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lavoro pubblicato domenica 9 agosto 2015
ultima lettura giovedì 21 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ELBA luglio 2015

di Nigel Mansell. Letto 597 volte. Dallo scaffale Viaggi

Come dice Luca, ho comprato anche la moto, usata ma tenuta bene (...) E' la stessa sensazione, densa di aspettative, della canzone di Carboni. Si part...

Come dice Luca, ho comprato anche la moto, usata ma tenuta bene (...)

E' la stessa sensazione, densa di aspettative, della canzone di Carboni. Si parte di sera, verso il mare: è come se lui mettesse in moto e levasse il cavalletto insieme a noi.

Ho fatto il pieno in autostrada, prendo l'aria sulla faccia, tengo il ritmo, prendo un caffè (...) Son partito da Bologna, con le luci della sera (...) questa notte mi porta via... mi porta al mare... Mare, mare mare, ma che voglia di arrivare… Mare, mare, mare, ma sai che ognuno c'ha i suoi sogni da inseguire, sì... per stare a galla e non affondare (...)


Lasciamo la “canicola estrema”, che ormai da settimane ci racconta allarmata la meteo svizzera, su questa autostrada rovente, in sella alla Vespa: è stracarica. Ma si corre lo stesso, a cento all'ora e più, e pure essendo solo in camicia, sento caldo uguale.

E quando le prime luci si accendono, lasciata ormai l'autostrada e da un passo indefinito, ché abbiamo fallito i Giovi, caliamo su Genova seguendo poi una delle tante strade che pedinano i torrenti per andarsi a gettare nel mare.


Genova è mille case, e infinite finestre illuminate che dalle montagne, disordinatamente, si rovesciano nel mare. In quelle luci, chissà... Sicuramente altrettante migliaia di persone, che immagino vivono le loro, a me sconosciute, vite: mangiano, guardano la televisione, dormono o fanno l'amore; oppure si detestano e sognano di essere altrove... Magari ci osservano, mentre scivoliamo sulle vie trafficate con la nostra Vespa nera, carica di borse e zaini.


Alla sera, dall'albergo dell'aeroporto (dove ci ha dirottato il nostro albergo in overbooking), viaggiamo con il motore al minimo sino al Porto Antico. Come se fossero rifiuti abbandonati agli angoli delle vie, osserviamo umanità di tutti i colori, tipi e fogge che animano le strade e soprattutto i vicoli.

Indiani, pakistani, scuri senegalesi o forse nigeriani e arabi confabulanti; giovanissime prostitute e vistosi transessuali. E tra loro i turisti, disorientati come noi, confusi tra faccendieri e portuali esotici: i genovesi? Non pervenuti.

E infatti finiamo per cenare in una pizzeria gestita da arabi, di una non precisata nazionalità. Ci serve un cameriere forse slavo, triste e nichilista, che suda come una fontana, ma non fa niente per ridurre la sua temperatura corporea: non pensa assolutamente a svestirsi di quegli scuri pantaloni di flanella e di quella pesante camicia. Accetta stoicamente la sua condizione, come subisce l'autorità dei magrebini che lo comandano.


Strano questo Sheraton ai bordi della pista di quest'aeroporto ancora più insolito, costruito sulla spiaggia come un bambino avrebbe costruito il suo castello. E' una scatola di vetro e cemento mal sfruttabile, ancor peggio utilizzata, con la sala colazioni in parte stranamente bassa Ma c'è un perché: sopra ci hanno allestito un campo da tennis, che appare davvero improvvisato.

All'ingresso una capo ricevimento dell'aria internazionale ed accento inglese, ma è veramente antipatica, forse per via della sua scarsa avvenenza. Si crede probabilmente un ufficiale della Gestapo, alle prese con gente ostinata che non vuole ubbidire.


