ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato lunedì 20 luglio 2015
ultima lettura sabato 22 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 10 -DELTA

di PatrizioCorda. Letto 578 volte. Dallo scaffale Fantasia

Furono mesi lunghi e faticosi. Con poche provviste e qualche arma malandata attraversammo a piedi nudi l'Africa da un estremo all'altro, sopportando ogni genere di intemperie. Eravamo partiti poco più che bambini, e improvvisamente ci eravamo sc...

Furono mesi lunghi e faticosi. Con poche provviste e qualche arma malandata attraversammo a piedi nudi l'Africa da un estremo all'altro, sopportando ogni genere di intemperie. Eravamo partiti poco più che bambini, e improvvisamente ci eravamo scoperti adolescenti sulla via della maturità, accampati fortunosamente sotto alberi e cavità rocciose, con lo sguardo perso mentre guardavamo la pioggia scendere quando la notte portava umidità e sbalzi termici vertiginosi. Vedemmo le razze della nostra terra scomparire, ammirandone altre di differenti colori e dimensioni. Per un attimo, tornammo anche a vivere gli incubi del passato.
Nommo non smetteva mai, tenendosi aggrappato al suo bastone, di dirci che ovunque potevano riemergere creature dimenticate dal tempo, sopravvissute chissà come al passare dei secoli. Tuttavia, ci rassicurava anche sul fatto che non avremmo più dovuto temerle. Dopo circa cinque mesi di viaggio, lambimmo il Lago Ciad. Era uno specchio d'acqua enorme, stupendo, e per lunghi tratti poco profondo. Le sue sponde iniziavano dove le aree desertiche si spegnevano, facendoci dimenticare difficili settimane di stenti tra alberi rinsecchiti e carcasse putride spazzate dal vento. Era fantastico vedere, alla luce del sole di Maggio, la vegetazione rinverdire ed esplodere in un'estasiante turbinio di colori e profumi. Falchi e gazze sorvolavano le acque lacustri, scendendo in picchiata e risalendo con qualche pesce in bocca. Sino ad allora non avevamo visto che cadaveri di Mastodonti e antilopi lungo il nostro percorso, e solo grazie a qualche trappola piazzata qua e là eravamo riusciti a catturare delle grandi gazzelle fulve di cui poi avevamo razionato la carne. Nommo aveva dato netti segnali di sofferenza lungo tutto il viaggio per via delle temperature torride, eppure il suo volto non sembrava minimamente scalfito dagli stenti e dalle privazioni. Ma quando vide il lago non seppe resistere e vi si tuffò.
«Guardate che meraviglia! Noterete che la fauna inizia già a mutare!» disse compiendo ampie bracciate e poi sparendo sott'acqua. In effetti era così. Specie di Rinoceronti grigiastri senza corna si abbeveravano pacifici a poche decine di metri da noi. Avevano uno sguardo poco sveglio ed erano lunghi circa due metri, con un muso che finiva a mo' di becco aquilino. Stavamo meditando se dar loro la caccia o meno, quando uno strillo ci giunse da lontano.
«Venite, veloci! Non potete immaginare!». Era Nommo. La sua voce giungeva da dietro uno strapiombo roccioso una cinquantina di metri a ovest, verso il quale il lago sembrava essere molto più profondo. Risalimmo in fretta e furia il promontorio e quello che vedemmo ci lasciò senza parole. Là dove il lago sembrava non finire mai, delimitato solo da qualche monte in lontananza, un enorme rettile emetteva versi simili ad assordanti muggiti, tendendo il collo smisurato al cielo.
Si muoveva lentamente nell'acqua, e le sue zampe, larghe quanto tronchi di baobab, erano solo in parte immerse nell'acqua. Nommo gli nuotava a qualche decina di metri di distanza, estasiato. Ancora oggi non so quantificare precisamente le dimensioni di quell'essere, ma credo che approssimativamente fosse lungo venti e più metri, e che toccasse col suo lunghissimo collo altezze analoghe. La testa era incredibilmente piccola, e una piccola protuberanza sulla stessa la faceva sembrare munita di cresta. Dalle tonalità verde scuro e grigie, questa bestia si refrigerava smuovendo un volume pazzesco d'acqua a ogni suo passo, e fummo ancora più allibiti vedendo altri di quegli esseri stagliarsi all'orizzonte.
«Vi avevo detto che il tempo può fermarsi ovunque! Ammirate lo spettacolo di una natura che pareva dimenticata, finché ne siamo spettatori privilegiati!» decantò Nommo a gran voce, le braccia protese quasi a venerare l'immane bestia. Questa, squarciando pacificamente il cielo coi suoi versi, continuò in direzione dei suoi simili, senza mai sprofondare del tutto in acqua, con il collo avvolto da stormi d'uccelli. Fu uno spettacolo emozionante e intimorente: la natura poteva creare esseri del genere, eppure parevamo noi uomini ad essere destinati a dominare il mondo.
Gran parte dell'attuale Ciad si presentava come un'enorme distesa desertica senza possibilità di ristoro né via caccia né via pesca, quindi decidemmo di aggirarlo tenendoci vicini al suo confine meridionale, addentrandoci nella più accogliente area che ora è la Repubblica Centrafricana. Qui le foreste non mancavano, e variavano per estensione e fittezza. In una delle più massicce e intricate TeePaa trovò un nuovo, insolito amico. Dopo qualche mese di traversata, in cui Nommo trovò anche qualche rigagnolo dove ristorarsi, TeePaa s'imbatté in un singolare popolo animale, composto da piccole e agili scimmie grigie dagli occhi rossi che usavano la coda come fosse un terzo braccio. Questi esseri si lanciavano con straordinaria agilità da un ramo all'altro, disdegnando le sottostanti aree paludose, e condividevano il loro regno arboreo con altri piccoli primati, alcuni fulvi e tozzi, altri snelli e dal bianco pelo voluminoso. Ma fu un altro animale a catturare l'attenzione del mio amico.
Un simpatico essere, né scimmia né roditore, dal soffice pelo grigiastro sul dorso, bianco sull'addome e nero sul volto a mo' di mascherina un giorno s'intromise tra noi mentre consumavamo un frugale pasto a base di frutta. Seduti in circolo, fummo colti alla sprovvista e tentammo subito l'attacco. Il povero, paffuto animale, spaventato, piagnucolò coprendosi il volto e indietreggiò buffamente camminando sulle nocche. In altezza arrivava appena alle nostre anche, e immediatamente capimmo la sua bontà d'animo. TeePaa ne andò pazzo sin dal principio, e in men che non si dica quell'animale cicciottello, dalle braccia sproporzionate rispetto alle zampe posteriori, s'era seduto tra noi rosicchiando amorevolmente i torsoli da noi gettati a terra. Secondo gli studiosi odierni, quell'essere era uno degli antenati degli attuali lemuri: per me, resterà sempre e solo Pilo. Questo fu il nome che TeePaa scelse per lui. Quell'adorabile bestiola uscì dalla foresta con noi, e ci avrebbe seguito per tanto altro tempo ancora. Spesso zampettava dondolante accanto a noi, arrampicandosi alla bene e meglio sulle rocce; altre volte TeePaa lo portava direttamente in spalla, e Pilo si abbandonava sul dorso dell'amico, emettendo simpatici versi simili a un costante e acuto «Uh, uh!». Anche Nommo prese in simpatia il piccolo lemure, e non si oppose affatto alla sua aggiunta alla nostra spedizione.
Pilo aveva dei sensi finissimi, e soprattutto un olfatto strabiliante. Più d'una volta i suoi mugolii e i suoi gesti quasi infantili ci preannunciarono la vicinanza di felini pericolosi, aiutandoci a starne lontani, e ancora più spesso fiutò la presenza di selvaggina o frutti pronti da cogliere. Quando mangiavamo, dondolava con una mano aperta sbuffando e chiedendo qualche germoglio o torsolo, ed era ancora più divertente quando Nommo si refrigerava presso stagni e corsi d'acqua e lui, volendolo seguire, tornava poi piangendo alla terraferma dopo aver toccato l'acqua gelida con le sue tozze zampette.
TeePaa cambiò radicalmente una volta conosciuto Pilo. L'affetto che gli era sempre mancato era ora nella sua vita, e seppure ricoperto di peli e dotato di due occhi tondi e ambrati, non avrebbe potuto chiedere di meglio. La nostra positività era però frustrata dall'assenza di contatto umano. Passò un anno, tra scorribande nella giungla e difficoltà nei deserti, e nessun essere umano era ancora apparso all'orizzonte. Nommo a quel punto decise di virare verso Nord, sperando che aldilà del deserto potesse esistere un barlume di civiltà.
