ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.499 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 57.540.171 volte e commentati 55.650 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 


Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato lunedì 3 agosto 2015
ultima lettura sabato 28 novembre 2020

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

I segreti di un vizio; Capitolo 15

di SherlokEmmes. Letto 1021 volte. Dallo scaffale Eros

Quella mattina la presi comoda e restai a letto a poltrire per qualche ora, non avevo nulla da studiare ne qualcosa da fare. In casa ero sola, Nina er...

Quella mattina la presi comoda e restai a letto a poltrire per qualche ora, non avevo nulla da studiare ne qualcosa da fare. In casa ero sola, Nina era andata dal padre per sbrigare qualche strana faccenda familiare e non riuscivo ad ingannare il tempo prima di quel pranzo assieme al mistery man. Ascoltavo musica soft e cercavo di rilassarmi tenendo chiusi gli occhi e immaginandomi come sarebbe andata; ripassavo le buone maniere e cercavo di ricordare quale bicchiere fosse quello per l’acqua e da quale posate iniziare a mangiare. Ero un po’ agitata ma allo stesso tempo ero estremamente curiosa di sapere ciò che Eric stava tentando di comunicarmi da un po’. Erano segni che coglievo ma che messi tutti assieme non avevano alcun senso. Cercavo di analizzare e comprendere le sue due parti che vorticosamente si alternavano senza alcun senso, alcune volte era romantico e quanto di più bello al mondo, altre volte era freddo e cinico. C’era una spiegazione per tutto questo? L’avrei mai capito da sola?

Ma soprattutto, sarei mai stata capace di far fronte a ciò che lo tormentava? Queste domande erano ormai retoriche e scontate perché non facevo altro che chiedermelo senza darmi pace neanche per un secondo.

Il cellulare suonò per qualche istante, era un messaggio di Eric.

“Il mio autista verrà a prenderti alle 12 in punto. Sii pronta per quell’ora.”

Ecco arrivare un altro ordine da quello che era il ragazzo di ghiaccio. Mi indispettii leggere quelle parole ed era quasi tentata di disdire tutto, poi presi un respiro e riposai il cellulare sul comodino. Erano le 10:30 del mattino e mi sarei dovuta sbrigare per non fare tardi all’appuntamento. Alzandomi dal letto scostai le tende dalla finestra e cercai di capire com’era il tempo, Seattle era quella città che riusciva ad essere soleggiata e uggiosa nel giro di pochi minuti. In quel momento il tempo era discreto, così presi un paio di jeans, una maglione molto lungo color crema e li lasciai sul letto.

Andai in bagno e restai dentro la vasca piena di acqua calda per circa venti minuti, avevo bisogno di smorzare la tensione e ricaricarmi a dovere. Mi asciugai e indossai i vestiti, misi le scarpe e diedi una sistemata ai miei capelli. Mancavano quasi 10 minuti alle 12 quando un clacson rimbombò sul vialetto di casa. Affacciandomi dalla finestra mi accorsi di una grande auto nera posteggiata davanti al cancello d’entrata. Era molto lussuosa, nera come la notte e brillante come le stelle. Accanto alla portiera vi era un uomo alto e possente, sulla quarantina, indossava una divisa da autista con tanto di cappello. Stava li a fissare la casa aspettando sicuramente che io uscissi. I vicini, che non riuscivano come sempre a farsi gli affari loro, erano tutti davanti alle finestre, sui vialetti a buttare la spazzatura oppure a far fare i bisogni al cane per poter vedere chi stava per salire su quell’auto.

Presi una borsa e misi dentro l’indispensabile, indossai gli occhiali e scesi al piano di sotto. Chiusi a chiave la porta di casa e percorsi il vialetto con gli occhi dei vicini completamente puntati addosso a me. Quell’omone mi aprii la portiera dell’auto e silenziosamente mi fece accomodare, la richiuse e salì anch’egli sull’auto.

Accese il motore e partii, le prime traverse che imboccò ero riuscita a riconoscerle ma poi di colpo cambiò direzione.

“Ho appena chiuso casa. Ci vediamo nel pomeriggio.” Inviai un messaggio a Nina e riposai in borsa il cellulare.

L’autista continuava a cambiare strade e io non riuscivo ad orientarmi ma su una cosa ero più che certa, quella non era la strada che portava al grattacielo dove Eric e Jeff avevano i loro appartamenti, dov’eravamo diretti? La curiosità era sempre più pressante così mi presi di coraggio e chiesi.

“Mi scusi, questa non è la strada per il grattacielo. Dove stiamo andando di preciso?”

Passò qualche secondo d’imbarazzante silenzio, poi rispose.

