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lavoro pubblicato sabato 11 luglio 2015
ultima lettura mercoledì 19 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 9 -GLI OCCHI SUL MONDO

di PatrizioCorda. Letto 491 volte. Dallo scaffale Fantasia

Non provai la minima irrequietezza, né alcun timore reverenziale mentre proseguivo diritto verso il lago. Nella mia mente riecheggiavano le urla e le prese in giro di quei disgustosi esseri irsuti, e balenavano improvvise istantanee delle viole...

Non provai la minima irrequietezza, né alcun timore reverenziale mentre proseguivo diritto verso il lago. Nella mia mente riecheggiavano le urla e le prese in giro di quei disgustosi esseri irsuti, e balenavano improvvise istantanee delle violenze subite, che per poco non ci erano costate la vita. E per che cosa? Per un ammasso di rocce, per uno stupido gioco di coraggio! Perché dovevamo credere a tutto ciò che quell'essere ci diceva come se avesse avuto la verità infusa? Solo perché era più evoluto di noi, ciò non significava che non avrebbe usato la sua maggiore intelligenza per sfruttarci, seguendo chissà quale oscuro piano. Io e i miei amici eravamo quasi morti, e nessuna prova e nessun titolo di eletto poteva valere un simile rischio.
Nommo avrebbe avuto di che difendersi dal giudizio di tutto il villaggio, e soprattutto dal mio.
Gusa continuò a seguirmi claudicante lungo tutto il tragitto, e presto a lui si unì tutta la popolazione, senza capire perché un ragazzo che si era appena salvato da un simile pericolo fosse tanto adirato col benefattore della sua gente. A pochi metri dal lago, Guashi e TeePaa mi raggiunsero affannando, chiedendomi cos'avessi intenzione di dire al nostro maestro.
«Dovrà avere delle ottime ragioni per quello che ci ha fatto passare. Adesso sembra tutto bello perché respiriamo ancora e siamo tornati alle nostre famiglie, ma saremmo potuti benissimo finire nelle pance di quelle bestie schifose. E tutto per colpa sua!» ruggii senza nemmeno voltarmi.
«Ma pensaci bene, noi abbiamo accettato d'intraprendere questo percorso. Noi abbiamo promesso...». TeePaa non finì nemmeno la frase. Ricordo che mi girai in preda all'ira, fulminandolo con lo sguardo.
«Anche lui ha promesso! Ha promesso di guidarci! E dov'era? In fondo a quello stupido lago, a mangiare alghe! E noi intanto morivamo credendo a ogni singola parola che ci ha detto in questi due anni!». Nessuno disse altro. Eravamo ormai arrivati, ma decisi di andare oltre. Entrai in acqua bagnandomi fino alle ginocchia, brandendo la roccia bianca che mi ero portato appresso durante la fuga.
«Fatti vedere! O hai ancora altro da nascondere?» gridai a squarciagola, prendendo a calci l'acqua come un pazzo. Le donne del villaggio erano scandalizzate, e nemmeno mio padre ebbe il coraggio di tirarmi fuori di lì. Nommo emerse dalla parte opposta del lago, con una severità nel suo sguardo mai vista prima. Galleggiò veloce verso di me, e presto fummo faccia a faccia.
«Perché ci hai quasi fatti ammazzare? Per queste maledettissime pietre?».
«Nessuno ha desiderato la vostra morte. Mai. Né io mi sarei mai permesso di abbandonarvi a una fine certa. Sapevo dal principio che sareste riusciti nell'intento, ma era dovere mio mettervi alla prova».
«Tu non sai un bel niente!» gli sbraitai in faccia. Sentivo tutti gli occhi del villaggio addosso. Eppure nessuno osava interrompermi.
«Sarai intelligente quanto vuoi, ma questo non ti da il diritto di giocare con le vite degli altri! Che saggio è colui che espone l'altro a simili rischi per così poco? Che fiducia vuoi ottenere facendo così? Che rispetto vuoi ottenere?»
