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lavoro pubblicato lunedì 3 agosto 2015
ultima lettura venerdì 27 novembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Un impercettibile movimento degli occhi (parte II)

di gabr1ele. Letto 743 volte. Dallo scaffale Amicizia

Roma, 1998. Gianmatteo è un bambino sensibile, intelligente al punto da ritrovarsi confuso nelle mille contraddizioni del suo piccolo mondo familiare e scolastico. Sarà un gruppo di coetanei speciali ad aiutarlo a tirar fuori il meglio di sé.....

Ignaro di cosa lo aspettasse, la mattina successiva Gianmatteo si recò a scuola per le lezioni mattutine. La madre ritenne che si fosse messo già abbastanza in cattiva luce, e pertanto lo portò davanti all'ingresso con largo anticipo.
«Vedi te che devi fare. Se ti rimandano dal preside, stavolta ti ammazzo di botte», disse la donna ad alta voce, prima di ripartire.
Come si faceva ad ammazzare qualcuno di botte? Gianmatteo sapeva che il wrestling era finto, ma probabilmente con una di quelle manovre avrebbe potuto rompere l'osso del collo di qualcuno che lo importunava. Decise che, una volta tornato a casa, avrebbe chiesto a suo padre di mettergli la videocassetta con gli incontri commentati da Dan Peterson. Poi avrebbe provato le mosse con i pupazzi di plastica, allestendo un ring di penne e lattine vuote sulla scrivania. Tirava una brutta aria quei giorni, era meglio farsi trovare preparati.
Augusto, il bidello, si era portato una brandina logora, posizionandosi davanti alla cattedra dell'ingresso. A fianco teneva una lattina di birra ed un Fiordilatte mezzo sciolto.
«Fa' callo», bofonchiava. Gianmatteo immaginò che a giugno, quando sarebbe arrivato il caldo vero, sarebbe venuto al lavoro dentro a una boccia piena d'acqua.
Poco dopo entrò in classe, e i presenti lo guardarono con diffidenza. Era diventato improvvisamente il bambino cattivo, il violento: si trattava di una semplice etichetta, tutti sapevano bene come erano andate realmente le cose. Ma nessuno voleva grane, e i suoi compagni di classe orientarono i propri corpi verso Ranieri e Panarini, che ridacchiavano all'ultimo banco.
Rachelle era lì in mezzo. Anche lei.
"Chissà cosa le avranno detto", pensò Gianmatteo.
Lo fissava con uno sguardo cupo, i suoi occhi sottili sembravano più delusi che arrabbiati. In quel momento lui sentì una sensazione strana allo stomaco, una specie di morsa tentacolare, al pensiero che probabilmente non sarebbero più stati compagni di banco.
«Eccolo, l'amico degli handicappati!» gridò Ranieri, appena Gianmatteo posò lo zaino dietro alla sedia del banco. Tutti si misero a ridere. L'istituto era peggio di un paese isolato dal mondo e popolato da pettegoli. La notizia della sua punizione era già stata divulgata.
Inoltre, Ranieri sapeva che lui non avrebbe mai e poi mai potuto reagire. La prospettiva lo faceva fremere dall'eccitazione, tanto che quando incrociò lo sguardo di Gianmatteo iniziò a sudare e a respirare affannosamente.
«Ehi! In fondo pure te sei un cereblo... un ce-ce-lero...»
«Cerebroleso!»
«Si, un mongospastico!»
Gianmatteo udì il coro infame alle sue spalle, senza voltarsi. Aveva preventivato tutto, e di solito era la sorpresa che fomentava la paura. In quel caso invece tutto stava filando come previsto, e non si lasciò assolutamente scuotere da ciò che stava accadendo.
I suoi compagni di classe erano prevedibili come l'epilogo delle puntate di Yattaman, con la differenza che vinceva sempre il male. Per distrarsi ed estraniarsi da quel casino, prima dell'inizio della lezione iniziò a disegnare i personaggi di quel cartone, facendoli però somigliare a persone di sua conoscenza.
