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lavoro pubblicato martedì 28 luglio 2015
ultima lettura lunedì 9 dicembre 2019

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La solitudine di una ninfomane

di AleksejPezzi. Letto 404 volte. Dallo scaffale Generico

Il Rendez-Vous Inn è animato come lo è stato il Venerdì scorso, e quello ancora prima. A dire il vero lo è ogni Venerdì, solo in Agosto gli sgabelli rimangono vuoti. La gente beve, chiacchiera, alle undici sono gi&ag...

Il Rendez-Vous Inn è animato come lo è stato il Venerdì scorso, e quello ancora prima. A dire il vero lo è ogni Venerdì, solo in Agosto gli sgabelli rimangono vuoti.
La gente beve, chiacchiera, alle undici sono già tutti un po’ brilli. La luce è offuscata dalla densa nuvola di fumo che ondeggia poco sotto il soffitto, quel fumo che riempie il locale di un odore acro e pungente e lo rende insopportabile alla maggior parte delle signorine. Paul, il proprietario, è ben fiero del suo Rendez-Vous; non è un ritrovo di checche e figli di papà. Cì si beve birra doppio malto e si conversa ad alta voce, proprio come ai vecchi tempi. Come quando aveva vent’anni lui, mezzo secolo fa.

I tavolini di quercia che prima erano smaltati sono diventati opachi a forza di passarci lo strofinaccio, e ora li ricopre una patina appiccicosa di birra asciutta. Così anche gli sgabelli.

Paul crede nel suo lavoro, ci crede più di chiunque altro. Se ne sta dietro al bancone con un bicchiere mezzo pieno di whiskey e ne discute con il vecchio John, che dall’inaugurazione del locale ha mandato giù diverse vasche di alcolici.
-Da una parte della strada c’è la chiesa, per consolarsi durante il giorno, dall’altra il pub, per consolarsi nella notte. Alla fine tra me e il prete non c’è una gran differenza, lui assegna, che so, quattro “Ave Maria” dopo la confessione? Io quattro pinte di stout- gli dice.
Il vecchio John ride, ma quello che Paul gli ha detto nemmeno l’ha sentito. Forse per questa sera si è confessato un po’ troppo.
Paul però non molla, -Questi nuovi pub alla moda, con la musica frastornante e i cocktail colorati, cosa mi rappresentano? Dov’è andata a finire l’intimità? Le storie tra amici?-.
-I giovani vogliono solo stordirsi- risponde John, ubriaco.
-Già- gli fa eco Paul. –In posti come quelli con l’alcol si fa sesso. Noi invece qui, ci facciamo l’amore-.
John annuisce distrattamente. –Versami un altro po’ d’amore dai, il mio bicchiere soffre di nostalgia-.
Paul gli riempie il bicchiere di Scotch e se lo guarda mentre lo sorseggia.
Sull’altro lato del locale, a circa un metro dal lungo bancone, tre ragazzi giocano a freccette e imprecano. Si danno pacche sulle spalle e si complimentano per i tiri messi a segno, ma in realtà c’è molta competizione tra loro, perché l’ultimo a finire la partita dovrà offrire da bere a gli altri due.
Poi ci sono due vecchi dalle facce grigie ricurvi sui bicchieri vuoti che non si parlano e stringono in una mano l’ultimo sforzo del loro portafogli, fissandolo come per paura che finisca prima che se lo possano gustare. Non si parlano, non si guardano, eppure costituiscono una ferrea compagnia. Le undici sono belle che passate e c’è un gran chiasso tra i tavoli rannicchiati, uno studente universitario si scola la sua pinta a fatica e si abbandona sullo schienale traballante.
A cinque minuti dalla mezzanotte entra lei, e pare portare col suo ingresso un’atmosfera contorta in cui si confondono i ruoli di preda e cacciatore. I maschi si zittiscono e nel silenzio cercano di rompere l’ambiguità della situazione gonfiando il petto o distogliendo lo sguardo. Ogni Venerdì è sempre lei che interrompe le chiacchiere e sfila tra i tavoli come in un negozio, scrutando bene gli articoli esposti, scegliendo un uomo da portare via con sé. Si direbbe sia come la notte, la morte, una cosa forzata. Una potenza naturale di fronte alla quale non ci si può che arrendere.
-Ed ecco Lucretia- sospira il barista ricordando di tutte le sua amanti e della sua giovinezza passata, il whiskey rimasto che ora gli scorre nella gola è dedicato a tutte loro.
Lei si avvicina al bancone e chiede una birra. La sua voce è adulta, dritta, eppure così fragile che pare si stia per rompere alla fine di ogni frase. E così anche il suo viso è il viso di chi ha vissuto più di quanto avrebbe voluto ma non riesce ad andarsene, ha gli occhi stanchi dal tempo. Ha le ciglia lunghe di dolcezza e sulla guancia sinistra un neo che scompare tra le rughe ogni volta che sorride, lo sguardo sofferente. Tra i capelli lunghi castani è impossibile non notare le sue pupille verdi che brillano come quelle di un felino nell’ombra, poi percorrendola con la vista si vedono le ciocche disordinate ma lisce accavallarsi sulle spalle squadrate dalla magrezza, protendersi fin poco sopra il petto, leggermente accennato. Lungo il corpo spigoloso si affiancano le sue braccia gracili che si assottigliano sui polsi e ancor più sulle dita morbide, che sanno di carezze e sanno di graffi. Più giù le gambe fini e le caviglie fragili che s’intravedono sopra le scarpe.
Lucretia avvolge delicatamente il boccale con la mano e per la prima volta da quando è entrata si guarda intorno, dallo sguardo insofferente pare stia cercando un amico. Ma è proprio perché il suo amico è qualsiasi uomo seduto lì dentro al Rendez-Vous che continua a torcere il collo a destra e sinistra trascinandosi ad ogni giro le lunghe ciocche di capelli. I suoi sono gli occhi di un bambino che ha perso il genitore nel centro commerciale e cerca di aggrappare la disperazione delle pupille alla giacca di ogni passante, e allo stesso modo attirano apprensione e simpatia, ma non un aiuto.
Ora è Paul che la fissa, e guardarla cacciare è divenuto per lui un rito del Venerdì, quando nell’ora dell’ebbrezza arriva lei e illumina i visi degli ubriaconi, restituisce agli occhi lucidi la vita che l’alcool aveva assopito e ogni movimento del suo ammaliare è talmente sistematico da poter essere considerato danza. La fissa e vorrebbe carezzarle la guancia liscia, allungare la mano verso la sua stessa gioventù che è passata sotto i tavoli e sotto il bancone, afferrarla per i capelli e tirarsi di nuovo addosso i suoi splendidi trent’anni, baciarla. E lei è girata, cerca ancora il suo uomo, così che lui possa provare ad avvicinarsi e toccarla, tornare forte e ambizioso. Ecco, il suo indice quasi sfiora i capelli accavallati sull’orecchio, c’è quasi, ancora un po’. Basterebbe rilasciare il respiro che si tiene nel petto per muovere il dito verso la ciocca, eppure non ce la fa. Ritrae la mano verso il corpo e la ficca in un boccale coperta da una pezza. La sua vita è il Rendez-Vous, e ora che è vecchio non gli rimane che mantenerlo accettabile.
Intanto gli occhi ferali di Lucretia hanno agganciato quelli di Adrian, che non riesce più a inclinare il boccale tra le labbra, e che sia Adrian o l’amico che gli siede accanto non importa quando di mezzo c’è la sua fame. Quello che viene dopo è un perpetuo déjà vu per i frequentatori del locale, lui le siede accanto, parlano. Lucretia a volte sorride e quando le palpebre le si stringono pare stia trattenendo il pianto. Poi si raccoglie i capelli a sinistra e chiunque la guardi vorrebbe alzarsi e metterci una forcina perché ci rimangano, la fronte scoperta la rende ancora più bella. Lui avvicina lo sgabello, lei gli liscia le spalle con i palmi, lo percorre con gli occhi languidi e gli sussurra qualcosa in un orecchio. Adrian si alza e saluta gli amici, salda il debito al banco ed esce dal locale insieme a lei, la sua preda. Il suo cacciatore.
La stanza di Adrian ora è uno spogliatoio e i vestiti buttati in terra e coperti dall’ombra rasentano forme di corpi sdraiati. Sul soffitto balenano le luci proiettate dai fari di macchine in strada, e si allargano in rettangoli per poi svanire in segmenti accennati, decorando così il locale un po’ squallido in cui i due consumano la loro passione. Nei corpi che si attorcigliano indistinti non si discernono né Adrian, né Lucretia, ma dal complesso di costole e spine dorsali che sussultano si riconoscono diversi suoni. Gemiti trascinati e a malapena sfuggiti alla morsa del diaframma, sbuffi, e profondi sospiri, qui di piacere, qui quasi di pianto. Dal buio generale ogni tanto affiorano porzioni di spalle o gomiti o cosce, imperlate di sudore e che risplendono del riflesso lunare. Guizzi tali che pare di essere sprofondati negli abissi oceanici e avere di fronte meduse fosforescenti.
Ad essere tanto elegante l’amplesso poi si rimane un po’ delusi quando dopo un crescente ondeggiare sempre più veloce la macchina si ferma emettendo un grugnito strozzato e poi si accascia sulle lenzuola stropicciate. Ecco che singhiozza ancora qualche ansimo mentre quello che era uno si disgiunge prima ancora di essersene accorto, di essere uno, e si torna in due. Uno presto si addormenta e l’altro rimane solo. Lucretia fissa il soffitto che gli sprazzi luminosi ancora spezzano e il suo petto si gonfia, a respiri regolari, tanto che sembra si tenda per raggiungere le luci.
Quando esce dal condominio di Adrian sono le tre di notte e lui ancora dorme, la volta buia del cielo inizia a rovesciarle addosso acqua che non lava il suo imbarazzo né nasconde le sue lacrime, che trascinandosi dietro il trucco nero lasciano sul suo visto tracciati di dolore paralleli. Il volto pallido pare una tela, le lacrime scie d’acquerello.
E le strade sono vuote, e un altro Venerdì è trascorso.



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