«La stesso che ti ha portato a tenere in mano questa pietra. Credi di odiarmi ma sei stato tanto ligio al dovere da portarlo comunque a termine il compito, e non te ne sei neppure accorto». Restai per un attimo in silenzio osservando la roccia nella mia mano, senza sapere che dire. Ma avevo ancora troppa rabbia da sfogare.
«E perché ci hai nascosto i pericoli di quel posto? Da dove viene tutta questa sicurezza? Abbiamo rischiato la pelle sino all'ultimo, e tu nemmeno lo sai! Non sai niente! Hai promesso...».
«Ho promesso così come l'hai fatto tu! E sei qui con quella roccia in mano perché tieni al nostro patto più di chiunque altro!». In due anni, quell'essere non aveva mai alzato la voce. Ora però mi fissava dritto negli occhi, con la bocca serrata e col suo indice puntato verso di me, e io parevo aver perso tutta la rabbia con cui ero tornato a casa.
«Io ho portato a termine la missione per il bene del mio villaggio...».
«E io porterò a termine la mia, insieme a voi, per il bene di entrambi. Venerate le forze della natura, ma non guardate dentro di voi. Voi siete il motore del mondo, voi siete i vostri unici dei. Il vostro coraggio, la vostra tenacia, la vostra viscerale rabbia. Sì, anche la rabbia che hai mostrato adesso, e la fiducia nei tuoi mezzi che ti ha portato a esigere un dialogo aperto col tuo maestro. Queste sono le doti che decidono il vostro destino, ed è questo ciò di cui dev'essere oggetto il vostro tempio». Ora il suo tono s'era fatto più sereno, e la patina azzurra dei suoi occhi divenne acquamarina, causando in me un profondo rilassamento.
«Pur sbagliando nei tuoi gesti, hai nutrito intenzioni pure, e hai compiuto delle scelte. In questo caso impopolari e azzardate, ma comunque scelte. E senza scelte non c'è progresso, non c'è avvicinamento al Bene. Ho sofferto in questi giorni, ma sapevo che avreste agito in maniera giusta. Sono orgoglioso di voi, e anche i vostri cari devono esserlo. Mi son dovuto staccare da voi, perché è tramite la vostra crescita che si compirà tutto. E credimi, non avrei mai voluto farlo». Umiliato, chinai la testa senza proferire parola, e la mano umida di Nommo si posò paternamente sul mio capo.
«Celebriamo questi ragazzi, perché hanno la luce nella mente e il fuoco del coraggio arde nel loro petto. Che gli uomini celebrino gli uomini, e agiscano sempre come tali!» concluse l'anfibio con un grande sorriso, e ordinò che fosse eretto il primo tempio del villaggio, fatto di pietre squadrate al cui capo, debitamente levigata, fu posta la pietra che avevo raccolto. Ottenuta da essa una forma piramidale, il mio nome e quelli di Guashi e TeePaa furono incisi su ciascuna sua faccia, per ricordare la nostra storica spedizione. I festeggiamenti continuarono per giorni, e una notte Nommo ci convocò segretamente. Ci fece entrare nelle acque del suo lago, che splendeva illuminato dalla luce lunare, riflettendo le nostre ombre, le nuvole e le stelle. L'acqua era limpida anche di notte, e grandi ninfee e una moltitudine di pesci vi avevano ormai preso fisso dimora. Nommo galleggiava senza toccare il fondale, e dopo pochi secondi prese a parlare.
«Mhadija si è comportato molto bene come capo dell'ultima spedizione, mostrando coraggio e prendendo scelte difficili in momenti critici. Ma ha ancora tanto da imparare, e altrettanto vale per voi. Il mondo è sterminato, e così le sue genti. Ciò che avete imparato dovrà essere a sua volta insegnato, e i valori che state apprendendo divulgati. Per due anni sono stato in questo lago, raccogliendo le forze per iniziare il nostro viaggio per la Terra. Tra due mesi esatti partiremo, in cerca di popoli sconosciuti che diventeranno il mio e il vostro prossimo».