Ad esempio Ranieri e Panarini erano senza dubbio Boyakki e Tonsula, la mente e le braccia di un trio che si poteva completare con la signora Crecchi, che dell'antipatia di Miss Dronio aveva ereditato tutto.
Entrò in classe la maestra di italiano. Quando scandì il nome di Gianmatteo durante l'appello, il bambino venne raggiunto da un bianchetto proprio al centro della testa.

Fortunatamente le giornate scolastiche erano abbastanza vaste da permettere ai loro protagonisti di focalizzare l'attenzione su qualcosa di costantemente nuovo. A fine ricreazione, la punizione di Gianmatteo era già un argomento sorpassato.
La bella giornata indusse i ragazzini della IV B a unire i propri intenti per convincere l'insegnante di ginnastica a lasciarli giocare a pallone in cortile. La mozione fu accolta, e Gianmatteo si accomodò sui gradoni grigi che circondavano il campetto di cemento, senza nemmeno chiedere se poteva giocare.
Un grosso Super Santos arancione iniziò il suo batti e ribatti, sospinto dalle pedate dei bambini. Le porte erano costituite da quattro zaini, di cui uno era il suo ed era stato preso senza alcun permesso. Decise che per lui era troppo, e con la scusa di sentirsi poco bene chiese di poter tornare dentro, affrontando lo sguardo perplesso del maestro di ginnastica.

Tornato a casa, non riuscì a rilassarsi. Oltre all'inferno delle ore di lezione, sarebbe dovuto tornare a scuola anche il pomeriggio. Finito di mangiare l'ultimo rigatone, trovandosi senza più nulla da fare, provò molta rabbia. Doveva analizzare la situazione, senza fuggire. La sua difficoltà di esprimersi a proprio vantaggio stava diventando insostenibile. Dov'era che si fabbricavano le facce di bronzo? In fondo, se la regola base imposta dall'alto era quella di non mentire, lui non vi aveva mai contravvenuto. E a cosa era servito? A niente. Sarebbe stato così per sempre?
«La signora della chiesa ti verrà a prendere alle quattro meno venti davanti alla cabina telefonica in piazza. Puoi andarci pure da solo fino là.»
Adesso la signora Teresa era diventata la signora della chiesa. Aveva un nome, perché non usarlo? Sua madre era superficiale in tutto. Non era difficile ricordare un nome così breve.
La cabina del telefono era a pochi passi da casa sua. Uscì poco prima dell'appuntamento, all'interno della cabina c'era un ragazzo dalla pelle scura che smaniava ad alta voce. Si mise lì davanti a lui, quasi ad occludergli il passaggio. Gianmatteo intuì che ne avrebbe avuto ancora per molto.
Un minuto dopo all'orizzonte spuntò la vecchia Panda verde della signora Hellemans. Fece un mezzo giro della piazza, poi lo individuò. Lei si illuminò in un sorriso e gli aprì la portiera.
«Sali!»
La signora Hellemans guidava in maniera sorprendentemente brillante, con vago sprezzo dei semafori e della segnaletica. Se la madre di Gianmatteo si fosse sempre lanciata nel traffico con tale brio, non avrebbero accumulato neanche un minuto di ritardo.
«E così ti hanno pizzicato a fare il discolo. Eppure l'aria da monello non ce l'hai.»
Anche se si esprimeva con termini vintage, la signora Teresa era la prima ad aver insinuato che lui potesse non essere colpevole. Ma tutto sommato se lo aspettava, religiosi e parareligiosi erano piuttosto accondiscendenti col prossimo.
«Ti toccherà fare di necessità virtù. Sarai il mio aiutante, visto che la signorina Antonella è dovuta tornare in Puglia per motivi di salute. Ma vedrai che ti piacerà, speravo che il preside mi permettesse di ringiovanire un po' l'ambiente. Sai cosa dice nostro signore Gesù Cristo? Che vi è più gioia nel dare che nel ricevere. Hai già fatto il catechismo?»
