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lavoro pubblicato lunedì 20 luglio 2015
ultima lettura domenica 12 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 11 - IL SIGNORE DEL FIUME

di PatrizioCorda. Letto 506 volte. Dallo scaffale Fantasia

In realtà quelle casupole fatte di sassi non erano che le dimore dei pescatori che giornalmente facevano su e giù lungo quel lungo fiume che era chiamato Nilo. Esso percorreva l'Africa per innumerevoli chilometri, attraversando innumerevo...

In realtà quelle casupole fatte di sassi non erano che le dimore dei pescatori che giornalmente facevano su e giù lungo quel lungo fiume che era chiamato Nilo. Esso percorreva l'Africa per innumerevoli chilometri, attraversando innumerevoli terre e sfociando poi in un grande mare che separava il Nord del mondo dal Sud. E seguendo il percorso del Nilo, noi ci eravamo imbattuti nella popolazione di Men Nefer, che oggi chiamano Menfi o Giza. Dopo aver attraversato un piccolo percorso sterrato affiancato su ambo i lati da alti giunchi gialli giungemmo al vero villaggio. Là, rivedemmo sullo sfondo la grande struttura incompleta che avevamo avvistato dal fiume, e più vicine a noi una moltitudine di piccole case. Erano quadrangolari, costruite con mattoni crudi fatti di argilla e paglia, motivo per il quale le pareti avevano un tenue colorito marroncino. Ogni casa, col suo perimetro, dava poi vita a un groviglio di strade sconnesso e confusionario, nel quale brulicava la vita sociale e, cosa che mai avevamo visto prima, il commercio.
Una volta allontanatici dal caos delle zone più abitate, in un largo spazio verso le basse cinte murarie della città (capimmo presto che non si trattava di un semplice villaggio) notammo un formicolio di persone intente a conversare e scambiare oggetti. Pelli, bestiame, ortaggi, e strani lembi di pelle che sembravano tratti da vegetali passavano rapidamente di mano in mano. Bellissime donne dagli occhi ammalianti ci sorridevano mentre camminavamo spaesati al seguito dei nostri ciceroni, e iniziai ad affrontare l'idea di essere al cospetto di una civiltà ampiamente superiore.
Tra quelle migliaia di persone intente a vivere degli scambi che concludevano, conobbi, tra la polvere e il vociare intenso, quelli che erano i metalli, la merce più preziosa del mondo allora conosciuto. Grosse pietre gialle, grigiastre, acquamarina eccetera venivano vuotate da piccoli sacchetti e riversate su rozzi banconi di legno. Là la gente si accodava, ammirando la merce e accompagnando le transazioni con urla di stupore. Vidi che chi portava questi piccoli minerali otteneva in cambio capi di bestiame, pelli pregiate e addirittura intere abitazioni, e non capendo ciò che si diceva attorno a me provai a chiedere lumi a Nommo.
«Mhadija, quelle sono pietre preziose» disse, «e sono chiamate così perché usufruirne e mostrarle reca prestigio. Per bellezza e rarità, esse sono degne solo di poche nobili persone, come ad esempio un re». Poi, richiamato dal gruppo d'indigeni che ci guidava, mi mise una mano sulla spalla e indicò l'uomo che aveva ritirato i minerali. Questi, un uomo brunastro con un accenno di barba bianca e un lungo naso aquilino, si dirigeva col sacchetto e alcuni uomini armati di lance verso il grande palazzo in costruzione, circondato tutt'intorno da operai intenti a sollevare giganteschi blocchi di pietra. Capii presto che quel luogo tanto singolare aveva un sovrano, e mi chiesi quanto potente potesse essere il reggente di una realtà così evoluta.
Al termine del giro conoscitivo fummo introdotti in una parte della città dove alte palme sorgevano per le strade, e dove piccole siepi ben curate abbellivano quelli che dovevano essere i modesti giardini delle abitazioni. In questi giardini capitava di vedere numerosi gatti, che poi scoprimmo venivano venerati come animali sacri, e anche qualche capra che veniva allevata per il sostentamento familiare. Fummo accompagnati in una spaziosa abitazione marroncina, i cui interni erano arredati con gusto ma anche con moderazione. Non più teli cenciosi, ma tappeti e stuoie ben curate coprivano il pavimento, e le mura erano decorate con dipinti raffiguranti scene di pesca e di caccia a uccelli che sembravano essere anatre.
