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lavoro pubblicato sabato 18 luglio 2015
ultima lettura martedì 12 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il cerchio dei sogni (2) - Pola

di GiancarloS. Letto 529 volte. Dallo scaffale Fantasia

E' il secondo capitolo de "Il cerchio dei sogni" e chi ha letto il primo si troverà spiazzato dall'ambientazione assolutamente non fantasy. C'è un ragione, naturalmente, che sarà chiara solo andando avanti con la storia.

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Il treno arrivò nella stazione di Mestre con un ritardo di quasi un'ora. Per fortuna bastavano dieci minuti a piedi per raggiungere l’ufficio. Pola ne impiegò solamente cinque. Arrivò trafelata e nervosa. Si era svegliata alle sei e un quarto per entrare al lavoro alle nove e mezza passate. Che rabbia!

Sbuffando, fece il suo ingresso nella sala al pianterreno. Salutò i due colleghi in modo sbrigativo e gettò la valigetta su una sedia.

Sandra e Francesco si scambiarono un’occhiata delusa. Alle 9.30, non vedendola arrivare, avevano sperato che non si sarebbe presentata.

Pola si sbottonò il giaccone come se stesse soffocando. Si avvicinò alla scrivania di Francesco e chiese in tono poco cordiale: « La stanza per il rogito è a posto? ».

Francesco la fissò con un misto di stupore e sospetto. « Che rogito, scusa? ».

« Quello di stamattina! », sbraitò Pola. « La nuda proprietà di Treviso! ».

« Io non ne so niente », replicò Francesco.

Pola spostò lo sguardo da lui a Sandra. Il suo viso scarno si fece ancor più tirato, mentre una furia nervosa le faceva ballare una palpebra. Tornò in fretta verso l'ingresso per poi prendere il corridoio sulla sinistra.

Francesco e Sandra le corsero dietro.

« Non ci avevi avvertiti. Davvero! », insistette Francesco mentre Sandra gli faceva segno di star zitto.

Pola aprì la porta della stanza dove venivano stipulati gli atti di compravendita e lanciò un'imprecazione. C'erano cartelline ovunque. Sulla scrivania, sulle sedie... Sul pavimento, poi, lungo il perimetro della stanza, si alzavano pile alte fino a mezzo metro.

Pola diede un'occhiata intorno con aria disgustata. « Rimettete tutto negli armadi! », ordinò. Poi aggiunse, guardando l'orologio: « Avete meno di mezz'ora ». Si allontanò, quindi, urtando i due ragazzi, che erano rimasti sulla soglia.


« Pola è davvero unica », disse Francesco mentre raggruppava sul tavolo una decina di cartelline. « È lei che si è dimenticata di informarci del rogito di oggi, eppure si comporta come se il torto fosse nostro. E, quel ch'è peggio, riesce pure a farmi sentire in colpa ».

« Anche a me », ammise Sandra. Gli passò un raccoglitore che aveva appena completato. « Lo sistemi tu nell'armadio, per favore? Per me è un po' troppo pesante ».

« Faccio io, non ti preoccupare ».

« E' cambiata », disse Sandra scuotendo la testa con aria pensierosa.

« Chi, Pola? ».

Sandra annuì. « Ha sempre avuto un brutto carattere, ma fino a qualche tempo fa era... non so, meno rabbiosa ».

« Con me non è mai stata tenera ».

« Sì, ma tu sei qui da troppo poco tempo. Io lavoro con lei da quasi tre anni e ti assicuro che c'è stato un peggioramento, ultimamente. Prima ti accorgevi che l'atteggiamento ostile era una specie di difesa. Pola è una timida, in fondo, un'insicura. Aggrediva per sembrare più forte. Ora, invece, è come se avesse un peso, una rabbia, dentro, che cerca di sfogare con chi non ne ha colpa. Te lo dico io, dev'esserle capitato qualcosa ».


C'erano stati alcuni tuoni, quella mattina, e Pola non riusciva a concentrarsi. Continuava a guardare attraverso il vetro della finestra, a pochi metri dalla sua scrivania, in attesa delle prime gocce. Invece aveva visto quell'uomo. Era rimasta immobile sulla sedia, incapace persino di deglutire.

Il giorno seguente aveva sperato di rivederlo. E così era stato. Ma, nonostante fosse preparata, era riuscita soltanto ad avvicinarsi alla finestra, rassicurata dalla certezza che chi era dall'altra parte non poteva scorgere che la propria immagine riflessa.

La terza mattina, quando lo aveva visto passare, si era alzata ed era corsa fuori, infischiandosene di quello che potevano pensare i colleghi.