Com'è piacevole percorrere le autostrade di ponente con la Vespa, quando non ci sono i camion, e non corri il rischio di esserne risucchiato o sballottato dal vortice di area che creano al loro passaggio. Oggi le due strette corsie sembrano davvero larghe, ti puoi rilassare e ammirare il paesaggio. Poi quando la strada si alza e vedi il mare sempre più in basso e le cittadine costiere lontano lontano, una piacevole brezza marina, raffreddata dall'altezza, ci lambisce e finalmente ci raffresca. Dopo aver congedato il mare, speriamo per poco, e aver attraversato rigogliosi boschi, tutto declina. Ecco il Magra che la fa da padrone in una larghissima valle che porta al mare. Imperiose ci appaiono le Alpi Apuane, bianchissime... pensare a quali capolavori hanno prestato la loro anima nel corso della loro lunga e interminabile storia, fa venire le vertigini.


Mio nipote lavora a Forte, tra i vip, e gli arrivati, orde di esibizionisti, troiette e arricchiti russofoni: è molto meglio Viareggio, più vacanziera e meno pretenziosa. Il Lago di Massaciuccoli, alle sue spalle, dove ci concediamo una sosta, è poi incantevole.


L'Elba infine non è poi così lontana, ci si arriva molto velocemente da Piombino. Ti appare bellissima e verde come se sorgesse dal mare. Dopo aver costeggiato, con il nostro traghetto della Toremar, la costa selvaggia che non offre approdi, entriamo nel porto del piccolo golfo, sorto in posizione protetta e dominato dall'abitato di Porto Ferraio.


Forti questi motoscafoni della Corsica Ferries, viaggiano al doppio delle velocità della nostra nave, ma se salti la loro scia ti fanno ballare. Non mi rovesceranno mica la Vespa che dorme tranquilla nella stiva?


Un'insegna all'Elba mi colpisce: “Lavanderia Pulitura Camosci”. Eh lo vedi, per vincere la crisi bisogna diversificare e qui lo hanno capito, la toelettatura dei cani non garantiva abbastanza clienti.


La vera storia del pulitore dei camosci

Siccome, dice che bisogna diversificare, che bisogna trovare la nicchia del mercato, e mi pare che è pure l'Europa che te lo chiede... Si ripeteva Celestino Fernandi, bersagliato ed attanagliato dai dubbi insinuatigli dalle oscure trame del marketing, che per lui erano un tema del tutto oscuro e intellegibile. Dopo varie e angosciose analisi, lui che un cervello fino non era mai stato, risolse che ci voleva un'idea geniale per risollevare il destino della sua tintoria nella periferia di Portoferraio, in vero un po' in declino.

E forse fu il Pietro a fargli scoccare la scintilla. Lui sì che la sapeva lunga, aveva lavorato a Piombino ed anche per un certo periodo in Germania.

Tu te devi specializzà, è la globalizzazione bello mio, gli diceva. Tu hai in mente qualcosa, quest'accendino per esempio... Beh l'hanno già fatto i cinesi... Continuava il Pietro. No, no, qui ci vuole una grande trovata.

Ecco, prendiamo il tuo caso, gli disse un giorno. Tu lavi, ecco focalizzati su di un settore particolare, un prodotto specifico, che so, i camosci per esempio, risolse l'amico, ormai annoiato e desideroso di andare al bar a farsi un goccetto.

Ma forse il Fernandi che era un semplice di spirito non riuscì a comprendere esattamente ciò che diceva l'amico... Nacque così la Lavanderia Pulitura Camosci.

Da quel giorno Celestino volle conoscere tutto degli ungulati delle montagne, per poterli detergere al meglio. E' vero la clientela non era molta. Difficile che qualcuno arrivasse con un camoscio dalle Alpi sino all'Elba, attraversando il mare: il camoscio non nuota mica come un labrador!

Ma tant'è, da quel giorno diventò Celestino il pulitore di camosci. E qualche volta capitava davvero di vederlo con qualche camoscio recalcitrante che lui tirava per il collo per farlo entrare nel suo laboratorio, mentre la bestia emetteva versi strazianti, lugubri belati ormai quasi muggiti e puntava gli zoccoli. Ma lui non aveva pietà: chi glie li portava chiedeva che fossero lavati, e lui quello faceva, senza tentennamenti, ma assolutamente senza crudeltà: risoluto sino al successo. Famosa era la tinta alla cresta, quella tipica che cresce tra le cornette della bestiolina; i primi anni andò moltissimo il biondo platino. E molto ricercata dalle camosce era pure la permanente al ciuffo della coda.

