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lavoro pubblicato venerdì 31 luglio 2015
ultima lettura giovedì 19 novembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Punti di vista e fortuna

di Inomniaparatus. Letto 573 volte. Dallo scaffale Attualita

PUNTI DI VISTA E FORTUNA Punti di vista e fortuna. E’ questione solo di questo. Punti di vista che non possiamo capire, che non ri...

PUNTI DI VISTA E FORTUNA

Punti di vista e fortuna. E’ questione solo di questo. Punti di vista che non possiamo capire, che non riusciamo ad immaginare o che non vogliamo conoscere. Fortuna di non essere nati all’inferno.

Perché vengono qua da noi? Perché non se ne stanno nel loro paese? Ci rubano lavoro e donne, perché dovremmo accoglierli?

Ecco che quando sento queste domande mi si rivolta lo stomaco e arrossisco dalla vergogna. Tutti bravi a giudicare, nessuno in grado di comprendere, e perché? Perché non ci si prova nemmeno.

Bene, ora voglio provarci. Tentiamo di capire cosa mai potrebbe spingere tanta gente ad attraversare il mar Mediterraneo, ad affrontare la morte per riuscire a sbarcare sulle coste italiane.

Capire punti di vista, aiutare chi non ha fortuna.

C’è Samir. Giovane della Libia, vent’anni appena. Ha fame, freddo, paura. La schiena spezzata, tagli sotto i piedi, sangue secco sulle ferite. E’ stanco, tanto. Esce dal suo rifugio, quei quattro muri che ora tremano sotto gli spari. Esce e per terra c’è sua sorella, Aidha, con una pallottola nel cervello. Il sangue è fresco e cola dai lati della fronte. Gli occhi aperti, freddi. Aidha, che significa ‘’colei che parte ma ritorna’’, è partita per sempre e non tornerà da Samir. La morta gliel’ha portata via e lui non ha il tempo di piangere, di vomitare, di dire addio perché i soldati sono qui. Scappa, corre, fugge. I sassi gli feriscono i piedi e i vecchi tagli si riaprono. Passa attraverso corpi, sangue e pallottole. Cadaveri senza braccia, gambe, teste. Non può abituarsi, dovrebbe abituarsi a questo. Ma Samir non riesce. Inciampa, si rialza, cade di nuovo. Non può riposare, dovrebbe riposare. Ma Samir non lo fa.

Poi si chiede: perché devo continuare a vivere così?

Meglio è la morte.

E io mi chiedo: chi mai vorrebbe morire dopo che gli è stata data la possibilità di vivere? Ebbene Samir vorrebbe morire, perché a lui, la possibilità di vivere gli è stata data all’inferno.

Samir sente delle voci. Da giorni sente di queste barche che partono dalla costa e arrivano in Italia. Italia e poi Europa, che per lui equivalgono al paradiso. Samir non sa cosa potrà trovare in Italia, l’unica certezza che ha è che l’Italia non è l’inferno e questo gli basta. Quindi parte, in qualche modo. Avventurandosi per quel mare che sarà la sua salvezza, oppure la sua tomba. Ma sempre con la speranza di allontanarsi dall’inferno che avrebbe tanto voluto chiamare casa.

Ora io chiedo questo, ad ogni singolo uomo che si pone quelle domande che mi fanno rabbrividire: se Samir fosse quella persona che ora è vostro fratello, vostro figlio o voi stessi, circondata da morte, sangue, dolore, privata del diritto di vivere solo per essere nata in mezza ad una guerra; ecco, se voi foste Samir: che diavolo potreste fare, se non tentare in ogni modo di fuggire dal quel luogo di disperazione?

C’è Fatimah. Bambina nigeriana, dieci anni che valgono per trenta. Sa già molto della vita: la vita è fame, freddo, paura. I suoi fratelli piangono per l’assenza della mamma, che sta nel campo tutto il giorno, e del papà, che non torna a casa da quattro anni. Fatimah ha fame, ma sa che oggi non mangerà e nemmeno i suoi fratelli. Già ieri ha rubato, non se la sente di farlo anche oggi. Si tocca la pancia gonfia, in netto contrasto con la sottigliezza delle braccia. I crampi allo stomaco non le danno tregua, la testa gira. Ma Fatimah resiste, trattiene le lacrime salate. Esce dal suo rifugio, cerca cibo, acqua, vita. In lontananza scoppiano le bombe, che vanno a ritmo con il battito della paura del suo cuore. Vaga tra le strade, in lontananza scorge un uomo. Anche l’uomo la vede, la faccia cattiva, le intenzioni peggiori. Fatimah lo sa, lo conosce quell’uomo, nonostante non sappia il suo nome. Scappa, per tornare al rifugio. Paura, angoscia, terrore. Arriva al rifugio con il fiatone, i piedi pulsanti, lo stomaco vuoto, il cuore gonfio di paura. Pensa alla madre, con la schiena spezzata nel campo; pensa ai fratelli, deboli e angosciati.

Poi si chiede: perché devo continuare a vivere così?

Meglio è la morte.

E io mi chiedo: quale bambina di dieci anni invoca la morte? Piuttosto che vedere la sua famiglia soffrire giorno dopo giorno, Fatimah vorrebbe morire.

La madre di Fatimah torna a casa a tarda notte e la bambina le parla di quelle voci sentite in giro. Le barche e la salvezza sulla costa italiana, l’aiuto, il cibo, una casa, una vita. Fatimah convince la madre, una bambina che convince un’adulta a cercare qualcosa di meglio. Così la famiglia parte, in qualche modo. Avventurandosi per quel mare, limpido come uno specchio, scuro come un buco nero. Ma color verde speranza, quella che Fatimah brama.

Ora io chiedo questo, ad ogni singolo uomo che dà giudizi a cui non trovo un senso: se Fatimah fosse quella persona che ora è vostra sorella, vostra figlia o voi stessi, circondata da fame, uomini malvagi, paura, privata del diritto di vivere solo per essere nata in mezzo ad una guerra; ecco, se voi foste Fatimah: cosa mai potreste desiderare, se non cercare qualcosa di più da questa vita?

Samir e Fatimah arrivano a destinazione, qualcuno è morto nel viaggio, ma loro ce la fanno. Si incontrano, forse, loro due; la paura negli occhi, il mare alle spalle. Entrambi cercano di dimenticare cos’è stato davvero questo viaggio. Le parole non bastano a descriverlo.

Samir e Fatimah non sanno cosa sarà di loro, ma hanno capito che c’è qualcuno che non li vuole, che desidera cacciarli di nuovo nell’inferno. Molte persone sono buone, gentili, , meravigliose e i due giovani sono così grati agli uomini e alle donne che danno cibo e acqua. Altre persone però chiudono i confini, li mandano indietro.

Basterebbe tendere una mano, a Samir e Fatimah basterebbe una mano.

Perché esistono un Terzo e un Quarto mondo? Non siamo forse tutti sullo stesso pianeta? Non siamo forse tutti uomini? Fra cinquant’anni probabilmente i nostri figli celebreranno la giornata della memoria per i morti nel Mediterraneo e in Africa e diranno: Potevano fare qualcosa subito.

La storia spesso, purtroppo, è così. Eppure, nonostante lo sappiamo e ce ne lamentiamo, nessuno alza un dito per fare qualcosa SUBITO. Si parla di procedure, di leggi, di lunghissimi tempi di attesa; ma ciò che si fa realmente è evitare il problema. Aspettando per anni, posticipando, mentre la gente muore. Muore. Cessazione di vita. Fine. Questione di punti di vista non capiti. Questione di fortuna di cui ci sia approfitta ma che non si usa per il bene.

Europa, svegliati! Si parla di fratellanza, uguaglianza, diritto, famiglia, libertà, ma quando serve un aiuto concreto? Il nulla.

Noi non li vogliamo, dicono.

Perché siamo così egoisti? Così tanto egoismo da far vomitare.

Servono un po’ d’amore, rifugi e cibo. Null’altro.

Parliamo di vite, cari Stati Europei. Vite che si trasformano in morte, ogni giorno.

E’ ovvio che l’Europa non può ospitare l’intero continente africano. Perché, allora, invece di vendere e pagare per le armi usate in Africa, non si tenta di fermare quelle guerre che da tanto tempo infuriano in quelle terre? E’ una questione di soldi? Se sì, che vergogna.

Fare qualcosa per questo male, che come un cancro si propaga sulla Terra e nel frattempo dare aiuto a chi lo chiede.

Stiamo parlando di vite umane.

Uomini e donne venuti al mondo con la possibilità di vivere che si ritrovano a invocare la morte.

Altruismo e morale, questo serve.

Capire punti di vista, aiutare chi non ha fortuna.

In omnia paratus



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