“Mi spiace signorina, ma gli ordini del signor Eric sono stati chiari. Non posso dirle nulla.”

Ecco che per l’ennesima volta il veggente Eric aveva previsto le mie mosse e bloccato ogni mio tentativo di scoprire anticipatamente le sue intenzioni.

“Capisco. Posso almeno sapere in quale parte di Seattle ci troviamo?”

“Abbiamo lasciato Seattle qualche miglio fa, tra poco imboccheremo la strada dei boschi.”

Non risposi, mi voltai verso il finestrino e continuai a fissare il panorama per quasi tutto il viaggio. L’asfalto e le colate di cemento andavano via via scomparendo lasciando spazio a verdi distese, giganteschi alberi mezzi verdi e mezzi gialli e varie rocce qua e la. D’un tratto l’autista svolto per un’ennesima strada sterrata ed ecco intravedere una casa in mezzo al bosco.

Pochi minuti dopo l’auto si fermò, l’autista scese e mi aprì la portiera. Scesi anche io e iniziai a guardarmi attorno; non c’erano case, grattacieli o boutique, solo alberi, arbusti e la natura più incontaminata.

“Signorina Ginevra, da questa parte.” Una voce alle mie spalle interruppe la mia escursione visiva.

Quell’omone mi fece strada fin dentro la casa, mi fece accomodare nel salotto e mi disse: “Il signor Carter la riceverà tra pochi istanti.”

“D’accordo grazie.” Dissi guardandomi attorno.

Quella casa sembrava essere enorme ed accogliente anche se l’arredamento era molto essenziale e forse, qualcuno diverso da me l’avrebbe sicuramente trovato un po’ asettico. Vi era un grandissimo pianoforte in un angolo della casa, una grande parete a vetrate che dava sul bosco ed un'altra che lasciava intravedere le luci della città. Divani, televisori, lampade, libri e minibar, sembrava essere la casa di un uomo ricchissimo e potente come il presidente di uno stato.

“Sorpresa che un uomo come me possa amare luoghi del genere?” una voce alle mie spalle interruppe il flusso dei miei pensieri.

Non mi voltai, continuai a guardarmi attorno.

“Un po’ si. Ti ho sempre dipinto come il tipo uomo che vive attaccato alla tecnologia, a grandi grattacieli e a camere di un club completamente pervase dai fumi dei sigari cubani.” Dissi con una certa ironia.

Sentii ridere e mi voltai. Era accanto al minibar con in mano un bicchiere e tra le labbra una sigaretta, si versava da bere. Indossava un maglione alquanto aderente e un jeans, ai piedi un paio di scarpe alquanto classiche.

“Vuoi anche tu dello Scotch?” Disse espirando il fumo della sigaretta.

“No grazie, non bevo.” Risposi fermandomi dinanzi a lui.

“Bere è uno dei piaceri dell’anima.” Disse con uno sguardo fulminante.

Era forse una qualche battuta? Voleva dirmi qualcosa? Voleva provocarmi? Era meglio non cogliere la sua sfida e restare sulla difensiva analizzando il suo comportamento.

“Credo che ognuno vizi la propria anima in maniera diversa.” Risposi.

Poggiò il bicchiere sul tavolo del minibar e mi prese per la mano, spende la sigaretta nel portacenere e mi portò davanti alla vetrata posizionandosi alle mie spalle.

Avvicinò la sua bocca al mio orecchio e sussurrò: “Cosa vedi?”

Analizzai il contesto per qualche secondo. “Un bosco.” Dissi con molta razionalità.

“Adesso chiudi gli occhi, ascolta il profumo delle piante, il canto degli uccelli e il rumore degli alberi e dimmi cosa senti.”

Chiusi gli occhi e iniziai ascoltando il profumo delle piante ma tutto ciò che mi tornava in mente era lui, neanche il canto degli uccelli o il rumore degli alberi riuscì a distogliere il mio pensiero da quelle labbra. Desideravo essere una sigaretta per potervici stare così a contatto.

“Adesso che hai sentito realmente qualcosa, sai di cosa ha bisogno realmente la tua anima.” Disse appoggiandomi le mani sui fianchi.

Aprii gli occhi. Aveva forse ragione? Tutto ciò che mi era tornato in mente riguardava lui, la mia anima aveva forse bisogno di questo? Di lui?

Di colpo fummo interrotti.

“Sigron Carter, il pranzo sta per essere servito.” Disse una donna minuta.

“Va bene Claris.”

Prese la mia mano e con delicatezza mista ad eleganza fece strada verso il salone da pranzo. Entrammo all’interno di una grande camera a vetrate, molto luminosa e ariosa. Al centro vi era un grande tavolo apparecchiato alle due punte estreme.