Il Darfur è una terra splendida. Lo era nell'antichità e lo è ancora oggi. La sua gente ha sofferto pene indicibili e vergognose, eppure l'aura magica di questo luogo incanta tutt'ora, affascinando i popoli dell'Occidente e attraendoli inconsciamente verso la loro primordiale origine.
Abbandonate le foreste, vagammo per due mesi in aree semidesertiche, solo di tanto in tanto macchiate da radi arbusti, dove antilopi disperse diventavano le nostre sciagurate prede. Le tinteambrate della terra si mischiavano al verde intenso della rara vegetazione, e un cielo ceruleo quanto gli occhi di Nommo vegliava su quella sterminata distesa arida. La notte ci riparavamo presso grotte scavate nelle rocce arancioni del deserto, e consumavamo carne - quando ce n'era - con parsimonia inaudita. Pilo divenne ancora più bravo nel percepire odori e suoni, e divenne capace di pescare degli insetti dalla sabbia solo percependone il brulicare nel sottosuolo. Noi umanizzammo lui e lui rese più istintivi noi. A volte starnutiva infreddolito guardando i diluvi notturni, e ironicamente Guashi, sedutogli accanto, starnutiva nella stessa maniera. Pilo ci insegnò pur senza parlare ad agire d'istinto, a leggere segnali come orme ed escrementi e a guardare al vento, alle rocce e alla vegetazione come indizi per risolvere i problemi che ci affliggevano. Pilo, con la sua affabile ingenuità, divenne presto un membro imprescindibile della nostra squadra.
Oh, se penso a quante strane creature incontrammo in quel viaggio! E se penso a quante di loro, secondo gli studiosi, sono vissute solo in certi continenti, non posso che sorridere. Quando in Darfur giunse la primavera eravamo stanchi e provati. Nommo aveva passato tanto tempo senza bagnarsi, e i fugaci acquazzoni notturni a cui si esponeva erano palesemente insufficienti. Ma poi la natura decise di vestirsi del suo miglior abito. Sorpassato un aspro tratto montuoso, ci imbattemmo in uno spettacolo estasiante. Una vallata pressoché infinita, interamente coperta di verde, si aprì davanti a noi. Arbusti, alberi di acacia dai grandissimi rami pieni di foglie e meravigliosi cespugli di tamerici, interamente fioriti di rosa abbellivano quel mare di vegetazione. Isolati picchi montuosi di un marrone scurissimo sorgevano qua e là, attorniati alle sommità dal volo di aquile e altri uccelli più piccoli. Meravigliose cistanche dorate sorgevano accanto alle rocce, e qualche palma a foglia larga completava il quadro. Ma gli animali di quel luogo erano uno spettacolo ancora più grande. Quasi si trattasse di un raduno, si presentarono a noi come uno straordinario collettivo.
Il «Waah» esterrefatto di Pilo, che guardava con occhi meravigliati, fu l'espressione più eloquente che producemmo in quel momento. Un enorme bestione dal lungo pelo castano, con grandi artigli sulle zampe anteriori, stava eretto e brucava il fogliame direttamente dalla cima degli alberi, strappandolo via con la lingua e poi macinandolo coi denti. Aveva una lunghissima coda, anch'essa pelosa, e il suo viso, a metà tra quello di un asino e quello di un orso, era mansueto nonostante un'altezza di circa tre metri. Lentamente poi si riabbassava e tornava alla postura da quadrupede, incedendo sulle nocche proprio come Pilo, che parve avere un'immediata ammirazione per quella specie di bradipo gigante che forse era un suo lontano parente.
Grosse antilopi brune con le corna ricurve rovistavano tra gli arbusti, e non molto lontano vedemmo una grossa tartaruga dal guscio dorato ferma in mezzo a un prato. Degli Uri (finalmente ne rivedevo uno!) provavano a caricarla, ma il carapace della bestia, che sembrava composto da mille robustissimi tasselli, non cedette a nessun colpo. Gli Uri si stancarono in fretta, e la tartaruga restò sola. Ci avvicinammo in gruppo, e quando fummo a qualche metro di distanza capimmo che non si trattava affatto di una tartaruga. Dal carapace uscì una grossa testa di roditore dalle orecchie a punta e con una grossa e corta coda, che sembrava ricoperta dello stesso materiale del carapace. Quando Guashi provò ad attaccarlo, il monumentale roditore corazzato si rintanò nella sua fortezza, e non ci fu verso di smuoverlo, neanche di un solo centimetro. Sembravamo capitati in un paradiso terrestre popolato da erbivori, eppure cacciare anche uno solo di loro sembrava totalmente al di fuori dalla nostra portata.
