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lavoro pubblicato sabato 1 agosto 2015
ultima lettura venerdì 15 marzo 2019

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L'anatomia della bellezza - L'estate

di AleksejPezzi. Letto 444 volte. Dallo scaffale Generico

Il muricciolo tarchiato che fiancheggiava la strada scorreva veloce nel finestrino della berlina verde, sulla pancia liscia delle sue rocce sdraiate sotto al sole poggiava la distesa indifferente del mare. La pietra greve giaceva accatastata e sorda al...

Il muricciolo tarchiato che fiancheggiava la strada scorreva veloce nel finestrino della berlina verde, sulla pancia liscia delle sue rocce sdraiate sotto al sole poggiava la distesa indifferente del mare. La pietra greve giaceva accatastata e sorda al pomeriggio estivo, alle grida affannate delle cicale, al silenzio spesso che sudava dalla pelle. Sullo strato di mare appiattito dalla lontananza pendevano nuvole spumose e annoiate che si trascinavano lente, il cielo dai colori sbiaditi raccoglieva muto le occhiate che Y gli rivolgeva dalla macchina in corsa attraverso gli occhiali da sole. Tra le falde aperte del foulard che le cingeva la testa di tanto in tanto s’insinuava lo schiocco di qualche ramo secco sulla carrozzeria, o i ticchettii dei sassolini sbalzati dalle ruote che interrompevano il fischio lungo del vento. Di fianco a lei il polso robusto di Z poggiava molle sulla leva del cambio e il suo orologio argentato ammiccava riflessi aguzzi sulla vecchia radio che ormai non funzionava da anni.
Y poggiò dolcemente le dita sul dorso coperto di peluria scura e gli sorrise specchiando i denti dritti sulle lenti.
-Fermiamoci qui-
Z annuì leggermente e tornò a guardare la strada che svaniva rapidamente sotto al cofano cromato come sabbia divorata da un’onda, con la mano sinistra davanti alle labbra com'era solito fare quando pensava. L’aria che fluiva violenta nell’abitacolo scoperto gettava in aria i suoi capelli neri in ciocche solide e agitate insieme alle falde della camicia aperta che svolazzavano forte colpendogli il collo. Y si girò e guardò nuovamente il mare, e la spiaggia che si allungava bianca indietreggiando davanti all’acqua chiara. Alla prima piazzola panoramica la macchina si piegò su un lato facendo gemere le ruote e si fermò seguita dallo stridio dei freni leggermente ritardato. Senza aspettare Z, Y aprì lo sportello allegramente e saltellò verso la sabbia cocente, scavalcando il muro come una gazzella appena in maggiore età.
La spiaggia era deserta se non per un gruppo rado di gabbiani che ne macchiavano il candore con le piume grigie e un sospiro romantico di vento le asciugava il sudore salino sulla fronte. Poco distante un tronco pallido di mangrovia evaporava sotto al sole e i suoi rami aridi odoravano di morte grande e di desolazione. Le propaggini legnose più fine le ricordarono improvvisamente le dita tenere di X e il suo modo di articolarle nervoso che anni di violino gli avevano imposto, e sentì sulla guancia una delle sue carezze schive e timide d’amore che le torturò distrattamente il petto. Si voltò di scatto e vide Z venirle incontro con il suo passo fermo e dritto come se non si curasse del sole che gli scendeva sulla nuca né del mare che aveva di fronte, e pareva avrebbe continuato a camminare finché ne avrebbe avuta voglia, a costo pure di farlo sott’acqua. Le si avvicinò e le diede uno dei suoi baci forti e un po' indelicati, resi ruvidi dal tempo passato lontano dalla fragilità. Le passò le dita sulla stessa guancia che prima X le aveva toccato in sogno e sentendo il peso dei polpastrelli duri e della vita di Z lei si ritrasse istintivamente, perché le erano entrambi estranei.
-Che hai?- le chiese lui inseguendola col viso.
-Non è nulla. Su, andiamo verso l’acqua!-
