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lavoro pubblicato domenica 26 luglio 2015
ultima lettura martedì 15 ottobre 2019

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Nido della Viverna Capitolo 2 paragrafo 1

di Ahlia. Letto 580 volte. Dallo scaffale Fantasia

2 Di necessità virtù Quando Vesna riaprì gli occhi la stanza era ancora debolmente illuminata dalla solita piccola lampada vicino...

2
Di necessità virtù

Quando Vesna riaprì gli occhi la stanza era ancora debolmente illuminata dalla solita piccola lampada vicino alla porta, segno che qualcuno doveva averla ricaricata durante il giorno, o accesa per lei in attesa del suo risveglio. La Ghoul che le aveva fatto il bagno, probabilmente.
Rimase per un bel po’ sdraiata dove si trovava. Lo sguardo perso sui giochi d’ombre che la piccola fiamma ricamava sul soffitto, mentre le dita sottili accarezzavano con voluttà la morbida imbottitura vermiglia del sarcofago. Fosse stata viva avrebbe tratto un lungo, profondo respiro … invece si limitò ad eseguire un paio di volte il rituale di chiudere gli occhi, attendere alcuni secondi, e riaprirli.
No, non si trattava di un sogno. Il suo corpo continuava ad essere adagiato su morbidi cuscini e non sulla rude roccia, ed ogni volta le palpebre rispondevano docili ed il mondo intorno a lei era davvero una squisita stanza dall’arredamento sobrio, ma elegante, e non un antro degli orrori.
Godendosi ogni secondo di quella ritrovata pace e non sapendo per quanto ne avrebbe potuto godere, né quanto avrebbe dovuto ancora pagarla, si portò per la prima volta entrambe le mani innanzi al volto e prese ad analizzare minuziosamente il braccio sinistro che solo poche notti prima il fuoco le aveva portato via. Ad un’attenta analisi la foggia delle unghie appariva diversa e la mano era leggermente più callosa e con nocche appena più marcate. Anche la peluria forse … era leggermente più chiara della sua, quasi bianca, ma si trattava di vere e proprie inezie, le proporzioni ed il colore della pelle erano assolutamente identici, a ben pensare la cosa che saltava più all’occhio era solo l’assenza della rossa filigrana costituita dall’elegante disegno dei tatuaggi arcani, impressi durante la sua iniziazione, che ora ornavano solo il destro. Il tatto, la mobilità delle dita, erano perfetti. Ricordò il vecchio specchio che aveva intravisto la notte precedente e morsa ora da un’irresistibile curiosità si alzò raggiungendolo.
Non si era mai riflessa in uno specchio bianco, la sua tribù, o per lo meno i pochi tra loro che potevano permetterselo, usava i più pratici e robusti specchi di rame ma quella liscissima lastra di vetro, doveva ammettere, rimandava un immagine decisamente migliore. Sciolse i lunghi capelli fulvi ondulati, che la donna di servizio le aveva spazzolato e raccolto in una morbida treccia ed, ignorando per ora le macchie di sangue rappreso che le deturpavano il viso a causa dell’ultimo sciocco ed inutile sfogo che si era concessa, passò riverenzialmente le dita sul pregiato tessuto dell’abito e sui raffinati ricami in argento che lo impreziosivano. Con lenta voluttà slacciò quindi i bottoncini scoprendosi la pelle nuda del petto fino alla spalla ed al ventre. La sua nuova padrona non si era premurata di fornirle della biancheria, non che la cosa avesse un senso per corpi morti come i loro, e per tanto immuni al freddo e ai problemi dell’igiene che potevano affliggere i comuni mortali. Suo malgrado dischiuse appena le labbra in una sincera ammirazione, non riuscendo quasi a scorgere i punti di giunzione tra la propria pelle e quella della creatura da cui era stato prelevato il braccio e la porzione del torso con cui erano state sostituite le sue carni lese. La cicatrice era perfettamente sparita … no, non si era trattato affatto di un lavoro approssimativo, dedusse senza fatica, era assai probabile che tutto il tempo impiegato dalla Tzimisce in quella che aveva ritenuto una crudele tortura, fosse in realtà assolutamente necessario per quel risultato.
Deglutendo a vuoto si riabbottonò la veste assaporando il sensuale piacere del morbido velluto sulla pelle e si concesse di guardarsi attorno con maggiore attenzione. Probabilmente avrebbe dovuto dare un’occhiata all’armadio … ma era ben altro che aveva, già dalla notte antecedente, attratto la sua curiosità se fosse stata dell’umore per prestare attenzione a qualcosa, s’intende. A passi misurati, quasi in atteggiamento reverenziale, raggiunse quindi lo scaffale più vicino della libreria. Trattati di anatomia e medicina, erboristeria, storia antica dell’Europa e del medio oriente in latino … volumi di storia e tradizioni locali in differenti dialetti slavi e cirillico, altri trattati di erboristeria e persino un paio sulle scienze occulte. Altri tomi erano vergati in linguaggi sempre di origine latina o germanica di cui tuttavia non conosceva l’idioma, alcuni riportavano addirittura alfabeti a lei sconosciuti. Non riuscì a resistere dal prendere uno di questi … era aramaico. Nella loro enclave vi erano un paio di testi in quella lingua ma lei non era ancora abbastanza erudita per leggerli. Lo riappoggiò con rispetto quasi reverenziale continuando il giro degli scaffali, le dita che sfioravano religiosamente il vecchio legno tarlato e polveroso mentre gli occhi correvano avidi su tutto quel ben di dio. Poteva essere davvero una gradevole prigionia, dopo tutto, se quella era la sua stanza da schiava … I suoi occhi attenti avevano così analizzato con assoluta perizia ogni particolare, dalla magnifica cornice laccata di foglia d’oro che incorniciava lo specchio sovrastante la semplice scrivania, alla bellissima sfera armillare in ottone che vi era appoggiata sopra, accanto a ceralacca e all’attrezzatura da calligrafia. Aveva ammirato la poltroncina in pelle un po’ consunta, intagliata con effigi di leoni, il sarcofago nel quale aveva riposato e che, solo ora, notava adorno, sul lato che dava verso la porta, con il bassorilievo di una giovane donna dormiente.
Una giovane donna dai capelli fluenti e mossi come i suoi, i cui lineamenti tuttavia ricordavano quelli affilati della Signora del castello. Una sua antenata forse? Senza quasi rendersene conto si era accucciata e stava sfiorando con meraviglia quella piccola opera d’arte … era palese che quella stanza non fosse stata allestita per lei in così poco tempo. Certo … I panneggi nel sarcofago erano stati cambiati forse la stessa notte della sua liberazione, ma tutto il resto era ricoperto da una discreta patina di polvere eppure … quella non era una camera per gli ospiti. Aveva un aria vissuta, conservava frammenti della storia di qualcuno, qualcuno che aveva abitato in quelle mura per un tempo sufficiente a lasciarvi un’impronta: chissà, forse addirittura la donna ritratta sull’effige del sarcofago. L’ultima tappa fu l’armadio la cui pesante chiave ruotò senza difficoltà nella toppa rivelando una mezza dozzina tra abiti femminili, da cavallo e un paio di mantelli.
Oh quanto avrebbe pagato per aver già appreso l’arte di percepire le impressioni rimaste impresse sugli oggetti! Ritrasse la mano, già protesa a sfiorare i bellissimi tessuti di un paio di vesti, e richiuse con decisione le ante. Non aveva idea di a chi appartenessero quelle cose, non le sembrava un comportamento particolarmente rispettoso nei confronti della sua già anche troppo generosa padrona prendersi più libertà di quelle che le venivano apertamente offerte... e poi … non doveva essere così difficile, dopo tutto, riuscire a sviluppare la Psicomanzia visto che era già maestra nella lettura dell’Aura , e sarebbe stato più interessante lasciare intonsi alcuni oggetti per poter recuperare il più possibile della loro storia.
Tra una cosa e l’altra non avrebbe saputo dire che ora potesse essersi fatta quando, dopo aver minuziosamente osservato ogni suppellettile ed essersi fatta mille domande, la curiosità e lo stupore si diradarono tanto da concederle di domandarsi se forse non fosse suo dovere, in quanto sottoposta, evitare alla sua Signora di andarla a cercare direttamente in camera, specie visto che l’anziana si era mostrata così incredibilmente rispettosa dell’etichetta anche nei suoi confronti. E poi … ad essere onesti … moriva dalla voglia di vedere il resto del castello, o per lo meno capire se vi erano davvero altre zone in cui avrebbe potuto muoversi liberamente o meno. Raggiunse così la porta, sentendosi subito una stupida ragazzina nel rendersi conto di quanta agitazione l’aveva di nuovo assalita all’idea di lasciare quel nido rassicurante restando così paralizzata alcuni minuti, la mano sollevata ad un soffio dalla maniglia, prima di avere davvero il coraggio di provare a vedere se fosse aperta … e chi o cosa l’avrebbe attesa dall’altra parte.
La maniglia girò senza intoppo, e la ragazza si trovò ad incespicare, cadendo malamente all’indietro, davanti all’ultima cosa che avrebbe mai pensato di vedere: l’enorme sagoma di un orso bruno che copriva praticamente tutto l’antro della porta e che, alla sua comparsa, si era alzato sulle zampe posteriori. L’immotivato attacco dell’orso nel bosco, che aveva dato inizio all’ultima parte della sua odissea, era ancora troppo vivo e traumatico nei suoi ricordi, e la sorpresa e lo spavento ebbero la meglio sul buon senso. Vesna ebbe così la lucidità di pensare che poteva trattarsi dell’orso della Voivoda, invece che del Gangrel che l’aveva quasi uccisa, solo dopo averlo già attaccato istintivamente rubandogli il sangue con la propria arte taumaturgica.
L’orso, apparentemente stupito quanto lei dai fiotti di sangue che erano stati strappati al suo corpo per venire assorbiti dai pentacoli sulle mani della maga, emise un guaito retrocedendo a sua volta e ricadendo all’indietro, seduto sulle zampe posteriori, facendo tremare la parete del corridoio mentre la Tremere, in preda al panico per aver appena infranto giusto il primo e praticamente unico diktat impostole dalla sua Domitor, retrocedeva a sua volta tremante, senza nemmeno la forza di alzare il sedere da terra, andando a sbattere di schiena contro il sarcofago, con gli occhi vitrei per il terrore . No no e poi no! Non poteva essere stata così stupida!
< …>> Ok, stava parlando a un orso … ma dubitava fosse un orso qualunque, che si trattasse di un Gangrel o del Mannaro in ogni caso avrebbe compreso la sua lingua. << Ti prego…>>

Misha, dopo il guaito di stupore, modificò le proprie corde vocali visto che quella vampira non sembrava conoscere il potere di parlare con gli animali e, restando seduto dove si trovava, emise un roco <> per poi darsi una scrollata alla pelliccia e provare a sollevare le labbra in una parodia di sorriso per tranquillizzare la ragazza, visto che alla fine sembrava più spaventata lei di lui. Operazione che a dire il vero però non parve dare un gran risultato, visto che la poveretta si fece ancora più piccola nel suo angolino mugolando in risposta un intellegibile e implorante << Non volevo ferirti … oh santo cielo io … Giuro non volevo, è stata una reazione istintiva … davvero … avevo promesso …>> mentre si copriva il volto con le mani in preda ad autentica contrizione mista a terrore.
Ah! Ecco dove stava il problema! L’orso si rotolò sulla schiena sbuffando col naso.
<< Non preoccuparti così tanto. Misha è robusto. Misha non lo dice alla Domitor. Lei a volte è troppo severa ma … non è cattiva. Tu non devi pensare che sia cattiva anche se Lei si impegna a sembrarlo. >>
le sue parole questa volta parvero avere la meglio sul panico e la ragazza, ancora seduta non troppo compostamente a terra, parve rilassarsi un pochino restando a fissarlo con un misto di stupore e incredulità mentre lui completava la rotazione tornando ad alzarsi sulle quattro zampe per mostrare che era in perfetta salute.
<>
<Ghural. La tua specie ci chiama Orsi Mannari. Tutti i mannari possono cambiare solo parti del loro corpo se vogliono farlo. Tu non hai mai visto un mannaro prima? >>
Mordendosi la lingua, per la propria ultimamente davvero inopportuna curiosità un attimo prima di partire con altre domande a raffica, Vesna scosse il capo e abbassando lo sguardo, si lisciò le vesti e scostò i capelli dal volto … ricordando solo ora di non essersi ancora nemmeno pulita il viso dopo il pianto della scorsa notte, e sussultando quando, nel risollevare gli occhi, si trovò il naso della bestia praticamente contro il proprio, e sentì la sua enorme lingua calda e bagnata lavarle letteralmente la faccia lasciandola di sasso per la sorpresa … ed il ribrezzo. Misha tirò quindi indietro il muso tutto soddisfatto, tornando a sedersi a terra di fronte a lei e fissandola con aria compiaciuta.
<> per poi incalzare, all’imbarazzato e un po’ schifato cenno di diniego della ragazza <>
Suo malgrado la Telyav questa volta abbozzò un sorriso divertito davanti all’imbranataggine e solarità della creatura, cosa che parve inorgoglire l’orso. Forse, dopo tutto, con quella creatura la sua curiosità non sarebbe stata così scortese o inappropriata si disse.
<> l’orso sbuffò scuotendo il capo.
< Sai … sei la prima Tremere che non cerca di ucciderci o che noi non cerchiamo di uccidere. Cioè … a me eri sembrata subito carina, anche se la Domitor ha detto che era per uno dei tuoi poteri … però sono comunque contento che Lei non ti abbia uccisa. Anche se preferirei non facessi più la cosa di prima, mi gira ancora un po’ la testa sai?>> Concluse un po’ imbarazzato, contemplando soddisfatto l’espressione serena e curiosa che ora animava il viso grazioso della nuova venuta e, ricordandosi finalmente il vero proposito che lo aveva portato davanti alla sua stanza, rialzatosi sulle quattro zampe, volse il muso verso la porta d’ingresso rimasta aperta alle sue spalle.
<>
Quasi stordita dal fiume di parole mal pronunciate, probabilmente a causa della conformazione del muso dell’animale, Vesna si limitò ad annuire alzandosi a sua volta per seguirlo <>
<< Oh no, non penso proprio, sai?>> rispose tranquillamente l’orso arruffando la pelliccia prima di precederla trotterellando fuori dalla stanza <<È più probabile che avesse solo altro per la testa. È sempre impegnata in queste notti … e arrabbiata>> scosse la testa lasciandosi scappare un ruggito <>
<>
Misha abbassò le orecchie emettendo un basso ringhio d’avvertimento alla volta dell’uomo brizzolato dagli evidenti tratti orientali che li fissava silenzioso dall’angolo in ombra offerto da una seconda porta a cui era appoggiato, e chissà da quanto … l’orso ODIAVA i maledetti modi furtivi e l’atteggiamento borioso di quell’antipatico di un lupo giapponese.
<< Il signor simpatia laggiù è Akihiro>> si limitò a dire a beneficio della Tremere che si era fatta piccina piccina sull’uscio della propria stanza <Voivoda non vuole, e la Voivoda non vuole o non saresti stata lasciata nella stanza di sua sorella senza nessuno di guardia alla porta.>> Quindi voltandosi in malo modo al compagno <>
<> aveva ribattuto acido l’orientale, dai semplici abiti scuri, giocherellando con una sorta di lunga sciabola lucente <<… ho solo deciso di evitare che tu continuassi a rivelarle, accidentalmente o meno, sue questioni personali, intanto che ripulisco la penumbra qua intorno prima di farci entrare i miei. La nostra aura è troppo intensa, rivelerebbe la nostra natura, non possiamo esplorare senza rischiare di dare nell’occhio ai maledetti Stregoni, ma possiamo evitare che qualcuno di loro sopravviva alla malaugurata idea di sbirciare casa nostra dal piano degli spiriti. Pensavo, che so, che avresti potuto darmi una mano? Pensa un po’, che strano, ci sono dei Banes…>>
<< Potevi anche dirlo subito invece di fare il solito sarcastico!>> sbuffò l’orso ancora guardandolo storto, prima di rizzarsi sulle zampe posteriori e crescere fino a più del doppio delle sue già ragguardevoli dimensioni volgendosi un ultima volta alla ragazza. <> così detto raggiunse il compagno che, mutando a sua volta in un impressionante ibrido uomo lupo dal corpo possente solcato da numerose cicatrici, fece balenare la lama il cui riflesso usarono entrambi per varcare il regno degli spiriti sparendo letteralmente nel nulla lasciando alle proprie spalle solo un lieve effetto ottico, come se avessero attraversato un’invisibile specchio d’acqua sospeso a mezz’aria.
<> aveva ripreso il licantropo nero, finalmente al sicuro da orecchie indiscrete <>
L’orso scosse svogliatamente il capo <>
Akihiro sospirò serrando meglio in pugno la Katana che, nella metamorfosi, era cresciuta adattandosi magicamente alle sue nuove dimensioni <>
Misha annuì cupo mettendosi a sua volta sulla difensiva mentre fiutava attentamente l’aria in cerca degli spiriti del Wyrm creature di pura e semplice corruzione, che il castello generava a profusione, e dei quali stavano andando a caccia.
<> <>
<> Ribatté Misha con una punta di per nulla dissimulato sarcasmo al rassegnato sospiro dell’altro, fiero di essere riuscito ad avere ancora una volta l’ultima parola.

Biblioteca, cucine, altri Ghoul … si, tutte cose interessantissime, pensò Vesna, letteralmente senza parole, rimettendo il naso fuori dalla camera solo per riprendere la maniglia della porta e tirarsela dietro; ma per quella notte aveva già fatto a sufficienza il pieno di cose strane e informazioni interessanti … senza contare che era anche quasi riuscita a fare un vero e proprio disastro. Come accidenti le era venuto in mente di usare Taumaturgia all’interno di quelle mura poi!!! Se solo uno dei due lo avesse riferito alla Tzimisce … Meglio non pensarci, non che oramai potesse farci qualcosa del resto.
Mannari … quel Diavolo aveva per Ghoul dei mannari piuttosto: il solo pensiero era ancora sufficiente a darle i brividi, e non erano loro le cose pericolose da cui l’aveva messa in guardia ai piani sotterranei!!!
Basta. Avrebbe atteso le volontà della Voivoda tranquilla e paziente nella stanza che le era stata assegnata, del resto quella stanza era davvero dotata di ogni comfort e non le sembrava particolarmente educato andare a ficcanasare nella dimora della sua ospite durante la sua assenza.
Ecco … di una cosa in effetti sentiva la mancanza là dentro … non c’era nessuna finestra per guardare fuori, anche se questo era un’ottima garanzia contro i raggi del sole.
Controllò la lampada ad olio, poi si sedette sulla poltroncina dalla strana pelle chiara ed insolitamente liscia e sottile e, giochicchiando distrattamente con la sfera armillare riportò alla mente tutte le nuove informazioni acquisite per rimetterle in ordine nella propria testa.
La stanza in cui si trovava era appartenuta ad una certa Sofyia che era anche la sorella della Voivoda.
A giudicare dal sarcofago finemente scolpito … anche costei doveva essere stata trasformata in vampiro ma, a giudicare dalla polvere nella stanza, non frequentava il castello per lo meno da anni. Poteva essere stata distrutta forse. O le sorelle si erano separate per qualche ragione … ma il fatto che la stanza fosse stata conservata con ancora tutte le sue cose dentro … sentì un brivido correrle lungo la schiena.
Perché mettere una prigioniera, un “animaletto domestico” senza valore, come l’avevano definita i suoi stessi Ghoul, proprio nella stanza di una sorella, morta o dissidente che fosse? Distolse lo sguardo dalle scaffalature quando si rese conto di essersi persa a pensare se anche quei libri fossero appartenuti a quell’altra misteriosa Tzimisce, riflettendo piuttosto sul fatto che … beh, era legata di sangue ad una cainita, nemica giurata della sua stirpe, che sapeva ogni cosa di lei di cui, a tutt’ora, lei invece ignorava persino il nome. Accantonò questo ramo inutile ed al momento deleterio dei propri pensieri tornando a catalogare le informazioni. Erano stati menzionati altri due nomi: Katrina, la domestica che si era occupata di lei, e un certo Golia che aveva accompagnato la Domitor nelle sue esplorazioni o qualunque altra cosa fosse andata a fare. Non era uno dei Gangrel, quindi o c’era un altro vampiro, o forse un altro mutaforma … il che la portava ad un’altra importante scoperta di quella notte: ovvero che non esistevano solo lupi mannari ma anche altri animali. E aveva anche visto coi propri occhi le due creature attraversare il velo che separava il mondo materiale da quello dello spirito. Solo questo … Solo questo e la possibilità di conquistare in qualche modo la fiducia di una di una sola quelle bestie portentose, quando bastava per poter apprendere delle nozioni del loro misticismo … oh cielo, solo questo sarebbe davvero valso praticamente qualsiasi rischio.
Però le pesava davvero non poter vedere il mondo all’esterno … non poter sapere quante ore mancassero ormai all’alba … o forse, volendo essere onesta per quanto la irritasse moltissimo ammetterlo, era semplicemente infastidita perché, dopo tutte le sue lusinghe ed angherie, dopo aver giocato con lei ed averla convinta a prostrarsi a lei senza riserve … ora la sua Domitor l’aveva abbandonata a se stessa senza più degnarla nemmeno di un’occhiata.
Si, doveva decisamente esser colpa del maledetto Vinculum, era una cosa senza senso e pure discretamente masochistica … che desiderasse così tanto le attenzioni di una creatura che finora, per curarla certo, ma si era comunque divertita soltanto a umiliarla e terrorizzarla.
Con stizza si rialzò , prese un libro a caso, e si mise a leggere. Un trattato di anatomia redatto in latino con … il sangue. Deglutì a vuoto, si assestò meglio sulla poltroncina, e si rassegnò al fatto che probabilmente avrebbe dovuto imparare in fretta ad adattarsi al concetto di normalità degli Tzimisce, almeno se non avesse voluto impazzire.

Vuk si guardò un ultima volta indietro: la nera fortezza sulla rupe si stagliava come un artiglio contro il cielo notturno appena rischiarato da qualche stella, e da una timida falce di luna nascente. Una visione inquietante persino per i mortali che abitavano quelle terre, ma che per lui conservava un antico nostalgico splendore.
Se esisteva al mondo un'unica maledetta cosa che l’anziano Gangrel odiava realmente … era quella che, suo malgrado, si stava apprestando a fare: allontanarsi dai propri territori di caccia, dai boschi che conosceva quanto le proprie stesse carni, dai villaggi che costituivano a volte la sua scorta di cibo e si, anche da quell’imperituro simbolo di un potere più antico di lui ed ancora inviolato dalle ingiurie del tempo.
La maggior parte dei suoi Fratelli di Clan non era così saldamente legata ad un territorio, la loro innata capacità di fondersi alla terra per riposare, comunicare con gli animali ed assumerne le sembianze e capacità più ancora della proverbiale robustezza che li contraddistingueva aveva sempre consentito loro di vivere praticamente ovunque favorendo un’esistenza nomade e solitaria. A lui non era mai piaciuto viaggiare però, per lo meno da dopo l’abbraccio. Aveva passato tutta la vita mortale da nomade ma ora, più il tempo passava, più si era reso conto di odiare le incognite. Non che fosse codardo, era sempre stato una furia sul campo di battaglia, fin da quand’era poco più di un cucciolo in grado a stento di trasformare le proprie mani in feroci artigli ma … non amava il cambiamento ecco, e nei secoli il mondo stava cambiando anche troppo per i suoi gusti. Non che poi ci fosse nulla di male del resto … non erano forse territoriali anche i lupi stessi? O la stragrande maggioranza degli animali predatori in generale?
Tuttavia aveva esitato anche troppo ormai: l’appuntamento era tra cinque notti in quello stesso palazzo a cospetto della Voivoda. Erano soltanto in quattro lei inclusa a governare quel feudo, e sapeva bene che Sonya avrebbe adempiuto alla sua parte e preteso la testa di chiunque non avesse fatto altrettanto.
Nulla più di quanto egli stesso non ritenesse assolutamente giusto del resto. Il maestoso lupo artico dal manto color ghiaccio si lanciò così a perdifiato verso ovest fino a trovarsi in una radura sufficientemente ampia dove, senza rallentare la corsa, semplicemente scattò un balzo portentoso ordinando al proprio sangue di mutare. Il suo corpo si contrasse, il tutto durò solo una manciata di secondi, poi la grande aquila reale batté un paio di volte le immense ali brune per allontanarsi dal terreno sottostante lanciando una singola volta il proprio fischio di libertà.
Per quanto la vecchia Fiera prediligesse di gran lunga la forma del Lupo, il suo udito acuto che gli permetteva di non essere mai colto alla sprovvista, l’eccezionale olfatto che lo rendeva consapevole di ogni minimo movimento all’interno del proprio territorio e la frugale vita accanto ai suoi fratelli animali … il volo restava comunque uno dei privilegi della sua stirpe ed un estatico piacere a cui difficilmente ci si abituava davvero. Senza contare che comunque poco poteva sfuggire agli occhi di un rapace.
Planando leggero sulle correnti, Vuk si sollevò quindi in lenti cerchi sorvolando un’ultima volta dall’alto il suo amato regno prima di piegare con decisione verso i suoi confini occidentali e le terre che gli avevano dato i natali da mortale. Suo figlio si sarebbe occupato dei meridionali sulla pista della Voivoda mentre l’indipendente Dusa avrebbe varcato gli Urali tornando sulle proprie orme a oriente cercando di reperire notizie da altri fratelli con cui aveva intrattenuto rapporti nelle sue decadi da nomade. Dubitava avrebbero davvero trovato qualcosa di inconfutabile, ma i secoli di non vita l’avevano abituato alla diffidenza nei confronti dei movimenti politici dei Cainiti che si avvalevano dei mortali per le loro campagne. Qualunque traccia dei movimenti di quegli insoliti invasori fossero riusciti a cogliere, e qualsiasi voce fosse stato possibile udire in merito alle politiche delle Corti circostanti, sarebbe tornato loro molto utile per capire in cosa avrebbero potuto incappare.
Per quanto con il suo nuovo corpo d’aquila potesse sentire ora piccole scariche elettriche crepitare tra le proprie penne, annuncio di una lontana tempesta in avvicinamento, la neve iniziava ormai ad allentare la propria morsa, l’inverno avrebbe presto lasciato posto alla primavera. Il disgelo era vicino e questo significava che, se i timori di Sonya erano fondati, avrebbero avuto poco tempo per prepararsi prima che il rigore di madre natura smettesse di giocare a loro favore.
Il Vampiro si concentrò così nuovamente sul terreno ormai lontano, che rapido scorreva via sotto il suo maestoso veleggiare, gli occhi attenti ad ogni minima irregolarità o ad ogni traccia che avrebbe potuto rivelare la presenza di altre creature della notte.



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