Proseguendo per la radura, gli alberi si facevano più frequenti e più alti, e quei grossi bradipi bruni apparivano più spesso, seppure mai in gruppo. Strani mammiferi dal lungo collo, muniti di corna e dal manto maculato dividevano con loro i germogli dei rami più in alto, in armonia e senza combattere. Vedemmo poi delle grosse iene spartirsi il cadavere di una gazzella dalle lunga corna diritte, e in quel momento perdemmo improvvisamente di vista Nommo. Allarmati, ci spargemmo tra i prati alla ricerca del nostro mentore, finché il docile squittio di Pilo ci attirò nei pressi di un piccolo stagno circondato da tamerici. Nommo galleggiava là, immerso nell'acqua torbida, e accanto a lui delle squamose bestie verdognole mostravano la loro pelle. Dei grossi rettili con piccole creste seghettate lungo il capo e il dorso ci fissavano con occhi piccoli e oscuri. Erano senz'altro esseri pericolosi, eppure la sola presenza di Nommo pareva averli soggiogati. Ammansiti, rotolavano su se stessi volgendo la pancia all'aria, come grossi cuccioli in vena di giocare.
«Avrò anch'io diritto a un po' di comodità, che dite?» disse l'anfibio sorridendo e lanciando divertito schizzi d'acqua ai rettili, che si schermivano al suo cospetto e non osavano controbattere. Pilo restò abbracciato a TeePaa, mentre Guashi continuava a guardarsi attorno, posando infine lo sguardo su un branco di grosse antilopi senza corna non molto lontane.
«Questo posto è fertile. Meglio approfittarne» fu tutto quello che disse, e poco dopo, acuminata la sua lancia, si lanciò in solitaria colpendo a distanza uno di quegli esemplari. Inutile dire che in quella vallata le nostre condizioni di vita migliorarono. Usammo le pelli delle antilopi uccise per costruirci fagotti dove conservare la carne e per proteggerci dal freddo, e finalmente il cibo smise di essere un miraggio. Seppure poco a nostro agio con tante vesti indosso, gli sbalzi termici notturni imponevano una maggiore protezione. Anche l'acqua, seppur più difficile da trovare, non mancò quasi mai, e vuotando grosse frutti e facendoli essiccare ottenemmo, grazie all'acuta idea di Nommo, delle borracce fatte alla bene e meglio ma comunque utilissime.
Vagammo in quel paradiso per mesi, ma non incontrammo ancora alcun insediamento umano: decidemmo quindi di lasciare quella terra fertile per spostarci ancora più a Nord. Per altri quattro mesi attraversammo lunghe distese sabbiose in cui le acacie continuavano ad essere una costante territoriale, ma dove non v'era traccia della fertilità del luogo da cui venivamo. Felini imponenti e iene turbarono le nostre notti coi loro lamenti, e le provviste di carne andarono presto a male per via dell'improvvisa calura. Tra le sterpaglie capitava di scorgere piccoli e smunti equini giallastri, e Guashi, col nostro supporto, non mancava di cogliere l'occasione di metter sotto i denti qualche pezzo di carne non appena si poteva.
Per Nommo fu invece più difficile. Il suo periodo di ristoro al villaggio lo aveva messo al sicuro dalla siccità e dalle sue ripercussioni corporee, ma continuava comunque a dar cenni di fatica. Fu Pilo, una sera, a dargli un inaspettato aiuto. Appoggiati a una parete rocciosa dal colore rossastro, ci preparavamo a consumare il nostro pasto. Pilo notò la morbidezza del terreno poco lontano da lì, e posando l'orecchio al suolo ebbe un'intuizione. Scavò per ore con le sue infaticabili braccia, finché creò una buca tanto ampia da poterci entrare lui stesso. Continuò a scavare sino all'imbrunire, finché tornò trotterellando esultante, trascinando Nommo per un polso e portandolo ai margini di un'enorme fosso sul cui fondo stava almeno un metro d'acqua. Nommo ordinò che ne conservassimo un po' per noi, e poi accarezzò il lemure con tutto l'affetto di cui era capace.