Ma Celestino era un professionista serio, chi portava altri animali similari, ma non esattamente dei camosci, veniva respinto con un secco no.

E non ebbe pietà neanche di quel califfo che fece naufragio sugli scogli con il suo lungo panfilo: non ne volle sapere di passare il fon al pelo dei suoi cammelli, che si presero un pesante raffreddore.

Comunque se vi capitasse di essere in quel dell'Elba con il vostro camoscio, non mancate di visitare la lavanderia. E' proprio all'uscita del centro storico di Porto Ferraio, nei pressi del porto commerciale, l'insegna è gialla con scritta rossa.


Fantastico superare lo spartiacque da Cavo per raggiungere Portoferraio. Arrivato allo Strega si scollina per scendere a Nisporto. Il colpo d'occhio è superbo, si vede tutta la Rada di Portoferraio con il via vai incessante dei traghetti. E sono davvero tanti, neanche al mio paese, nelle ore di punta ci sono altrettanti autobus.


L'Elba è un gioiellino, molto ben tenuta e curata. Anche i paesini arroccati sulle alture sono tutti graziosi, con case in ordine e ben mantenute.


Se fossi Napoleone, ma in effetti io Imperatore non sono e ragiono diversamente, ma comunque al suo posto me ne sarei stato buono a governare quest'Elba che è un Paradiso, tra l'altro neanche tanto lontano dalla sua terra natale.

E infatti parlando con dei marinai, notando che a volte si può vedere l'Isola di Montecristo e Pianosa, mi dicono che può accadere, in condizioni particolari dei venti e del mare, nelle notte più terse, di riuscire a vedere i fari delle macchine in Corsica.


Non si riesce a stare in spiaggia, il sole è rovente e l'aria da altoforno. Ci sono 38 gradi all'ombra e l'acqua è calda come quella della doccia di casa. Allora non ci lasciamo scappare neanche un parchetto, li cerchiamo come oasi nel deserto. Le panchine all'ombra dei meravigliosi pini marittimi, dove ci addormentiamo dopo pranzo, sembrano un dono divino. E poi mi capita di prendere frequenti svarioni, il sole e la disidratazione mi mettono KO: non resta che fermarsi all'ombra, tranquillizzarsi e bere molto. Acqua si intende.


La si gira, poi la si taglia, la si attraversa e circumnaviga quest'isoletta: la rivoltiamo come un calzino. Con la Vespa viaggiamo su questi tratti neri d'asfalto, lucidi, sinuosi e contorti come bisce in amore.

E non c'è davvero altro modo di girare l'Elba se non le due ruote. E se è una Vespa è ancora meglio, la si guida in ciabatte e camicia, la velocità è sempre quella giusta e ci puoi caricare di tutto. C'è il portapacchi davanti, lo spazio dietro lo scudo tra i miei piedi, il sottosella, il bauletto e la possibilità che il passeggero si carichi uno zaino sulle spalle che poi appoggerà sul bauletto.

La nostra Vespa ci permette di visitare anche parecchie spiagge nello stesso giorno, passare da un mare all'altro, da una costa a quella opposta. Con l'auto sarebbe impossibile, i posteggi sono rarissimi e sempre tutti occupati.


Visitiamo anche i paesi dell'entroterra, hanno molto dei villaggi del sud ma non quell'indolenza tipica del mezzogiorno. Sono tutti ben curati, puliti e dignitosi.

Lassù in cima svetta il Monte Capanne, il monte più alto dell'Elba con i suoi 1.019 metri, da dove veglia severo, questa sorta di lisca di pesce, come appare l'isola in pianta. Geograficamente è divisa in tre parti e lo stesso fu politicamente, sino a quando il piccolo corso non la riunificò nel suo brevissimo regno, dandogli anche la bandiera con la banda rossa e le api.


