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lavoro pubblicato martedì 18 agosto 2015
ultima lettura lunedì 9 settembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Alone in the silence- 01 Chiaroscuro

di Rinkaku. Letto 544 volte. Dallo scaffale Filosofia

Albert Mauvai è un giovane artista e insegnante, la cui oscurità, però, viene finemente celata dalle sue grottesche opere forse troppo realistiche per essere composte da semplice gesso.

Era notte, come ci si aspetta sempre da ogni inizio di quella che, si spera, sia una buona storia.
La luna illuminava dolcemente Parigi coi suoi raggi pallidi, accompagnata da qualche stella resa invisibile dai milioni di lampioni che riempivano le strade della città.
Gli abitanti dormivano tranquilli, ignari di cosa potesse nascondersi attorno a loro, mentre sognavano placidamente, nel calore delle abitazioni simili a gabbie per uccelli, piuttosto che veri luoghi in cui sentirsi liberi e sicuri da ogni pericolo.
Come sono teneri quei volti che sembrano senza vita, i corpi che appena si muovono ormai abbandonati fra le braccia del sonno nell'oscurità di una notte qualsiasi, identica a quella di ieri e simile a quella di domani.
Non sanno cosa accade o spesso preferiscono ignorare e pensare ad altro, per non averne nemmeno il sospetto.
La consapevolezza li assale, tentandoli in ogni momento con la verità facile e pronta dei telegiornali e delle riviste a basso prezzo nelle edicole ma niente li tocca, niente li attira quanto un massacro, un omicidio misterioso o una scomparsa improvvisa, magari di un bambino; di certo non quella di un vecchio, quella sarebbe poco interessante, per loro.
Assaporai il momento, inspirando tutta l'aria e la consapevolezza di questo limbo che sarebbe durato solo poche ore che potei cercando di godermela insieme all'odore nell'aria, così inebriante.
Mi aiutava a concentrarmi, a tenere i nervi saldi per poter andare avanti con la mia pratica.
Un esercizio perfetto.
Il silenzio regnava incontrastato per la stanza, rilassandomi la mente, calmando le membra.
La concentrazione era estrema, quasi onirica se così si può definire.
Con calma allungai la mano verso la spatola accanto a me, pronto a infilarne la superficie nell'oggetto che avevo davanti.
Ci vuole una buona dose di pazienza per lavorare al meglio e realizzare un'opera con cura.
I movimenti devono essere calcolati al millimetro; mente, occhi e corpo cooperano assieme per produrre qualcosa che va al di là della comprensione umana, qualcosa che possa toccare i cuori delle persone e unirli con un solo lungo e sottile filo rossastro, creando anche per un istante soltanto la pace eterna dei sensi e dell'animo, un frangente di secondo dove lo spirito trova la sua massima espressività.
Per questo scopo, ogni elemento dell'ambiente deve stare al suo posto, perfettamente in ordine, la quiete deve essere l'unica compagnia e la mente è obbligata a restare lucida e attenta, per poter realizzare al meglio tutti i dettagli.
Il materiale va lavorato con una determinata e precisa tecnica, movimenti singoli, non troppo veloci per evitare errori che possano rovinare esso e l'intero lavoro per sempre.
Si tratta specialmente di togliere sempre più materia adoperando i giusti strumenti, rendendo le superfici lisce solo dopo aver creato adeguatamente tutta la forma dell'opera.
-Ti prego.....non farlo..- Rantolò l'oggetto, subito zittito dalla lama fredda e pulita della spatola.
Un gesto semplice ma liberatorio accompagnato da un lungo sollievo.
Come dicevo prima, nessun rumore deve interrompere il dolce e rilassante suono del silenzio mentre l'opera nasce, come da un guscio deforme e vuoto.
Una forma di infinita bellezza, delicata e leggiadra, cominciò a formarsi davanti a me mentre gli strumenti svolgevano il proprio lavoro mossi con estrema abilità e perfezione dalle mie mani esperte.
Nessuna parte va trascurata, tutto è utile alla creazione del risultato finale.
Bisogna togliere e perfezionare, solo così si può creare qualcosa di infinitamente perfetto.

Il mattino giunse rapidamente, inondando tutto con la luce del sole che albeggiava all'orizzonte.