Eric scostò una sedia e mi fece accomodare, poi prese posto.

Venne servito il primo piatto. Era pasta Italiana accompagnata con un sugo ottimo ai funghi.

“E’ ottimo, non trovi?” Disse lui mettendo in bocca un’altra forchettata.

“Si esatto. Dovresti porgere i miei complimenti al cuoco.” Dissi continuando a mangiare.

“Ho cucinato io.” Disse guardandomi con aria seria.

Ero completamente in imbarazzo e non sapevo cosa dire, presi il bicchiere del vino e lo buttai giù velocemente.

“Allora complimenti a te.”

Continuammo a mangiare e a bere.

“Che progetti hai per il tuo futuro?” disse lui poi.

“Vorrei lavorare a contatto con i bambini perché credo che l’infanzia sia il momento in cui la psiche sia più vulnerabile ed esposta a danni che diventeranno irreparabili poi con l’andare del tempo.”

Si alzò dalla tavola e prese i piatti ormai vuoi.

“Ti fa onore. Un obbiettivo alquanto arduo.”

Annuii con la testa e mi alzai anche io dirigendomi verso la finestra vetrata.

“Ti va di fare due passi?” disse lui ritornando nella sala da pranzo.

“Certo.”

Uscimmo di casa e iniziammo a passeggiare attorno alla grande fontana che c’era in giardino. Il vento portava con se le foglie gialle dell’autunno e il prato dolcemente le accoglieva.

“Perché oggi mi hai invitata qui?”

“Perché non riesco a fare a meno della tua presenza.” Disse lui fermandosi.

“Eric ti giuro che non riesco a capire. Mi hai detto fin da subito di non volere alcun tipo di relazione con me e adesso invece mi dici che non riesci a fare a meno della mia presenza! Cosa significa?”

S’indispose. “Significa che sei una persona troppo pura per stare con qualcuno come me. Sei ingenua ed io sono furbo, sei pura e io sono un peccatore, sei dolce e io sono l’opposto. Io non posso darti quello che desideri!”

M’indisposi anche io “Hai sempre l’assurda presunzione di sapere cosa voglio quando credo tu non sappia nulla di me. Un giorno mi vuoi e l’altro mi eviti come si evita la peste! Sono stanca e mi gira la testa e tu sei una persona stupida e presuntuosa!”

Il vino non mi aveva di certo aiutato, non ero completamente lucida e così indietreggiando caddi dentro la fontana.

“Ginevra, ti sei fatta male?” disse lui tirandomi subito fuori dall’acqua.

“No, non mi sono fatta niente!” dissi battendo i denti per il troppo freddo. L’acqua era gelida e il vento triplicava quella sgradevole sensazione.

“Dovresti permettere alle persone di scrostare questo tuo mistero ed entrare a far parte del tuo cuore.” Gli dissi guardandolo in faccia.

Lui non mi ripose solo continuò a guardarmi fisso negli occhi. Era come se volesse dirmi qualcosa, ma ero stanca di dover interpretare dei segnali. Stanca di decifrare il suo comportamento come se fosse un codice alfanumerico della NASA o della CIA.

“E’ tutto inutile.” Mi voltai e presi a camminare verso la casa. Volevo andarmene, avrei chiamato un taxi.

Di colpo mi afferrò per il polso. “Fermati!”

Mi voltai e lui era quasi prossimo a me.

“Fermarmi per cosa? Per sentirti dire che non sei la persona adatta a me?”

“No. Al diavolo tutto!”

Si avvicinò di colpo a me e mi baciò. Le sue calde labbra si posarono sulle mie e le nostre lingue si fusero rapidamente in un tutt’uno. Le sue mani mi presero per la vita fino a salire sotto il seno, io allungai le mie e mi aggrappai con forza alle sue possenti spalle. Tutto questo avvenne sotto la pioggia e fu la cosa più emozionante e bella che potesse succedere in quel giorno. Mi prese in braccio e mi portò nella camera da letto.

Mi tolse il maglio e i jeans lasciandomi addosso soltanto il reggiseno e gli slip, mi tolse gli occhiali da vista e li posò. Continuammo a baciarci in maniera alquanto travolgente e le sue mani toccavano ogni parte del mio corpo. Senza distogliere l’attenzione dalle sue labbra sbottonai la camicia e con qualche fatica riuscii a toglierla. Adesso le mie mani potevano liberamente circolare sul suo petto e sul suo addome. I suoi muscoli erano perfetti, riuscivo a sentirne i solchi sotto le mani, la sua pelle era pura e profumata, liscia come quella di un neonato. Mi ritrovai appoggiata alla parete ancora vittima delle sue labbra. Lui, velocemente si sfilò via i jeans restando solo con i boxer. Mi tirò su le gambe e riuscivo perfettamente a sentire il suo membro comprimersi sul mio addome. Per un momento la mia mente fu pervasa da pensieri volgari sul pene di Eric, forse era l’inesperienza che mi aveva portato a pensare che il tutto non fosse niente male. Mi sganciò il reggiseno e le sue mani li ritrovai sul mio seno. Mi guardò fisso negli occhi, il suo fiato era corto proprio come il mio ma nessuno dei due aveva intenzione di arrendersi quel pomeriggio. Mi prese e mi gettò sul letto, poi anche lui si getto sopra di me. Era tutto come nel mio sogno. Continuava a baciarmi senza sosta, le sue labbra e la sua lingua non riuscivano a staccarsi da me. Le sue mani passavano in gran fretta per tutto il mio corpo ma ripetutamente poi sui miei seni. Sentivo dentro una grande fiamma ardere, il mio corpo era bollente e la mia anima sempre più vogliosa di lui, era come una droga e non riuscivo a fermarmi. La sua bocca poi scese sul mio collo, sentivo la sua lingua calda passare sulla mia pelle, scendere fino al seno. Mi morse poi, ma non provai dolore solo una forte eccitazione che mitigava con un arduo piacere.

Sentivo la sua barba strofinarsi sul mio ventre fin sotto l’ombellico, sentivo il suo corpo sempre più grande e riuscivo a vedere attraverso boxer il suo membro essere sempre più presente. Eravamo entrambi travolti da quella passione violenta che ci aveva precedentemente colpito. Le sue mani poi si avvicinarono ai miei slip come a volerli togliere. A quel punto lo fermai alzandomi.

“Che succede?” Chiese lui.

“Credo che forse sarebbe meglio fermarsi.” Dissi pensando completamente il contrario. Non avrei voluto assolutamente fermarmi anzi, avrei voluto andare avanti per ore e ore. Era una sensazione strana ma solo lui riusciva a suscitarla.

“Sei vergine?” Disse lui diretto.

Non risposi, annuii soltanto. Lui rimase in piedi per qualche secondo, poi si sfilò via i boxer restando completamente nudo e mi venne di fronte.

“Non amo scopare con le vergini, ma per te farò un’eccezione.” Non analizzai per bene le parole di quella frase e mi abbandonai tra le sue braccia. Mi rimise a letto e riprese da dove si era fermato. Mi tolse gli slip e sentii le sue labbra sfiorare la mia parte intima, la sua barba mi faceva il solletico ma nello stesso tempo gemetti di piacere. Di colpo mi mise di schiena portandomi le mani davanti verso avanti. Lo sentii aprire qualcosa con i denti e capii che stava per indossare un preservativo.

Poi di colpo sentii qualcosa entrarmi dentro. Un forte dolore mi fece irrigidire, avrei voluto smettere ma ero inerme sotto di lui. Dopo qualche istante quel forte dolore, che tanto assomigliò ad una pugnalata, andò sciamando e iniziai a provare piacere. Eric sopra di me gemeva di tanto in tanto, non riuscivo a vedere la sua faccia ma sentivo il suo respiro corto e la sua mano sulla mia schiena che si muoveva al movimento del bacino di Eric. Il suo membro era dentro e stava deliziando la mia anima. Avevo capito cosa voleva dire Eric riguardo i vizi dell’anima, avevo scoperto quale sarebbe stato il mio. Più mi sentiva gemere più il suo movimento aumentava di velocità e forza e più il suo fiato si faceva corto. Gemette anche lui proprio come me.

Le sue mani possenti mi avevano immobilizzata, ma la cosa non mi era dispiaciuta proprio per niente. Di colpo sentii il suo membro uscire fuori dal mio corpo, lui mi rimise a pancia in su e poi sentii un colpo forte e riecco il suo membro dentro me. Questa volta mi aveva fatto aprire la braccia come le ali di un angelo e lui, tenendomi per i polsi continuava a muovere il suo bacino sempre più velocemente e con più forza. Riuscivo a vedere il suo viso fare smorfie di piacere che nessuno avrebbe mai potuto vedere se non in quelle circostanze. Stavo conoscendo un altro lato di Eric, la sua parte dominante. Qualcosa però mi portò a pensare che dietro tutto quella eccitazione, dietro quegli orgasmi e quel piacere ci fosse un velo di rabbia e frustrazione da parte sua. I suoi occhi, seppur sottomessi al piacere, avevano al loro interno una strana ombra, notai poi che per tutto il tempo non mi guardò mai negli occhi. Quel pomeriggio lo passammo a letto, fino a cadere stremati in un lungo sonno.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: