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lavoro pubblicato domenica 19 luglio 2015
ultima lettura domenica 11 agosto 2019

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Semidei dell'Olimpo (terza parte)

di vecchiofrack. Letto 638 volte. Dallo scaffale Fantascienza

PARTE TERZA“Eccitando il corpo rilasserò la mente!”, esclamò abbandonando il tavolo da lavoro.Era una serata strana, non riusciva a concentrarsi sul progetto, i calcoli non gli tornavano; erano passati tre mesi esatti da quand...

PARTE TERZA

“Eccitando il corpo rilasserò la mente!”, esclamò abbandonando il tavolo da lavoro.
Era una serata strana, non riusciva a concentrarsi sul progetto, i calcoli non gli tornavano; erano passati tre mesi esatti da quando aveva preso possesso del corpo prestante di Orione.
Schiacciò un pulsante, sulla parete di titanio si spalancò, aprendosi come il diaframma di un obiettivo fotografico, un’apertura circolare; Leonis vi accostò lo sguardo, rimase a osservare estasiato un meraviglioso cielo stellato, poi richiuse la finestra: “E’ tempo di testare la connessione sessuale fra l’involucro e il pensiero.”, esclamò, uscendo dallo studio.

“Leonis! Ne è passato di tempo!”, esclamò la sacerdotessa, abbracciandolo.
“Tre anni.”, precisò Leonis.
“Fatti guardare!”, disse la sacerdotessa staccandosi da lui: “Mi era giunta voce del meraviglioso corpo che ti sei scelto, ma la realtà supera ogni più eccitante aspettativa… avessi venti anni di meno.”, proseguì, mangiandoselo con gli occhi.
“Ma che vai dicendo Gala, sei sempre la più affascinante delle sacerdotesse.”, replicò Leonis sfiorando le curve del seno, pesante, che s’intravvedeva attraverso le pieghe dell’impalpabile veste.
“Adulatore.”, sussurrò Gala immalinconendosi: “Abbiamo avuto dei bei momenti; rammento, molti anni fa, quando penetravi il mio giovane corpo…”.
“Rammentare non serve a ringiovanire, lascia stare i ricordi.”, la interruppe Leonis.
“Hai ragione, ricordare serve solo a farsi del male. Quando vorrei possedere anch’io il potere di migrare con la mente dentro il corpo di una giovinetta nel fiore degli anni, per cederti la mia verginale bellezza.”.
“Ne abbiamo già parlato, questo privilegio è consentito solo agli Dei!”, tagliò corto Leonis, indurendo improvvisamente il tono.
“Hai ragione, scusami.”, disse con tono contrito Gala, prima di tornare nei panni della sacerdotessa: “Ho in serbo una sorpresa per il grande Leonis; una giovane e intonsa sacerdotessa.”.
“Una vergine da deflorare!”, esclamò Leonis sgranando gli occhi.
Gala annuì sorridendo: “Vai pure, lei ti attende vogliosa.”, disse indicando la porta in fondo al corridoio.
“Sei stupenda, Galatea.”, esclamò, avviandosi lungo il corridoio, inseguito dallo sguardo intristito della vecchia sacerdotessa.

“Orione!”, esclamò, sgranando gli occhi stupefatta, la giovane sacerdotessa aprendo la porta.
Leonis indicò il proprio corpo: “Dunque tu lo conoscevi?”.
“Lo conoscevo? Ci conosciamo, sono Cassiopea, non mi riconosci?”, insistette sempre più sconvolta.
“Posso entrare?”, le chiese Leonis.
Cassiopea si scostò, lo lasciò passare e chiuse la porta.
“Quale intricato percorso ti ha condotto tra le sacerdotesse della grande mente?”, domandava girando attorno alla giovinetta dai lunghi capelli neri adagiati pudicamente a difesa di due piccoli seni.
Cassiopea corse verso una sedia, si gettò sopra e, appoggiando la testa sulla spalliera, singhiozzando rispose: “Nemmeno della promessa che ti feci l’ultima volta che ci incontrammo ti ricordi… son dunque sempre stata niente per te!”.
Leonis passò la mano sopra i capelli di Cassiopea: “Non piangere.”, sussurrò con trasporto. Sorprendendosi per essersi espresso con tanta dolcezza, comprese che le parole uscite dalla sua bocca, altro non erano che un rigurgito del pensiero amorevole di Orfeo: “Mi par di capire che sei diventata sacerdotessa, per una delusione d’amore.”, disse, accomodandosi su una sedia accanto a lei.
“Quando ebbi la certezza che non ti avrei più rivisto, bussai alla porta delle sacerdotesse, volevo vivere in armonica solitudine contemplando la grande mente. Ma scoprì ben presto che erano altri e meno spirituali i compiti cui erano chiamate le sacerdotesse. E dopo un mese di tirocinio, mi fu rivelata la sconvolgente verità; avrei dovuto donare la mia verginità agli Dei dell’Olimpo… ma ora il mio cuore è ricolmo di felicità, non donerò la mia verginità a un Dio ma all’uomo che amo.”, concluse raggiante Cassiopea, gettando le braccia al collo dell’amato.
“Aspetta!”, esclamò Leonis staccandola da se: “Non sono quel che credi, non sono ciò che vedi… trovo giusto che tu, prima di donarti, debba sapere!”.
Cassiopea lo guardò stranita: “Mi sembra d’impazzire. Di quale oscuro segreto sei portatore!”, esclamò spaventata.
Mentre Leonis rivelava lo sconvolgente potere degli Dei, lo sguardo di Cassiopea passò rapidamente dall’incredulità, allo stupore e infine all’orrore: “Ora sai che il corpo che si prenderà la tua verginità sarà quello di Orione, ma la mente, il motore che lo farà agire sarà quella del Dio Leonis.”.
“E’ terribile, sconvolgente, mostruoso.”, singhiozzava Cassiopea inorridita.
Leonis sospirò: “Voglio che lo sappia; se non vorrai concederti, non ti prenderò con la forza! Sono pronto ad andarmene senza consumare il rapporto; ma non ti posso assicurare che il prossimo Dio che entrerà da quella porta, si comporterà allo stesso modo.”.
Cassiopea rifletté in silenzio prima di esprimere il suo pensiero: “Resta!”, esclamò appoggiando una mano sull’avambraccio di Leonis.
“Sei stato sincero e gentile, nel tuo esternare trovo tracce della presenza di Orione… e se anche così non fosse, stringendo il suo caldo corpo, lo crederò ugualmente.”, aggiunse alzandosi dalla sedia e, lasciando cadere l’impalpabile veste, andò a distendersi sul letto: “Prendimi con la forza di un Dio… usando la dolcezza di un semidio.”, chiosò allargando le braccia.

Fu una notte sconvolgente e appagante per entrambi, alla quale ne seguirono molte altre; un’attrazione irresistibile li spingeva l’un verso l’altra.
Leonis comprese che era l’intelletto sopito di Orione, sovrapponendosi al suo, a rendere estremamente appaganti gli incontri con Cassiopea; ma il fatto non lo preoccupò eccessivamente, era certo di poter entrare e uscire nel vortice promiscuo di pensieri a proprio piacimento, sbagliando!
Lentamente ma inesorabilmente la comunanza di pensiero provocò un’osmosi irreversibile, l’intelletto sottomesso di Orione diluendosi nel pensiero dominante di Leonis, ne divenne parte integrante influenzandone le scelte, per ora solo nel campo affettivo, ma in futuro, chissà…

Aneos aveva riunito tutti gli Dei dell’Olimpo nell’aula magna dell’università, seduti dentro i banchi, centotrentotto Dei, pendevano dalle sue labbra.
“Il radar ha intercettato lungo il sentiero del radiofaro le astronavi!”, esordì, strappando applausi a scena aperta e grida di gioia alla platea.
“Quante sono?”, chiese una voce eccitata.
“Il radar ne ha individuate, almeno dieci.”.
“Piccole, medie o grandi?”.
“Grandi, lunghe più di ottocento metri.”.
Uno degli Dei fece un rapido calcolo mentale, - astronavi da ottocento metri, possono mantenere ibernati per più di mille anni, seimila Dei… in totale arriveranno almeno in sessantamila, più del triplo delle previsioni più rosee. -, spaventato dal numero, esclamò: “Rambaflea non potrà mai sopportare un simile numero.”.
“E’ così, purtroppo.”, confermò Aneos: “Ma oramai sono partite, e anche se riuscissimo a entrare in contatto con loro, non le potremo certo fermare, il nostro mondo non esiste più!”, concluse sospirando.
“Le risorse della valle non basteranno a sfamare noi e gli indigeni!”, esclamò una voce in mezzo a tanti.
“Sappiamo anche questo; cacceremo gli indigeni dall’altopiano e ci impadroniremo delle loro fattorie, non c’è altra soluzione.”, rispose Aneos.
“E dove li vorresti cacciare, oltre l’altipiano c’è il deserto, non accetteranno mai di andare a morire fra le sue sabbie roventi.”, disse Leonis, esprimendo, a sua insaputa, il pensiero di Orione.
Aneos lo fissò perplesso, non si sarebbe aspettato una simile contestazione da parte di un Dio: “Li cacceremo con la forza… se ne dovranno andare ad ogni costo; decidano loro se morire o tentare di sopravvivere nel deserto.”, rispose seccamente.
“Non se ne andranno mai, li dovremo ammazzare tutti… e lo faremo senza pietà!”, urlò alla platea Leonis, eccitando gli animi.
Il pensiero del Dio guerreggiante aveva preso nuovamente il soppravvento su quello pacificatore di Orione.
“Comunque sia, queste sono solo ipotesi di sopravvivenza; stileremo il piano definitivo quando saremo certi del numero degli Dei in arrivo.”. disse Aneos.
“Quando lo potremo sapere?”, chiese Solonis.
“Ora le astronavi non possono contattarci; non possono distogliere nemmeno un grammo di energia dal compito principale, seguire il sentiero del radiofaro tenendo ibernati i corpi degli Dei. Potranno comunicare con noi al termine del periodo d’ibernazione, questo avverrà a poco più di un anno dalla meta… mezzo secolo da ora, più o meno.”.
Domande e risposte proseguirono per un’altra ora buona, finché Aneos non sciolse la seduta.

“Qual è la verità Aneos.”, chiese Leonis appartandosi con lui sulla terrazza.
“Vuoi la verità? La verità è che ne arriveranno molti di più; temo che le coltivazioni dell’altopiano non basteranno a sfamare la moltitudine in arrivo.”, rispose sconfortato Aneos.
“Allora è stato tutto inutile, non ci sarà futuro per il popolo degli Dei.”, disse Leonis.
“Ci sarà un futuro per tutti noi, e sarà radioso!”, lo corresse Aneos: “Renderemo fertile il deserto e lo coltiveremo, lo abbiamo già fatto in un lontano passato, sul nostro pianeta.”.
“Ci vorranno anni prima che il deserto possa dare i suoi frutti; nel frattempo con cosa nutriremo il nostro popolo?”, si chiese, poco convinto, Leonis.
“Con la carne degli indigeni!”
“Cosa?!”, esclamò inorridito Leonis.
Aneos abbassò la voce: “Mentos sta lavorando a un progetto per conservare i corpi per lungo tempo; fra pochi mesi lo presenterà all’assemblea.”.
Leonis scosse il capo: “Per conservare migliaia di corpi per anni, ci vorrebbe una gran quantità di energia, quella fornita dalla diga basta a malapena a tenere in vita L’Olimpo… non ci riuscirà mai.”.
“Non essere tranciante nel giudicare; il progetto di Mentos lo trovo affascinante, prevede di stoccare i corpi dentro lunghe gallerie scavate lassù, dentro il ghiacciaio.”, lo informò Aneos, indicando il ghiacciaio eterno.
“Geniale!”, esclamò stupefatto Leonis.
“Già, come vedi non sei tu l’unico genio dell’Olimpo.”, replicò ironicamente Aneos.
“Mentos è il genio del ghiaccio… io, sono il genio delle acque.”, chiosò con altrettanta ironia Leonis.

Un ribollire di pensieri contrastanti iniziò a invadere la mente di Leonis nei giorni seguenti; il doppio io interiore lottava per sopraffare la parte indesiderata.
“Non posso permettere una simile strage, devo trovare il modo per fermarli.”, rifletteva pensando ai genitori e ai fratelli sull’altopiano, quando l’io interiore di Orione riusciva a prendere il soppravvento.
Questione di attimi, subitamente l’io interiore di Leonis riprendeva il controllo, allora tornava al progetto della diga.
Su un unico argomento l’io e il suo doppio parevano andare d’amore e d’accordo; Il destino di Cassiopea, lei non avrebbe dovuto subire conseguenze dai piani a lungo termine di entrambi.
E questo finì per rafforzare l’io di Orione, indebolendo l’io del Dio che aveva aperto il suo cuore ad un umano amore.

“Lei è al sicuro nell’Olimpo, si salverà.”, diceva autoconvincendosi, mentre pilotava il CTV.
Confuso come non mai, non riusciva più a comprendere se stesse dando voce ai pensieri di Orione o ai suoi.
“Addio Orione!”, esclamò puntando la prua del CTV in direzione della diga.
“Addio Leonis!”, si rispose, un attimo prima che il CTV impattando le palificazioni dalla diga, sradicandole si sfracellasse alla sua base.

“Via di lì, presto! La diga sta cedendo!”, urlava il capocantiere agli operai spaventati che si arrampicavano sui fianchi della montagna, mentre la pressione dell’acqua allargava inesorabilmente la falla apertasi dopo l’impatto.
Pochi minuti dopo, la diga crollò e un’enorme massa d’acqua e fango precipitò a valle con un rombo assordante, sradicando gli alberi che incontrava sul suo percorso.
Mezzora dopo, Rambaflea era una distesa di fango e detriti, al centro della quale emergeva maestosa e intonsa la sagoma metallica dell’Olimpo, sulla cui terrazza gli Dei dalle auree tuniche osservavano sbigottiti il disastro ai loro piedi.

“E’ finita, senza il radiofaro, il nostro popolo si perderà nello spazio.”, esclamò sconfortato Aneos guardando il cielo.
“L’Olimpo non ha subito danni, potremo riattivarlo.”, replicò, poco convinto Solonis.
“Senza l’energia fornita dall’acqua del lago? No, è impossibile. Ci vorrebbero anni per costruire un’altra diga, nel frattempo le astronavi andrebbero comunque irrimediabilmente alla deriva, ben distanti dal radiosentiero. Il lavoro millenario degli Dei, è stato vanificato per sempre in pochi istanti dalla natura che credevamo di aver imbrigliato e sottomesso al nostro volere.”, sentenziò Aneos.
Poi si avviò verso le scale per scendere nelle viscere buie dell’Olimpo assieme a Solonis.
“Beh, perlomeno non avremo più l’impegno di trovare un nuovo involucro per lo spirito.”, esclamò Solonis, cercando di trovare un lato positivo in mezzo al disastro.
Aneos sorrise, guardo il cielo e chiosò: “Non vedo l’ora di far volar brado il mio spirito nell’ignoto!”.

FINE



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