I tiepidi raggi riempirono la stanza di un tenue arancione, rendendo affascinante non solo il pulviscolo che lentamente danzava nell'aria ma anche la polvere sugli scaffali, i liquidi rovesciati casualmente e per errore.
Questi ultimi ora brillavano di una luce del tutto nuova, inaspettata, tanto affascinante da farli risultare quasi vivi.
L'opera era quasi terminata, erano davvero pochi gli accorgimenti che mancavano per rendere il tutto completo.
Mi fermai a guardare per un attimo, a distanza.
Partii dal basso, analizzandone ogni particolare mentre i miei occhi ne risalivano le forme scavate alternate a quelle piene delle cosce, dei fianchi e del seno.
Un miscuglio di forme perfetto, armonioso e suadente proprio come avevo immaginato nei miei pensieri.
Un forte senso di orgoglio ed eccitazione mi pervase, perforando tutto il mio corpo e riempiendolo di un calore che solo in quei momenti sentivo; una sensazione rara, dolce, che mi trasportava con sé lungo una corrente liscia e perfetta.
La sveglia che tenevo sulla scrivania in fondo al laboratorio iniziò a squillare, avvertendomi che era ora di andarmene da lì, salire in casa e prepararmi per il lavoro, quello secondario.

L'École nationale supérieure des beaux-arts era l'istituto d'arte più rinomato e col nome più lungo di tutta Parigi.
Esisteva da secoli e da altrettanto tempo era il luogo di formazione e di lavoro di numerosi artisti divenuti famosi in tutto il mondo per la propria arte.
L'intero quartiere era pieno di negozi dedicati alla musica, alla letteratura, alla pittura e altre forme d'espressione; i palazzi erano alti e puliti, perfettamente in ordine come ci si aspettava da una zona simile, sia mai che anche un solo granello di polvere o un solo rifiuto toccasse i muri o i marciapiedi di quel luogo ormai sacro per tutta la comunità artistica.
La San Pietro degli artisti, in poche parole.
L'ingresso dell'istituto era vasto, pochi studenti stavano sparsi un po' ovunque a chiacchierare fra di loro aspettando l'inizio delle lezioni mentre gli insegnanti ancora parcheggiavano la propria macchina ai bordi del cortile.
Raggiunsi l'enorme atrio della struttura, ritrovandomi immerso in quell'odore di antico che ormai mi accompagnava ogni giorno da dieci anni.
Le aule erano spaziose, colme di attrezzature di ogni tipo per le diverse discipline, arredate con classe e rigore.
-Professor Mauvais! Professore, aspetti!- Gridò una voce alle mie spalle, quasi disperata.
Mi voltai lentamente, con disinvoltura e, personalmente, anche una punta di noia poiché già sapevo di cosa si trattasse.
In fondo all'atrio, dall'ingresso, Brigitte Duval stava correndo verso di me, lo zaino scosso in ogni direzione a causa dei movimenti della ragazza, i vestiti svolazzanti e spiegazzati.
Mi fermai e tirai un sospiro colmo di irritazione.
Sapevo perfettamente quanto quella ragazza fosse buona e dolce ma il modo in cui si comportava ogni volta non faceva altro che irritarmi.
Rimpiansi con tutto me stesso di non essere rimasto al laboratorio, pregustando già il termine della mia speciale opera.
-Che succede Brigitte?- Le domandai non appena mi raggiunse, sistemandomi gli occhiali scuri sul naso.
La ragazza si spostò dietro all'orecchio una ciocca dei lunghi capelli rossi che le era caduta sul viso.
Il ritmo del suo respiro era irregolare, accelerato a causa della corsa che aveva appena fatto.
Il suo petto si alzava e abbassava rapidamente, calmandosi poco a poco.
Mi soffermai per un attimo ad osservarla bene, per quella che probabilmente era ormai la millesima volta da quando frequentava l'istituto.
Un volto grazioso, nel pieno della propria giovinezza e tanto pallido da sembrare quello di un fantasma; i capelli le contornavano dolcemente il viso, creando un quadretto al quale nessun ragazzo avrebbe potuto resistere ma la sua sciattezza e indelicatezza nel vestire la facevano apparire molto meno attraente di quanto, in realtà, non fosse.
