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lavoro pubblicato giovedì 30 luglio 2015
ultima lettura lunedì 9 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'anatomia della bellezza - La primavera

di AleksejPezzi. Letto 734 volte. Dallo scaffale Generico

X e Y sedevano uno di fronte all'altra. Lei cercava in tutti i modi di schivare il suo sguardo mentre lui continuava a impedirglielo inclinando la testa, o facendosi avanti, o alzando di poco la voce. Vista così era una discussione come tante al...

X e Y sedevano uno di fronte all'altra. Lei cercava in tutti i modi di schivare il suo sguardo mentre lui continuava a impedirglielo inclinando la testa, o facendosi avanti, o alzando di poco la voce.
Vista così era una discussione come tante altre, a Y non piaceva il modo in cui X la guardava quando discutevano. Anzi, erano anni che era lo stesso X a non piacerle più, la metteva a disagio.
Era di natura distante e tutti i suoi assensi, le parole dolci dette a bassa voce, i convenevoli che si scambiavano la sfioravano di un brivido freddo come le squame di un pesce. Nei suoi occhi lei non c’era mai, nemmeno quando facevano l’amore, nemmeno quando le aveva chiesto di sposarlo. Erano anni che Y era sola.
Ecco, era solo quando discutevano che X violentemente si affacciava dai suoi pensieri lontani e la fissava come se i suoi occhi fossero finestre e tutto il suo corpo un davanzale, orientato verso chissà quale veduta. Con voce calma, curiosamente gelida nel suo essere baritonale, smembrava le sue convinzioni e rendeva i suoi pensieri più intimi e viscerali meccanismi fragili, sbagliati. Quello che più impauriva Y era l’abilità che aveva X di convincerla delle sue idee, rendendola piccola, in torto oltre che verso di lui anche verso se stessa. E per questo ora, a costo di torcere maleducatamente il collo di fronte alle sue richieste di guardarlo lei non voleva cedere ai suoi occhi, rimaneva ancorata con tutte le forze a se stessa. E si sentiva comunque piccola.
Lontano dal tavolo di fronte al quale erano seduti e che Y avrebbe fatto di tutto per non rivedere più, fuori, era una meravigliosa giornata primaverile, e la luce d’oro sbiadito propria di quei mesi irrompeva allegramente nella tensione della stanza, sussurrando sulle guance di Y la sua spensieratezza e trascinando sempre più forte la sua attenzione verso la grande vetrata che separava lei da tutto ciò che in quei minuti aveva desiderato e dalle braccia di Z, dal suo lungamente agognato e meritato e finalmente presente amore. Fuori, i profumi delle piante si aggrappavano alla pinna nasale e non si staccavano più, e le strade erano decorate come parati dalle ombre di fiori novelli appena sbocciati in un disordinato intreccio di canali di luce, piazzali di luce, isole di luce e tutto questo insieme ancora impregnava X che era da poco tornato a casa, dopo aver passeggiato a lungo con suo taccuino rilegato in pelle tra le mani che carezzava con le dita più di quanto avesse mai fatto con le mani di Y.
Nel giardino antistante all’alta vetrata che ora entrambi X e Y guardavano, su uno dei tanti fili d’erba in un cespuglio tarchiato e verdissimo, una locusta picchettava le zampe aguzze cercando di trovare l’equilibrio. Proprio mentre appigliandosi con le zampe posteriori iniziava ad avvicinarsi alla compagna immobile sul vertice dello spigo, Y, senza distogliere lo sguardo dai vetri disse –Io ho un altro uomo, e lo amo-.
Il suo seguente singhiozzo debole liberato a sussulti, lo stacco brusco nel ritmo regolare del cuore di X e il silenzio che ancora fuoriusciva gli fuoriusciva dalle labbra semichiuse. Tutto, fu coperto dallo stridio continuo delle locuste in accoppiamento. La profusione tintinnante e trascinata si allargò concentricamente in molli cerchi di suono e poi cessò, trascinata via da pochi, svelti salti degli insetti.
Nella ritrovata afonia la voce di X suonò come ciottoli per asfaltato.
-Come?-
-Mi dispiace tanto-
Ora era X che non riusciva a sostenere lo sguardo obliquo della compagna. Era proprio davanti a lui così debole in quel frangente, la tensione superficiale dell’umore vitreo minacciata dalle lacrime, eppure non era più sua. I suoi incantesimi di parole non l’avrebbero più toccata, era, per la prima volta, distante.
-E lui chi è?- domandò tremante.
-Non credo abbia una grande importanza- Y alzò la testa e lo guardò supplichevole. -Ti prego, capiscimi-.
-Capiscimi?- X si sporse sul tavolo. –Ma che diavolo dici? E io? Allora io cosa sono?-
Y riabbassò la testa.
-Non lo so-.
-Tu non lo sai- sbottò X e si abbandonò sullo schienale in mogano.
-Dove l’hai conosciuto?-
-Al mercato in paese lo incontravo spesso. Un giorno si propose di accompagnarmi qui con la macchina-
-Qui in casa nostra?-
-Sì, qui. Ma stai tranquillo, non è mai entrato-
-Devo stare tranquillo dici?- disse X alzando la voce. –Tranquillo che te lo sei scopato da un’altra parte?-
-X, ti prego- rispose Y a bassa voce, e chinò la testa e pareva volesse chiudersi in un guscio.
-Va bene, va bene. Mi calmo-
Riscese il silenzio, e lo sguardo dei due era puntato verso lo stesso angolo di giardino, dove cresceva un cespuglio di gerani, a formare un triangolo invisibile.
-Ti trasferirai?- disse X.
-Sì-
-Divorzieremo?-
-Sì-
X sospirò massaggiandosi le meningi e finendo per stropicciarsi tutto il viso.
-Quanto tempo è che questa cosa va avanti?-
-Tre mesi-
-Tre mesi? Tu vuoi gettare all'aria i nostri sei anni insieme per solo tre mesi?-
-Io non ti amo, X-
-Ah- disse X, e il suo sguardo si cristallizzò definitivamente sulla pianta.
-Non avrei mai voluto farti del male. Non immaginavo sarebbe andata a finire così- disse Y.
-Già-
Il sole continuava a inondare il giardino e i limoni alti sugli alberi e il salone aperto del cottage che X aveva ereditato da uno zio. Y iniziò a piangere.
-Quand'è che hai smesso di amarmi?- disse X ancora fisso a guardare i petali violacei dei gerani.
-Non lo so-
-È stato prima di conoscere lui?-
-Credo di sì-
-E lui, perché lo ami?-
Y si passò una mano con gli occhi e la guardò, sporca di una striscia di trucco nera e imperlata di lacrime come brina.
-Perché lui mi ama. Perché ha bisogno di me, e quando sto con lui sento che al posto mio non vorrebbe nessun altro-
-Capisco- rispose X sciogliendo il torpore dello sguardo fisso. Guardò Y, e subito dopo si mise di nuovo a fissare qualche porzione indefinita del giardino.
-Ricordi quando avevamo deciso di bere il tè ogni sera guardando il tramonto sul prato?-
Anche Y spostò il viso verso fuori. –Sì-.
-E ogni sera mi ripetevi che non avremmo mai dovuto smettere di farlo-
Y taceva.
-Ma dopo qualche settimana abbiamo smesso-
E il suo silenzio era rotto solo dal suo tirare su col naso.
-Una sera facemmo l’amore proprio lì vicino al fico, e tu-
-Ti prego X, per favore, smettila- sussurrava Y.
-E tu poi mi passasti le mani tra i capelli fino a notte fonda-
X sospirò, inclinando la testa in alto.
-Dicendomi che mi amavi, e che l’avresti fatto per sempre-
Poi, senza abbassare il mento verticale, si frugò nella tasca interna della giacca e tirò fuori un portasigarette laccato d’argento rigato. Lo aprì, e dentro c’era una sola sigaretta. Ticchettò leggermente con l’indice sul metallo, pensoso, mentre Y si girava verso di lui.
-E quella che cos'è?- gli chiese lei flebilmente.
-Questa?- rispose X che aveva preso in mano l’unica sigaretta e ora se la rigirava tra le dita, contemplandola –è una sigaretta-
-Sì lo so. Ma non avevi smesso di fumare anni fa?-
-Sì- disse X, e si alzò per cercare un qualche tipo di fiamma.
Mentre si dirigeva verso i fornelli a gas della cucina Y prese un fazzoletto e si asciugò le guance, sporcandolo tutto. Poi si ficcò l’unghia del pollice tra i denti e rimase con lo sguardo fisso sul centro del tavolo, come se volesse scavarlo con la sua attenzione, mentre cercava di trovare un po’ di forza nel pensiero che tutto sarebbe presto finito. X tornò avvolto in una densa ovatta di fumo bianco, con la sigaretta nelle labbra e il viso sereno. Aprì la vetrata scorrevole e si risedette.
Da fuori un vento caldo e asciutto irruppe nella stanza sollevando un pulviscolo fitto di polvere che scintillò vagamente nella luce gialla del pomeriggio.
-Quando te ne andrai?- chiese X continuando a fissare la punta della sigaretta dopo ogni tiro.
-Stasera. Devo mettere insieme le mie cose, i miei trucchi in bagno, i vestiti, i miei gioielli- iniziò ad elencare Y confusamente e guardandosi nervosamente intorno, come se tutte quelle cose fossero lì nascoste nel salone. –Chissà dove ho messo la valigia rossa, quella grande?-
Detto così fece per alzarsi, strapparsi dalla nenia orribile che sarebbero state tutte le parole dopo quel momento. Voleva scappare e piangere un po’ nascosta solo per poter poi sorridere di nuovo.
Aveva detto tutto ciò che doveva dire, in fondo.
-Y, calmati. Siediti un po’- la fermò X con un gesto morbido mentre due rivoli di fumo gli uscivano dal naso.
Y si sedette senza dire una parola.
-Abiterai con lui, in casa sua?-
Y sussurrò a mezza bocca, -Sì-.
-E com’è? È bella?-
-Dio X, ma cosa dici?- disse Y esasperata.
-Era solo per curiosità- rispose X alzando le spalle imbarazzato.
L’unico rumore tra i due era il ticchettio della scarpa di X sul pavimento.
-E lui com'è? È bello?- disse X distogliendo l’attenzione dalla sigaretta quasi spenta, e guardando Y.
La sigaretta tra le dita iniziava a bruciare, e il fumo denso le aveva momentaneamente annerite. X la tirò fuori dalla vetrata aperta.
-X, non so rispondere a queste domande. Se me ne farai altre mi costringerai ad andarmene- disse Y in un momento di crescente forza, di speranza. Sentiva la libertà avvolgerle le tempie.
-Ma è semplice curiosità- disse X alzando le mani.
-Allora non mi piace la tua curiosità. Anzi, non mi è mai piaciuta-
-Y, calmati. Rispondimi a questa domanda e io sarò felice-
Y taceva.
-Davvero felice-

-È un bell'uomo-
-E poi?-
-Ha un collo robusto e una mascella forte. Ha gli occhi azzurri..-
-Anche io ho gli occhi azzurri- la interruppe X.
Y si cristallizzò a fissare X coi muscoli tesi.
-X, tu hai gli occhi verdi-
-Non quando guardo il cielo però. Quando guardo il cielo lo rifletto azzurro-
Y rimaneva immobile.
-E io il cielo lo guardo molto- aggiunse X, deciso.
-Forse non hai mai guardato abbastanza me- disse Y.
-Come fai a pensare questo?-
Y iniziò ad alzarsi lentamente dalla sedia.
-X, in sei anni non mi hai mai detto di amarmi. È stato solo al matrimonio-
-Però è stato proprio un bel matrimonio? Ricordi?-
Y stava ferma in piedi davanti al tavolo.
-C’era tua cugino che aveva bevuto decisamente troppo, e al momento del taglio della torta..-
-X. Vado a prepararmi- disse Y girandosi, e lasciando che la fine della frase di X si dissolvesse davanti alla sua bocca. Il sole scintillava sul retro dei tacchi di Y che si alternavano veloce.
-Avevo paura che a dirtelo, l’amore sarebbe sfuggito dalle mie labbra insieme alle parole- disse X, e Y lo sentì, sparendo nel corridoio lungo.
Del vento leggero muoveva tutti i cespugli e le fratte e le fronde del giardino, i limoni alti ondulavano freschi. Il sole rendeva il tappeto d’erba cangiante di ombre e riflessi mentre danzava sotto ai raggi oscillando le punte, il formicolio degli insetti nascosti tra le radici e nel terriccio si avvertiva senza essere visto. Fuori si muoveva tutto, fuori tutto era vivo.
X si accostò alla finestra, e inspirò forte con le braccia aperte. La primavera gli entrò nelle due narici serpeggiando, l’aria pulita, il movimento che fuori inghiottiva sé stesso in altro movimento, fluì dentro di lui. E tutto era ricoperto da una patina dorata di luce, il giardino sembrava uno scrigno prezioso.
X chiuse gli occhi. –Devo andare in paese a comprare le sigarette- pensò, e chiuse la vetrata.



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