Un uomo anziano, abbastanza in carne e dall'espressione benevola ci accolse seduto su una stuoia di vimini gialli. Non aveva accenni di barba, e la sua pinguedine era in parte celata da una sottile canotta chiara che ne copriva il torace. Anche il gonnellino pareva dello stesso materiale, e sul capo recava un diadema con una pietra verdastra al centro. Il materiale del diadema, seppure opaco e non chiaro nei dettagli per via della penombra, pareva fatto degli stessi metalli che avevo visto poco prima. L'uomo fece sedere Nommo dinanzi a sé e strinse le sue mani con devozione, mentre delle giovani ragazze comparivano alle sue spalle. Erano anch'esse finemente vestite del materiale (che poi scoprimmo essere lino) dell'uomo che accompagnavano, e la loro bellezza ci lasciò storditi. I loro occhi scuri, contornati magistralmente con una leggera fuliggine erano assolutamente incantevoli, e i loro visi, al pari dei loro corpi, erano aggraziati e affusolati nelle forme, e resi ancor più affascinanti dalla loro pelle olivastra, tratto tipico di quelle genti.
«Che esseri bellissimi» sussurrò Guashi completamente perso, «se mai ci stabiliremo qui, ne voglio una uguale a loro. La farei immediatamente mia moglie». Come dargli torto! Eravamo cresciuti tra donne smunte, coi seni cadenti e le espressioni straziate dalla fame e dalla sete, e spesso quelle stesse donne spiravano tra gli stenti appena raggiunta l'età adulta. Al contrario, mai avevamo visto delle
bellezze tanto curate e floride, sinuose e per nulla intaccate dalle asperità della vita. Quelle giovani parevano avere su per giù la nostra età, e penso che fu proprio in quel periodo che scoprimmo, anche corporalmente, la nostra dimensione di uomini quasi adulti. Io e TeePaa eravamo ormai quindicenni, e Guashi andava per i diciotto: decisamente, la sfera amoroso/sessuale iniziava ad essere per noi oggetto di contemplazione.
Cercammo di ascoltare, seppur distratti, che cosa si dicevano Nommo e l'anziano che ci ospitava, ma la voluttuosità di quelle ragazze continuava a richiamare i nostri sguardi. Tutte e tre, formose e conturbanti, lasciavano uscire una gamba all'infuori dello spacco delle loro gonne, e ci guardavano coi loro occhi scuri e profondi. I loro capelli erano di un lucidissimo nero corvino, corti sino alle clavicole e con una frangia che ne copriva interamente la fronte, facendo sembrare le loro teste coperte da dei sofficissimi caschi neri. Di tanto in tanto sorridevano, e si scambiavano delle torce con cui illuminavano a malapena la stanza. Cercai di concentrarmi sui dipinti dei muri per non dare troppo l'impressione di fissarle, ma più di una volta fui scoperto, in piedi sull'uscio con gli altri, a lanciare occhiate sempre più voraci verso di loro, che sorridevano divertite di rimando.
Il conciliabolo tra Nommo e il suo illustre interlocutore si concluse in circa un'ora, tra cordialità incomprensibili a noi ragazzi, abbracci e strette di mano calorose. Mentre uscivamo, incrociammo le tre ancelle. Goffamente, ci presentammo biascicando solo i nostri nomi, e le ragazze, simili tra loro al punto da sembrare gemelle, s'introdussero sorridenti a loro volta.
Azale, Rima e Leila. Questi erano i loro nomi. Ci strinsero le mani abbozzando un inchino, e poi tornarono ad accogliere delle persone giunte anch'esse in visita a colui che pareva essere un'entità locale piuttosto importante e influente. Fummo fatti alloggiare presso una piccola casa fuori porta, a metà strada tra i canneti e l'inizio degli alloggi muniti di giardini. Era arredata rusticamente, con stuoie di vimini, qualche anfora invecchiata agli angoli e un ingresso un po' troppo trascurato, vista l'altezza dell'erba al nostro arrivo. Tuttavia, un'abitazione del genere restava un lusso assoluto per come avevamo vissuto fino ad allora.