Mi domando, a volte, cosa è accaduto alla società per ridursi dall'alta classe nell'abbigliamento a jeans larghi e maglioni di una o due taglie in più.
Davvero triste, non trovate?
Le diedi il tempo di riprendere il fiato ma la ragazza, famosa per la propria cocciutaggine, decise che doveva parlare subito e, tra un rantolo di fatica e l'altro, riuscì a pronunciare qualche parola sconnessa.
-Prof.....i compiti.....qua..- Ansimò, porgendomi una cartelletta piena di diversi studi ad acquerello.
La aprii con finta noncuranza, iniziando ad esaminarli uno ad uno.
Ognuna delle tavole era stata realizzata con grazia e delicatezza; iniziai ad immaginare la sua mano che, leggermente, impugnava il pennello per poi intingerlo nell'acqua e cominciava a muoversi con agilità sul foglio, come se stesse danzando su una superficie di neve lasciando dietro di sé una limpida e quasi trasparente scia di tenue colore azzurrino.
Una dolce musica si materializzò nella mia mente, facendo da sottofondo ai movimenti delicati della sua mano e del pennello mentre un largo sorriso di apprezzamento mi si delineò sul viso, circondato dalla leggera barba che non ero riuscito a rasare quel mattino.
Brigitte rimase lì davanti a me, in trepida attesa e a testa bassa mentre attendeva che finissi di analizzare il suo lavoro, desiderosa di ricevere il prima possibile la valutazione.
Quando chiusi la cartelletta, mi scoprii così tanto soddisfatto di lei e di ciò che era riuscita a fare in una sola settimana di tempo che dimenticai per un attimo dei suoi modi di fare e dei vestiti che indossava quel giorno.
-Beh, questi lavori sono certamente i migliori del corso, complimenti. Dopo in aula ti darò la valutazione, ora fila a lezione che la campanella sta per suonare.- Dissi ridandole indietro le tavole e dirigendomi a gran velocità verso l'aula insegnanti.
Non avevo un rapporto molto aperto coi miei colleghi, come del resto con gli alunni, nel senso che non ci uscivo mai ma ci parlavo sempre, in ogni possibile occasione.
Raggiunsi rapidamente la mia scrivania, posando la borsa sulla sedia e iniziando a sistemare i fogli che vi si trovavano sulla superficie insieme al registro e a tante altre cose per me inutili in quel momento.
Fra tavole di vari studenti di differenti classi, fogli pieni di appunti, matite e materiali, feci fatica a sistemare tutto e, proprio mentre ci lavoravo, una voce mi fermò.
-Ehi Mauvais, come va? Ti vedo stanco, hai per caso festeggiato questa notte?- Domandò Enric Blanchard.
Era l'insegnante di lingue del corso A e G, gli stessi dove io insegnavo arti figurative.
Altezzoso e strafottente da quando lo conoscevo e, nonostante la sua età paresse aumentare rapidamente, i suoi modi di fare peggioravano sempre di più fino a diventare incredibilmente insopportabili ed irritanti.
Mi fissava con un largo sorriso beffardo, il tipico sorriso di chi si crede nettamente superiore a chiunque altro attorno a lui.
Ricambiai lo sguardo mantenendo un'espressione piatta e disinteressata, preferendo voltargli la spalle e continuare a sistemare la scrivania, piuttosto che rimanere troppo davanti al suo viso.
Sapete, sono un uomo molto superstizioso e non vorrei mi contagiasse coi suoi modi di fare, facendomi diventare allo stesso modo viscido.
-Non credo siano affari tuoi, Blanchard.- Gli risposi.
-Oh, sei sempre così scontroso! Non dirmi che hai passato l'intera nottata a lavorare a quelle tue "opere", eh? Bah, voi artisti siete tutti così strani...- Borbottò lui, sorseggiando tutto compiaciuto lo schifoso caffé della macchinetta che teneva in mano e allontanandosi verso gli altri insegnanti i quali, vedendolo, parvero spostarsi un po' di lato e alzare gli occhi al cielo.
Osservarli era quasi divertente, ora che ci penso.
Credo di essermi soffermato più e più volte ad osservare i loro volti, a studiare le loro perfette maschere di persone civili e cordiali mentre, dentro di sé, nascondevano ben altro.