Non c'è nessun mistero, o “magna-magna” di finanziamenti europei o governativi dietro l'incredibile diffusione dei negozi dell'Acqua dell'Elba, il prodotto ha veramente successo. A detta del nostro albergatore hanno aperto negozi anche in continente e pure a Parigi. Qui dove ti giri giri ne trovi uno, solo a Porto Ferraio ce ne saranno una decina.


Come già detto in altre occasioni, in estate si abbandona ogni pudore e buongusto: così ti devi subire di tutto, grandi obese in perizoma, ultra ottantenni svestite come teenager, mamme tatuate come dei maori. Boh!


Il gestore dell'albergo è un sovrano assolutista, illuminato però. E' perpetuamente presente e con il dono dell'ubiquità, probabilmente se si fa attenzione si può sentire profumo di violetta alla sua apparizione. Dice di essere siciliano ma ha una marcata cadenza toscana. Alle sei è già in strada a spazzare, poi ci prepara anche la colazione, decidendo arbitrariamente la composizione. Regola anche a suo piacimento ed insindacabilmente gli orari di accensione dell'aria condizionata. A sera tardi è sempre lui a riconsegnarti le chiavi della camera, dopo aver annaffiato il notevole arredo verde dell'albergo. Ha sempre la battuta pronta ma senza perdere di autorevolezza, è una presenza rassicurante.


Oggi in cinque ore abbiamo circumnavigato l'isola, su di una barca in mano a una ciurma di simpatici cialtroni e stracarica come una carretta del mare: sono circa 120 chilometri. Lo spettacolo è superbo: cale, miniere abbandonate, spiagge le più diverse e paesini arroccati sulle montagne.


A Marina di Campo mi piacerebbe vedere il tanto reclamizzato stabilimento dell'orologio dell'isola, il Locman. Purtroppo non è possibile, c'è solo un'annessa e normalissima oreficeria. Avevo sperato ci fosse uno spaccio aziendale a prezzi di favore.

In una pizzeria gestita da napoletani, mangiando fuori orario, mi perdo ad osservare la loro riunione improvvisata. C'è l'obeso padrone che tiene banco ed il giovane figlio che ha paura di prendere la parola, di sbagliare qualcosa e di essere fulminato seduta stante dal padre. Continua ad arrivare gente, che ossequia il titolare. Parlano di banche, di affari. Fanno proposte ad alcuni presenti che non possono rifiutare, e prima di rispondere tentennano, ma non resterà loro che accettare. Poi mi vedono così interessato, e non gradiscono. E' meglio che ce ne andiamo.


Un mimo vestito di bianco, quelli che rimangono immobili e si ravvivano solo al tintinnare della moneta nel piatto, con la faccia truccata completamente di bianco, si aggira per Portoferraio.

Ma in realtà mimo non è, si limita a chiedere la carità girando per le strade. La sera lo vediamo contare i soldi insieme ad una ragazza Rom incinta.

A questo punto le domande sono: dov'è finito il vero mimo? Chi sa dov'è il legittimo proprietario del costume e del trucco di scena? Forse il mimo originale è tuttora nudo, nascosto in qualche anfratto per la vergogna di mostrarsi nella sua vera natura umana?

Poi ne vedo un altro di mimo, ah no è una donna avvolta in un chador bianco, ma questa è un'altra storia.


Come in tutte le località turistiche con approdo, solita sfilata di mega yacht anche a Portoferraio. Ha proprio ragione Balasso: per giustificare la loro spesa e quantificare il valore della loro fortuna, questi ricconi si devono fare invidiare da noi, da noi che ai loro occhi siamo solo dei poveracci, ma siamo gli unici a poter loro dimostrare, dando loro l'inoppugnabile prova, che sono ricchi. E allora si mettono a mangiare in veranda per farsi vedere, accendono tutte le luci, ci sono addirittura dei modelli di barche che illuminano di una luce azzurra l'acqua circostante, per attirare ancora più l'attenzione. Ma che ridicoli.