Si tolse le espandrillas bianche e corse verso la sabbia umida, rimbalzando sul carbone fino con leggerezza mentre da dietro Z la seguiva paziente e placido come la superficie statica del mare. A poco da loro la piana compatta e tesa ondeggiava indifferente ai loro schiamazzi, distendendosi vagamente in stiracchiamenti annoiati, borbottando risacche esasperate. Ad ogni sua avanzata la sabbia rimaneva vivamente umida per poi rapprendersi nuovamente in un’ocra malinconico e disseminato di pietrisco grigio e vetri smeraldo consumati e piccole scaglie di madreperla. Y calpestò il mosaico disordinato noncurante delle piccole ossa marine che alzava con i suoi piedi, imprimendo sul bagnasciuga impronte minute e caduche presto inghiottite dall’acqua. Z la raggiunse che era ferma a poco dall’acqua, le caviglie rese lucide dallo sciabordare euritmico del mare, e le poggiò una mano sulla spalla ossuta da ballerina.
-Facciamo un bagno- disse lei girandosi e baciandolo velocemente.
-Vai tu, io ti aspetto a riva- disse Z e lei già scioglieva il nodo del foulard lasciandolo cadere poco più in là sospinto dal vento, si sfilava le spalline e scavalcava attentamente il vestito bianco accasciato in terra, si sganciava il reggiseno e gli passava gli occhiali. Z non fece in tempo a sospirare per la sua spensieratezza che Y si era già tuffata circondata da schizzi allegri.
La osservò allontanarsi nuotando a rana e scorse soddisfatto le natiche candide affiorare dall’acqua, si perse brevemente nelle curve muscolose della sua schiena giovane che acuendosi si gonfiavano, spezzate da improvvisi riflessi luminosi. Quando fu lontana e tutto ciò che si riusciva a vedere era il suo chignon imbrunito dal bagno oscillare tra le onde pacate si sedette sulla sabbia, tiepida attraverso i pantaloncini beige e si toccò delicatamente le labbra. Tra i baffi ispidi ritrovò il bacio di Y ancora caldo, ancora distratto come lei glielo aveva dato. I baci di Y gli ricordavano le farfalle che si posano sui petali senza peso e sorrise come sorrideva quando lei rispondeva alla sua passione fiera con quei baci minimi.
Si alzò e iniziò a gettarsi via gli abiti di dosso con impeto, abbandonandoli come corpi morti ai suoi piedi, poi nudo s’infranse contro il mare arrendevole e nuotò sommerso verso il largo, verso Y che scivolava fluida nell’immenso e dolce cobalto sentendo la sua nudità vulnerabile al tocco morbido dell’acqua, ripensando offuscatamente al petto bagnato di X contro al suo e fremendo l’erotismo della libertà e dei rimpianti. Lei, sola nel grembo acquatico che aveva la stessa tenerezza calda delle cose grandi, della notte, e della dimenticanza, della morte, riconosceva il lento fiorire dei baci sapidi di X sul suo collo bianco. I suoi occhi alieni verde chiaro sotto al sole. Nuotò abbracciandosi i fianchi scivolosi e contando le proprie costole sotto ai polpastrelli, disegnò un ricordo per il suo amante passato con una capriola. Ritrovò malinconia.
Quando Z la incontrò a larghe bracciate che smuovevano onde fragili lei si afferrò alla sua neonata solitudine e sparì in un turbinio di spuma candida, lasciando a galla per il suo uomo soltanto il laccio che le legava i capelli. Giocò a sfuggirgli con la corsa delle anguille, rintanandosi nella languida mutezza sottomarina un po’ per scherzo e un po’ per paura, Z la premette al suo petto largo e le baciò la spalla, sentì la sua forza figlia delle montagne antiche. Poi accolse arrendevolmente le sue mani tenaci lungo i fianchi, giù fino ai glutei freschi, le cosce morbide e le sue parti silenti. Lo sfiorò col suo amore timido, rispondendo ai mugugni del mare con gemiti minuti e ondeggiando le membra insieme a lui. Di tanto in tanto Y sentiva il suo amore cambiare e allora si staccava improvvisamente lasciando Z solo con il suo desiderio e aspettando divertita che lui la inseguisse nuotava veloce coperta dall’acqua. Ridendo scivolò fino a riva e camminò dritta sulla sabbia col sudore e il mare che splendevano sotto al sole, fece l’amore con Z graffiandolo e sentendosi graffiata dalla spiaggia, gli diede baci impalpabili e sentì i muscoli tesi di lui aggrovigliarsi in un’orgasmo feroce.
-Tu mi ami- disse all’amante che si era disteso al suo fianco ansimando. I suoi occhi azzurri gli parvero più scivolosi dell’acqua.
-Sì-