«No», rispose Gianmatteo. Era sicuro che prima o poi avrebbe tirato fuori qualche citazione evangelica.
La donna, fermandosi a uno stop, si voltò verso di lui. Il suo sguardo era sospettoso, le rughe si contrassero minacciosamente.
«Perché non ti vedo mai la domenica a messa?»
Bella domanda. L'ultima volta che era entrato in una chiesa era stato due, o forse tre anni prima, quando era morta nonna Evelina. Ne aveva un vago ricordo. Ogni tanto d'estate andava a giocare nei campo di calcetto e di pallacanestro dell'oratorio, ma non era mai troppo entusiasta.
La zona era abbastanza trascurata e spesso le attività erano dominate dalla volontà dei ragazzi più grandi. Li vedeva prima pregare nella messa dell'ora di pranzo e poi concedersi qualche sigaretta, nascosti negli androni delle palazzine popolari adiacenti. Conosceva poco e nulla don Calisto, robusto e burbero parroco del quartiere. Tuttavia, lo scetticismo del bambino verso quell'ambiente gli impediva di avvicinarvisi troppo.
«Perché nessuno mi ci porta», rispose quindi Gianmatteo. Aveva deciso che da quel momento in poi, non avrebbe mai più detto una bugia, a prescindere dalle conseguenze.
«Oh, questo è triste, molto triste», rispose Teresa.
Il bambino si pentì subito di aver detto quelle parole. Era convinto che ora quella pseudo-maestra alla prima occasione avrebbe importunato sua madre, che di conseguenza si sarebbe arrabbiato con lui.
«Immagino che i tuoi non siano credenti. Se non sono stati ancora illuminati dalla luce divina, non possiamo far altro che pregare per loro. Puoi sempre chiedere ai genitori di qualche compagnuccio di farti accompagnare a messa. Provvederò io.»
Quella donna lo spiazzava. Era differente dagli altri adulti, non gli metteva pressioni. Quante volte i suoi genitori gli avevano addossato colpe e rimostranze, invece di dirgli tranqullo-ci-penso-io? Trovava soltanto buffo il fatto che desse per scontato che lui volesse andarci, a messa.
Giunsero a scuola, nel cuore del pomeriggio. Il sole si aggrappava agli ultimi brandelli di cielo prima di sparire dietro i palazzoni. Al posto del solito bidello c'era una giovane donna dai capelli biondi e l'aria leggermente triste, con lo sguardo affondato in un Donna Moderna.
«In quale aula...» abbozzò a chiedere Gianmatteo.
«Quella grande, quella dei professori. Li ci sono il mangianastri e un televisore a colori», rispose Teresa.
Perché, esistevano anche televisori in bianco e nero?, si chiese il bambino.
Entrarono nella sala dei professori. Essa consisteva in un grosso tavolone tondo di legno scuro, circondato da sedie rosse imbottite, con sotto delle rotelline che non giravano più. Sulle pareti laterali rispetto all'ingresso c'erano due grosse librerie con le vetrine, e sugli scaffali degli enormi faldoni numerati e datati. Sul muro di fronte invece si scorgeva un'imponente finestra schermata da una barriera di persiane impolverate.
I bambini erano tutti lì. Al suo appello mentale non ne mancava nessuno, anzi: ce n'era una in più. Vide Martino che parlottava con Bettina. I due non vedenti sembravano i più vivaci del gruppo. Gianluca dondolava la testa seduto sulla sedia a rotelle, mentre Priscilla rideva leggendo un fumetto. Vicina alla finestra c'era una bambina completamente immobile, che non aveva mai visto.
«Ciao ragazzi. Come sapete Antonella non sarà più con noi quest'anno, per questo abbiamo dovuto trovare un sostituto. Lui è Gianmatteo, frequenta la quarta. Per qualche settimana sarà con noi il pomeriggio.»
Tutti rimasero in silenzio, ad osservare o percepire la presenza di quel bambino che conoscevano solo di vista o di nome. La bambina in fondo nemmeno lo degnò di uno sguardo.