Ma come biasimarli, dopo tutto indossiamo tutti quanti delle maschere, no?
La mente viaggiò dalle loro sciocche e palesi maschere all'opera che mi attendeva nel laboratorio, ancora fresca di fattura, pronta ad essere esposta.
La sua immagine così ispirante e incredibilmente bella mi estasiò di botto, facendomi sorridere stupidamente.
Quasi piansi al pensiero di doverla far aspettare.
Proprio quando mi sentivo sul punto di versare la prima lacrima, la campanella suonò.
Ricacciai il pianto da dove stava per venire ed uscii, portando con me le tavole da restituire, pronto ad affrontare una nuova giornata colma di noia, monotonia e routine scolastica.

Quel giorno evitai ogni interazione e dialogo con chiunque, a malapena fui presente mentalmente alle lezioni dato che già solo il mio corpo all'interno dell'aula riusciva a far compiere ad ogni alunno il proprio lavoro senza alcun problema.
Erano tutti bravi studenti, si impegnavano a fondo in ogni compito che davo loro, seguivano ogni mia direttiva e consiglio, come un gregge segue fedelmente il mio pastore.
Penso che, se glielo avessi chiesto, avrebbero combattuto contro Blanchard in mio onore, infilzandolo più volte coi pennelli o con le matite finemente temperate apposta per l'occasione.
Sinceramente, l'idea non mi dispiaceva affatto a pensarci su bene.
Non appena rientrai in casa, mi sentii al sicuro, salvo da ogni discorso con chiunque all'interno della mia gabbia per uccelli personale.
Mi fiondai subito al laboratorio, abbandonando sul tavolo della cucina il cellulare e chiusi la porta della stanza alle mie spalle, a chiave.
Eccola lì, proprio davanti a me.
Mi era davvero mancata in tutto quel tempo ma, finalmente, ero lì.
L'avevo intitolata "Crisantemo" per il colore che aveva preso durante la lavorazione, un bianco bellissimo, candido e morbido tanto quanto le sue forme.
Ne accarezzai piano la superficie, la mano mi fremeva per l'emozione di trovarmi davanti a una simile opera.
Mi capitava ogni volta che portavo a termine un lavoro, ogni volta che riuscivo a trasmettere i sentimenti che desideravo.
Rimasi a fissarla a lungo, assaporando quel momento come se fosse una luminosa alba sul mare.
Le gambe erano distese, sistemate una sopra l'altra, il busto slanciato e la schiena leggermente inarcata verso l'alto.
Le sue costole e la spina dorsale erano scoperte fino al seno magro e rigido, lisce e splendenti come l'avorio, l'interno svuotato di tutto il materiale, ma il viso!
Oh, quello era meraviglioso, senz'altro la parte migliore.
Le mani glielo accarezzavano con delicatezza, le labbra leggermente socchiuse e suadenti, tinte di rosso mentre gli occhi parevano guardare verso l'infinito e i capelli le facevano da tappeto.
La donna più affascinante che mai avessi visto in tutta la mia vita stava proprio lì, di fronte a me e, presto, sarebbe finita in una delle gallerie proprio di fianco alla scuola, dove tutti potevano ammirarla e invidiarne l'aspetto fino a bruciare.
La perfezione e la bellezza del corpo umano sono sempre stati i capi saldi della mia idea di arte, da sempre.
Senza bellezza l'armonia delle forme non può assolutamente esistere, ho sempre pensato, cercando di creare più e più volte l'immagine perfetta, l'incarnazione della grazia nel corpo femminile e, per me, quello era un gran risultato.
Ma era già arrivato il momento di andare avanti, di stendere un nuovo progetto e iniziare a lavorarci sopra da subito.

Mi sedetti alla scrivania, matita alla mano e foglio disteso davanti a me, pronto al lavoro.
Un leggero ronzio fastidioso mi perseguitava il cervello, indicandomi qualcosa che con difficoltà riuscii ad individuare.
I disegni di Brigitte.
La delicatezza della sua mano con gli acquerelli mi aiutò molto, in quella situazione, più di quanto mai avrei potuto immaginare e le fui immensamente grato per questo, davvero.
In pochi minuti, linea dopo linea, l'idea stava lì davanti ai miei occhi, grezza ma bellissima.
