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lavoro pubblicato domenica 2 agosto 2015
ultima lettura martedì 19 marzo 2019

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L'anatomia della bellezza - L'autunno

di AleksejPezzi. Letto 381 volte. Dallo scaffale Generico

Y guardava la strada fuori la finestra. Ciottolo per ciottolo sembrava fosse ricoperta da un fitto strato di grandine, di quella grandine che quell’autunno non sarebbe venuta, come del resto la neve. I ciottoli intanto, illuminati pallidi dal cie...

Y guardava la strada fuori la finestra. Ciottolo per ciottolo sembrava fosse ricoperta da un fitto strato di grandine, di quella grandine che quell’autunno non sarebbe venuta, come del resto la neve. I ciottoli intanto, illuminati pallidi dal cielo asettico delle cinque risplendevano di un celeste appena percepibile. Forse solo immaginato, a guardarli tanto a lungo.
-Y-
Fosse davvero stata grandine sarebbe corsa fuori a guardarla, prima da terra e poi tra le sue mani, tenendola a malapena per paura di farla sciogliere. Qualche chicco paffuto le sarebbe scivolato tra le dita e tutti gli altri sarebbero stati percorsi da scintillii veloci mossi dalle mani che tremavano, un po' di freddo e un po' di apprensione.
-Y-
Dove non erano ciottoli argentati invece erano cespugli ingrigiti, resi vecchi dalla luce flebile e gialla dei lampioni, che spuntando dalle fronde più alte s’alzavano come un tutt’uno dalla la pianta. Un insieme quasi tragico nella sua frammentazione. E la strada, tutta la strada, era il freddo.
-Y!- insistette l’ultima volta una voce grave, mezza raffreddata.
Y smise di guardare di fuori e si accorse di Z che la fissava, con le mani stese davanti a sé sul tavolino e le lunga dita dispiegate. Così come alcuni rami di fuori erano nodose, e secche, e vederle distese lì sul legno come abbandonate le diede un’impressione di morte.
-Qualcosa non va?- disse Z che ora aveva il suo sguardo ricambiato, ma comunque rimaneva ignorato come quando lei guardava dall’altra parte.
-Cosa intendi?- rispose Y concentrandosi a mettere a fuoco il già perfettamente definito viso del compagno, che però a differenza della strada, come fosse d’importanza secondaria, non riusciva a mantenere la sua attenzione.
Z si portò la tazza al viso e ne guardò il fondo, gli avanzi del tè si mischiavano con la poca acqua che rimaneva cosparsa di riflessi lucenti. Cercò di leggerci una qualche forma ma non ci riuscì.
-Sei tu che hai insistito tanto perché si prendesse l’abitudine di bere il tè a quest’ora- le disse.
-Sì, è vero-
Dall’orlo della tazza di Y si vedeva fumare ancora la bevanda, e si vedeva anche la superficie lucida del tè, che lei aveva a malapena sorseggiato.
-A cosa stai pensando?-
-All’autunno. A quanto sia triste l’autunno quando non c’è la neve-
Y non pensava a quello.
-C’è il freddo, si è sempre intorpiditi dal sonno, e nient’altro. Vorrei ci fosse anche la neve- continuò.
-Dici così perché qui non nevica mai- disse Z.
Y squadrò il viso di Z per qualche secondo, nello stesso modo in cui lui aveva fissato prima i fondi del tè. Cercò di leggerci qualche forma.
-Non lo so- rispose, e si allungò sul tavolino per aprire la finestra su cui affacciava.
Repentinamente una folata gelida penetrò nel cucinino, e insieme a lei il silenzio, e l’odore indefinito dell’autunno che subito si trasforma nella nostalgia per il profumo del camino.
Z la guardava come si guarda un animale selvatico, in attesa della prossima mossa.
Con noncuranza lei si alzò e si voltò trascinando con sé le falde della sua gonna lunga come in un passo di danza. Si avvicinò al ripiano basso e aprì il cassetto delle tovaglie, ne alzò un paio e lì, ordinatamente riposto verso il fondo, c’era un pacchetto di sigarette.
Con dei movimenti piccoli e ponderati, eseguiti con una parvenza di ritualità Y lo prese tra le dita, lo aprì, e sfilò tra le file geometriche una sigaretta. Poi se la mise in bocca e accese un fornello, chinandosi con una mano tra i capelli per accenderla.
Una vampata densa di fumo inondò la stanza, e solo una volta sentito l’odore di tabacco Z si accorse che la compagna stava fumando.
-Tu fumi?- le chiese sorpreso.
-No-
-E quella allora che cos’è?-
Y guardò la sigaretta come se si fosse appena accorta della sua presenza.
-Una sigaretta- rispose con naturalezza.
Z sbuffò, si lasciò cadere la testa nella grande mano, massaggiandosi le meningi col pollice e con l’indice.
Nell’angolo della cucina Y continuava a fumare con un braccio cinto sotto al petto. Sulla mano di quel braccio, molle, poggiava il gomito dell’altro braccio, che muoveva a larghe falciate ogni volta che inspirava ed espirava.
-Perché stai fumando allora?- disse Z con il viso rivolto a terra.
-Ne avevo voglia-
-Ma mi avevi detto di non aver mai fumato. Mi avevi detto che è assurdo spendere dei soldi per rovinarsi la salute-
-È vero-
Nel pacchetto chiuso e riposto tra le tovaglie, dentro al cassetto, effettivamente mancava una sola sigaretta.
-Non capisco che ti prende- disse Z alzando la testa.
Gli intrecci serpentini e flessuosi del fumo davanti agli occhi di Y avevano lo stesso colore della strada, e del ghiaccio, e del freddo. Lei li guardava spargersi stanchi fino al soffitto per poi sparire il un pulviscolo intangibile e leggerissimo, che era come avrebbe voluto essere lei. Guardando i rivoli intricarsi e ammassarsi e poi sciogliersi in continuazione le sembrò di capire perché le persone fumavano.
