di oltre centomila persone, fece tremare le case e il suolo con un ruggito feroce e terribile. Anche le donne iniziarono a inveire e a inneggiare all'imminente discesa in battaglia, e i bambini si misero a danzare in preda all'eccitazione infantile. Pilo si strinse forte ai fianchi di TeePaa, capendo che qualcosa andava storto e che forse il suo padrone avrebbe rischiato la vita. In Guashi invece balenava un contenuto desiderio di rimettersi alla prova, dopo tutto quel tempo passato a pescare prede innocue lungo il Nilo. Nommo fremeva dall'agitazione: quell'uomo non aveva affatto ascoltato i suoi consigli, e ora si rivoltava addirittura contro la sua famiglia in nome dell'espansionismo e di un folle culto di se stesso che non aveva assolutamente senso, rischiando per altro di sacrificare migliaia di vite. Cos'altro poteva fare?
E cos'altro potevo fare io? Sette anni erano passati dall'ultima battaglia a cui avevo partecipato, nella foresta degli uomini-scimmia. Per poco non ero morto in quella pazzesca avventura, eppure mi sentivo più in pericolo ora che ero tra un popolo di uomini evoluti, acculturati ma comunque accecati e soggiogati da un leader sì deviato e pericoloso, ma innegabilmente affascinante.
«Chiederò udienza non appena possibile» disse Nommo, «questo scempio non deve accadere!». Tornammo a casa visibilmente scossi, e riflettemmo sul da farsi. Nommo cercò inutilmente nei giorni a seguire di contattare Hsekiu, ma non vi fu risposta dalla corte reale: il sovrano aveva ormai deciso. Per le strade furono reclutate migliaia di persone, anche senza esperienza militare, e furono presto allestite le prime schiere di soldati. In due settimane, al di fuori delle mura cittadine si addestravano circa ottantamila persone. Solo le donne, i membri della corte e gli operai della cava erano stati esentati dall'obbligo militare. Pena la morte, tutti furono costretti, noi compresi: ironicamente, saremmo andati a morire in terra nemica per evitare la morte in terra amica. Fummo rapidamente collocati ai vertici delle squadre che si erano formate, che contavano diecimila uomini ciascuna, e in poco tempo molte delle speranze di vittoria furono riposte in noi e in Guashi, vista la poca abilità militare di quel popolo così pacifico e progredito.
Riuscii a vedere Leila una volta sola, prima di partire alla volta di Nekhen. Due giorni prima della partenza, ci incontrammo nei pressi delle mura cittadine. Lei conosceva innumerevoli scorciatoie per uscire dalla città, ma decise di restare comunque vicini al centro abitato poiché anche le aree limitrofe erano sorvegliate dal corpo di guardia di Hsekiu, ossessionato da eventuali disertori e fuggitivi. Ci fermammo, seduti su una roccia piatta, a guardare le dune oltre le mura. Sembravano fatte d'oro bianco, e la luna piena irradiava i loro contorni, facendole sembrare, con l'aiuto del vento, una marea irreale, sospesa nel buio. Guardando le innumerevoli stelle nel cielo, restammo in silenzio per ore, senza chiederci né risponderci nulla. Poteva il cielo partorire sia persone come Hsekiu che come Leila? Che criterio era mai quello? Mi avvicinavo ai vent'anni, e tutte quelle domande così profonde e difficili da risolvere già albergavano nella mia testa. Non potei fare altro che baciare Leila per tutto il tempo; con ogni bacio cresceva la mia voglia di stare con lei e la convinzione che quella battaglia l'avrei combattuta solo per poterla riavere con me al mio ritorno.
Prima di lasciarci, sull'uscio della sua abitazione, riuscii finalmente a parlarle. Le avrei voluto dire un'infinità di cose, ma mi uscì di bocca lo stretto necessario.
«Tornerò» le dissi fissandola negli occhi e tenendole il viso tra le mani.
«Ne sono sicura», mi rispose lei prima di darmi un ultimo bacio.
E sparì dietro la porta avvolta dal suo lucido vestito bianco.


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