Io e Guashi stavamo ammirando e accarezzando le pareti di mattoni crudi quando TeePaa improvvisamente impallidì e fu colto da un'improvvisa agitazione.
«Per gli dei! Dov'è finito Pilo?». Avevamo perso il nostro amico: effettivamente, da quando eravamo entrati in città ci eravamo completamente dimenticati di lui, presi dalla vitalità del mercato, dai nuovi volti che vedevamo e soprattutto dalla bellezza delle donne locali. Ricordavamo senz'ombra di dubbio che il lemure era entrato in città assieme a noi, zampettando appresso a TeePaa; eppure, adesso non ve n'era più traccia. Ci dannammo nel cercarlo, ma senza risultati. A un certo punto Nommo decise di provare a ispezionare le zone vicine ai canneti, e si stava avviando quando sentì un fruscio improvviso tra i giunchi e un goffo sbuffare che ricordava tanto quello del nostro amico. Prima ancora che potesse scostare i giunchi, Nommo vide Pilo uscire qualche metro più in là, saltellando orizzontalmente sulle sue zampe posteriori e tenendo per il collo una grossa oca biancastra. Se la rideva tra sé e sé, tutto orgoglioso di poterci portare un pasto fresco, e la cosa suscitò l'ilarità di Nommo, che non poté fare a meno di scuotere la testa come si fa con un bambino pestifero, finendo per giocarci a sua volta rincorrendolo. Noi ci eravamo scordati per un attimo di Pilo, ma lui no, non si sarebbe mai scordato di noi.
La notte stessa, Nommo ci riunì per discutere dell'accaduto. Degli indigeni ci avevano portato una ciotola d'argilla colma di cereali fumanti e ortaggi freschi, e con l'oca che aveva procurato Pilo potevamo vantarci di avere un pasto di tutto rispetto. Tuttavia, noi ragazzi eravamo ansiosi di capire quello che era successo e che non avevamo capito.
«Quello che ci sta ospitando, ragazzi, pare sia il nobile popolo egiziano» esordì l'anfibio, «più precisamente, quello del Basso Egitto. Siamo a Men Nefer, capitale stessa di questo regno. Più a Sud è situato l'Alto Egitto, e a quanto pare, le due fazioni sono in forte contrasto. Il signore che ci ha ospitato è il sacerdote Ayman, che dopo il sovrano è la figura più potente e venerata della città».
«Ma come puoi tu conoscere la loro lingua?» chiese Guashi istintivamente.
«Prima che scendessi tra voi, tante altre spedizioni conoscitive son state fatte» rispose Nommo, «e siamo stati capaci di apprendere almeno quattro grandi famiglie di lingue, che poi si son differenziate di regno in regno. La lingua egizia non è poi tanto diversa dalla vostra, se pensate che siamo ancora in terra africana. Ad ogni modo, non preoccupatevi: avrete modo d'apprenderla anche voi. Il nostro soggiorno sarà lungo. Il sacerdote Ayman vuole conferire ancora con me e poi desidera conoscere anche voi. Sarà una grande opera di mutuale conoscenza».
Di tutto quel discorso, capii solo che saremmo restati là a lungo. Mentre giocavamo con Pilo, grattandogli la pancia e facendolo rotolare, pensavo a chissà quante volte il popolo di Nommo era stato sulla Terra, esplorandone gli angoli remoti e studiandone i popoli per carpirne i segreti ed essere sicuri che potessero essere la razza eletta. Vivevamo giorno per giorno quella che in realtà era un'opera di scoperta iniziata migliaia di anni prima che noi venissimo al mondo.
Trascorremmo così il primo anno in Egitto. Ci fu assegnato un maestro per apprendere la lingua, e dopo alcuni mesi fummo capaci di parlare e scrivere (imparando i loro difficilissimi geroglifici) in maniera accettabile per poter conferire con chiunque a Men Nefer. Al mattino seguivamo le lezioni col maestro, un uomo secco, calvo e con occhi piccoli come spilli; al pomeriggio invece ci rendevamo utili aiutando i pescatori nelle loro battute lungo le placide acque del Nilo.