«Avanti, siediti anche tu.»
Obbedì all'invito della maestra, e si accomodò sulla sedia di fianco a Martino. Questi indossava il grembiule blu, aveva dei corti capelli neri e la pelle molto chiara. Portava un paio di grossi occhiali dalla montatura bianca, segno che forse un minimo ci vedeva. I suoi movimenti erano lenti, come quelli di un piccolo giunco piegato dal vento.
«Credevo ci mandassero qualcuno grande», esordì Martino sorridendo.
Gianmatteo si trovò in leggero imbarazzo. Sarebbe stato difficile spiegargli la situazione, così si limitò ad assecondarlo.
«Anche io», replicò infine.
La signora Teresa batté leggermente il palmo della mano sul tavolo per richiamare l'attenzione.
«Allora, qual è stata l'ultima fiaba che vi ho raccontato la settimana scorsa?»
Gianluca sbuffò. Delle favole della signora Hellemans non ne poteva più. Sognava piuttosto di uscire in cortile, a crogiolarsi al sole. Solo Priscilla sembrava entusiasta alla prospettiva di ascoltare una storia, e la donna colse la palla al balzo.
«Bene. Oggi parleremo della formica che aiutò il bruco a diventare una farfalla.»
Gianmatteo non approvò l'idea di includere nell'incipit il finale della fiaba, ma nonostante ciò si apprestò ad ascoltare il tono lento e ben scandito della narrazione della donna. Intuì che, come sempre, c'era una metafora da comprendere.
La formica nutriva il bruco, evitava i pericoli e lo scherno del resto del formicaio pur di non lasciarlo da solo. Non c'era una ragione chiara, evidentemente le formiche avevano semplicemente più senso civico: ricordava bene come si ritrovassero sempre con le dispense piene, al contraro di quelle lazzarone delle cicale.
Il finale della storia non lo stupì. Il bruco si trasformò in una magnifica farfalla e volò via dopo aver ringraziato la formica.
«Perché volo via?» chiese Bettina arricciando il naso.
«La formica aveva fatto tanto per lei. Potevano restare amici.»
La signora Hellemans sorrise. Le piaceva quando le rivolgevano domande simili, perché credeva che soddisfare le piccole curiosità dei bambini fosse importante. In qualche modo li avrebbe avvicinati al mondo della conoscenza.
«Purtroppo le farfalle non vivono a lungo. Non si comportò così per mancanza di riconoscenza, ma per la necessità di vivere al meglio le poche ore di vita che aveva.»
Nacque così una discussione sulla durata della vita degli animali. La donna dimostrò di essere molto competente in materia, e di conoscere la natura in tutti i suoi aspetti. Non paga di ciò, tirò fuori un grosso libro illustrato sulle varie specie del regno animale, e lo porse a Gianmatteo.
«Leggi ad alta voce e descrivi le immagini che vedi.»
Il bambino lasciò scivolare tra le dita le pagine e percepì la timidezza che solitamente lo coglieva in quelle occasioni. Gli altri attendevano pazientemente che lui iniziasse a parlare. Esitò, perché non potè fare a meno di notare come la bambina vicina alla finestra fosse totalmente disinteressata alle attività. Continuava a fissare un punto indefinibile del muro con la bocca semichiusa.

Fu la signora Hellemans stessa a riportare a casa Gianmatteo. La donna notò il suo leggero turbamento, ma la cosa non la colpì. Anzi, era stato pure abbastanza partecipe e aveva dimostrato di saper interagire con tatto ed entusiasmo.
«Allora, che ne dici? Ti sei divertito? Continuerai ad essere dei nostri?»
Il bambino annuì educatamente.
«Non me la racconti giusta. Dire le bugie è peccato, lo sai?»
Oh, lo sapeva eccome! Non tanto per questioni teologiche, quanto personali. Le bugie non avevano le gambe corte: correvano velocissime e spesso riuscivano a mischiarsi nella folla delle verità senza dare nell'occhio. Decise quindi di tirare fuori ciò che aveva dentro.
