ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 


Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato venerdì 14 agosto 2015
ultima lettura sabato 23 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Happening

di MrPink. Letto 485 volte. Dallo scaffale Pulp

«A quei tempi era tutto nostro… avevamo le cose migliori. Quando andavamo a comprare qualcosa non facevamo la fila. Ci salutavano tutti, persino quelli che non conoscevamo. Quando le nostre mogli andavano dal gioielliere […] o quando le vedevano torn

PARTE I

Il locale è di Vince, si chiama Vegas.
Uno di quei locali da gangster degli anni settanta, nessuna slot, tavoli di legno incisi da ragazzini che ormai sono adulti.
Uno di loro cita la data 13/7/1998, Lucas ti amo.
Un altro invece dice: Poliziotti infami.
Quello tutta sulla destra ha inciso: Il Grande Fratello ci osserva
Vince sta al banco il Lunedì, il mercoledì e tutto il week end, suo fratello Marcy il martedì, il giovedì e il week end.
In realtà i due proprietari si chiamano Vincenzo e Marcello, ma non importa a nessuno se americanizzano o se addirittura lo cambiano.
Quei soprannomi sono più da mafiosi, più incisivo, più facili da ricordare.
Avete mai sentito un inglese pronunciare nomi italiani? È come se ti chiamassero in un altro modo. Qualcosa che addirittura ti fa male al cuore.
Quando Vince firmò l'atto di proprietà del locale stette ben attento a mettere suo fratello come affiliato occasionale, e non come socio in affari. Perché Marcy era il tipo di ragazzo d'oro al quale si dice sempre: "è più quella che ti fai che quella che vendi".
Ed era vero, in parte. Marcy pippava da mattina a sera, come un ossesso. Ma non era di certo di più di quella che vendeva per le strade del paese.
Per Vince, questi suoi affari, erano abbastanza per estraniarlo dal locale. Lo teneva al suo fianco solo perché sapeva spillare birre in modo particolare ed artistico, e perché portava clienti.
I clienti di Marcy che andavano da lui a comprare di mattina, andavo poi a spendere i loro soldi per birre scadenti da Vince.
Era una sorta di circolo vizioso fatto da orbi e da zoppi, che danzano con boccali di birra e il naso completamente bianco.
La maggior parte di loro addirittura nemmeno si lavava. Alcuni vivevano con la madre, altri erano barboni in qualche vicolo.
Aldo è al banco quella sera, e sempre quella sera lavorano sia Marcy che Vince, il quale continua a controllare l'orologio appeso all'angolo sopra il bancone, affianco alla TV.
Aldo prende il suo bicchiere e beve alla goccia, roba da tipi tosti in giacca e cravatta, poi dice: «Me ne fai un altro?» perché non gli importa se Vince sta aspettando qualcuno o se vuole andare a casa o qualsiasi altro motivo ci sia per cui potesse continuamente guardare l'ora.
Vince ha i capelli brizzolati da quarantenne e le movente pari a quelle di un ottantenne.
Lo guarda e dice: «Che ti aveva dato mio fratello?»
«Boh... alcool... al miele.» alza il mignolo, Aldo, e dice: «Roba sciccosa.»
Vince ride, perché sa che Aldo è un coglione, lo sa da quando era piccolo, quando staccava gli stemmi dalle auto.
Lo sa da quando per strada doveva spostarsi al lato del muro perché Aldo doveva scappare, inseguito sempre da qualche vecchio che lo voleva acchiappare.
Aldo è decisamente più piccolo di lui, nemmeno aveva finito l'università, il coglione.
Se non ricordo male, i due si passavano venti anni giusti.
«Mi fai morire...» Dice guardando di nuovo l'orologio. «E i tuoi amichetti dove sono? Mica vi muovete sempre insieme come un unico corpo? Tipo quei gruppi gay, presente?»
Aldo ride, perché ride sempre.