Spesso fummo attaccati da coccodrilli, e vedemmo anche poveri pescatori finire giù abbrancati per una gamba da quelle voraci bestie acquatiche. Guashi, come suo solito, si fece notare per le sue doti di cacciatore, e fu accolto da ovazioni e grida di meraviglia quando si presentò per le strade della città trascinando un grosso coccodrillo, che aveva tramortito a colpi di remi e poi ucciso sulla riva ,massacrandolo a mani nude. Divenne presto una sorta di ragazzo prodigio per gli egiziani, e lo stesso sacerdote Ayman, molto interessato alle nostre origini e alle nozioni che avevamo appreso da Nommo, benedì l'arrivo di Guashi nella sua comunità, definendolo un "eroe d'ebano". Ma il mio forzuto amico aveva ben altre ambizioni che scalare la società egizia a suon di imprese erculee.
Venimmo a sapere che le tre ragazze, ancelle di Ayman, erano davvero tre gemelle, nate da un'umile moglie di un pescatore che era morta dando loro la vita. Azale era la prediletta di Guashi, e subito io e TeePaa capimmo che tra i due sarebbe nato qualcosa. Solevano spesso incontrarsi quando lei finiva di accogliere i rimostranti presso il sacerdote, e le loro conversazioni duravano ore, mentre indugiavano nel giardino sino al tramonto.
Per quanto mi riguardava, Leila era indiscutibilmente la mia prediletta. Se Azale aveva modi più decisi e atteggiamenti che la rendevano ben più visibile, lei era invece più riservata, e nel suo sguardo aleggiava una certa malinconia, forse dovuta alla voglia di ricoprire un ruolo che le concedesse più libertà rispetto a quello di ancella perennemente al seguito di un sacerdote. Tuttavia, a parte qualche cordiale scambio di parole, non avevamo ancora avuto modo di conoscerci meglio, sebbene non desiderassi altro che l'occasione per farlo.
Se tra me e Lelia le cose andavano a rilento, per Guashi e Azale non era altrettanto. Una notte, TeePaa mi svegliò e mi indicò ridacchiando due ombre che sedevano lungo la riva dell'acquitrino, coperti da una piccola tenda di canne. Erano Guashi e Azale, intenti a parlare e a confidarsi sotto le stelle.
«Qui qualcuno metterà su famiglia, è poco ma sicuro» sghignazzò insinuante TeePaa, «anche se non è detto che sia per forza Guashi», disse concludendo con un'occhiata allusiva rivolta a me. Lo spinsi via stizzito e la finimmo, come al solito, a darcele tra il serio e il giocoso. Ormai eravamo totalmente integrati nella comunità di Men Nefer, e anche Nommo pareva essere altamente rispettato, grazie alle conoscenze che aveva divulgato tra il ceto popolare della città. I bambini invece andavano letteralmente pazzi per Pilo, e gli correvano incontro festanti ogni volta che lo vedevano comparire dondolante al nostro seguito per le strade polverose del posto. Ciò nonostante, una volta fu addirittura Nommo a dover intercedere per lui, a causa di una baruffa con il vecchio gatto di una nobile signora che era tra i felini più venerati della città. Una zuffa tra bestie era quasi diventata un affare di stato, e per fortuna la cordialità di Nommo sedò l'acredine nei confronti del povero Pilo, che se la cavò con uno scappellotto sul muso datogli - a malincuore - dal suo padroncino TeePaa.
Dopo un anno esatto dal nostro arrivo, giunse una notizia assolutamente esaltante. Eravamo ormai noti a tutti come "I Ragazzi del Fiume" per la nostra dedizione alla pesca d'acqua dolce, e il popolo ci voleva genuinamente bene. Un mattino, verso ora di pranzo, le tre sorelle, facenti le veci del sacerdote Ayman allora malato, si presentarono all'uscio della nostra abitazione. Nommo stava nuotando nell'acquitrino vicino alla casa e si precipitò per accoglierle nel migliore dei modi, offrendo loro un infuso caldo. Eleganti ma non severe nelle loro pose, si guardarono a vicenda prima che una di loro prendesse parola. Rima, quella con la voce più profonda e solenne delle tre, si decise a parlare.