Ogni sera passeggiamo a Portoferraio. Il nostro albergo rimane proprio dietro il promontorio della capitale su cui si è arroccato l'abitato con le sue due fortezze e la villa di Napoleone. E' il nostro rituale, dopo la rinfrescante doccia, si prende la Vespa e si posteggia ai margini della ZTL: anche qui con l'auto sarebbe impossibile, i posteggi praticamente non sono disponibili, in quanto perennemente esauriti. E poi a zonzo per le vie con il solo cruccio di cercare il ristorante con il miglior rapporto qualità prezzo.

Per tutto il periodo della nostra permanenza c'è un assurdo torneo di calcetto che occupa buona parte della splendida piazza dentro le mura. Non frega niente a nessuno, al massimo lo guardano i partecipanti, ma il commentatore al microfono fa un casino indescrivibile, e tutti si cerca di mangiare nella piazza opposta per non essere sottoposti a questo incessante martellamento di zebedei.


E lui, l'albergatore la sa lunga... Parliamo di navi, si parla di Mobylines, di Onorato che ha comprato anche la Toremar e la Tirrenia. E si arriva alla Navarma, alla tragedia di Livorno. Lui dice che si sa, il comandante era uno esperto, non guardavano mica la partita quella sera. Voce del popolo dice che ci fossero trasbordi irregolari di greggio dalle petroliere e il Moby Prince per evitare questo via via di imbarcazioni dette bettoline, abbia urtato la petroliera che forse oltretutto non si muoveva regolarmente... E poi ancora, forse illeciti traffici di armi... Insomma il solito pasticciaccio all'italiana, fatto di servizi segreti deviati, terrorismo, americani, e forse pure la banda della magliana, tanto quella non manca mai.


Nei pressi di Pisa, uno scuro temporale si annuncia là in fondo. Il tempo di indossare le tute impermeabili e ci siamo dentro. Ci laviamo come se avessimo preso una doccia, per fortuna che l'acqua è calda e non grandina. Una volta usciti dall'autostrada, quasi navigando, proprio sotto la Torre pendente, strizzo i calzini che sono ancora fradici e li stendo al sole che finalmente è tornato a brillare.


Mi piace osservare la gente. Come quelli che si fanno fotografare nell'atto di cercare di raddrizzare la Torre di Pisa. Poi ti guardi in giro e ce ne sono decine e decine di altri che fanno lo stesso: che spettacolo surreale, che follia collettiva!

E sono soprattutto giapponesi, che non perdono mai occasione per dimostrarsi i più cretini, per non parlare delle loro donne, che deambulano come disabili motorie lobotomizzate. Forse rimanere isolati dal resto del mondo sino agli inizi del novecento non ha granché giovato al loro patrimonio genetico.

E poi i padroni dei cani, che quando si incontrano, con i loro quadrupedi che si saltano al collo per azzannarsi alla giugulare... Cercano di giustificare vicendevolmente il loro animale: non lo ha mai fatto, scusi ma il suo è femmina, ah no il mio è sterilizzato, fa così per difendere me, sa è nervoso ultimamente, è perché è apprensivo... Quante stupide parole: sono bestie e si comportano da tali, per fortuna...


Quasi alla fine, ancora la Liguria. Il golfo del Tigullio. Recco, il promontorio di Portofino, San Lorenzo della Costa e sotto Santa Margherita con Rapallo. E' tutto di una bellezza commovente, ti apre il cuore.

Aperitivo a Rapallo, in questa Milano al mare, e poi immancabile cenetta nel nostro locale preferito di Camogli, ancora gestito direttamente dalle famiglie dei pescatori.


Il nostro amato barista di Recco, quello dell'Ippocampo, ha chiuso i battenti: che tristezza!


In autostrada ci si osserva tra conducenti di due ruote, ci si annusa come i suddetti cani. Degli attempati Harleysti ci squadrano disgustati: siamo in Vespa, per di più automatica!


Riecco il nostro lago...



Nigel Mansell




Commenti

pubblicato il domenica 18 ottobre 2015
cri52, ha scritto: Mi hai fatto sognare... viaggio nella libertà, attraverso paesaggi naturali ed umani tra i più variegati.

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