Poggia i gomiti al banco e dice: «Oh,» Dice, «allora è per loro che guardi l'orologio, non pensavo avessi queste tendenze.»
Beve e continua: «E chi dei due? Cage o Axel? Se vuoi il mio parere, tra i due è meglio Axel. È così dolce... potrebbe accettare di fare il passivo».
Vince poggia lo strofinaccio con cui stava pulendo il bancone e lo guarda come si guarda un nulla, un nessuno. Aldo è il sarcastico, è l'inopportuno.
Aldo è quello che se va al funerale di sua nonna si veste da clown e comincia a gonfiare i palloncini. Non si è mai capito se si comportasse così semplicemente perché non gliene fregava di niente e di nessuno, o se non avesse un filtro da cervello e bocca. Quella cosa che ti salva da prendere pugni in faccia ogni sera.
Si lecca le labbra, Aldo.
«Oppure... oh, vuoi fare tu il passivo?» Dice, con la gestualità da italiano, e mentre lo fa Vince gli lancia uno dei bicchieri di birra ancora pieni colpendolo in pieno petto.
Il vetro che si infrange sul pavimento attira per qualche secondo l'attenzione di tutti gli ubriaconi e delle famiglie stile Barbie e Ken.
La birra chiara gli cola fin sopra i pantaloni, e lui si alza di scatto strizzandosi la maglietta.
Inizialmente lo guarda come se lo volesse uccidere, come se facesse parte di una di quelle famiglie che regolano conti del genere col sangue, poi si ricorda di chi è, e quindi alza il dito medio.
Vince infatti inizialmente se ne pente, inizialmente si blocca, inizialmente indietreggia, poi però Aldo comincia a ridere, insultandolo, e allora si rilassa.
Allora si poggia al bancone e sussurra: «Vaffanculo.»
Interviene Marcello, allora, che fino a quel momento si era seduto al tavolo con i suoi amici, senza lavorare di certo, prendendo sotto braccio il suo amico Aldo, chiedendo se avessero litigato i due fidanzatini.
Aldo e Marcello, invece, si passano una cosa come meno di una decina di anni. Quasi coetanei in quell'ambiente.
«Credo sia quel periodo del mese per Vince» Risponde, andando fuori a fumarsi una sigaretta con lui.
Pioveva, quella sera. È forse sabato, o forse domenica.
C'è un odore strano, nell'aria. Nell'asfalto bagnato.
Marcy aspira a lungo e dice, con il fumo ancora nei polmoni: «Cage ed Axel dove sono? Devo chiedere un favore»
Aldo guarda davanti a se e siccome piove i pochi tavoli che sono rimasti fuori sono completamente coperti dal tendone nero del locale.
Aldo ti guarda poche volte negli occhi, ed è sempre la stessa storia, non sai se in realtà non gli interessa l'argomento o non li interessi tu.
Non risponde nemmeno alla domanda di Marcello, si stringe nelle spalle e basta, perché in realtà non sa cosa rispondere.
Aldo di certo non sa dove sono i suoi amici, i quali stanno facendo di certo come minimo un'ora di ritardo, non meno.
Due isolati più avanti rispetto al locale, un barbone è sotto la pioggia che cerca di ripararsi.
Il cartone è completamente fradicio e gli si sfalda tra le mani; di coperte ne ha due invece, una legata alla testa e una legata al corpo.
Ha preso delle foglie secche, quelle che trovi ovunque in pieno autunno, e se le è messe nei vestiti, per riscaldarsi e non morire assiderato.
La temperatura è a meno due, ne è certo, non ha bisogno di guardare il termometro.
E mentre si sistema il suo fetido cantuccio, uno col cappuccio e la felpa nera gli corre affianco, schizzandogli l'acqua della pozzanghera negli occhi.
Continua a correre con la gola secca, il fiatone che riesce a coprire il rumore dei suoi passi. Corre lontano da qualcosa, corre così di fretta che ha paura che il cuore gli collassi.