Y sorrise e distolse lo sguardo da lui, tra loro due vide il cielo stanco e il golfo stretto e le dune e il profumo del sale e del riposo. Sopra la frastagliata e tremula linea dell’orizzonte si levarono quattro stormi di gabbiani prima che lei si tirasse su, issata dai muscoli lungo la spigolosa colonna vertebrale. L’ora delle tamerici si irradiava dritta dal sole del mezzogiorno, prendendo possesso anche di ciò che non era suo, le schiene ruvide delle lucertole gettate in terra, le verdure marine disperse a seccarsi piano, la pietra scomparsa in sabbia fina, la pelle preziosa di Y che si stava arrossando.
-Sarebbe meglio tornare- disse piano Y valutando i raggi attraverso le dita socchiuse.
Z si stiracchiò come un soriano maestoso e lasciò splendere riflessi sul corpo ben fatto, poi puntando i gomiti a terra guardò la sua amata delineata nel buio del controluce.
-Ti è piaciuto?- le chiese parandosi gli occhi dal sole improvviso.
-Perché me lo chiedi?- sbottò stupita Y.
-Ti sembra una domanda tanto strana?-
-Conosciamo i nostri corpi abbastanza da non dover affidare la comunicazione alle parole-
Z sospirò all’ennesima volta che Y non si faceva capire, frustrato dalla sua ostinazione nel complicare le faccende semplici e cercando di ignorare il presentimento grigio che gli procuravano. Scorgendo negli occhi dell’amante imbarazzo Y aggiunse, -Domani torniamo a rifarlo, se ti va-.
Nonostante il torpore di piacere e il desiderio ingenuo Y sentiva in sé ramificarsi l’intima e taciturna nostalgia che le prendeva di tanto in tanto un colpo di cuore aggrappandosi ad antiche lacrime, e ancora risacche di passati respiri che condensavano in evanescenti ricordi di X. Poi sentì il calore dell’estate timida e il mormorio del mare, le membra tese dal recente amore, e si girò verso la berlina confusa dal caldo tremolante sul terreno. Davanti al suo sguardo si piegavano sotto al peso del vento le gramigne imbrunite dalla secchezza, e tra loro loro nappole e salsole spinose. Mentre si chinava per infilarsi le espandrillas sul suo ventre tirò il sale rappreso, sulle spalle, sul viso anche. Nelle narici penetrò un odore di leggerezza.
-Ora andiamo?- disse a Z ancora sdraiato.
-Sì, andiamo-
L’uomo si caricò le membra forti sulle gambe e in piedi si rivestì accanto ad Y, sbrigandosi a foderare la pianta dei piedi coi sandali in sughero. Tempestati dai raggi violenti come pioggia raggiunsero la macchina e soffrirono l’asfissia dell’abitacolo finché il tetto reclinabile non fu calato del tutto. La berlina poi emise borbottii catarrosi e ripartì abbandonandosi dietro la sabbia volatile e il mare. I due tacquero e lasciarono che tra loro solo il rumore del vento franto si intromettesse, la radio rotta proprio ora aveva l’aspetto languido delle cose mute. Viaggiarono inseguiti dalla nube nera emessa dalla marmitta, viaggiarono guardando la strada che passava senza essere notata, e dopo venti minuti s’iniziarono ad intravedere le sagome delle ville basse e delle palme in giardino, poi l’ombra degli aranci e i fiori di limone accasciati sull'asfalto.
-Fermiamoci alla prima drogheria. Ho sete- disse Y muovendo vagamente le labbra.
Z annuì e continuò a stringere il volante sotto i palmi e i polpastrelli, concentrato sull’impercettibile danza di pressioni tra il suo piede e l'acceleratore. Appena vide la serranda alzata sull’ingresso buio di un negozio accosto la macchina e guardò Y.
-Vuoi delle monete?-
-Quanto credi che costi una bottiglia piccola?-
-Intorno ai sei franchi-
-Li ho in borsa, non ti preoccupare-
Y uscì dalla macchina come una colomba dal nido, tutta avvolta nel foulard e il pareo candido. Salutò cortesemente il droghiere e gli indicò con il dito la bottiglia di acqua minerale non conoscendo ancora bene il francese, o essendo troppo distratta per ricordarne il nome semplice. Mentre il vecchio con la nuca rada gli porgeva l’acqua notò le sigarette disposte in un raccoglitore polveroso accanto alla cassa, venivano tredici franchi. Venne fuori dal negozio scrutando le strade attraverso le lenti degli occhiali, aprì la portiera dell’auto e sedendosi baciò Z.
-Finalmente possiamo andare a pranzo. Tu hai fame?- disse.
-Da morire-
Y sorrise teneramente e ripartirono. Dal banco della drogheria il vecchio non aveva ancora raccolto i diciannove franchi che lei aveva lasciato.



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