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lavoro pubblicato sabato 18 luglio 2015
ultima lettura martedì 22 ottobre 2019

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Semidei dell'Olimpo (seconda parte)

di vecchiofrack. Letto 425 volte. Dallo scaffale Fantascienza

SECONDA PARTE    Aneos, magnifico rettore dell’università dell’Olimpo, osservò a lungo i tre ragazzi schierati silenti davanti alla sua scrivania, prima di esordire, dicendo: “Uno solo di voi oggi entrerà...

SECONDA PARTE

Aneos, magnifico rettore dell’università dell’Olimpo, osservò a lungo i tre ragazzi schierati silenti davanti alla sua scrivania, prima di esordire, dicendo: “Uno solo di voi oggi entrerà a far parte della schiera dei semidei. Prima di pronunciare il suo nome, voglio rassicurare gli altri due; non rassegnatevi alla sconfitta, perché non lo è! Voi siete comunque degni di essere accolti nell’Olimpo… e non è detto che ciò accada molto prima di quanto lo speriate. Il vostro ciclo di studi presso l’università è comunque concluso; ora tornerete alle vostre case, ai vostri villaggi, farete dono di quel che avete appreso ai vostri genitori, fratelli e amici; lavorerete con loro, accanto a loro e, magnificando le meraviglie dell’Olimpo, attenderete sereni la probabile chiamata del messaggero degli Dei.”.
Si tacque, fisso nel profondo degli occhi Orione e, dopo una lunga pausa, emise il verdetto: “Orione! Tu sei il prescelto!”.
Orione gonfiò il petto: “Ringrazio gli Dei! Cercherò di essere degno dell’onore concessomi!”, esclamò con la voce squillante dei forti.
Gli altri due ragazzi abbassarono il capo delusi, si complimentarono con Orione, salutarono il rettore e lasciarono per sempre l’università, conservando la segreta speranza di essere un giorno chiamati al soglio degli Dei.
“Il difficile per te arriva ora.”, esclamò Aneos, squadrando l’impettito Orione immobile come una statua davanti al suo sguardo indagatore: “Affiderò il tuo pensiero nelle mani di Solonis, perché lo sgrezzi elevandolo a ricettacolo del divino intelletto.”.
“Sono pronto a mettere la mia mente nelle mani di Solonis; son certo che lui saprà far crescere e volare alto il pensiero positivo che alberga in me!”, esclamò convinto Orione.
“Ne son certo anch’io!”, ribatté Aneos.
A Orione parve di leggere un accenno di dubbio nel tono usato da Aneos, ma diligentemente non replicò, attese che il rettore si alzasse e lo seguì lungo il corridoio.
Aneos arrestò il passo davanti a una porta, bussò e, quando una voce dall’altra parte lo invitò a entrare, l’aprì e oltrepassò la soglia, seguito come un’ombra dal sempre più eccitato Orione.
“Lui è Solonis, da oggi, per novanta giorni, sarà il tuo maestro di pensiero.”, disse Aneos, presentendolo a Orione.
“M’inchino al mio maestro di pensiero.”, lo riverì Orione, piegando il capo.
“Un semidio non s’inchina!”, tuonò Solonis.
Dopo un attimo di sbandamento, Orione replicò: “Davanti a un Dio, anche un semidio deve inchinarsi!”.
Solonis annuì compiaciuto: “Molto bene… molto bene. Orione sarà un ottimo allievo.”, disse rivolgendosi ad Aneos.
“Quel che sarà… lo constateremo fra novanta giorni; se saprai plasmare la sua mente, cesellando ogni suo pensiero… lo vedremo fra novanta giorni!”, ribatté Aneos.
“Nutri forse dei dubbi?”, chiese Solonis ferito dall’esprimersi incerto di Aneos.
“No!”, esclamò deciso Aneos, posò una mano sulla possente spalla di Orione e concluse: “E’ tutto tuo… fra novanta giorni lo voglio rivedere nel mio studio con la mente libera da ogni scoria!”.
“Fra novanta giorni lo rivedrai con la mente linda!”, esclamò Solonis, salutandolo.
Rimasto solo con Orione calcolò ad occhio la sua taglia, aprì un armadio, prese una tunica argentea da un ripiano: “Tieni!”, disse posandola fra le braccia di Orione.
“Seguimi!”, esclamò ancora, uscendo dalla stanza seguito dall’emozionato Orione che camminava con gli occhi puntati sull’argentea tunica dei semidei, adagiata piegata fra le sue braccia.
“Questa è la tua camera, domani mattina al sorger del sole ti attenderò nel mio studio. Ora cerca di liberare la mente dalle forti emozioni che la stanno attraversando come uragani di pensiero.”, disse aprendo la porta dell’angusto ambiente privo di finestre.
Orione salutò il maestro di pensiero, chiuse la porta, posò la tunica sopra al letto: “Liberare la mente in questa specie di loculo… facile a dirsi… difficile se non impossibile a farsi.”, diceva guardando le pareti di freddo metallo dipinte di bianco.