«Perché Flaminia non parla e non si muove?» chiese di getto, ripensando alla bambina vicina alla finestra, che per tutto il pomeriggio non aveva interagito in nessun modo. Quanto meno avrebbe imparato qualcosa di più sulle patologie umane.
«Perché è paralizzata. Non può.»
Gianmatteo fu colto da una leggera commozione. Gli capitava ogni tanto, e se ne vergognava. Si sentiva ridicolo in quei momenti. Raccolse una furtiva lacrima nel pollice della mano sinistra.
«Quindi non... lei non capisce?»
«I genitori dicono di no. Purtroppo è come un vegetale, non so se mi spiego. Non è una questione semplice, fa il tempo pieno perché la mamma e il papà lavorano.»
Stavolta la lacrima sgorgò senza che lui potesse fare in tempo ad intercettarla. La signora Hellemans fece finta di non vedere. Alzò il volume di Radio Maria, e nella macchina si diffuse una voce statica che spiegava un oscuro salmo.
Gianmatteo non era rimasto molto stupito da Martino, Gianluca, Priscilla e Bettina: tutto sommato, tutti loro davano l'impressione di aver maturato una personalità propria. Anzi, era curioso di approfondirne la conoscenza, li trovava molto più simpatici degli sciocchi viziati della sua classe.
Martino era simpatico, faceva un sacco di battute e conosceva a memoria i dialoghi di alcuni cartoni animati. Gianluca era più scorbutico, ma pronto a sciogliersi quando veniva coinvolto in qualcosa che reputava interessante; stesso discorso per Bettina, che si illuminava quando qualcuno faceva riferimenti alla musica. Priscilla invece era sempre allegra e sorridente, perennemente incuriosita dagli stimoli esterni.
Ma Flaminia era "un vegetale", a detta della signora Teresa. Com'era possibile? Quale architetto della natura aveva potuto commettere un errore del genere?

«Oh. Dammi i cerini.»
Il padre di Gianmatteo accese la seconda delle due sigarette che si concedeva dopo cena, mentre la moglie sparecchiava. Nonno Carlo allungò il braccio contratto dall'artrite, e lo fece passare davanti al naso del bambino per permettere all'uomo di accendere la Muratti.
Nell'aria si diffuse l'odore del fumo, misto a quello dei bastonicini di pesce oramai belli che finiti.
«Ma non fumare davanti a lui no? Me lo intossichi a dieci anni, tu guarda la Madonna!» bofonchiò nonno Carlo. La battaglia tra sacro e profano oramai era un assioma imprescindibile nelle giornate di Gianmatteo.
A lui dell'odore di sigaretta non importava nulla. Giocherellava con le briciole dell'impanatura dei bastoncini, in preda ad una leggera inquietudine. Non aveva nemmeno voluto più chiedere al padre il permesso di vedere le videocassette del wrestling.
L'uomo si lisciò i baffetti biondi, con aria insospettita. Il silenzio del figlio era normale, ma non tanto quell'aria da cane bastonato.
«Beh? Che c'hai?»
Gianmatteo non rispose.
«Te lo dico io. Ti sei rotto le palle a passare un pomeriggio con gli handicappati, vero? Ti capisco. Non è giusto che ti costringano a fare una cosa simile, piuttosto assumessero qualcuno!»
La madre raggiunse il marito, rimboccandogli il bicchiere con del Tavernello tiepido.
«Nessuno ti obbliga, se vuoi ci parlo io con il preside», aggiunse distrattamente la donna.
Gianmatteo alzò gli occhi dal piatto. L'alternativa ai pomeriggi a scuola era poco allettante. Di solito restava a casa col nonno, o al massimo gironzolava con la bicicletta nel cortile, tanto per attirare l'attenzione rabbiosa dei cani dei vicini. Di tanto in tanto, quando il padre non aveva da fare a lavoro, veniva portato al cinema o a giocare nel vetusto parco del quartiere.