Quando gira l'isolato scivola per terra e si sbuccia tutte le mani.
Se fosse stato lucido, di certo, non sarebbe caduto in modo così imbarazzante.
Corre e si nasconde in un capannone, dove altri due lo aspettano, con la stessa felpa nera e gli stessi occhi dilatati.
Dall'altra parte della città, nella direzione opposta a quella in qui corre il ragazzo, la Vecchia, è seduta alla sua scrivania, con una pallottola in mezzo agli occhi, e due al centro del petto.
Non che fosse una donna amata, nessuno infatti si ricorda più il suo nome.
Per il resto del paese lei era semplicemente la Vecchia, una cosa raggrinzita che da anni non usciva più di casa. Puzzava costantemente di medicine quella donna.
E tutti sapevano che per quanto riguardava il racket di droga, lei era la punta di diamante che comandava. Lei era la fonte unica ed inesauribile di polverina bianca.
Malelingue dicevano che addirittura la producesse lei, del resto che ne deve fare della sua vita una pensionata?
La pozza di sangue si apre sul pavimento, come la pepsi che fuori esce dalla lattina e che si dilata sull'asfalto, al Vegas, sul retro, mentre Suri continua a cercare di chiamare qualcuno, insistentemente.
La sua pausa sigaretta è finita già da dieci minuti e sa perfettamente che Vince si incazzerà con lei appena rientra, eppure non riesce a fare a meno di cercare di telefonare un numero sconosciuto, senza avere successo.
Ha quasi voglia di sbattere il telefono per terra, ma sa che è l'unico che avrà mai nella vita, e quindi lo rimette al riparo, fottendosene altamente del tempo e accendendosi un'altra sigaretta.
Aldo, all'entrata, ha finito invece la sua, la getta per terra e si guarda attorno, cercando Axel e Cage, che stanno ritardando da più di un'ora, ormai, cosa assodata. Forse un'ora e mezza.
Marcello lo guarda e dice: «Ho come l'impressione che stia succedendo qualcosa, qui.» butta fuori il fumo.
Marcy quando è fatto diventa un filosofo al pari di Socrate, al pari di Aristotele.
Si crea dei viaggi mentali tutti suoi, che a volte sfociano nella paranoia, che gli fanno vedere il mondo con occhi decisamente alternativi: «Ho l'impressione, da qualche giorno, di essere costantemente spiato»
Aldo fa un mezzo sorriso, «magari hai un ammiratore.»
«Sai... ho parlato con Slep l'altro giorno. Mi ha detto... delle cose.» e sembra preoccupato, quando lo dice.
Aldo non lo guarda. Aldo guarda l'orizzonte, perché anche lui aspetta qualcosa.
Dall'altra parte della strada, invece, compare Slep completamente nudo, e anche lui corre, terrorizzato.
Con il cazzo penzolante urla qualcosa, con la pelle completamente bagnata e attraversato da brividi di freddo, cerca rifugio.
Ha le palle decisamente pelose ed il pisello si è così ritirato dal freddo che sembra un fagiolino. Uno spettacolo davvero atroce, al quale però non ridi.
Vede qualcosa di luminoso, vede tanta gente seduta ai tavoli. Vede l'insegna del locale e ci si precipita davanti, continuando ad urlare qualcosa che ora Aldo e Marcello riescono a distinguere.
Slep, completamente nudo, sotto la pioggia, in piedi a gambe divaricate, con le palle gocciolanti e le braccia in aria davanti al Vegas urla: «Ci controllano! Gli alieni ci spiano!» guarda in alto allora, davanti alle madri che coprono gli occhi ai figli e ai padri che si alzano per bloccarlo a terra, come si fa con un pazzo.
Qualcuno di loro già chiama la polizia.
Ma nell'istante in cui finisce di urlare, nell'istante in cui alza gli occhi al cielo... boom.
Uno di quei Boom che ti stordisce.
Un fulmine solitario, il primo ed unico della serata.
Lo colpisce in pieno, facendogli muovere i muscoli, facendolo dimenare come un condannato sulla sedia elettrica.
Uno spettacolo atroce, uno spettacolo penoso.
Quando la scarica elettrica si esaurisce, il suo corpo non è bruciato.
In seguito, poi, durante l'autopsia, si scoprirà che il fulmine gli ha bruciato completamente gli organi interni.
Qualcuno più avanti parlerà di punizione divina, i più ossessionati e paranoici diranno che sono stati proprio gli alieni a produrre quel fulmine e a colpirlo prima che potesse raccontare qualcosa a qualcuno.
Altri diranno che ha avuto semplicemente sfiga, eliminando qualsiasi possibile ipotesi di cospirazione.
Aldo non riesce a muoversi, così come Marcello, così come il resto dei clienti del Vegas, che dopo pochi istanti di silenzio, si alzano urlando mettendosi al riparo o all'interno, o nelle loro macchine.
Gli unici a soccorrere Slep sono Cage ed Axel, che dall'altro lato della strada, erano corsi in direzione del locale.
Si avvicinano tranquilli, tanto lo sanno che un fulmine non cade mai due volte nello stesso punto.
Ma si sa anche che una sola ed una scarica elettrica è non meno sospetta degli affari di Marcello.
«Aldo!» Urlano, insieme, ma Aldo non riesce a muoversi. Forse perché lui sa che in realtà un fulmine può benissimo cadere una seconda volta nello stesso punto.
Marcello entra a chiamare Vincent, l'ambulanza invece arriva dopo venti minuti.
C'è solo una vettura per tutta la città, e il deposito si trova dall'altra parte rispetto al Vegas.
Il deposito è esattamente affianco alla palazzina dove c'è l'appartamento di Raphael, il quale, poveretto, tiene in ostaggio Rebecca, mentre il suo telefono, sul letto, continua a squillare a intervalli regolari.
Dice: «Te lo giuro che li ho visti!» puntandole la pistola contro, «Ti giuro che ci spiano. Chissà da quando, chissà perché.» Dice.
Rebecca piange, invece, senza aprire bocca.
Raphael e Slep erano scomparsi da giorni, nel nulla. E sempre dal nulla erano tornati. Ma non sono gli stessi che se ne sono andati.
Rebecca lo sa perché ama Raphael. Ama il figlio di puttana che le punta la canna della glock in pieno viso.
Raphael aveva i capelli biondi, così morbidi che Rebecca lo invidiava. Gli diceva sempre che quelli erano i capelli di una donna, ma Raph sorrideva e le dava sempre un bacio sulla fronte.
«Li ho visti, te lo giuro... e tu mi devi credere!» Carica il proiettile nella canna, ora, e glielo punta proprio dove le stampa i baci per la buonanotte.
Lei piange a dirotto. Uno di quei pianti che ti fanno scendere le lacrime. Uno di quelli che ti spaccano i timpani.
Gattona per terra verso il telefono, e la pistola la segue come un cane che ha fame.
«Rebecca te lo giuro... hanno dei fascicoli su di noi. Ci conoscono. Hanno le nostre foto. Conoscono i nostri segreti.»
Slep e Raphael non hanno mai voluto dire a nessuno dove erano finiti. Semplicemente un giorno non c'erano più. Scomparsi.
Dopo circa otto giorni, invece, sono ricomparsi. Diversi.
Con gli occhi allucinati e i capelli tutti rovinati. Raph non li aveva più setosi come quelli di una donna.
Erano dimagriti, decisamente, eppure nessuno insistette.
«Perché mi fai questo? Lasciami andare...» piagnucola. Avevano in mente di sposarsi, più avanti.
Lei infatti era rimasta incinta. Era convinta infatti che il suo bambino era biondo, con dei capelli morbidissimi e riccissimi.
Una bambola.
