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lavoro pubblicato sabato 22 agosto 2015
ultima lettura mercoledì 20 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 12 - DIO, NON UOMO

di PatrizioCorda. Letto 461 volte. Dallo scaffale Fantasia

Più guardavo quell'uomo tornito, dai muscoli scolpiti, sedere sul suo scranno reale, più mi sentivo schiacciato da un immutabile senso d'inferiorità per il quale non sembrava esserci rimedio. Poco alla volta presi a notare i dettag...

Più guardavo quell'uomo tornito, dai muscoli scolpiti, sedere sul suo scranno reale, più mi sentivo schiacciato da un immutabile senso d'inferiorità per il quale non sembrava esserci rimedio. Poco alla volta presi a notare i dettagli del suo aspetto: gli occhi erano truccati alla maniera delle donne locali, ma con più moderazione e precisione, e le unghie erano altrettanto curate, sia nelle mani che nei piedi. Il collo era teso, e gli occhi sembravano senza vita, d'un colore che non sembrava appartenere ad alcuna razza. Le torce alle sue spalle proiettavano su di lui una luce simile a un'aura divina; inoltre, non posava mai il suo sguardo su di noi, ma bensì fissava un punto indefinito davanti a sé, come se una visione a noi preclusa avesse catturato la sua imperitura attenzione.
Anche le guardie, disposte ai lati del trono, avevano un portamento analogo. Che fossero ai piedi del sovrano o vicine all'ingresso della sala, il loro sguardo pareva attratto dall'ignoto alla stessa maniera di quello del loro signore. In tutto questo, noi ci sentivamo al contempo protagonisti ed emarginati.
Prima che Hsekiu prendesse parola, un brivido ci attraversò la schiena. Vidi TeePaa fissare il pavimento dorato della sala e poi volgersi lentamente verso di me, e sentii Nommo espirare lentamente, nel tentativo di scacciar via la tensione del colloquio che stavamo per avere. Alcune guardie strinsero le lance con più forza rispetto a prima, e il suono delle loro rigide morse scricchiolò fino al soffitto, alto e piatto, della gigantesca sala. Poi, il sovrano parlò.
«A nessuno, nei secoli addietro, è stata concessa la permanenza nella sacra città di Men Nefer. Viandanti, esploratori, sperduti uomini di fede, ambiziosi invasori. Nessuno di questi ha potuto soggiornare o violare i nostri confini. Le loro vite si sono spente come flebili fiamme di candele esposte al vento, e i loro corpi sono tornati alle acque del Nilo, le stesse che li avevano portati a noi. Le stesse che vi hanno portato a noi. Tuttavia, la vostra saggezza e la vostra moderazione nel vivere son state notate, e in virtù della vostra bontà d'intenti ho acconsentito ad ospitarvi per un anno tra noi, per poi decidere che fare delle vostre vite. Siete amati e rispettati dal popolo, e il rispetto del popolo è anche il mio rispetto». La sua voce era forte, profonda e scorreva senza pause, seppure non enunciasse con grande velocità. Sembrava un'entità divina, scesa sulla Terra per giudicarci alla fine dei tempi. Il suo sguardo era ancora fisso, e non sembrava prossimo a toccarci quando, invece, scese punitivo verso Nommo.
«Uomo Pesce» disse con tono condannatore, «né il Nilo né l'Africa ti hanno partorito, a differenza dei giovani che porti con te. La tua sapienza è nota ed elogiata da tutti, al pari del tuo credo». La sua bocca si chiuse in una cerniera che tendeva al basso, conferendo al suo viso un'espressione di disgusto che aveva però anche un malcelato pizzico di curiosità misto a timore dell'ignoto. Nommo sollevò lentamente il capo mantenendo i palmi a terra, mentre io ammiravo come il sovrano non muovesse alcun muscolo che non appartenesse al suo viso.
«Maestà, la sua sola presenza è per noi motivo di enorme gioia, e le sue parole non possono che fungere da benedizione per la nostra umile missione» ribatté Nommo, con la giusta dose di docile accondiscendenza e sicurezza di sé. Hsekiu non cambiò però la sua ruvida espressione.