«No io... continuo.»
Il padre scosse il capo, dopo l'affermazione del bambino.
«Ma oggi hai finito di fare i compiti alle otto, cazzo! Tu devi recuperare due materie, le maestre erano state chiare. Se questa stronzata degli handicappati ti deve portare via così tanto tempo, lascia perdere. Un bambino della tua età...» qui si interruppe, pensando che in effetti Gianmatteo veniva lasciato spesso solo senza fare nulla.
«Beh, fa un po' come ti pare», concluse l'uomo.

Terminata la cena, il bambino si rintanò in camera. I genitori stavano guardando un film in prima visione che non riusciva a capire. Chiuse la porta per non essere investito dalle note di una canzone spagnoleggiante, intervallata da alcune sagaci battute in toscano.
Attaccò la spina del suo piccolo televisore e collegò la consolle che gli era stata regalata a febbraio, in occasione del suo decimo compleanno. In breve tempo si ritrovò nello strano mondo di un curioso alieno verdognolo con la bocca mezza cucita.
Col joypad in mano, cercò di aiutarlo ad evitare gli attacchi dei mostri armati fino al collo, in modo da proteggere i suoi simili. Adorava quel gioco, anche perché per il momento era l'unico che possedeva. Si sentì scioccamente fortunato a poter vivere l'avventura dell'alieno. Oramai il suo chiodo fisso erano i bambini della signora Hellemans, cercava di paragonare la sua vita alla loro andando a cercarne i limiti e i punti in comune.
I videogiochi oramai erano un complemento imprescindibile di tutte le attività sociali dei suoi coetanei, anche se lui era costretto a giocarci da solo. Però doveva trovare il modo di riproporre quella magia anche in favore di chi non poteva usufruirne. Esistevano videogiochi per ciechi o per coloro che soffrono di difficoltà motorie? No. Gli parve una domanda abbastanza retorica, non era neanche il caso di porla ai suoi genitori.
L'alieno verdognolo aveva un potere: riusciva a comunicare con i suoi simili per indurli a compiere delle azioni. Poteva addirittura prendere il controllo della mente dei nemici, se necessario. In quei casi entrava in una sorta di strana trance, comparivano delle stelline attorno alla sua testa.
Gianmatteo quella notte non dormì, perché gli era venuta un'idea.

Contrariamente a ciò che avevano annunciato a Studio Aperto, l'ondata di caldo prematuro si era già dissolta sotto un nubifragio di proporzioni ciclopiche. Gianmatteo temette di non poter tornare a scuola quel pomeriggio. Sorrise pensando che, per la prima volta in vita sua, aveva il "timore" di non poter andare al Gonella: roba da pazzi!
Erano le tre e mezza del pomeriggio. Squillò il telefono. La madre rispose, parlò a mezza bocca per qualche secondo, poi riattaccò con violenza, imprecando.
«Quella pazza della signora della chiesa dice che ti viene a prendere sotto casa. Ci manca solo che oggi facciate un incidente, con questo tempo.»
L'ottimismo di sua madre era contagioso.
La signora Hellemans fu puntualissima. Gianmatteo scese giù, in mano aveva la cartellina rossa che solitamente usava per conservare i lavori di educazione artistica. Stavolta però il contenuto era costituito da pochi fogli, scritti a penna.
«Cos'hai lì?» chiese Teresa.
«Mh... niente, niente.»
La donna rise. Notò quell'entusiasmo che i bambini non erano in grado di contenere, per quanto potessero essere disciplinati. Si convinse, senza alcuna alternativa possibile, che Gianmatteo non avesse mai esercitato violenza sui compagni di classe. Si trattava di un errore, frutto di una spiata sbagliata o dell'antipatia personale di qualche insegnante. Sapeva che i maestri erano capaci pure di quello. Non si stupiva più di niente, ne aveva viste troppe.