«No... no, no, no. Non hai capito. Non ti voglio fare del male.» Dice, abbassa la pistola, guarda il pavimento.
E lei ne approfitta, afferra il telefono e risponde.
Urla: «Suri! Suri! Chiama aiuto!»
Suri, dall'altra parte della città, sul retro del Vegas, le urla a sua volta.
Chiede dove si trova.
Chiede cosa succede.
Ma lo sapeva già da tempo, lei. Se lo sentiva. Suo fratello Raphael, da quando è tornato, dice cose strane.
Sulla faccia del locale sta succedendo qualcosa, sente delle urla, ma non se ne preoccupa. S
Lo aveva capito già quella mattina, a colazione, che sarebbe successo qualcosa. Lo aveva capito e non aveva detto niente a nessuno.
Lo aveva capito dal modo in cui si guardava attorno.
Dal modo in cui esaminava gli oggetti. Era paranoico, cercava qualcosa di minuscolo.
«Rebecca dimmi dove siete! Rebec-» Ma sente un colpo, mentre parla..
Sente uno sparo. Sente Rebecca che urla.
Sente che piange.
È partito un colpo, ne è sicura.
Continua ad urlare il suo nome, ma ormai non risponde più nessuno.
Il silenzio al telefono, e le urla nel locale.
Si mette il telefono in tasca e corre dentro per prendere le chiavi della macchina, ma si ferma qualche secondo.
La calca di gente la attira. Cerca di farsi strada per raggiungere la porta d'ingresso, chiusa nonostante l'afa di quei giorni. Sembrava che più piovesse più si alzasse il caldo.
Sulla soglia c'è Vince, che appena la vede la blocca mettendosi davanti.
«Suri aspetta... non è buono che tu lo veda così» dice, riferendosi al fatto che fosse completamente nudo e che la sua dignità fosse ormai sottoterra. Sarà ricordato come il pazzo.
Ma questo Suri non lo sa, quindi si divincola dalle sue braccia, aggrottando le sopracciglia. Lei ha di certo altro a cui pensare, suo fratello Raphael probabilmente ha sparato a Rebecca oppure se l'è piantato nel cranio da solo la pallottola.
Per quanto volesse bene a Becca, sperava davvero che si trattasse della prima ipotesi.
«Vince fammi passare, cazzo!» Si libera, torcendogli il braccio destro e mettendoglielo dietro la schiena. Più avanti, poi, Vince capirà come sia stato possibile che una ragazza così magra sia riuscita a immobilizzarlo.
Lo sposta, quindi, e comincia a vedere qualcosa.
Vede la schiena di Axel, piegato a terra.
Vede il viso di Cage, che sta piangendo, cercando di fare un massaggio cardiaco.
Vede Aldo al lato della porta, che cerca di vedere come lei.
Vede due gambe e due braccia nude.
Quando apre la porta Aldo non cerca di fermarla. Lui lo sa che li liberebbe facilmente.
La segue, però. Si muove dietro di lei, mentre Suri sbarra gli occhi, mentre si sente le gambe cedere.
Dall'altra parte del paese c'è il 50% di probabilità che il fratello maggiore di Suri abbia ritinteggiato la carta da parati con il suo cervello.
Sulla facciata del Vegas, invece, il fratello minore di Suri è completamente morto e completamente nudo.
Comincia a piangere, allora.
Piange e urla.
Urla e piange.
Strilla forte, piegata sul cadavere di Slep, mentre lo sorregge dalla testa.
Urla: «Andate via!» stringendolo a se.
Cage, che non si capisce se sono più le lacrime o la pioggia che gli cade sul volto, alza lo sguardo, deluso e ferito. Lo sguardo di chi ha subito un torto.
Sta per dire qualcosa, ma Suri lo intercetta dicendogli: «Tu sei il primo che se ne deve andare!»