«Io non benedico nessuna cosa o persona, né appoggio alcuna missione» tuonò senza inflessioni vocali. Trasalimmo tutti: se ci aveva ospitato per un anno, perché ora ci convocava e ritirava l'appoggio che ci era parso d'avere? Nommo mantenne il sangue freddo e chinò il capo aspettando che il sovrano proseguisse, mentre noi ragazzi fummo decisamente più scossi dal ripudio appena subito. Ci avrebbero incarcerati e torturati? Forse saremmo stati i protagonisti di un'esecuzione esemplare, un ammonimento per chiunque avesse voluto varcare i confini del Basso Egitto. Ero perso in quelle paranoiche congetture quando la voce di Hsekiu riprese a tuonare nel silenzio.
«Il mio appoggio divino» - divino! - «non prescinde da una profonda conoscenza della materia. Conoscere è prendere possesso, e il possesso implica la responsabilità. Sono responsabile del mio popolo, ma voi non ne fate ancora parte. Voi siete ospiti. Conoscerò voi, e se ne sarò soddisfatto diverrete parte del mio popolo, e il vostro credo e i vostri obiettivi saranno anche i miei e viceversa». Che parole, che cervello! Fu fantastico sentire un uomo (per quanto nobile) parlare con tale padronanza verbale e con tale regalità. Sino ad allora avevamo sentito solo Nommo raggiungere tali vette stilistiche nel parlare, ma mai nessun umano. In due anni e mezzo eravamo passati dai grugniti di folli primati assetati di sangue all'altissimo eloquio di un sovrano idolatrato.
Non ci passava neppure per l'anticamera del cervello di rispondere a Hsekiu, pertanto restammo in silenzio a testa bassa, toccando il pavimento con la fronte, aspettando che Nommo rispondesse di nuovo, senza commettere errori che adirassero l'illustrissimo interlocutore.
«Maestà, il suo volere è legge, e ad esso noi ci pieghiamo» disse l'anfibio. «Sarebbe per noi un onore inimmaginabile poter conferire con Voi su ciò che influenza ogni nostro pensiero e movimento. La volontà di conoscere è sintomo di amore per ciò che ci circonda, e la cosa è assolutamente in linea con la Sua magnanimità. Se avrà piacere di farci Suoi sudditi, questo allora sarà il nostro destino». Fin dall'inizio ebbi l'impressione che Nommo stesse tutelando se stesso e tutti noi con quelle risposte gentili ed arrendevoli, ma anche che in fondo fosse estremamente interessato a conferire con il reggente della città. Ora i due, seppure ad altezze diverse, si fissavano negli occhi a vicenda in religioso silenzio. Nommo era in ginocchio, ma non era affatto supplichevole nel suo atteggiamento; dalla sua, Hsekiu sembrava essersi ammorbidito e le sue labbra apparivano ora meno serrate. Vidi il suo collo roteare a centottanta gradi e il suo sguardo gravare sui nostri visi sfigurati dalla tensione.
«Sarai tu il mio unico interlocutore, Uomo Pesce. Sei tu il depositario della sapienza, che in questi giovani tuoi seguaci ancora non verdeggia rigogliosa quanto vorresti» sancì Hsekiu alzando leggermente la mano destra dal bracciolo.
«Il mondo è vasto e in parte sconosciuto, e nelle poche lande conosciute infuriano guerre e faide: come avrai saputo, la faccenda non ci vede esenti» riprese il sovrano accennando al conflitto coi popoli dell'Alto Egitto, «ma è tuttavia chiaro che tu non appartieni a questo mondo. Il mio destino di re è la conoscenza di ogni cosa. E le tue origini non fanno eccezione». Ora la sua vena altezzosa s'era rifatta viva. Ero certo che Nommo non temesse il confronto, e che la prospettiva di diventare suddito d'un re sconosciuto non lo allettasse, ma la sua risposta mi smentì ancora una volta.
«Quando lei vorrà, Signore. Dalle stelle al fiume Nilo e oltre, ciò che desidera è già suo in principio» rispose umilmente il mio precettore. Doveva essere una messa in scena! Il mio saggio maestro che si abbassava così davanti a un uomo che si autoproclamava sovrano di ogni cosa? Era forse possibile?
«Dieci lune faranno da preludio al nostro incontro» disse Hsekiu, tornato statuario sul suo trono «e alla decima ora del mattino, sarai alle porte della mia divina dimora, Uomo Pesce. Il tutto sarà l'argomento del nostro incontro, e solo io e te avremo diritto di parola, benché ti conceda di portare i tuoi allievi con te, affinché vedano la grandezza infusa in colui che regna sul Basso Egitto e sul mondo conosciuto». Dopo quelle parole, il suo sguardo venne nuovamente meno. Le palpebre scesero, e i suoi occhi furono di nuovo celati alla nostra vista. Nommo tornò a posare il capo a terra in segno d'accettazione della parola reale, e Ayman con un inchino si affrettò a farci uscire seguiti da alcuni soldati. Lungo il corridoio, mentre ci allontanavamo, sentivamo il crepitio delle torce nella sala reale farsi sempre più flebile. Deboli come quel suono, in quei momenti, erano anche le certezze su quello che sarebbe stato il nostro destino in quel luogo a noi ancora sconosciuto.

«Un incontro con il re! È incredibile! E sarete lì anche voi?». Appoggiata contro la parete del retro della casa di Ayman, Leila continuava ad incalzarmi con le sue domande su Hsekiu e l'imminente visita che gli avremmo fatto. Le ancelle erano state congedate in anticipo dal vecchio sacerdote, intento a conversare amichevolmente con Nommo, e la più bella (almeno per me) di loro aveva finalmente deciso di rivolgermi la parola. Emozionato ma anche impacciato; spiccicai qualche parola su come il re fosse appariscente ma regale nell'aspetto, e su come avesse parlato dando prova di grande cultura e padronanza retorica. Gli occhi di Leila, che ammutoliva stupefatta ad ogni particolare aggiunto, brillavano davanti ai miei, colpiti dalla luce che filtrava da un albero vicino al muro. Il suo sguardo, illuminato ora di verde, ora di nero passando per un fantastico color nocciola, non si staccava dalle mie labbra, e presa dall'entusiasmo afferrò le mie mani all'improvviso.
«Solo grandi uomini dall'enorme prestigio possono stare accanto al re» spiegò vivacemente. «...Quanto sarebbe bello per me poter sposare un giorno qualcuno di così nobile e importante. Sarei finalmente libera, e potrei vivere la vita che desidero» disse infine abbassando lo sguardo, allentando la presa sulle mie mani per poi stringerle nuovamente con forza, cercando di nascondere l'alone di tristezza sul suo volto.
«Nessuno sa cosa ci attende domani, in verità» dissi cercando di stemperare l'atmosfera. «Potremmo anche non essere più graditi al sovrano, e valere per lui meno di questi sassi che calpestiamo». Effettivamente, era una possibilità da tenere in considerazione.
«Oh, non sarà così. Voi siete speciali. Nessuno è come voi».
«Quello è certo. Ma il giudizio non è compito nostro. Vista la natura del vostro sovrano, è decisamente adatto dire che solo Dio sa cosa ci aspetta». Mi stupii dell'inattesa vena ironica che avevo sfoggiato. Avrei anche potuto offendere la bellissima Leila con quella battuta quasi sacrilega: eppure, lei rise con adorabile candore, portandosi la mano alla bocca per poi congedarsi, augurandomi buona fortuna per l'incontro del giorno dopo.
Ci svegliammo nervosi e gasati allo stesso tempo. Guashi continuava a sistemarsi la toga di lino bianco lungo le spalle possenti, mentre TeePaa sembrava irritato dall'eccessiva voluminosità dei suoi capelli poco curati. Vestiti di bianco per l'occasione, ci avviamo fuori dalla casa, scortati da una dozzina di muscolose guardie del corpo fino al palazzo reale. Giungemmo alla sala del trono attraversando il solito corridoio, in preda all'eccitazione per l'incontro imminente. Anche Nommo era nervoso, ed era stato stranamente taciturno per tutta la giornata. Con nostra grande sorpresa, vedemmo il trono vuoto al nostro arrivo. Accanto ad esso, Ayman e altre dieci guardie del corpo armate di lancia e arco ci attendevano in silenzio.
«Il Divino Hsekiu I non è qui ad accogliervi, come avrete visto» disse il sacerdote con ampi gesti, «ma vi attende presso un luogo segreto nel quale è in corso di lavorazione una grande opera, il più grande e magnifico simbolo di grandezza divina mai costruito». La cosa appariva importante ma ancora poco chiara; ad ogni modo non potemmo far altro che seguire il corteo reale. Superato il trono, che trovammo ancora più luccicante e sfarzoso dell'ultima volta, giungemmo all'altra parte della sala. Ammirandone le incisioni su pavimenti e mura, varcammo un'oscura uscita che portava a una lunghissima sequela di scalini che procedevano prima verso il basso per poi risalire verso un'uscita rappresentata da una massiccia porta in legno.
Le sporadiche torce appese da supporti metallici ai blocchi delle pareti illuminavano la porta, che fu presto aperta. Ci trovammo con gran sorpresa oltre le mura della città, attesi da un piccolo drappello di uomini vestiti con toghe e copricapi in lino bianco che tenevano per le briglie degli strani animali simili a cavalli ma privi di criniera e muniti di una strana gobba lungo il dorso. Queste creature dal corto pelo giallognolo e maleodorante, chiamate dromedari, furono usate per condurci presso un complesso roccioso a qualche decina di chilometri dalla città. Dopo alcune ore di lento ed esasperante viaggio sotto il cocente sole estivo, ci fermammo presso una distesa semi desertica nella quale sorgeva un altipiano che stava di fronte a una muraglia di rocce ben più imponente ma ancora poco visibile. La pendenza dell'altipiano era abbordabile, e quindi fummo invitati a risalire un piccolo percorso sterrato, le cui rocce rossastre spesso avevano qualche cavità dove uccelli e lucertole avevano costruito la loro tana.
«Il Supremo Hsekiu I» disse Ayman affannando e sorreggendosi a un grosso bastone «vi attende sulla cima dell'altopiano. È ansioso di poter conferire con l'Uomo Pesce, e di illustrargli i suoi piani per la futura grandezza del suo regno». Risalimmo di buona lena il sentiero, e arrivammo finalmente sul verdeggiante altopiano. Sul suo ciglio più lontano, intento a guardare il cielo e il paesaggio sottostante, stava Hsekiu, su un trono in legno dipinto con lucidi motivi dorati e neri, e con al suo fianco un altro seggio, più modesto e fatto di legno finemente intarsiato. Delle ancelle sventolavano larghe di palma ai suoi lati, e un piccolo gruppo di servitori con pietanze e brocche gli stavano poco distante, pronti a servirlo al minimo cenno. Il sovrano avvertì la nostra presenza e si girò, inaspettatamente alzandosi e fermandosi davanti a noi. Era alto, e visto da vicino il suo fisico era ancora più levigato e forte di quanto avessi potuto notare la prima volta. Il suo copricapo recava un nuovo dettaglio, un serpente verde elegantemente decorato al centro della sua fronte. Ci inchinammo al suo cospetto, con le ginocchia che prudevano per il contatto coi ciuffi d'erba dell'altopiano. Anche Nommo s'inchinò, ma fu presto redarguito.
«Alzati, Uomo Pesce. Sarai testimone assieme ai tuoi discepoli della più grande opera realizzata dalla mano umana». Nommo si alzò in silenzio e seguì il re che lo fece accomodare accanto a sé, mentre noi fummo scortati verso il ciglio dell'altopiano. Mentre arrivavamo, vidi Nommo balzare dal suo scranno, e un sorriso compiaciuto aprirsi sul volto del prima impassibile sovrano egizio.
