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lavoro pubblicato mercoledì 29 luglio 2015
ultima lettura giovedì 14 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'anatomia della bellezza - L'inverno

di AleksejPezzi. Letto 715 volte. Dallo scaffale Generico

La punta delle scarpe di X era coperta di neve e sul cuoio bruno pareva onde grandi di un oceano stendersi sul continente arso africano, i risvolti larghi del pantalone erano pieni di ghiaccio. X interruppe il lavoro di spalaggio e poggiò gli av...

La punta delle scarpe di X era coperta di neve e sul cuoio bruno pareva onde grandi di un oceano stendersi sul continente arso africano, i risvolti larghi del pantalone erano pieni di ghiaccio. X interruppe il lavoro di spalaggio e poggiò gli avambracci incrociati sul manico in alluminio, nevischio fino gli cadde dalle pendici delle spalle, una cascata, l’aria mattutina si respirava con piacere e tutto era di un bianco morfinico, il naso e le guance gli bruciavano di ghiaccio. Si tolse il colbacco e ne guardò la pelliccia di coniglio curiosamente soddisfatto, sullo sfondo scuro della pelle conciata traballavano i suoi respiri di condensa. Erano le otto del mattino ed era ancora la sera del giorno prima, già la sera che sarebbe venuta nel cielo di profondissimo ceruleo e sulla sua letargia ostinata, sul cottage ordinato tipicamente europeo e sulla via che all'indomani avrebbe dovuto probabilmente liberare di nuovo dalla nevicata soffice. X abbandonò la pala al suo peso per sentirla cadere alle sue spalle morta di una morte silenziosa e solitaria, fece qualche passo e si gettò prono sul gelo morbido che nascondeva il suo giardino verdissimo, i gerani e i gladioli e i tulipani, le viole, il giardino suo e di Y, le bocche di leone, i soffioni. Ora che era sdraiato il suo campo visivo si era fatto più ampio, poteva vedere le due sedie a sdraio abbandonate alle memorie estive, gli alberi di arance e gli alberi di limoni desolati nella staticità pallida, le propaggini bieche di altri alberi i cui nomi si era tante volte ripromesso di imparare. La vuotezza del giardino non lasciava spazio ai suoi pensieri.
Alzò le mani foderate dai guanti e coprì i corpi grigi degli alberi, i corpi grigi ed esili dei loro rami, poi guardò nuovamente il cielo sgombro. Nel suo sguardo c’era solo il gravissimo ceruleo spruzzato di luce molto timida, troppo timida, così tanto e totale che a momenti X poteva sentirsi lontano e disperso nei suoi abissi alti, sopra la neve, sopra il cottage, e sopra Y. Da un angolo del suo fantasticare vago apparse il viso ovale e magro di Y, avvolto nei lembi di una pelliccia e percorso dai capillari violentemente coloriti.
-Cosa stai facendo?- gli chiese Y.
X continuò a fissare in alto senza rispondere. La fronte alta di Y era candida, i suoi occhi erano assonnati d’inverno, tutto continuava a far parte del suo pesantissimo ceruleo. Il suo forzatissimo ceruleo che a guardarlo lo portava dove non sapeva se voler essere, ma anche non capiva se voler non essere.
-X, mi stai ascoltando?- gli chiese Y.
Le labbra di Y rintanate nella pelliccia folta non poteva vederle, non voleva vederle mentre gli chiedevano di tornare lì dove le sue incertezze erano concrete. Dove toccava e non sapeva cosa pensarne, dove amava Y quando l’amava e lei pretendeva l’amasse sempre.
-Sto andando in paese a comprare del pollo, vuoi che ti prenda qualcosa?- gli chiese Y.
‘Sigarette’ pensò X socchiudendo gli occhi.
-Come vuoi. Se riesci a trovare del tempo tra il tuo impegnato far nulla taglia della legna, vorrei accendere il camino ma ne è rimasta poca- gli disse Y e svanì dai suoi occhi come vi era entrata. Come le nuvole.
‘Va bene’ pensò X chiudendo gli occhi, ‘va bene’. Quando li riaprì il suo tristissimo ceruleo non era più suo e sotto la giubba umida la schiena gelava, si alzò a si rimise a spalare la neve.
Il corpo ammaccato dei nimbi pallidi che si accalcavano lontani, alti sul suo colbacco, assisteva indifferente al suo lavoro e respirava il suo respiro celeste sull'intera regione, forse su tutto il paese che X non sapeva essere coperto di neve come lui e come il viale della casa, sulla piccola macchina blu che si allontanava verso il mercato borbottando, respirava, e nel mondo che copriva c’era chi alzava la testa e voleva respirare come lui quei respiri di cosa grande, sfuggente e innegabile. C’era un vecchio a pochi chilometri da X, e lui questo non l’avrebbe mai saputo, che per come guardava le nuvole soffici era l’essere umano più vicino che avesse mai avuto. Con il naso bitorzoluto puntato al cielo e le braccia rigide lungo i fianchi guardava passare in alto forme stupende e inafferrabili, scopriva per la prima volta il bisogno di trattenere le lacrime, che brutto scherzo, pensava, vedere che le nuvole sono come la vita.
La piccola macchina blu di Y intanto traversava le distese anemiche e si arrampicava sui dossi, sobbalzava malinconicamente sulle buche nascoste dal bianco bianchissimo, la marmitta tossiva fumo denso che si disperdeva nel pesante freddo. Il vecchio si incamminava verso casa, cazzo, si gela qui fuori, afferrava la legna con le dita ruvide e spaccate e la disponeva nel camino, “dolce cuore mi presteresti un po' di amor”, canticchiava nel silenzio delle stanze vuote mentre la macchina si fermava singhiozzando.
Y aprì la portiera di lamina sottile e poggiò i piedi sulla strada di neve rinchiusa nella sua pelliccia folta, si guardò intorno e sospirò pochi sbuffi di vapore.
-Y!- si sentì chiamare.
Si voltò e vide l’uomo che l’aveva chiamata sventolare la mano larga. Con passi sicuri e ampi le fu vicino e la baciò sulle due guance rosse, poi tenendola per le spalle come un dipinto la guardò allegramente in viso.
-Sono contento tu sia venuta- le disse.
-Dovevo comprare del pollo- rispose le timidamente distogliendo lo sguardo e allontanando vagamente il petto dell’uomo.
-Lo stesso, è sempre una gioia vederti-
-Sai se ce n’è ancora?-
-Di cosa?-
-Di pollo-
-Y- sorrise lui divertito –È un mercato. Di certo non mancherà-
-Hai ragione- rispose Y anche lei sorridendo, ma d’imbarazzo.
-Sei bellissima come sempre- disse l’uomo continuandola a guardare come se fosse una sua opera.
-Oh Z, smettila-
Z era un uomo alto e solido, scuro nei capelli corvini e nella pelle olivastra e negli occhi affamati e nella barba corta che gli copriva mezzo volto. Era uno di quegli uomini che la vita piuttosto che viverla la rappresentano, e lui l’aveva forte nella mani grandi che si muovevano solo per intrappolare,nella fame insaziabile degli occhi, nel sorriso spensierato che gli era costati tanti pensieri.
-Posso accompagnarti?- le chiese con un tono che non era di domanda.
-Sì, certo-
Spinta dal solo tocco di Z sulla schiena Y si diresse verso l’ingresso del mercato e si lasciò avvolgere dal calore delle stufe sparse e dall'odore del cibo e dei respiri che fluttuava tra i banchi. Salutò cortesemente Marcel sfilando tra le verdure del suo orto allestite in triste scarsità invernale, le patate e il rabarbaro, erbe di campo, le zucche. Salutò Alina tra le mosche del suo pesce e il fetore del suo pesce che ogni volta prometteva essere fresco, Jaques, i suoi insaccati lustri di budello, Margot delle carni e dei conigli nudi appesi e dei tranci purpurei del manzo, quelli sbiaditi del maiale.
-Come sta, signorina Y?-
-Come al solito Margot cara, come al solito-
-E il signor X, ancora preso dalle sue riflessioni?-
-Come al solito Margot cara, come al solito-
-Cosa le do oggi?-
-Vorrei un pollo, se possibile un cappone-
-Certamente. Come lo cucina?-
-Vorrei arrostirlo ripieno-
-Perché non prende del macinato di maiale allora? Insieme a dei marroni e del finocchiello viene una meraviglia-
-Perché no-
-La signora Rosalie oggi ha dei marroni splendidi, li ho visti prima. Non esagero dicendole che sono grandi come un’albicocca-
-Grazie Margot cara, passerò anche da lei-
-Si figuri cara, si figuri. Lei signor Z cosa prende?-
-Nulla, la ringrazio. Sono qui solo per accompagnare Y-
La vecchia Margot sorrise maliziosamente mentre avvolgeva le carni esangui in pagine sperdute di giornale. Lo fece con la civetteria delle donne anziane e annoiate, abbassando gli occhi in modo da non essere indiscreta ma comunque farsi vedere.
-Passi una buona giornata signorina Y. E anche lei, signor Z- disse allungando la mano squamosa e i pacchetti verso di loro.
-Arrivederci- risposero entrambi.
Y si diresse poi verso il banco della vecchia Rosalie, ma solo per non fare un torto a Margot. Appena lei e Z furono inghiottiti dalla folla assopita di gelo infatti cambiò direzione e si diresse verso la porta grande che dava sulla strada. La prima ad essere afferrata dal vento gelido fu la sua caviglia, un istante dopo il viso e la mano scoperta che reggeva gli involucri.
-Già vai via?- disse Z trattenendola per il braccio.
-Perdonami ma devo accendere il camino, pulire il pollo, cucinarlo. Non posso proprio rimanere-
-E io? Io che dovrei fare?- insistette lui stringendo delicatamente la presa, tanto da far sentire il suo desiderio.
Y lo guardava negli occhi languidamente, cercando disperatamente di trovarvi i propri.
-Rimani, per favore-
-Z, sono sposata-
-Ma io ti amo-
La neve non cadeva, eppure Y la sentiva ammassarsi sulla sua nuca e tra i capelli legati, non cadeva, e cadeva Y. Tutt'intorno era pallido come lei si era sempre sentita pallida, sciupata, e nel bianco bianchissimo c’era Z scuro, nel suo candore sciapo c’era una macchia scura e alta, le spalle larghe e forti di Z, la sua barba ispida contro la pelle seccata dal freddo, il fastidio, le labbra morbide padrone del piacere, le mani, le mani di pietra e di montagna e di muschio lungo il suo collo, l’odore di animale, il sapore di tabacco che le penetrava la lingua, i loro respiri vicini, calore, una lacrima.
-No, no. Non piangere. Perché piangi?- le sussurrò Z alzandole il viso –Non piangere-
-Mia dolce Y, ti prego, guardami. Non è successo nulla di sbagliato, non piangere. Ti prego-
-Y. Ti amo. Y, ti scongiuro-
La neve non cadde nemmeno quando Y lasciò Z solo sotto la nevicata che non c’era, non cadde quando fu troppo lontana per sentire il suo alito caldo sulla fronte, non cadde quando aprì la macchina e tornò a casa, non cadde se non dai suoi occhi.
La piccola macchina blu scorreva le pianure e i dossi bianchi, sobbalzava malinconicamente sulle buche bianchissime lasciando lene minute e vaporose dissolversi dietro il suo passaggio. La pelliccia di Y era macchiata di umido come se avesse nevicato, sulle maniche e sul petto, nascosto tra i sobbalzi nervosi del veicolo un tremore percorreva le sue mani e su fino al gomito. La macchina si arrestò gemendo di fronte al cottage ordinato tipicamente europeo il cui viale era asimmetricamente spianato dalla pala.
Y entrò e andò sveltamente in cucina, si sciacquò gli occhi e sbavò il trucco, poi salì al secondo piano e nervosamente si truccò di nuovo. Poi tornò in cucina e spiegò i pacchi spigolosi davanti al lavandino, iniziò a pulire il pollo, mordeva il labbro inferiore per tenerlo fermo.
-Come è andata al mercato?- sentì la voce di X dietro di lei e si cristallizzò nel dolore stanco e assordante.
La mano di X le passò leggera dietro il collo come la pancia di un serpente.
-Era molto affollato?-
-Non più del solito- rispose lei rigida mentre sopportava le carezze e l’incertezza profonda della sua voce.
-Stavo pensando-
Y si girò di scatto e guardò gli occhi di X come una medusa gorgone.
-Stavo pensando alla neve. Amo la neve perché nonostante si ammassi, si ammucchi e vista così sembri compatta, ogni singolo fiocco mantiene la sua splendida geometria, è una cosa meravigliosa. Non trovi?-
Y non rispondeva.
-Credo che riesca a splendere così proprio per questo fatto. Tanti corpi insieme, eppure senza confusione, eppure con gentilezza-
Y non rispondeva.
-Vorrei poter anche io, riuscire ad unirmi con qualcosa senza che per questo io, o quella cosa, ne risulti cambiata, deformata-
Gli occhi di X erano di ceruleo profondissimo mentre parlava.
-Ho tagliato la legna, sta accanto al camino. Se mi cerchi sarò nel mio studio- disse X e poi non ci fu più, poi fu Y sola.
Finì di pulire il pollo e lo farcì con mele, fegato e menta, il maiale rimase sul ripiano a boccheggiare verso la luce opaca dell’inverno. Si spostò nel salone dove le grandi vetrate davano sul giardino soffocato di neve, ma non pensò a quello che X le aveva detto, dispose la legna su due ciocchi massicci e accese il camino.
Quando la fiamma divampò e veloce iniziò a mordere i piccoli rami fu caldissimo, per un istante le parve che l’inverno fosse finito.




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