«Sua Maestà il sovrano Hsekiu I, figlio e proiezione della luce degli Dei, ha finalmente accettato di accogliervi presso il suo nuovo e inespugnabile palazzo reale, così da poter fare conoscenza degli uomini che dalla parte più remota del mondo sono giunti sino a noi, migliorando tanto le nostre esistenze». Dette queste parole, tutte e tre le sorelle chinarono il capo in segno di deferenza, e stavano per alzarsi e chiedere congedo quando Nommo le interruppe chiedendo data e ora dell'incontro.
«Il Supremo Hsekiu I sarà lieto di accogliervi all'ora quarta della sera di domani. È ansioso di conoscere in particolare l'uomo dal dorso di pesce la cui mente sembra avere le risposte a qualsiasi quesito al mondo» rispose prontamente Leila, con voce fine ma sicura. Le ragazze lasciarono educatamente la casa, sparendo nella luce esterna come inghiottite da un chiarore sconosciuto. Trascorremmo ogni singola ora precedente all'incontro in preda alla trepidazione, sperando di non commettere errori d'etichetta e soprattutto chiedendoci se l'incontro non potesse celare qualche insidia.
All'ora quarta della sera successiva, sotto l'asfissiante calura pomeridiana, fummo scortati da una decina di prestanti uomini bruni alle porte del palazzo del sovrano. Una gigantesca struttura rettangolare, presumibilmente a due piani, si ergeva davanti a noi, interamente costituita di giganteschi blocchi di pietra perfettamente levigati. Entrammo in un lungo corridoio costellato di torce, che illuminavano i muri abbelliti da dipinti delle divinità egizie dalle teste di falco e di cane, circondate da grandi occhi e altri segni indecifrabili per noi neofiti. Superato il corridoio, davanti a noi si aprì un'enorme sala, al cui centro una piccola scalinata portava a un trono d'oro sul quale era seduto un uomo. Ai lati del trono, almeno una sessantina di uomini armati di lance e archi si divideva equamente a destra e sinistra, con lo sguardo fisso, mentre ci prostravamo ai piedi dei gradini di marmo chiarissimo che precedevano il trono.
Il sacerdote Ayman, ancora malato e in preda a una forte tosse, ci introdusse senza tanti preamboli.
«Mio signore, Luce dell'Egitto e Sovrano del Nilo Eterno, ecco a te i Ragazzi del Fiume e il loro anfibio precettore. Si prostrano davanti alla tua magnificenza e alla tua infinita saggezza, e sono onorati di abbeverarsi alla sacra fonte del tuo verbo». Un uomo sulla trentina, poderoso nel fisico e dalla pelle pulita e olivastra, ci sovrastava. Portava sandali ornati d'oro e pietre multicolori, e il suo gonnellino era ornato da motivi concentrici color porpora. L'oro abbondava su di lui, e luccicava su bracciali e vistosi anelli, nonché sul collare che copriva buona parte del suo petto. Fantasie oro e verdi, rigidamente geometriche, arricchivano quel pesante e prezioso gioiello, e il suo copricapo, che copriva tutta la testa cadendo sulle sue spalle con motivi orizzontali gialli e neri, pareva essere anch'esso composto in parte da oro.
Se i metalli preziosi erano indice di prestigio e potere come ci avevano detto, allora quell'uomo era indiscutibilmente l'essere più potente davanti al quale fossi mai stato.
Alzai gli occhi fugacemente per capire a che punto fosse la cerimonia e quando sarebbe iniziato il vero colloquio, e sorprendentemente vidi il sovrano sedere immobile con gli occhi chiusi, come a voler testare la nostra fedeltà al suo regale silenzio. L'imbarazzo crebbe tra noi e anche Nommo parve mostrare segni d'indecisione. Poi, d'un tratto, gli occhi color ghiaccio del sovrano si schiusero.
L'uomo più potente del pianeta stava per parlare.


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