Quando arrivammo sul ciglio, non credemmo ai nostri occhi: davanti a noi, un complesso roccioso alto almeno quattrocento metri, dal colore rossiccio e dalle striature ocra e bianche era stato letteralmente sventrato verso l'interno. Una gigantesca cava era scavata lungo la sua parete, e altissime scale e rudimentali ponteggi in legno incorniciavano uno scavo di circa centottanta metri di larghezza e trecento d'altezza. L'altopiano era ben più basso e distante circa duecento metri, quindi era possibile ammirare i dettagli di quella spaventosa opera. Migliaia di uomini, a terra e lungo le pareti, erano intenti a scolpire un enorme essere umano nella roccia. Alcuni erano appesi a lunghe funi e scalpellavano furiosamente sospesi in aria, altri trasportavano via terra carri pieni di macerie. Urla e richiami andavano mischiandosi nella polvere sollevata dai lavori, e notammo che i piedi della statua, ritratta da seduta, erano già a buon punto. Uomini con tavolette di cera e papiri annotavano con perizia l'andamento dei lavori, mentre operai magri e stanchi risalivano le gambe del gigante scolpendo, levigando, spolverando e prendendosi frustrate quando poi ritornavano a terra. A un certo punto vedemmo un poveretto cascare a terra da un ponteggio situato all'altezza delle spalle della statua. L'uomo volò per duecento metri buoni prima di sfracellarsi orribilmente al suolo. Dalle ginocchia in poi, l'opera appariva abbozzata e ancora nella fase di definizione dei contorni, ma indubbiamente si trattava di un'impresa spaventosamente ambiziosa e fino ad allora realizzata in maniera eccellente.
Hsekiu, con le braccia incrociate dietro la schiena, sorrideva soddisfatto, mentre Ayman non riusciva a staccare le mani dal viso, paralizzato in un'espressione allibita.
«Non può essere possibile...che diavoleria è mai questa?» sussurrò Guashi con fare abbattuto. Le braccia gli pendevano lungo il corpo, come scoraggiato davanti a qualcosa per la quale non si riesce a trovare una spiegazione accettabile.
«Qu-quante persone staranno lavorando là? È folle! A cosa potrebbe mai servire una cosa simile...» mi bisbigliò TeePaa all'orecchio, timoroso di essere sentito dai servitori del re.
«Non ne ho la minima idea. Non ho mai visto una roba simile prima d'ora. È pazzesco e grandioso allo stesso tempo. Però quella gente mi sembra diversa dal popolo di Men Nefer...» risposi. Il mio amico concordò silenziosamente con un cenno del capo e una smorfia della bocca.
Nommo stette ancora un po' in silenzio, guardando in basso e in alto quella mastodontica opera scolpita nella natura, poi si voltò verso Hsekiu in cerca di spiegazioni.
«Perché mio Signore? A quale scopo costruite un'opera tanto grande e faticosa da portare avanti?»
«Uomo Pesce, di te poco ancora conosco, ma so che come me, nei tuoi occhi arde la voglia di grandezza».
«Ci sono tanti tipi di grandezza, Maestà. Che grandezza insegue, che grandezza celebra imprimendo la forza di migliaia di uomini nella roccia immortale?»
«Hai colto nel segno, amico mio. L'immortalità. L'immortalità dello spirito, della potenza del mio popolo, della gloria del Basso Egitto che domina sul mondo conosciuto e sui suoi rivali. L'immortalità del culto dei nostri dei, che regnano sugli uomini mortali».
«Si tratta quindi di un'opera che celebra un culto, Signore? E quale divinità è quella?»
«Riconosci forse lo stemma lungo la fronte della statua?» disse ghignante Hsekiu. Il volto dell'uomo era ancora da definire, ma era già ben chiaro il contorno del suo copricapo, al cui centro spiccava la sagoma di un serpente. Nommo si girò verso il sovrano, e notando lo stesso serpente sul suo copricapo capì tutto.
«Quel serpente, signore...».
«Quel serpente è il simbolo di Uadjet, la dea che generò questo regno che io ora domino, e di cui io sono l'immortale sovrano. In me scorre il suo sangue, in me arde la sua fame di gloria, in me brilla la luce della sua infinita sapienza».
Nommo ormai non sapeva più che dire. Era chiaramente sotto shock, e non aveva alcuna idea di chi fosse davanti a lui.
«Il corpo di Uadjet è il mio, il suo pensiero è il mio, la sua legge è la mia». Non c'era più freno alla parola del sovrano.
«Ogni donna genera figli, e in essi risplende la luce materna. Così è anche per le divinità...Ed è grazie a questo che...».
«Mio signore...voi..». Gli occhi di Hsekiu brillarono di una luce che mai vidi risplendere in alcun occhio umano.

«...Io sono un Dio».



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