“La visione dell’alba da quassù, ritempra lo spirito.”, esclamò Solonois, indicando a Orione il sorgere del sole dietro le montagne a est.
“Ora, meditando in silenzio, osservando quel che ti circonda, completa un giro dei bastioni.”, proseguì.
Orione annuendo s’incamminò con passo lento spostando lo sguardo dai monti alla città che si stendeva ai suoi piedi fino al tempio della grande mente che dominava la parte centrale dell’ampio terrazzamento; compì l’intero periplo e tornò davanti a Solonis.
“Ora dimmi, qual è l’elemento che ha più incuriosito il tuo sguardo indagante?”, chiese Solonis incrociando le braccia sul petto.
Orione indicò il tempio: “Gli strani oggetti puntati verso il cielo.”.
“Parabole e antenne del radiofaro.”, precisò Solonis, rendendolo edotto sulla natura degli oggetti troneggianti sopra l’edificio.
“Radiofaro?”, esclamò perplesso Orione.
Solonois indicò con l’indice della mano destra e il braccio ben teso un punto immaginario della volta celeste: “Lassù, oltre l’azzurro è il regno degli Dei. Il radiofaro è il cordone ombelicale ancorato al passato, che ci permetterà di avere un futuro.”.
“Perdonami maestro di pensiero, ma non riesco a seguirti.”, esclamò contrito Orione.
Solonis indicò il pavimento della terrazza: “Mi sarei aspettato che mi chiedessi con quale incorruttibile materia fosse stato eretto l’Olimpo… ma il tuo pensiero è volato lontano, oltre lo spazio e il tempo, sin dove fu costruito l’Olimpo.”.
“Intendi dire che tutto questo è stato costruito in un altrove e poi portato sin qui?”, chiese stupefatto Orione.
Solonis annuì: “L’Olimpo non è, come il popolo immagina, un edificio per definizione immobile… L’Olimpo è l’astronave usata dagli Dei millenni orsono per lasciare il loro mondo e giungere fra gli umani.”.
Lo sguardo di Orione si accese di meraviglia, accarezzò il freddo titanio del parapetto: “Tutto questo ha dell’incredibile… non posso credere che una costruzione ciclopica come l’Olimpo possa essere caduta dal cielo.”.
“Nulla è impossibile per gli Dei, quella che tu chiami: ciclopica costruzione, ha solcato lo spazio per più di mille anni prima di approdare in questa valle.”.
“Mille anni, non esiste equipaggio che possa vivere tanto a lungo, non può esserci naviglio che possa reggere il mare per un tempo così immensamente grande.”, disse Orione riflettendo a voce alta.
“Eppure su quella nave ci stai camminando sopra… con un membro di quell’equipaggio ci stai parlando… con altri lo hai già fatto o lo farai in seguito.”.
“Perdona i miei dubbi, ma questa sconvolgente rivelazione, ha annebbiato il mio intelletto, cancellando dalla mente l’ipotesi che l’equipaggio fosse composto da Dei immortali… eppure era tutto davanti ai miei occhi. Nemmeno uno scolaretto alle prime armi sarebbe caduto in un simile errore.”.
“Non ti angustiare… è successo anche ad altri prescelti, l’assopimento del pensiero è un requisito essenziale dei semidei.”, lo confortò Solonis, poi indicò la porta dell’ascensore: “Per oggi può bastare, ritirati nella tua camera a meditare; domani, dopo aver visto l’alba, verrai da me e mi narrerai le sensazioni provate.”.