Fu un monologo molto solenne, in cui Nommo ci assicurò che in mano a Gusa, Adira e agli altri il villaggio avrebbe continuato a prosperare. Ci rivelò anche che Noho Moyi sarebbe divenuto, già da giovanissimo, un eccelso capo per la comunità, e che la sua stirpe avrebbe regnato a lungo. Il suo tono ci fece intendere che probabilmente non avremmo mai più fatto ritorno a casa. Inoltre, sapevamo che solo uno sarebbe stato scelto come definitivo compagno del suo viaggio, vivendo per millenni. Quindi, due di noi sarebbero morti senza mai rivedere i loro cari. Eravamo eccitati ma anche angosciati da questa gloriosa e solitaria prospettiva di vita. Il sonno, quella notte, non si fece vivo.
Tra i continui pianti di Adira, i giornalieri consigli di mio padre su caccia e la pesca e le onorificenze di cui godevamo stabilmente, i due mesi trascorsero veloci. Nommo esigette che i suoi insegnamenti fossero trasmessi di generazione in generazione, e non escluse un possibile nostro ritorno negli anni avvenire. TeePaa sembrava, essendo orfano, il più in pace con l'idea di abbandonare gli affetti, ma al pari nostro alcuni giorni pareva seriamente provato dalla pressione dell'imminente avventura.
Noho Moyi intanto cresceva sempre di più. Era robusto e aveva una personalità molto marcata, ironica ma anche seria e già interessata agli affari degli adulti. Imparò a scrivere alla velocità della luce, e finché Nommo fu al lago si prese briga di leggere ogni giorno gli scritti del piccolo, che gli pervenivano su piccoli lembi di pelle di antilope. Quel bambino sarebbe andato molto lontano.
Arrivò la vigilia della partenza. Prima di dormire, mio padre stette un po' con me accanto al fuoco, e mi disse delle parole che non avrei mai dimenticato.
«Basta poco tempo per cambiare la storia di un popolo; guarda noi per esempio» disse. «Pensa a quanto il mondo cambierà nei prossimi quattromila anni...e voi, voi sarete i protagonisti dell'evoluzione dell'umanità».
«Un genitore, specie nel mio caso, non vorrebbe mai staccarsi dal proprio unico figlio. Ma per il tuo bene è giusto sia così. E tu, figlio mio, sei destinato alla grandezza. La gloria è scritta nel tuo futuro. Sii grande. Sii uomo». Non mi disse altro. Stette immobile a fissare il fuoco, e io non seppi far altro che annuire, promettendomi di far miei quegli insegnamenti e di vivere la mia vita futura cercando di essere la migliore persona possibile.
Il mattino seguente, restammo allibiti nel vedere Nommo camminare stabile sulle sue gambe, lasciando dietro di sé una scia d'acqua. Come se nulla fosse, si mise a capo di noi ragazzi, e ringraziò uno per uno gli abitanti del villaggio, affidando a Gusa e Adira la potestà dello stesso.
«La saggezza e la prosperità saranno con voi fino alla fine dei tempi» disse solennemente, «possano gli astri vegliare sul vostro destino». Passò giocosamente una mano sulla testa del piccolo Noho Moyi, che di ricambio lo accarezzò in viso, e i due si scambiarono un'occhiata simpatica e complice. Mio padre mi abbracciò con forza, e raccomandandosi un'ultima volta mi donò la sua lancia, la cui punta era fatta con un affilatissimo pezzo di ossidiana. Commosso, lo ringraziai abbracciandolo ancora una volta, augurandomi di rivederlo prima o poi, in un mondo o in un altro. Continuammo a salutare tutti finché non scomparimmo vicendevolmente all'orizzonte, al che ci volgemmo verso il sole che sorgeva davanti a noi.

Avevamo distolto lo sguardo dai nostri cari, forse per sempre.
Di lì in poi, i nostri occhi avrebbero ammirato e scoperto il mondo intero.



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