Gli era andata dietro, tenendosi a una trentina di metri di distanza. Temeva che lui si accorgesse di essere seguito, anche se non l'avrebbe certo riconosciuta: era poco più di una bambina quando era andato via di casa e, in trent'anni, era cambiata tantissimo. Lui, invece, non sembrava diverso da come lo ricordava. Alto, magro... Bello, proprio bello. Aveva ancora i capelli nerissimi.

Un quarto d'ora dopo si era fermato davanti al portone di un palazzo d'epoca e si era acceso una sigaretta. Quel gesto l'aveva fatta sorridere: ricordava che era un fumatore accanito – non aveva una sola foto di lui in cui non avesse la sigaretta tra le labbra – e neanche in quello sembrava cambiato.

Dopo cinque minuti d'attesa, dal portone era uscita una ragazza mora, sui venticinque anni, che lo aveva salutato con la mano e gli era corsa incontro, baciandolo su una guancia. Poi lo aveva preso a braccetto.

Eccolo lì, mio padre, aveva pensato Pola, un sessataquattrenne ancora pieno di vita, stretto a una ragazzina che ha meno della metà dei suoi anni e che se lo mangia con gli occhi.

Poteva un uomo così rimanere legato a una moglie e a due figlie? Pola non gli faceva una colpa d'essere andato via. Anzi, era stato un bene. Se non l'avesse fatto, sarebbero stati tutti infelici.

Pola era rimasta a guardarlo mentre si allontanava con la ragazza. Un brivido l'aveva scossa. Faceva freddo e lei era uscita senza giubbotto. Era ora di tornare in ufficio.

L'indomani aveva preso un giorno di ferie. Così, senza preavviso.

Aveva aspettato suo padre poco distante dal portone dove si era incontrato con la sua giovane amica. Alle dieci e mezza lui non si era ancora presentato, né la ragazza mora era scesa in strada, e Pola aveva temuto che quella mattina non avessero appuntamento. Poi l'aveva visto arrivare. Anche se si trovava dall'altra parte della strada, Pola gli aveva dato le spalle e aveva finto di parlare al cellulare.

La ragazza bruna era apparsa quasi nello stesso istante, uscendo dal portone del palazzo. Lo aveva preso a braccetto e si erano subito allontanati. Pola li aveva seguiti rimanendo sul marciapiede di fronte.

Durante il pedinamento non era riuscita a carpire nemmeno una parola dei discorsi tra i due. Però li aveva sentiti ridere spesso. All'inizio aveva sorriso di quell'allegria, poi aveva provato un lieve fastidio. La loro complicità la disturbava.

Avevano camminato per quasi un chilometro prima di fermarsi davanti a una piccola osteria al fondo di un vicolo senza uscita. Suo padre era entrato per primo. La ragazza bruna lo aveva seguito mentre un cameriere sorridente accorreva da lei. Si capiva che era una cliente abituale. Li aveva fatti accomodare in una saletta attigua al bar, dov'erano stipati tre tavolini, due dei quali già occupati.

Pola aveva ordinato al banco sbirciando da lì il tavolo dov'erano seduti suo padre e la sua giovane compagna. Dopo un quarto d'ora, aveva pagato il conto ed era uscita dal locale fermandosi a fumare a un metro dalla porta.

Non aveva ancora finito la sigaretta quando suo padre era apparso a un passo da lei. Pola non aveva avuto la prontezza di guardare altrove e i loro sguardi si erano incrociati. Pola aveva provato una strana sensazione di vuoto allo stomaco. Per un attimo, le era sembrato di avere ancora tredici anni. Lui era identico ad allora, solo con qualche ruga in più. Con gli stessi occhi neri, liquidi, capaci di calamitare l'attenzione di chi gli stava di fronte.

Suo padre non l'aveva riconosciuta. Le aveva indirizzato un sorriso lieve, come avrebbe fatto con qualsiasi altra donna carina, poi si era voltato verso la sua compagna.

« Devi tornare in studio? », le aveva domandato.

La ragazza aveva annuito storcendo le labbra in modo esagerato, come una bambina imbronciata. « Ne avrò fino a stasera tardi ».

Lui le aveva cinto le spalle con un braccio scrollandola affettuosamente. « Povera la mia Ciabattina ».

Pola aveva avuto una vertigine. “Ciabattina”?, aveva detto proprio così? La parola aveva preso a rimbombarle in testa. “Ciabattina”, “Ciabattina”. Era il nomignolo con cui la chiamava il suo papà. “Pola, sei la mia Ciabattina. Ecco la ciabattina di papà”. Il ricordo le aveva colmato il cuore. Aveva allungato il collo per guardare meglio la ragazza bruna. Aveva urgenza di sapere. Era proprio bella, con un corpo perfetto e un viso magnifico. Ma davvero notevoli, erano gli occhi. Li aveva neri, liquidi, gli stessi occhi di suo padre.



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