Ogni giorno all’alba Orione saliva sulla terrazza dell’Olimpo, compiva l’intero periplo meditando, poi andava da Solonis a narrare, chiedere e ricevere risposte; mentre il tempo scorreva, la sua mente cullata dalle rivelazioni del maestro di pensiero e dagli esercizi mentali a cui lo sottoponeva, si assopiva, lasciando che il desiderio di un’osmosi completa con l’intelletto degli Dei, crescendo prepotentemente, invadesse ogni orifizio mentale sguarnito dal pensiero attivo.

Aneos e Leonis, ascoltavano con attenzione la relazione di Solonis: “La mente di Orione ora è ricettiva.”, concluse dopo aver spiegato il percorso per assopirne l’intelletto.
Poi virò con lo sguardo su Leonis: “E’ il soggetto più recalcitrante che mi sia capitato di testare. Dovrai dormire con un occhio solo, il suo pensiero potrebbe riemergere durante il sonno e crearti dei problemi.”, lo avvertì con tono grave.
“Saprò tenerlo a bada.”, lo rassicurò Leonis.
“Spero che non abbia a pentirti della scelta!”, esclamò Aneos, poi si rivolse a Solonis: “Avverti il tuo allievo che domani nel tempio sarà proclamato semidio!”.
Solonis annuì, salutò Aneos e Leonis, e andò a portare la buona notizia a Orione.

“A cosa servono?”, chiese un impaurito Orione, steso su un lettino all’interno del tempio, mentre Solonis, gli applicava degli elettrodi alle tempie.
“A entrare in contatto con la grande mente.”, rispose indicando il grande calcolatore al centro della sala dal quale uscivano i fili degli elettrodi.

“Sono pronto!”, esclamò Leonis, steso in una piccola saletta alle spalle del calcolatore, mentre Rubens, il Dio addetto alla manutenzione della grande mente, sistemava gli elettrodi alle sue tempie.

“Ora chiudi gli occhi e distendi la mente.”, ordinò Solonis, Orione chiuse gli occhi e rimase in attesa.

“Posso iniziare?”, chiese Rubens a Leonis.
Leonis Annuì e chiuse gli occhi, Rubens digitò su una tastiera, poi uscì dall’angusta cameretta e chiuse la porta.

“Come sta andando?”, chiese Rubens, rivolgendosi a Solonis intento a controllare ogni minimo segnale di rigetto sul volto disteso di Orione.
“Finora tutto bene.”, rispose sospirando Solonis.
“Fra cinque minuti il trasferimento di memoria sarà completato.”, disse Rubens, leggendo un diagramma sullo schermo del calcolatore.
Attesero in religioso silenzio che trascorressero i fatidici cinque minuti: “Finito!”, esclamò Rubens digitando sopra lo schermo.
“Ora puoi togliere gli elettrodi e svegliarlo”, aggiunse dopo aver spento lo schermo.
Solonis staccò delicatamente gli elettrodi dalle tempie, poi avvicinando la bocca all’orecchio di Orione, sussurrò: “Svegliati Leonis.”.
Orione, alias Leonis, aprì gli occhi, alzò le braccia e, guardandosi le mani esclamò raggiante: “Dentro questo involucro mi sento invincibile, sarà la mia nuova casa per almeno quindici anni!”.
Si alzò dal lettino e, allungando il braccio esclamò: “La mia tunica!”.
Solonis gli porse la tunica d’oro degli Dei, Leonis si tolse l’argentea dei semidei, la gettò a terra con disprezzo e indossò quella che Solonis teneva fra le braccia.
“Vuoi dare un ultimo saluto al tuo vecchio corpo?”, gli chiese ironicamente Rubens.
“No! E’ roba marcia, gettalo nella spazzatura!”, rispose sorridendo, prima di uscire dal tempio insieme a Solonis.

Rubens entrò nella cameretta, dove giaceva il corpo: “Sto male, mi manca il respiro, aiutami.”, implorava l’ansimante voce comandata dalla mente ritornata in possesso, dopo cinque anni, del proprio corpo moribondo.
“Calmati, ora ti porto da chi si prenderà cura di te.”, lo rassicurò Rubens adagiandolo sulla carrozzina.
La spinse nell’ascensore, scese all’ultimo livello dell’Olimpo, nella sala turbine; schiacciò un pulsante che, facendo scorrere una parte del pavimento scoprì un torrente che correva impetuoso: “Fai buon viaggio Ascanio!”, ghignò Rubens, spingendo la carrozzina nel torrente.
La corrente impetuosa trascinò via in pochi secondi l’inservibile corpo di Ascanio e l’ultimo agghiacciante urlo del suo intelletto: “Nooooo!”.
Rubens, senza battere ciglio, richiuse la botola, prese l’ascensore e tornò all’interno del tempio.

Il giorno dopo un pimpante Leonis scese nell’hangar: “Devo prendere il CTV per andare su, allo sbarramento.”, disse rivolgendosi a Falcon, il Dio addetto ai mezzi di trasporto dell’Olimpo.
Falcon controllò la carica delle batterie: “E’ carico, prendi questo!”, esclamò staccando il cavo d’alimentazione.
Leonis indossò l’armatura e l’elmo (ogni Dio era tenuto a indossare armatura ed elmo con visiera riflettente ad occultare lo sguardo, per una questione di rango, ma soprattutto perché nessuno potesse riconoscere il corpo di un figlio, un fratello o un amico, usato come involucro a perdere dagli Dei) salì sul CTV e alzò il pollice, al che Falcon aprì una parte del pavimento della terrazza.
Il ronzio dei motori elettrici iniziò a far girare i rotori posti agli angoli di un parallelepipedo lungo dieci metri, largo cinque e alto due, alla guida del quale si era posto Leonis (CTV era l’acronimo di: contenitore volante, il mezzo dalla tecnologia obsoleta ma facile da riparare ed estremamente efficace per spostare materiale in luoghi privi delle necessarie infrastrutture d’appoggio, era usato dagli Dei per portare persone o cose da un luogo all’altro del pianeta).
Il CTV si staccò lentamente dal suolo, salì verticalmente fino all’esterno dell’hangar, poi, volando orizzontalmente si allontanò velocemente in direzione delle montagne.

Gli uomini intenti a rinforzare l’alta muraglia con lunghi e robusti pali di legno, incuriositi dallo sbattere delle pale sopra la loro testa, seguirono con lo sguardo lo strano mezzo mentre si adagiava poco distante.
“Sta spanciando nel mezzo, dalle giunture esce sempre più acqua.”, disse Leonis, chiuso dentro la sua lucente armatura, rivolgendosi al capocantiere.
“Più di questo con le travi di legno non possiamo fare.”, replicò sconsolato il capocantiere.
“Dobbiamo erigere al più presto la nuova diga contro quella che sta cedendo. A che punto è la produzione dei massi?”, chiese guardando preoccupato lo zampillare dell’acqua dalle fessure.
“Gli scalpellini lavorano dall’alba fin quasi a notte senza sosta.”, rispose il capocantiere, indicando degli uomini più a valle intenti a staccare pezzi di granito dalla parete della montagna, squadrandolo in blocchi da due metri di lato.
Leonis guardò i blocchi già pronti per la posa, poi si espresse: “Sono pochi, devi mettere più uomini a lavorare nella cava; dobbiamo assolutamente iniziare a posizionarli entro tre mesi, in modo da finire il lavoro prima che la nuova primavera sciogliendo la neve aumenti il volume dell’acqua dentro il bacino. A quel punto la pressione potrebbe far crollare la diga.”.
“E dove li vado a prendere?”, chiese il capocantiere.
“Dai manutentori degli edifici di Rambaflea. Prendine quanti ne vuoi, anche tutti se necessario; le case possono aspettare, la diga no! Se dovesse cedere, non ci saranno più case da manutenere a Rambaflea!”, rispose Leonis, evidenziando tutta la sua preoccupazione, prima di andarsene scrutando la diga mentre la sorvolava a bordo del CTV.

Quella che si apprestavano ad erigere era la settima diga eretta contro la prima nel corso dei secoli, per cercare di contenere la spinta dell’acqua.
La prima diga fu pensata per alimentare L’Olimpo, subito dopo l’arrivo sul nuovo pianeta.
Il reattore dell’Olimpo stava oramai esaurendo la millenaria riserva d’energia; urgeva trovare una nuova fonte cui attingere.
Leonis fece scavare una lunga galleria dentro la roccia che partendo dall’alto della montagna arrivava fino a valle; da lì scavarono una lunga trincea che passando sotto l’Olimpo attraversava l’intera valle.
Fece rivestire di roccia calcarea il fondo e le pareti della trincea, chiuse la parte superiore con pesanti lastre di granito e coprì il tutto con tre metri di terra, in modo che la pressione dell’acqua non potesse sollevarle.
Poi costruì la prima diga che, frenando il corso del torrente creò un lago artificiale, l’acqua risalendo invase la galleria scavata poco più in alto del suo letto e iniziò a precipitare a valle attraverso la condotta forzata, a quel punto non rimaneva che collegare la turbina del reattore dell’Olimpo al torrente intubato che passava sotto la sua base e gli Dei avrebbero avuto a disposizione, per un tempo indefinito, l’energia necessaria ad alimentare L’Olimpo e il radiofaro.
Leonis passava le sue giornate ai piedi della diga, controllando con perizia certosina che le fondazioni su cui sarebbe stato ancorato il nuovo manufatto fossero eseguite a regola d’arte. La notte poi, riversava il suo ingegno sul tavolo da lavoro calcolando e ricalcolando punti di forza e resistenza del progetto di una futura diga ad arco da appoggiare a quella in costruzione; nelle sue intenzioni un’opera ciclopica, capace di resistere alla forza della natura per millenni.
Dormiva due ore per notte, e questo contribuì non poco a tenere sopito nell’oblio mentale l’intelletto di Orione; nei primi due mesi di permanenza nel suo corpo, una sola volta si appalesò, dentro un breve incubo, il pensiero sopito dell’ospite; fu quando Leonis vide passare veloce come un veltro dentro un suo sogno, i volti imploranti della madre e del padre di Orione che richiamavano a se il figlio perduto.
L’episodio non lo preoccupò più di tanto; avendo messo in conto delle brevi scorribande mentali da parte dell’intelletto ribelle di Orione, allenò preventivamente il proprio pensiero a respingere con risolutezza la sgradita invasione.
L’universo mentale di Orione giaceva nell’oblio e quei colpi di coda non sarebbero stati in grado di farlo risalire sino a scontrarsi con quello dell’invasore; di questo ne era certo Leonis… ma l’imponderabile sempre in agguato, si può appalesare in svariate forme.

CONTINUA


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