«Sei una creatura meravigliosa. Come faremmo senza di te?» disse, mentre il cucciolone ridacchiava felice per le carezze ricevute.
Non molto tempo dopo però, il nostro viaggio compì una svolta decisiva. Usciti da un complesso roccioso e semidesertico, notammo un vasto specchio d'acqua aprirsi davanti a noi, ben più rigoglioso sull'altra sponda di quanto non fosse presso la nostra.
«Non possiamo continuare a vagare per l'immensa Africa sulle nostre sole gambe» disse Nommo, «è giunta l'ora di cogliere gli aiuti che la natura ci offre. Seguiremo la corrente di questo grande fiume; senz'altro ci trasporterà più velocemente dei nostri piedi». Sotto le sue direzioni, riuscimmo a raccogliere il poco legname circostante, unendolo con i filamenti fibrosi delle nostre vesti, e costruimmo una piattaforma abbastanza ampia per tutti e cinque. Ci imbarcammo su quella zattera fatta di tronchi secchi e sperammo di non cadere preda delle acque. Fortunatamente, la piattaforma resse e la corrente ci trasportò placidamente sempre più a Nord.
Raramente ci fermammo per sostare sulla terraferma, e quel viaggio fu costellato di visioni fantastiche. Dune gialle e bianche si alternavano ergendosi alte e incrollabili, mentre le rive del fiume erano ornate da altissime palme, banani e felci verdissime. Gli arbusti erano in fiore, e al calare della sera tutto ciò che era attorno a noi pareva ricoperto d'oro, sotto la luce riconciliante del tramonto. Il mare brillava e i pesci guizzavano lucenti in quegli istanti senza fine, e a noi, appena adolescenti, pareva già d'essere giunti ai confini del mondo.
Nommo seguiva la barca immerso nell'acqua, volteggiando e restando a galla nei momenti di calma piatta, nuovamente e felicemente nel suo elemento. Strada facendo facemmo conoscenza dei coccodrilli, ma nemmeno quei pericolosissimi rettili parevano voler oltraggiare l'anfibio usando violenza contro di noi: nelle acque, egli regnava incontrastato e rispettato ai limiti della paura.
A due anni e mezzo dalla partenza non avevamo ancora visto un essere umano. La cosa ci abbatteva e mortificava, eppure alle porte dell'estate accadde ciò in cui non speravamo più. Piccole strutture quadrate color bianco sporco, fatte principalmente di sassi, emersero in lontananza, nel mezzo di una piccola area pianeggiante circondata da dune arancioni. Più in lontananza, un grosso edificio quadrangolare era in fase di costruzione.
«Non ci credo! Finalmente delle persone! Grazie al cielo, ci siamo riusciti!» esclamò TeePaa alzandosi in piedi e per poco non finendo in acqua. Alti canneti secchi ci scortavano da ambo i lati, e man mano che avanzavamo fummo immersi dal verde dei giunchi e dei papiri, le cui foglie crescevano fino a formare stelle dalle incalcolabili punte. Discostando le piante di papiro dai nostri volti finimmo in una piccola secca melmosa, dalla quale tirammo via la zattera a fatica. Davanti a noi, un piccolo gruppo di persone ci osservava incuriosito. Vestivano corti gonnellini biancastri, e camminavano a piedi nudi come noi stessi usavamo fare. Alcuni di loro portavano panni bianchi sul capo, ed apparivano magri e provati quanto noi. La loro pelle olivastra e i loro occhi verdi ci incantarono e ci lasciarono di stucco. Bisbigliavano parole mai udite, e si chinarono al cospetto di Nommo, che prese magicamente a parlare nella loro lingua.
Dopo pochi minuti di dialogo con uno degli adulti di quel popolo, che però non osava guardarlo negli occhi, Nommo si girò verso di noi con un'espressione serena e rilassata.
«Questa gente desidera conoscerci e sarà lieta di ospitarci e di ascoltare la nostra storia e il motivo del nostro arrivo». Ci disse poi di seguirlo e noi non obiettammo, imbarazzati e timorosi di quella nuova realtà. Il piccolo drappello di uomini olivastri proseguì verso il suo umile complesso di case parlando con Nommo, e noi seguimmo a ruota, col naso all'insù, persi a guardare il Nuovo Mondo che avevamo tanto sognato.


Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: