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lavoro pubblicato lunedì 20 luglio 2015
ultima lettura sabato 14 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Ul cerchio dei sogni (3) - I wrakien

di GiancarloS. Letto 455 volte. Dallo scaffale Fantasia

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Proiettili di legno volarono per tutta la stanza. Lo zio Paulus fu colpito a una spalla e scaraventato per terra.

Vanadin si gettò su Arlo facendogli scudo col proprio corpo. « Stammi vicino », gli ordinò in un orecchio. Il ragazzo avrebbe voluto chiedergli che stava succedendo, ma Vanadin si era già voltato verso il buco dove prima si trovava la porta e aveva sguainato la spada. Nonostante la scarsa visibilità, dovuta alla nuvola di segatura che si andava posando sul pavimento, Arlo contò quattro schegge conficcate nella schiena del gigante. Eppure era in piedi, in posizione di combattimento.

« Arrivano », disse Vanadin mentre sollevava la spada.


Arlo vide due ombre balzare avanti e cercò di farsi più piccolo che poteva. Vanadin si dispose a parare un colpo che calava dall’alto, ma, all’ultimo istante, scartò a destra mandando a vuoto l’avversario. Mentre si spostava di lato, fece ruotare la spada e gli tranciò di netto la mano armata. Tutta l’azione durò meno di un istante.

L’uomo cadde in ginocchio e si coprì il moncherino con un lembo del mantello tamponando il sangue che sgorgava a fiotti. Nonostante la spaventosa ferita, non emise neanche un gemito.

Arlo tentò di scorgergli il volto, ma era celato sotto un pesante cappuccio.

Vanadin superò il ferito e si fece avanti, passando all’attacco. Il secondo avversario, anch’esso incappucciato, evidentemente aveva fatto tesoro della sorte toccata al suo compare e fu meno impulsivo. Era un ottimo spadaccino e riuscì a tener testa al gigante. Dopo vari minuti di combattimento, Vanadin ansimava. Il dolore per le ferite alla schiena doveva logorarlo ed era sicuramente indebolito dalla perdita di sangue, mentre il suo nemico sembrava instancabile. Un sibilo, simile a una risata disumana e maligna, proveniva da sotto il cappuccio.

Vanadin strizzò gli occhi, come se la stanchezza iniziasse a offuscargli la vista. Strinse l’elsa della spada con entrambe le mani e si gettò sull’avversario urlando.

Sembrava l’azione sconsiderata di chi è spinto dall’ira e dalla disperazione. Ma Arlo intuì che, dietro quella mossa, c’era un’attenta valutazione. Vanadin era ferito e le sue energie si stavano esaurendo, mentre il suo avversario avrebbe potuto continuare allo stesso ritmo forse per un’altra mezz’ora buona. L'abilità di Vanadin come spadaccino e quella del suo avversario erano paragonabili. In verità, Arlo riteneva che Vanadin fosse più capace, ma non nelle sue attuali condizioni. Il gigante era molto più robusto del suo avversario e, seppure indebolito dalle ferite alla schiena, poteva sicuramente contare su una maggior forza fisica. Fatte queste considerazioni, doveva aver concluso che solo sfruttando l’unico fattore che lo favoriva poteva avere qualche possibilità di vittoria. Ecco perché si era avventato sul nemico come un forsennato: per travolgerlo, annichilirlo nei pochi istanti che aveva a disposizione prima di esaurire le sue riserve. Qualsiasi maestro d’armi sarebbe inorridito: più che una spada, sembrava che tra le mani stringesse una mazza.

Tratto in inganno da quella furia aggressiva, l’avversario dovette credere di assistere all’azione di un pazzo. Forse sorrideva, sotto il cappuccio, certo di avere la vittoria in pugno. Di sicuro, al secondo assalto cominciò ad avere i primi dubbi: il contraccolpo ricevuto per parare il fendente gli piegò il polso. Al terzo attacco, Vanadin cambiò traiettoria all’ultimo istante. L’avversario parò ugualmente, ma vacillò e, per non cadere, fu costretto a ripiegare di lato. Per Vanadin quell’occasione era oro. Incalzò il suo avversario. L’altro, che probabilmente si aspettava una nuova mazzata, si preparò tenendo stretta la spada con entrambe le mani. Ma, stavolta, il gigante non inflisse al colpo particolare energia. Non era necessario, perché doveva servirgli solo per distrarre il rivale. A quel punto ruotò una gamba falciando l’avversario. Quest’ultimo perse l’equilibrio e cadde all’indietro. Il gigante gli fu subito addosso. Con un piede gli inchiodò la lama al pavimento mentre calava la sua arma come una mannaia.

Arlo vide la testa rotolare fuori dal cappuccio ed emise un piccolo gemito. Non era umana! La bocca larga, gli occhi tondi e spioventi, la pelle glabra e maculata, gli fecero pensare a un rospo.

Vanadin si allontanò immediatamente dal nemico ucciso e tornò a occuparsi dell’avversario a cui aveva mozzato la mano.

Arlo seguì la scena e strabuzzò gli occhi quando si rese conto che dall’arto mutilato non usciva più sangue, come se la ferita fosse già rimarginata, e una piccola protuberanza dentellata era spuntata dal moncherino. Con sgomento Arlo vide la protuberanza crescere sotto i suoi occhi. Cresceva, cresceva… A un tratto fu chiaro di cosa si trattava. Era una mano! Una nuova mano stava crescendo nel braccio mozzo.

Vanadin roteò la spada e staccò di netto la testa dal collo dell’avversario. In quello stesso istante la mano spuntata sul moncherino smise di crescere.

Vanadin si guardò intorno, come se volesse sincerarsi che non vi fossero altri aggressori, quindi si rivolse ad Arlo. « Sei ferito? ».

Lui scosse la testa.

Vanadin si chinò e pulì la spada lorda di sangue con il mantello del morto. « Gli altri stanno bene? ».

Solo allora Arlo si rammentò dello zio Paulus e corse a soccorrerlo.

La ferita alla spalla sembrava superficiale, ma lo zio giaceva sul pavimento con gli occhi chiusi. Un rivolo di saliva gli colava dalla bocca.

« Zio! Zio, stai bene? ». Arlo si chinò e lo scosse per un braccio.

Zio Paulus aprì leggermente gli occhi. « Arlo?… Sei tu? », chiese con un sussurro.

« Sì, zio ».

Tenendosi al nipote, si rizzò a sedere. « Che spavento. Ho sentito un botto… Ma cos’è stato? ».

Arlo si volse verso Vanadin sperando anche lui di avere un chiarimento.

Il gigante si era avvicinato alla porta o, meglio, a quel che ne restava: un pezzo di cornice e i due cardini di ferro. Stava annusando l’aria. « Polvere pirica », disse. « La stessa che viene usata per i fuochi d’artificio. I Wrakien sono maestri nel produrli. Li esportavano in tutte le Sette Terre ».

« I Wrakien? », chiese Arlo sempre più confuso.

« La mia porta! », urlò zio Paulus nello stesso istante. Si alzò in piedi, incurante della ferita alla spalla, e raggiunse Vanadin. « E’ sparita! La porta è sparita! ».

« Siamo stati fortunati », commentò il gigante.

« Fortunati? », sbraitò zio Paulus su tutte le furie. « Guardi che disastro! ».

L’onda d’urto, che aveva mandato la porta in mille pezzi, aveva anche distrutto quasi tutti gli oggetti di terracotta sugli scaffali della bottega.

« Lei ha solo un’escoriazione alla spalla, io qualche scheggia di legno nella schiena, mentre Arlo e gli altri ragazzi stanno bene », replicò Vanadin con molta calma. « Ce la siamo cavata con poco. Di solito, un attacco a sorpresa dei wrakien si conclude con una strage ». Si interruppe un attimo, pensieroso, poi riprese: « Però ha ragione, non è stata fortuna. Non hanno buttato ordigni esplosivi all'interno della bottega, altrimenti saremmo tutti morti. Lo hanno fatto di proposito. Prima di eliminarci volevano essere sicuri che ci fosse anche Arlo ».

Il ragazzo rabbrividì.

« A questo punto non hai più scelta: devi venir via », gli disse Vanadin. « Qui non sei al sicuro ».

Ad Arlo erano bastati pochi minuti, il tempo dell’aggressione dei wrakien, per capire che l’avventura, il rischio, non facevano per lui. Preferiva andare a letto con la certezza che il giorno dopo sarebbe stato uguale al precedente piuttosto che addormentarsi senza sapere se si sarebbe risvegliato.

« Cos’ho da temere, ormai? », chiese accennando ai due wrakien decapitati.

« Quei due erano solo un'avanguardia. Altri ne verranno, determinati a non lasciarti in vita ».

Arlo sentì in bocca un sapore amaro.

« Mi dispiace, ma credo che la tua sola scelta sia quella di seguirmi ».

« Un momento! », intervenne zio Paulus. « E tutti questi danni, chi li paga? ».

Vanadin sfilò dalla cintura un borsello di pelle e glielo lanciò. Lo zio Paulus lo afferrò al volo, lo aprì e diede una rapida occhiata a quello che conteneva, poi si leccò le labbra con evidente soddisfazione.

Vanadin si volse verso Arlo. « Verrai con me? ».

Arlo aveva voglia di piangere. Qualunque scelta avesse fatto, la sua vita sarebbe stata in pericolo.

« Allora? », lo incalzò Vanadin.

Arlo mosse piano la testa facendo segno di sì: avrebbe seguito il gigante.



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