E a quel punto vuole proprio tirarle un pugno, vuole picchiarla a sangue, e lo avrebbe fatto se non fosse intervenuto Aldo, prendendo Suri da dietro, dicendole che non può toccare il corpo.
Suri continua a piangere ma con Aldo non si dimena.
Si stringe a lui, accettando la situazione, in parte, piangendogli sulla maglietta, con il viso premuto sul suo petto.
Axel invece fa la stessa cosa con Cage, il quale non strilla come Suri, ma muore dentro piano piano.
«Calmati», dice, ma Cage continua a fissare Suri. La avrebbe accettata al posto di Slep.
Suri alza il volto, invece, per guardare Aldo e per sussurrargli all'orecchio la questione di Raphael.
Perché ormai lo sapeva. Lo sentiva.
Raph non avrebbe mai sparato a Becca, l'amava troppo.
Aldo allora si preme le dita alla base del naso, dove ci sono gli occhi, aggrotta le sopracciglia.
L'ambulanza arriva, perché sono passati i venti minuti, e carica subito il corpo, controllando il battito e chiudendo la busta nera. Quella che quando la vedevi sapevi che c'era un cadavere dentro.
Un dei paramedici analizza il posto e i testimoni, quelli meno spaventati erano i giovani lì davanti, ma due di loro non gli sembrarono lucidi.
Il primo a cui chiede, per sua disgrazia, è Aldo, il quale nel frattempo ha fatto sedere Suri ad uno dei tavoli e ha incrociato le braccia per rispondere alle domande.
«Come si chiama?» chiede, preparandosi la cartellina su cui scrivere.
Una specie di rapporto da poliziotto, e dato che sono i primi ad essere intervenuti, avevano una specie di obbligo di far le domande a caldo.
«Aldo Cavendischi. Lei invece,» indica Suri, «è la sorella della vittima. Suri Bonaparte. Il ragazzo invece si chiama Leopold Bonaparte.»
Per questo Slep si faceva chiamare così, perché Leopold è davvero un nome di merda.
Non che Slep sia il più bello del mondo, ma è decisamente migliore.
Aldo piega le labbra, si massaggia la mascella. Cerca di far di tutto per distrarsi.
«Lei è stato presente per tutto il tempo? Ha visto come è accaduto?»
Aldo fissa il paramedico negli occhi.
Il paramedico fissa Aldo negli occhi.
Fuori piove.
Aldo prende un lungo respiro e fa cenno di sì con la testa, ma non riesce a trattenersi, perché scoppia in una risata sommessa. Una di quelle risate che buoi nascondere a tutti i costi ma che sono troppo forti.
Una risata di pancia, per intenderci.
«Cazzo sì, un fulmine gli ha abbrustolito le palle!» E se la ride Aldo, sconvolgendo il paramedico.
Ammutolendo Suri, scioccando Axel, intristendo Cage.
Vince invece lo sapeva che sarebbe finita così.
Perché Aldo è l'inopportuno, quello che al funerale di sua madre tira fuori un mazzo di fiori dallo smoking insieme a venti metri di fazzoletti colorati dicendo: "Et voilà"


Nei sotterranei, del Vegas, proprio sotto Suri, invece, il Tecnico si è addormentato.
Nei sotterranei, il Tecnico si è appena svegliato.
Gli schermi davanti a lui sono spenti e solo tre sono accesi.
La telecamera numero 54 è puntata sulla scrivania nell'ufficio della Vecchia.
La telecamera numero 236 riprende un uomo completamente nudo steso a terra, con solo due persone attorno che tentano di rianimarlo.
La telecamera numero 18 si trova nella camera di Rebecca Abbott, e mostra al Tecnico una pozza di sangue ed un cadavere che stringe ancora la pistola nella mano sinistra, mentre Rebecca piange a dirotto sul corpo ormai defunto del suo amante.
Ci mette qualche secondo a realizzare.
Ma ci mette pochi istanti a far suonare l'allarme per tutti i corridoi.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: