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lavoro pubblicato lunedì 20 luglio 2015
ultima lettura martedì 12 novembre 2019

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Teletrasporto per Novaterra

di vecchiofrack. Letto 689 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Teletrasporto per NovaterraLe riserve fossili per produrre energia si esaurirono nel terzo millennio, a metà del quarto anche l’ultimo filone di minerale ferroso fece la stessa fine; allora l’umanità, dopo aver spremuto la ter...

Teletrasporto per Novaterra

Le riserve fossili per produrre energia si esaurirono nel terzo millennio, a metà del quarto anche l’ultimo filone di minerale ferroso fece la stessa fine; allora l’umanità, dopo aver spremuto la terra come un limone, iniziò a depredare il suo satellite.

La terra era oramai un pianeta morente, quel che restava dell’umanità era concentrata nelle enclavi verdi all’interno di immense aree desertiche che, avanzando inesorabilmente, le avrebbero ingoiate definitivamente nel breve volgere di qualche secolo; ottantaquattro erano le enclavi, grandi oasi verdi, dove era ancora possibile sopravvivere al riscaldamento globale che aveva cancellato i ghiacciai alzando il livello degli oceani di ben settanta metri; poco più di seicentomilioni i sopravissuti, in costante diminuzione, alle decennali guerre per l’acqua e alle epocali migrazioni dallo sfacelo climatico, prodotto di risulta dell’umana ingordigia.

All’inizio del quinto millennio guerre e migrazioni cessarono d’incanto, i sopravissuti, consapevoli che il destino della terra fosse oramai segnato, mentre cercavano di arginare e rallentare l’avanzata dei deserti, scrutavano lo spazio profondo alla ricerca di un pianeta che potesse accogliere i superstiti di una civiltà che del proprio mondo fece scempio.

Le scoperte scientifiche che si susseguirono nel corso dei secoli avevano rivoluzionato la mobilità; Uomini e merci viaggiavano da un’enclave all’altra grazie al teletrasporto che, da oltre un secolo, aveva sostituito ogni altro sistema di mobilità extraurbana; sistema pratico che permetteva di coprire distanze immense nel volgere dell’attimo.
Il teletrasporto fu l’innovazione che permise all’uomo, usandolo per sfruttare le risorse ancora vergini della Luna, di sopravvivere su un pianeta in stato comatoso.
Il punto dolente del teletrasporto era la sua insaziabile sete d’energia, necessitava di una gran quantità di megawatt per funzionare; la tensione fra il punto di partenza e quello d’arrivo doveva essere fluida potente e costante, il più piccolo calo d’energia avrebbe comportato la dispersione degli atomi scomposti, da ricomporre come un lego alla stazione d’arrivo, di esseri viventi o merce.
Per produrre l’enorme quantità di energia necessaria a tenere alta la tensione nel sistema di teletrasporto, e per alimentare gli edifici e i veicoli elettrici circolanti nelle enclavi, erano state costruite grandi centrali nucleari in ogni luogo adatto alla bisogna (non in riva agli oceani perché troppo distanti dalle enclavi, inoltre l’innalzamento del livello dei mari, ancora in costante lento progresso quando furono erette, avrebbe potuto sommergerle) consumando per il loro raffreddamento una gran quantità della scarsa riserva idrica a disposizione.
La costruzione delle centrali subì una brusca accelerazione nell’ultimo ventennio quando il progetto: Novaterra, ottenne l’approvazione dei governi delle enclavi.

