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lavoro pubblicato giovedì 6 agosto 2015
ultima lettura sabato 12 ottobre 2019

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Vivere in eterno (morendo di noia)

di vecchiofrack. Letto 641 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Vivere in eterno (morendo di noia)“Mai avrei immaginato che vivere in eterno fosse una noia mortale… il tasto: off, non era previsto nel progetto… mi sono tagliato i ponti alle spalle… ci dovrà pur essere una via di fu...

Vivere in eterno (morendo di noia)

“Mai avrei immaginato che vivere in eterno fosse una noia mortale… il tasto: off, non era previsto nel progetto… mi sono tagliato i ponti alle spalle… ci dovrà pur essere una via di fuga nascosta in qualche pixel…”, pensieri smozzicati, disperati, accompagnavano le buie e solitarie giornate dentro il bunker costruito tremila anni prima sotto metri di roccia granitica.

Antonio Persemper, impiegò un terzo della propria vita ad accumulare denaro e potere, un altro terzo a pensare e progettare la macchina che gli avrebbe permesso di realizzare il suo folle sogno, e l’ultimo terzo a costruire l’invulnerabile corazza davanti alla quale anche la morte si sarebbe arresa.

Il cubo di cemento armato da venti metri per lato, con pareti spesse due metri rivestite all’interno da una lamina in titanio da cinque centimetri, era letteralmente inglobato nella roccia granitica della montagna, duemila metri della suddetta gravavano sopra la struttura, isolandola da ogni interferenza esterna.
Un lungo tunnel conduceva all’ingresso del monolite, una porta d’acciaio e titanio spessa un metro, scendendo dall’alto a ghigliottina sigillava ermeticamente il cubo.
Il color titanio delle pareti dominava all’interno della struttura, divisa in tre vani.
Il primo vano fungeva da ingresso alla struttura; qui si doveva obbligatoriamente indossare le tute sterili, dopodiché si accedeva al secondo vano; una camera da sei metri per otto.
Da monitor e pulsantiere appesi alle pareti, una miriade di cavi colorati scendevano sul pavimento e aggredivano il letto posto al centro della stanza, il tutto dava il senso di un lavoro finito in fretta e furia senza curarsi troppo dell’estetica.

Disteso sopra al letto, coperto da un telo verde, un uomo anziano roteando gli occhi osservava i due tecnici piegati sopra di lui intenti a collegare gli elettrodi impiantati nel cranio ai cavi.
“Ben arrivato dottore.”, disse virando con lo sguardo in direzione dell’ingresso.
“Signor Persemper… ho i risultati delle analisi!”, disse il dottore con tono grave andando subito al punto.
“Niente buone nuove, presumo.”.
“Purtroppo no!”, confermò il dottore.
“Molto bene, così ci siamo tolti anche l’ultimo dubbio... lo vada a dire all’ingegnere, ne sarà sollevato.”, concluse Persemper indicando la porta sulla parete opposta all’ingresso.
Il dottore annuì, si avvicinò alla parete, la fotocellula attivò il meccanismo, un soffio lieve accompagnò la porta a scorrere dentro la parete.

Il dottore entrò nella stanza illuminata da una luce soffusa, e dai numerosi led colorati dei server addossati alle pareti, badando di non inciampare nei cavi che, disseminati a raggiera sul pavimento, collegavano i server al parallelepipedo centrale, cuore di tutto il sistema.
“Venga avanti dottore.”, la voce dell’ingegnere proveniva dal centro dell’ampia stanza, il dottore scostò lo sguardo dai cavi e lo vide intento ad armeggiare in un pertugio del parallelepipedo.
“Qualche problema?”, chiese avvicinandosi.
L’ingegnere scosse la testa: “No, stavo facendo un ultimo controllo; il collegamento alla rete funziona alla perfezione… quello che mi preoccupa è quello che non posso prevedere.”, disse richiudendo lo sportello d’accesso al pannello di controllo.
“Tipo?”.
“Tipo come e per quanto tempo potrà funzionare l’energia prodotta dalla sonda geotermica.”.
“Non l’avete testata?”.
“Sì che l’abbiamo fatto. Abbiamo fortino energia per sei mesi consecutivi al sistema usando solamente quella proveniente dalla sonda geotermica.”, rispose piccato l’ingegnere.
“E allora?”.
“E allora, il progetto prevedeva di testarla per un intero anno ma, visto il precipitare degli eventi, abbiamo dovuto assemblare e testare il sistema in fretta e furia. In ogni caso il dubbio sarebbe rimasto ugualmente; quanto tempo potrà funzionare senza controlli o manutenzione?”.
“Non dovrebbe essere il sistema a incaricarsi dell’autodiagnosi periodica ed eventualmente correggersi e ripararsi?”, chiese il dottore, accarezzando il parallelepipedo grigio.
“In teoria, sì!”.
“In teoria… e in pratica?”.
L’ingegnere scosse la testa: “In pratica, non lo sapremo mai… un conto è prevedere il funzionamento per un arco di tempo lungo, lunghissimo come lo può essere la vita… ma prevedere come funzionerà il sistema da qui all’eternità… è impresa improba.”.
“Non se ne faccia un cruccio, quando e se dovrà accadere, né io né lei… e forse nemmeno il resto dell’umanità, lo potrà sapere… solo lui sarà ancora qui.”, lo confortò il dottore, appoggiandogli una mano sulla spalla indicando la porta di là dalla quale, lui, attendeva disteso sopra al letto.
“Avrei bisogno di più tempo per fare altri controlli.”.
Il dottore scosse il capo sconsolato: “Vorrei poterlo concederglielo, ma non posso, mi spiace.”.
“Non c’è più tempo… quanto gli rimane?”.
“Tre, quattro giorni… forse meno.”, sentenziò il dottore.
“Ho capito… beh, diamoci da fare.”, concluse l’ingegnere uscendo dalla stanza assieme al dottore.

“Allora ingegnere, ha sistemato il mio supercervello?”, disse un Persemper euforico.
L’ingegnere lanciò un rapido sguardo al cranio dell’uomo; gli elettrodi erano tutti collegati ai cavi, osservò il grafico su uno schermo appeso alla parete poi si rivolse a Persemper: “Il suo nuovo: supercervello, è pronto a ricevere la sua vecchia memoria… i suoi vecchi pensieri, e a crearne di nuovi.”.
“Molto bene, allora direi che possiamo iniziare.”.
“Prima di iniziare vorrei che le fosse ben chiaro che quello che faremo, è come mettere in un barattolo sotto formaldeide un cervello, l’unica differenza è che al posto del cervello noi metteremo nel barattolo i suoi pensieri, i suoi ricordi.”.
“Oh, andiamo ingegnere, lo sa anche lei che non sarà così… il mio nuovo cervello sarà collegato alla rete, riceverà una mole d’informazioni e immagini tale, che nessun’altra mente umana potrà mai immagazzinare. Tali e tante informazioni saranno in grado di generare pensieri di una creatività assoluta, ed io, tramite la rete, renderò partecipe l’umanità di ogni mia futura scoperta.”, replicò con l’entusiasmo di un ragazzino il vecchio destinato a sfidare la morte.
“Programma ambizioso e condivisibile il suo; andare oltre la vita, per aiutare a vivere chi non lo potrà mai fare...”.
“Cosa non la convince del mio progetto, coraggio, sputi il rospo.”, esclamò interrompendolo bruscamente Persemper.
L’ingegnere tergiversò virando con lo sguardo sui numerosi pannelli appesi alle pareti.
“Si sbrighi! Non ho tempo da perdere! Se vuol chiedermi qualcosa lo faccia… altrimenti dia inizio alla procedura!”, sbottò irritato dalla calma olimpica dell’ingegnere.
“Ok, si calmi. Quello che non mi quadra del suo progetto, è il perché ha voluto dotare il sistema di un sofisticato generatore energetico geotermico…”.
“Vada avanti!”, lo incalzò Persemper, inserendosi in una breve pausa riflessiva.
“Si suppone che l’energia generata dal sistema geotermico, sarà usata solo quando e se le altre fonti di energia; quella elettrica collegata alla rete, quella solare fornita dai pannelli sistemati sui fianchi della montagna, quella eolica fornita dai rotori posti sulla cima, dovessero per qualche accidente smettere di funzionare.”.
“E’ così!”.
“Forse non le è ben chiaro cosa dovrebbe accadere perché si verifichi una simile ipotesi.”.
“Mi è chiaro, mi è chiaro, non si preoccupi, ne abbiamo parlato durante la stesura del progetto. Se si verificherà una simile evenienza, sarà perché l’umanità sarà regredita all’età della pietra.”.
“Nella migliore delle ipotesi, nella peggiore l’umanità si sarebbe estinta per sempre.”, aggiunse l’ingegnere.
“E allora? Dove sta il problema?”.
“Finge di non capire… a cosa servirebbe l’esperienza accumulata nella sua immensa memoria artificiale se non ci sarà più nessuno sulla faccia della terra in grado di recepire i suoi pensieri e usarli per il benessere dell’umanità?”.
“In quel caso, quella che lei chiama: immensa memoria, conserverà gli errori, gli orrori compiuti dall’umanità che portarono alla sua autodistruzione. Sperando di poter trasmettere, in un giorno lontano nel tempo, le informazioni ad una nuova umanità sorta dalle ceneri della precedente, in modo che non abbia mai a compiere gli stessi errori.”.
“Non credo proprio che possa verificarsi una simile evenienza… è più facile che degli extraterrestri colonizzino la terra, piuttosto che l’umanità risorga dalle proprie ceneri.”.
“Beh! In tal caso cercherò di far comprendere ai nuovi inquilini come comportarsi per non essere cacciati da casa come accade ai loro predecessori.”, chiosò ironicamente Persemper.
“Ingegnere, io sono pronto.”, s’intromise il dottore, mostrando la siringa con l’anestetico.
“Vi ringrazio tutti, è stato entusiasmante condividere con voi questo progetto.”, disse Persemper guardando il dottore e l’ingegnere attendere, chinati su di lui, che l’anestetico facesse effetto.
Tutto aveva previsto Persemper, tutto tranne la noia della lunga attesa che, da millenni, divorava i suoi pensieri costretti dentro un server, senza alcuna possibilità di comunicare con l’esterno.
FINE



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