Qualcuno avrebbe potuto dire che, in effetti, i miei lavori erano incredibilmente macabri e brutali ma per fortuna non tutti lo avrebbero fatto.
L'arte e il gusto per il macabro andavano di moda, alla gente piaceva vedere la brutalità e il sangue, così li accontentavo, creando opere in comunione fra le mie idee e i loro gusti.
Dopo tutto, gli uomini restano sempre uomini, qualunque sia il loro aspetto esteriore e la morte affascina tutti, specialmente se affrontata in maniera, appunto, brutale.
Immaginai una composizione semplice, quasi lineare.
Gambe e spina dorsale, nient'altro per questo lavoro.
Un albero nato da un corpo era una buona idea, non delle più originali ma nemmeno da buttare via subito quindi ne approfittai per pensarci meglio.
La grafite della matita tracciò le forme delle cosce, le gambe in ginocchio sul piano, come se il corpo stesse pregando e, dal bacino, partivano le prime giunture delle ossa che si allungavano fino al collo, senza arti né carne alcuna, solo il cuore messo esattamente al centro delle costole, in simmetria perfetta.
Dalla spina dorsale si dividevano centinaia di rami secchi, ricoperti da fiori bianchi e splendenti, campanule.
Le campane della morte, un titolo intrigante.
Un largo sorriso mi si delineò sul viso, mentre la mente ripensava a Blanchard e alla sua faccia da stronzo.
Quella notte avrei lavorato davvero molto, sorrisi ancora di più.

Le luci notturne di Parigi erano a dir poco affascinanti.
Illuminavano la città con una luce un po' fioca ma che riusciva in qualche modo a raggiungere tutto ciò che gli stava attorno.
I lampioni si stagliavano alti verso il cielo, come se volessero proteggere chi gli passava attorno dalla fitta e impenetrabile oscurità della notte.
La luna era alta e piena, osservava dal cielo le lunghe ombre che la sua luce proiettava sulle strade, gli stretti vicoli che colmava di un denso buio col gusto malvagio di coloro a cui piace osservare i mostri che mentre tutti dormono si scatenano per le strade.
Agli angoli degli incroci numerose prostitute stavano appoggiate ai lampioni, come vedette nella notte armate di borsetta e tacchi a spillo, una descrizione monotona ma pur sempre azzeccata.
I loro volti erano stanchi, sciupati dal tempo e dai fin troppo numerosi rapporti che avevano portato via da loro la bellezza ormai presente solo grazie al silicone, agli innesti di plastica e al pesante trucco fin troppo vistoso.
Nessuno di quei volti mi ispirava nulla se non odio e ribrezzo.
Non era affatto ciò di cui avevo bisogno, ciò che desideravo per poter realizzare il nuovo lavoro.
Era necessario un corpo grazioso, in forma e giovane per rappresentare l'idea di bellezza che giorno e notte mi perseguitava, tormentando in ogni momento la mia debole e stanca mente ma tutto ciò che vedevo erano solo corpi straziati ricuciti come il mostro di Frankenstein, una storia che avevo sempre odiato con tutto me stesso.
Avanzai, la macchina procedeva lenta lungo i viali anticipata dalla luce dei fari che illuminava il mio percorso.
I loro volti erano ammiccanti, i corpi i muovevano sinuosamente non appena vedevano i miei occhi ma non mi interessavano.
Per quanto le loro curve fossero abbondanti il fatto di lavorare con materiali sporchi come la plastica mi faceva terrore, avrebbero rovinato la mia arte.
Improvvisamente la vidi, in un angolo buio, separata da tutte le altre donne come lei.
Era davvero molto giovane, sui vent'anni, un viso grazioso leggermente coperto dalle lentiggini nell'area del naso, gli occhi bassi e colmi della vergogna di chi, contro la propria voglia, è costretto a fare qualcosa di terribile che lo segnerà per tutta la vita.
La sua prima volta, segno di un corpo perfetto e che mai ha ancora avuto a che fare con gli strumenti di medici e dottori.
Un corpo perfetto.
I miei occhi si assottigliarono, pregustando la realizzazione finale dell'opera che, piano piano, iniziava a materializzarsi nella mia mente.
Avvicinai la macchina alla ragazza e aprii la portiera facendole segno di entrare.
Quella si guardò attorno, il viso sul punto di piangere, nel tentativo di incrociare lo sguardo delle sue colleghe, di quelle che credeva fossero sue amiche ma erano tutte voltate verso la strada, abbandonandola al suo triste destino.
-Non ti preoccupare, andrà tutto bene.- Le dissi, tentando di farla sentire meglio e di calmarla.
Ci riuscii.
Quelle poche e semplici parole parvero bastare allo scopo e la ragazza si avvicinò alla vettura, lanciò un'ultima occhiata attorno a sé e si posizionò sul sedile accanto al mio, chiudendo la portiera debolmente.
Il buio della notte parve comparire all'interno dell'auto stessa insieme a una fitta coltre di puro e impenetrabile silenzio mentre, al di fuori, le numerose luci lungo le vie si proiettavano sui lucidi finestrini, riempiendo di mille tonalità la bianca pelle della ragazza che con timidezza guardava i palazzi che rapidamente si allontanavano.

I suoi occhi erano supplicanti, colmi di calde lacrime.
Mi fissava intensamente, impaurita e tremante mentre i piccoli tubi in plastica attaccati al suo corpo le succhiavano via tutte le sue energie, tutti i suoi liquidi portandola poco a poco verso il baratro.
-Non ti devi preoccupare di nulla, vedrai che tutto andrà bene.- Le dissi mentre preparavo con cautela gli strumenti adatti al lavoro.
Parve dimenarsi con forza sul freddo ripiano in acciaio sul quale stava stesa ma non me ne curai poi così tanto anche se, a essere sincero, ero curioso di sapere cosa volesse dirmi.
Mi avvicinai a lei lentamente, sospirando e le tolsi lo strato di scotch che aveva sulla bocca.
-Cosa vuoi farmi..?- Domandò lei con le lacrime agli occhi, il suo sguardo pareva supplicarmi e implorare pietà come un povero davanti a Dio.
Guardandola mi fece quasi pena e non potei non accarezzarle il grazioso e pallido volto dalle guance rosee ancora finemente truccate per compiacere i clienti.
La guardai fissa negli occhi, perdendomi nelle sue iridi azzurrine e limpide come un lago in primavera e, con un solo sguardo, arrivai a comprendere tutta la sua tristezza e la sua solitudine.
-Non hai una bella vita...non l'hai mai avuta, vero? Nessun genitore, nessun vero amico e nessun amore...la strada ti ha resa così impaurita e chiusa. In più questa notte non era la tua prima volta, immagino. Per questo sei qui, stanotte, per poter cambiare e come un bruco rinascere come una farfalle. Ti renderò bellissima, libera di essere ammirata come la migliore creatura del mondo quale sei, ti renderò un'opera d'arte.- Le dissi a voce bassa, quasi sussurrandoglielo con quanta dolcezza il mio cuore potesse avere e, proprio mentre a bocca aperta lei mi osservava piena di stupore, le sacche attorno al suo corpo si riempirono, i tubicini attaccati alle sue braccia smisero di succhiare il suo sangue e dopo pochi istanti tutto il suo corpo si fermò, in un solo fremito e con un solo, debole, sospiro gelido.
Non sono mai stato troppo attaccato sentimentalmente ai miei materiali da lavoro, anche se nel loro ultimo momento ogni sentimento che li avvolgeva si liberava nell'aria, che fosse questo paura o ansia o rabbia, persino amore a volte.
Il momento in cui quei sentimenti si liberavano nell'aria del laboratorio segnava il vero inizio della realizzazione, il respiro che dava la vita a tutta l'opera.
Emozionato ma mantenendo pur sempre un certo autocontrollo, presi come mio solito la matita e iniziai a tracciare le parti che avrei dovuto eliminare, prendendo a memoria ogni singola misura millimetro per millimetro, calcolando tutte le possibili varianti e modifiche che avrei potuto apportare al progetto per renderlo ancora più originale e grandioso e, infine, passai alla sega, con la quale tranciai lentamente la carne attorno alla colonna vertebrale.