Trent’anni prima, dopo anni passati a scrutare inutilmente lo spazio, finalmente dall’osservatorio Indiano giunse la notizia tanto attesa; era stato scoperto un pianeta simile alla Terra.
La notizia si sparse velocemente in ogni dove, accendendo la speranza in un’umanità oramai rassegnata al peggio; speranza che si spense mutando in sconforto, quando l’osservatorio comunicò a quale siderale distanza orbitasse il pianeta della salvezza: ventimila anniluce!
Ciò stava a significare che, anche supponendo di poter viaggiare sino là con il teletrasporto, i nostri atomi avrebbero impiegato ventimila anni prima di ricomporsi sul nuovo pianeta; ancora non era ben chiaro agli scienziati se nel corso del viaggio, il nostro corpo scomposto in atomi avrebbe continuato il processo d’invecchiamento che lo avrebbe portato alla morte fisica.
Alcuni erano certi che scomponendosi in atomi il corpo avrebbe bloccato il processo d’invecchiamento, altri erano dubbiosi, altri ancora certi del contrario.
Ma su altri due punti, la comunità scientifica era unanime; non sarebbe stato possibile comunque spostare fin lassù né un uomo né uno spillo, per il semplice motivo che avrebbero dovuto tener aperto il canale del teletrasporto per ventimila anni, il tempo necessario agli atomi dell’uomo, o dello spillo, per percorrerlo alla velocità della luce; dunque, a parte l’immensa mole di energia necessaria per compiere un simile prodigio, sarebbe mancato il tempo materiale, l’umanità non avrebbe nemmeno superato il prossimo millennio.
Questo primo punto sembrò mettere una pietra tombale sul progetto, non rispondendo ma, di fatto, rendendo inutile il quesito insito nel secondo punto; se l’immagine che giunge a noi è quella del pianeta com’era ventimila anni fa, e noi ne dobbiamo impiegarne altri ventimila per giungere là, siamo sicuri che fra quarantamila anni quel pianeta lontano sarà ancora abitabile?
Il progetto subì un rallentamento, ma non fu accantonato; gli scienziati concentrarono i loro sforzi per trovare il modo di superare l’ostacolo: spaziotemporale, non riuscendo a cavare un ragno dal buco.
Quando in preda allo scoramento, stavano oramai per abbandonare il progetto; l’intuizione di un giovane fisico tolse loro le castagne dal fuoco, decretando l’inizio ufficiale del progetto: Novaterra.

Un’intuizione geniale che testata su distanze infinitesimali, analizzando scarti di miliardesimi di secondo, si rivelò esatta; la teoria prodotta dal giovane diceva in sostanza questo: “L’immagine che arriva a noi partendo dal lontano pianeta, lo mostra com’era ventimila anni fa, se ipoteticamente potessimo arrampicarci sul percorso dell’immagine e arrivare fino al pianeta, rivolgendo lo sguardo all’indietro dovremo vedere la terra com’è ora, ma avendo noi percorso ventimila anniluce l’immagine sarebbe quella di ventimila anni prima, cioè sempre di adesso. La luce corre su due corsie distinte, una porta l’altra invia le immagini, per far si che le immagini in andata non s’incontrino lungo il percorso con quelle di ritorno, esiste un cuscinetto che non permette al tempo in andata e a quello in ritorno di mischiarsi, una zona neutra che, per non interferire deve essere priva dello spaziotempo.
Se noi riuscissimo a inserire il raggio del teletrasporto dentro il corridoio refrattario allo spaziotempo che divide le immagini, in un baleno potremo percorrere i ventimila anniluce che ci separano da: Novaterra.”.
Questa a grandi linee la teoria (della quale confesso di averci capito poco o niente) che rese possibile la draconiana impresa.

Tutto era pronto, quando le nuove centrali nucleari, una volta a regime, avrebbero fornito l’energia necessaria; il raggio traente infilato come un ago in vena, nella zona neutra priva dello spaziotempo, racchiusa fra le pareti formate dalle immagini in arrivo e quelle in partenza, avrebbe teletrasportato, scomponendola in atomi, la stazione d’arrivo su Novaterra; porta d’entrata attraverso la quale i primi esploratori avrebbero messo piede sul nuovo pianeta, preparando il terreno per l’esodo definitivo dalla nostra cara Terra.

Sono passati ottant’anni dal giorno in cui il primo essere umano toccò il suolo di Novaterra; l’esodo è terminato trent’anni fa; cosa abbiano trovato, come e se ancora vivono lassù i nostri simili… non mi è dato sapere; io appartengo a una delle tribù ribelli che non accettarono di abbandonare la Terra, sono sopravvissuto finora, nonostante la perdita di radiazioni dalle centrali nucleari abbandonate abbia contaminato vaste aree delle enclavi.
Abbiamo attraversato, io e la mia tribù, l’infernale fornace del deserto Eurasiatico; marciando per settimane nel caldo asfissiante, superando dune alte come montagne, affrontando tempeste di sabbia d’inusitata potenza, alla disperata ricerca dell’ultima agognata oasi incontaminata.
E ora che sono rimasto solo, mi chiedo: “Sono dunque io, l’ultimo uomo della Terra?”.
Non lo so, forse da qualche altra parte ci sono altri uomini che si pongono la stessa domanda; per questo ho deciso di raccontare le scellerate scelte che portarono l’uomo ad abbandonarla, la nostra amata Terra.

Chiuderò questo mio scritto in un cilindro ermetico di titanio e lo lascerò nella grotta accanto al mio cadavere… a futura memoria… se mai ci sarà ancora qualcuno che lo potrà leggere.

Sento le forze venir meno, è tempo di andare a vedere le carte dell’Immenso… sperando che non sia un colossale bluff.

Addio Terra, nonostante tutto, abbiamo passato dei bei momenti insieme!

FINE




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