Parcheggiarono dentro al cortile, anche se non era permesso: le circostanze atmosferiche lo rendevano però necessario. La signora Hellemans tirò fuori un ombrello viola, ma il bambino si era già proiettato fuori dall'auto e correva verso l'atrio. La polo grigia di Gianmatteo era completamente intrisa di pioggia e sudore. Lui pensò che fosse l'ambiente ideale per il coccodrillino che compariva sul suo petto.
All'interno della sala professori c'erano già tutti. I bambini gli rivolsero un saluto vagamente sorpreso, forse non si aspettavano di vederlo ancora. Martino iniziò a tastare la sedia alla sua destra, per indicargli di accomodarsi.
«Ho l'impressione che oggi Gianmatteo abbia qualcosa in serbo per voi. Sarei quasi tentata di lasciarvi soli per un po', se mi promettete di non fare chiasso», disse la signora Teresa.
Ma i bambini non la stavano ascoltando. Gianmatteo aveva aperto la cartellina, dalla quale uscirono degli appunti. Esitò prima di prendere parola, perché all'ultimo momento gli vennero dei dubbi.
E se la sua idea fosse solo una colossale sciocchezza? I maestri, durante i colloqui di metà semestre, avevano detto ai suoi genitori che lui era piuttosto spento e chiuso, privo di ogni entusiasmo. Inoltre, notò ancora il consueto immobilismo di Flaminia, che stavolta occupava un segmento del tavolo.
I suoi occhi erano vuoti, azzurri ma velati da una patina grigia. Aveva dei capelli biondo cenere molto lisci. Il pallore della pelle non sembrava fuori luogo con la sua presenza, per forza di cose, molto discreta. Indossava una tuta rosa piuttosto lisa, consumata dai lavaggi.
«Allora? Ti sei ingoiato la lingua?» chiese Bettina ridendo.
Gianmatteo sistemò i fogli davanti a sé come lo speaker di un telegiornale.
«No, no. Ecco, pensavo che potremmo fare un gioco di mia invenzione, tutti insieme. È un audiogioco. Avete presenti i videogiochi vero?»
«Eh, no!», risposero in coro Martino e Bettina. Gianmatteo si morse la lingua.
«Cioè si, ma... beh, cosa sarebbe un audiogioco?» aggiunse Martino, captando l'imbarazzo del bambino.
«Beh, nei videogiochi il protagonista si trova in mezzo ad un'avventura. Con il joypad possiamo muoverlo, fargli compiere cose come saltare, abassarsi, correre e ...» incrociò lo sguardo della signora Hellemans prima di aggiungere "sparare" «...insomma, cose del genere. Ogni tasto è un comando. Noi useremo i numeri. Io vi descriverò la situazione, voi tenete a mente i comandi. Se dite "uno", il personaggio salta. Se dite "due", corre. Se dite "tre", parla. Se dite "quattro", ehm... mena.»
«Mena?» chiese la donna, quasi ruggendo.
«Si, ma mena piano.»
I bambini risero, e sembravano incuriositi.
«Va bene, proviamo. Ma ripetici i comandi», chiese Gianluca.
«No, provate a ricordare quelli che vi ho detto. Se sbagliate, vedrete cosa succede.»
La signora Hellemans scosse il capo, ridendo. Male che andava, in qualche modo avevano risolto il problema dell'attività pomeridiana.
«Allora, iniziamo. Il nostro protagonista si chiama Brick. Vive in una zona inospitale del pianeta, piena di pericoli. Lui e i suoi simili stanno tutti insieme in questo posto, hanno delle capacità incredibili. Ad esempio, lui ha una gamba sola ma può fare dei salti altissimi. Inoltre può vedere al buio e... parlare con gli animali.»
«Se hanno questi poteri, non vedo dove sta il problema», obiettò Martino.
«Il problema è che attorno alla loro tribù c'è un altro popolo. Loro vivono in una zona piena di cibo e comodità, e sono delle pappemolli. Hanno però delle grosse armi e impediscono alla tribù di Brick di uscire dalla loro zona.»
«E perché?» chiese Lucilla.
«Perché non vogliono vivere con loro. Temono che poi inizino a chiedergli il loro cibo, le loro case, capito? Lo scopo di Brick è riuscire a entrare nel loro territorio e trovare Zam, il loro capo cattivo per poi ammazz...» Gianmatteo sentì addosso una saetta proveniente dalla signora Hellemans «...parlarci e convincerlo a vivere pacificamente tutti insieme.»
I bambini erano perplessi, ma lui decise che fosse il caso di iniziare il gioco.
«Brick si trova fuori dalla sua capanna. Il primo ostacolo è un piccolo fiume...»
«Uno!» gridò Martino.
«Bravo! Brick compie uno spettacolare salto e atterra dall'altra parte, dove nota un grosso uccello dalle piume rosa.»
«Due!» grida Bettina.
«Perché vuoi farlo scappare dall'uccello se può parlargli?»
Tutti risero di gusto.
«Comunque, l'hai voluto tu. Brick grida e fugge via. L'uccello pensa che sia proprio fesso, visto che poteva rivelargli un passaggio incustodito...»
La signora Hellemans seguì con attenzione lo svolgimento della trama. Trovò che Gianmatteo avesse una fantasia fuori dal comune e che sapesse improvvisare in maniera incredibile. Dopo tre quarti d'ora fu costretta a proporre una pausa, perché i bambini si stavano agitando un po' troppo.
«Avanti, riprenderemo tra un po'. Adesso, aranciata per tutti.»
Gianmatteo approfittò della pausa per riprendere fiato, ma non fu facile. Aveva portato la storia ad un livello di complessità stupefacente. Il gioco era stimolante, lui stesso era costretto a cambiare lo svolgimento della trama in base alle risposte degli altri. Erano già arrivati a dodici comandi, un numero persino maggiore rispetto a quelli imposti dalle dimensioni di un vero joypad!
Poco prima di riprendere l'avventura di Brick, arrivò la madre di Flaminia. Indossava un corto impermeabile nero, nella mano sinistra teneva un ombrellino gocciolante. Aveva smesso di piovere da un po', quindi aveva dovuto camminare parecchio. Rispetto alla figlia aveva i capelli più scuri, ma gli occhi erano molto simili, così come i lineamenti delicati. Il suo pallore però era dovuto alla stanchezza, si scorgevano i segni di un filo di trucco andato di traverso e di labbra morse dal nervoso.
«La riporto via prima. Ha chiamato il medico, mi ha detto se potevo anticipare la fisioterapia», disse con un tono assente.
«Ma certo. Dio vi benedica», rispose la signora Teresa.
La donna portò via Flaminia senza aggiungere altro, lasciando dietro di sé un leggero alone di profumo. Gianmatteo aveva imparato a riconoscere gli adulti che fumavano da quelli che non fumavano. Riprese a raccontare la storia, smarrendo parte della verve. Non seppe spiegarsi il perché.
Gli altri non ci fecero caso, e fino all'ultimo minuto a loro disposizione spremettero la fantasia di quel bambino con gli occhiali e l'aspetto rassicurante. Protestarono quando i genitori si presentarono all'ingresso della scuola per accompagnarli a casa, a termine della lunga giornata passata nell'istituto. La signora Hellemans chiese alla madre di Gianmatteo se poteva parlarle in privato, con tono gioviale. Ma lei rifiutò.
«Credo che il bambino abbia voglia di andare a casa, non di restare ancora qui a fare compagnia alla bidella.»
In realtà lui non vedeva l'ora di poter tornare nella sala professori per continuare a raccontare - con l'aiuto degli altri - la storia dello strano popolo di Brick, che cercava un posto al sole. La situazione stava degenerando, Zam trovava sempre il modo di stroncare sul nascere i salti del rivale, arrivando persino ad inviare animali addestrati per depistarlo con false informazioni. L'alieno verdognolo, in confronto, era noioso e prevedibile.
(continua)



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