Con gli altri strumenti riuscii facilmente a togliere ogni parte in eccesso, lasciando scoperte la spina dorsale, la quale partiva dal bacino ancora al suo posto, fino ad arrivare al collo, la cassa toracica costituiva le uniche ossa in eccesso che avevo deciso di lasciare, così da poter attaccare per bene il cuore e farlo seccare esattamente al centro di esse, mantenendolo sospeso tramite l'utilizzo di sottili fili rossi i quali resi più simili a vene grazie a della resina rossastra.
Ormai il lavoro era pronto e tutto ciò che mancava erano soltanto le campanule.
Ammetto che trovarle non fu affatto semplice, poiché per essere mantenute in vita e in tutto il loro splendore era assolutamente necessaria una determinata temperatura ma, con delle dovute ricerche, venni a conoscenza di una serra botanica che ne vendeva a palate.
Attaccai ogni fiore alla spina dorsale, creando quello che pareva essere sempre di più un vero e proprio albero di fiori e ossa.
Mi allontanai un secondo, per vedere come stesse venendo e se fosse come me lo ero sempre immaginato nella mente.
Bellissimo.

Vi domanderete, immagino, che fine facciano queste mie speciali opere.
Ebbene, vi svelerò anche questo.
Il mattino seguente al completamento dell'opera avevo tutto il tempo che volevo per muovermi con calma.
Le strade di Parigi erano ancora deserte quando uscii di casa, portandomi dietro l'intero lavoro, imballato in modo che non si rovinasse.
C'era una piccola ma famosa galleria, non molto distante dall'istituto, dove venivano esposte numerose opere di svariati artisti della città e, fra loro, vi era anche uno spazio dedicato ai miei di lavori.
Parcheggiai con calma proprio davanti all'entrata e non appena François, il proprietario, mi vide, mandò due inservienti che lavoravano lì da anni ad aiutarmi.
L'opera non pesava molto e non aveva affatto la tipica puzza di cadavere, la dolce fragranza delle campanule sovrastò l'odore del gesso che ricopriva alcune parti apposta per non insospettire nessuno.
I loro volti erano visibilmente inquietati dalla forma che la scultura aveva e potei notare benissimo che si stessero domandando se fosse veramente fatta di carne e ossa oppure no.
Era, in fondo, proprio questo che piaceva tanto delle mie opere, il loro realismo un po'...estrema.
La sistemarono nella stretta sala raffreddata per poterla mantenere intatta, circondata da vari pannelli in legno dipinti da me in diverse tonalità di rosso.
Accanto a lei, ancora stava il lavoro precedente, che osservai con malinconia pensando già al momento in cui sarebbe stato distrutto.
Purtroppo, non erano opere destinate a durare per sempre e per mantenere un perfetto velo che separava la mia identità dagli spettatori, era necessario distruggerle dopo un massimo di dieci giorni.
In realtà questo dettaglio non rovinava tutto l'aspetto dei miei lavori ma, al contrario, li rendeva più affascinanti e misteriosi agli occhi delle persone che non potevano fare a meno di essere catturate dalla rarità di quei pezzi mai messi in vendita ed esposti solo per il puro piacere degli occhi.
I vantaggi di poter esporre in una galleria erano molteplici e, tra di essi, vi era la possibilità di potervi entrare ed uscire liberamente, così eliminavo le opere al momento debito.
Accadeva di notte, così come erano state create.
Le fiamme le circondavano riducendole in granelli di polvere e cenere senza lasciare alcuna traccia, senza nessun sospetto nei miei confronti.
I delitti perfetti per la creazione di opere perfette.
Alcuni di voi, lo so bene, potrebbero essere in totale disaccordo, con tutto ciò.
Molti potrebbero...non avere le mie stesse idee riguardo l'arte e come un'opera vada realizzata ma quanti fra voi possono affermare con risoluta certezza di essere soddisfatti di queste contestazioni? Quanti di voi possono dire in tutta sincerità di non aver mai sentito, nella propria mente, un leggero fruscio, un piccolo battito alla porta dell'anima o anche soltanto il quasi impercettibile graffio su ciò che separa la ragione umana dalla propria follia o, come preferisco chiamarla, dalla totale sincerità con se stessi e con la propria natura?
Ebbene vi racconterò, si spera in breve, la mia storia della quale avete già avuto un assaggio fino a questo preciso momento.



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