-Nemmeno io- rispose.
Z aprì la bocca per dire qualcosa. Schiuse poco le labbra come per voler filtrare nel piccolo foro e in quello ancora minore tra i denti l’urlo che stava per uscirne, per controllarsi.
Interrotto da Y emise un unico suono smorzato, strisciato su dalla gola raschiandone via le parole.
-Sai perché la neve è così bella?- disse lei.
Z non rispose e lei si voltò verso di lui. Nascosti nel fumo bianco s’intravedevano i suoi due occhi scurissimi, umidi di lacrime.
-Lo è perché ogni fiocco, ogni singolo fiocco- dei singhiozzi nervosi interruppero la voce, accompagnati da tondi sbuffi di fumo- posandosi sull’altro non lo copre. Interi ammassi di neve in cui ogni cristallo mantiene la sua tenera geometria-
Z la guardava confuso.
-Ed è solamente il loro rimanere separati, distinti- continuava Y soffocando il pianto-soli, sotto la bufera che li annega, che rende la neve così splendente e preziosa-
Parlando si era avvicinata all’ingresso, che era antistante alla cucina e aveva stretto la maniglia tra le dita. Z fece per alzarsi, per trattenerla, ma appena allungò la mano si accorse che non avrebbe saputo nemmeno come afferrarla.
Il viso di Y era denso di lacrime. –Perché se i fiocchi si unissero, si sciogliessero, rimarrebbe solo acqua- disse, e si chiuse la porta alle spalle.
Dentro casa era novembre, fuori, l’autunno.
Y camminava lentamente per la via deserta, e le lacrime che prima le scioglievano il viso si erano già seccate arricciandole le pelle. Nel petto le pulsava la speranza di vedere Z correrle dietro cercando di convincerla, ed ogni battito di quest’ansia era ricambiato da uno uguale di paura per le porta che rimaneva chiusa, e che non si sarebbe aperta.
Con le braccia strette e intrecciate ricordava i suoi inverni e poi il natale, l’albero luminoso addobbato ai piedi del letto, con le luci che rimanevano accese per tutta la notte e le conciliavano il sonno. Ricordava sua madre che le pettinava i capelli davanti allo specchio ogni mattina, prima di andare a scuola. Suo padre mangiare con gli occhi bassi e la mente annebbiata dal lavoro. Ricordava il fratello che non aveva mai avuto, e che se avesse avuto avrebbe amato più come un uomo.
Superato il cancello del vialetto di casa si trovò sulla lunga via attorniata da platani, cinta dai rami ora neri nella notte che s’intricavano con quelli degli altri alberi accanto e filtravano la luce candida della luna in un reticolo sul marciapiede.
Si fermò davanti ad un tronco e nella trama della corteccia ritrovò il palmo della sua mano, quando a dodici anni saltava le lezioni di pianoforte e si nascondeva nel parco comunale. Sedeva sotto gli alberi e li carezzava, su un taccuino ingiallito tracciava le radici e i nodi dei tronchi con un carboncino, così quando tornava a casa con le dita annerite sua madre capiva che aveva marinato la lezione e la sgridava. Le parlava delle virtù di una donna che sarebbero dovute essere finezza ed eleganza, indicava il padre stanco che per pagarle le lezioni faceva infiniti sacrifici. E suo padre non diceva mai una parola.
Continuò a camminare e ogni ombra di quel viale era l’ombra di un altro viale, uno che aveva percorso in gioventù accompagnata da qualche ragazzo che la corteggiava. Le foglie secche erano il suo corpo che aveva tante volte donato volendo credere dell’amore, nell’amore che non gli era mai bastato. Ogni foglia caduta aveva il nome di un uomo dimenticato.
Ricordò le lezioni di canto e le sue amiche già ammaritate, X che suonava il violino. L’amore che non aveva mai trovato fu il suo non averla amata mai.
Pensando a X si accorse che senza volerlo aveva preso la direzione di quella vecchia casa in cui avevano abitato, e che distava a mezz’ora di macchina da quella di Z.
Continuò a camminare.
Ai lati della strada che brulicava di gelo vide intorpidita i platani oscillare tra il respiro del vento, li vide più belli. Ombre falciate dalla luna argentata si allungavano dividendosi, sovrapponendosi, ramificate. E un albero era solamente il contorno di luce bianca che tagliava il nero. Li guardò e sentì le guance fendersi di nuove lacrime, fredde sulla pelle, e comunque calde mentre scendevano.
-Quando le avevo dimenticate?- pensò Y, accorgendosi di piangere ora per la prima volta.
Sentì lo stesso freddo accoglierla, con un saluto affilato sulla pelle scoperta. E cambiò strada, inoltrandosi nell’autunno. Con incontenibile euforia sentiva la notte avvolgerla di un abbraccio erotico, che la spingeva fuori dal sentiero, verso la campagna. Sotto le stelle era sola, come un fiocco di neve coperta ma distante, sormontata da altra solitudine. E si sentiva bellissima.
Ripensò alle parole di Z, quando aveva detto che la neve le piaceva tanto semplicemente perché non la vedeva mai. Aveva ragione.
Avevano ragione tutte le foglie e le frasche e la nebbia stesa sul campo che sarebbero state così com’erano solo per quella sera, e già domani sarebbero diventate altre foglie, altri alberi. I capelli scoperti le fremevano inconsistenti sulle tempie e sul viso, non sarebbe più tornata.
Una folata improvvisa di notte la spinse a tornare sulla strada dell’autunno. E la strada era il freddo.



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